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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

 

L'iniziazione di Elia

di D. M. e L. D. C.
- Prima parte

Novembre 2021


Abbiamo accennato il mese scorso a come ebbe origine, dal mito di Osiride, l’iniziazione ermetica, fondata sul simbolismo della morte e della rinascita, e come essa possa essere considerata alla radice di tutte le analoghe forme iniziatiche esistenti al mondo; ma è molto difficile ricostruire i percorsi in base ai quali si verificò la sua diffusione.
In certe sue forme, l’antico insegnamento degli Egizi si è mantenuto più o meno intatto e inalterato, in altre ha gemmato forme iniziatiche nuove, in altre ancora si è sovrapposto a discipline provenienti da altre fonti.
Potremmo dire che l’esempio più emblematico di quest’ultimo caso è la Massoneria, nella quale l’influsso ermetico più puro si tramanda attraverso le forme di maestranza osiridea ed hiramita; e vedremo il prossimo mese che anche nella terza forma, quella noachita, il ricorso al simbolismo di morte e rinascita è evidente.
Tutto un discorso a parte sarebbe poi quello del rapporto tra il nucleo primigenio dell’Ermetismo e l’Alchimia. Infatti i passaggi della Grande Opera alchemica e di quella ermetica sono analoghi al punto di non far dubitare che l’Ermetismo rappresenti una trasposizione dell’Alchimia sul piano dell’astrazione, verificatasi probabilmente in seguito al passaggio dell’umanità dal nomadismo al sedentarismo, quando lo sviluppo del pensiero lineare consentì ai nostri antenati di fondare le loro culture sui concetti astratti; e fu certo a partire da quel momento che l’iniziazione di mestiere dei fabbri della preistoria, mitologicamente ispirati dagli Elohim, si trasformò gradualmente nel corpo di misteriose leggi che oggi conosciamo.
Ed ancora, non è facile ricostruire il rapporto della tradizione ermetica con la tradizione primordiale, suggestiva idea settecentesca volta a giustificare l’esistenza di cammini spirituali indipendenti dall’autorità della Chiesa, ma alla quale le riflessioni di René Guénon - come pure le scoperte degli storici e degli archeologi - hanno conferito, negli ultimi secoli, impressionanti agganci al più remoto passato.
Noi siamo dell’idea che la vera tradizione primordiale sia il mondo sciamanico, dal quale - col passaggio al sedentarismo - ebbero origine le tradizioni dei vari luoghi: un processo del quale ancora oggi si possono riscontrare evidenti tracce in Asia, se si confrontano le pratiche dello sciamanesimo siberiano con le credenze dei popoli sedentari collocati più a meridione. Ma si tratta di un processo che dovette attuarsi a piccoli passi, attraverso epoche anche molto lontane l’una dall’altra, il che di certo non ne facilita la comprensione; e che, inoltre, dovette essere caratterizzato almeno in parte anche dal movimento contrario, se è vero che ancora oggi può essere riscontrata - tanto nelle tradizioni sciamaniche quanto post-sciamaniche - una forte permeabilità alle suggestioni provenienti dal mondo civilizzato.
Nell’articolo La dottrina segreta del voodoo haitiano abbiamo additato nell’associazione africana degli Aun-Thom-Bha una realtà che potrebbe essere identificata con la tradizione primordiale, se è vero che le sue origini sembrano coincidere con quelle dell’Ermetismo, o forse essergli addirittura anteriori.
Ora, nelle due principali fonti di cui possiamo disporre sulla società degli Aun-Thom-Bha (ovvero i due enormi libri scritti su di essa, più di cent’anni fa, dall’esoterista haitiano Her-Ra-Ma-El: Daimons du cult vaudou e Drapo Her-Ra-Ma-El), si fa accenno ad una sua scissione che sarebbe avvenuta, alle origini della storia, tra un ramo bianco-asiatico ed un ramo nero-africano, che passando per la Regina di Saba giungerebbe fino ai Rasta e al voodoo; e su quest’ultimo, giunto ad Haiti sulle navi schiaviste, gli Aun-Thom-Bha vigilano ancora oggi affinché la sua ortodossia non vada perduta.
Riguardo invece al ramo asiatico, esso sarebbe transitato per Jethro, suocero di Mosè, dal quale il legislatore ebraico avrebbe ricevuto l’iniziazione; e, più avanti nel tempo, avrebbe assunto il nome di iniziazione di Elia.
È nelle nostre intenzioni trattare, in questo articolo e nel prossimo, dell’iniziazione di Elia nel ramo asiatico; ma prima di ciò, va precisato che la sua versione più volgarizzata e numericamente forte si trova nel voodoo domenicano delle 21 divisiones, nella forma del culto di San Elias del Monte Carmelo, altrimenti noto come el Baron del Cementerio.
È un tratto distintivo del Baron che il suo giorno sacro sia collocato il lunedì, ovvero al di fuori dei due giorni sacri agli altri misterios delle 21 divisiones, che sono il martedì e il venerdì; ed è lecito scorgere in questo fatto la prova che il suo bautizo costituisca, in qualche modo, un’iniziazione a parte.
Un’altra cosa da dire subito è che le testimonianze dell’iniziazione di Elia non sono circoscritte a fonti extrascritturali, o comunque al di fuori della tradizione giudeocristiana: anche nella Bibbia i riferimenti alla qualità di iniziato di Elia sono copiosi, sebbene per poterli cogliere sia necessario penetrare al di là del linguaggio religioso in cui sono espressi.
Per esempio, è significativo che il personaggio di Elia venga presentato nelle Scritture come un uomo d’azione. Per lui, essere profeta significa assumersi la responsabilità degli eventi e del tempo, e far seguire alle parole il movimento - seguendo la voce del suo Signore, i suoi spostamenti lo spingeranno costantemente verso Oriente, fin dove sorge il Sole.
Lungo il suo cammino, Elia sarà destinato ad entrare in contatto con paesi e persone straniere, ovvero con quell’alterità dalla quale i profeti… normali tendono usualmente a sfuggire; e sarà sfamato non solo dagli Angeli, ma anche dagli ermetici corvi.
Ancora, il simbolismo ermetico della morte e della rinascita è ravvisabile nella resurrezione del figlio della vedova di Sarepta (1° Re 17: 8-16) - fino al punto che, addirittura, non è mancato chi abbia supposto che la definizione dei Massoni come Figli della Vedova venga da lì: una tesi che può essere sposata senza per questo confutare la canonica identificazione della Vedova massonica con Iside, in quanto l’esegesi cristiana fondata sui tipi e sulle figure (della quale abbiamo parlato più volte) può bene essere estesa alla tradizione ermetica, che anzi ne è la fonte (e proprio in base a quel metodo, è lecito considerare l’episodio di Elia sul Monte Carmelo alla stregua di un’estensione della dialettica morte-rinascita dal piano individuale al piano collettivo).
Decisamente… egizio è poi l’episodio dell’assunzione di Elia in cielo su un Carro di Fuoco, costituente la premessa della Trasfigurazione di Gesù:

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi farò tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo
(Matteo 17: 1-8).

Spesso, nel mondo della gnosi e dello gnosticismo, la Trasfigurazione è stata considerata la prova del transito di un’influenza spirituale da Elia a Gesù: per esempio, in alcune versioni del percorso formativo dei Cavalieri Eletti Cohen dell’Universo, essa viene presentata al neofita come la Quinta (ed ultima) Operazione di Cristo (laddove le prime quattro sono quelle, derivate dai vasi canopi, alle quali abbiamo accennato nell’articolo del mese scorso) - e la linea di successione iniziatica dei Cohen transita, dichiaratamente, prima per Elia e poi per Gesù.
Ancora, l’esperienza dell’Elia profeta è strettamente legata agli Elementi dell’Acqua e del Fuoco (vedi ad esempio l’episodio del Monte Carmelo); e questo tratto è attestato anche dalle oltre cinquanta citazioni del suo nome che si possono trovare, nelle opere di Her-Ra-Ma-El, nelle parti dedicate all’esegesi della lingua sacra degli Aun-Thom-Bha.
A riguardo del misterioso linguaggio che rappresenta - senza tema di confronto - il tratto più notevole della loro tradizione, gli Aun-Thom-Bha affermano cose non diverse da quanto si tramanda, nell’esoterismo classico, sulla LinguadegliUccelli: per esempio, lo definiscono la Lingua del Sole, e sostengono che venne usato da Gesù per colloquiare con il Padre dalla Croce, ed affermano che può essere compreso anche se l’ascoltatore non ne conosce le parole, perché i suoi suoni entrano in empatia con il cuore di ogni essere vivente.
Un altro carattere davvero sorprendente della lingua sacra è che la sua esegesi può essere condotta a partire da qualsiasi lingua profana esistente. Nei due libri da noi citati si parte dal creolo e dal francese, nei quali Elia è detto Èlie (con la seconda e muta), e si provvede all’esame delle lettere che ne compongono il nome.
Sulla base di questa analisi, il nome Èlie sarebbe il prodotto di un’estensione della radice L, che nella lingua sacra è il simbolo (tra le altre cose) di Saturno; L ha anche il significato di profeta, concetto del quale Elia rappresenta l’archetipo.
Quanto alla radice E, uno dei cui significati più importanti è Nome di Dio (vedremo tra poco l’importanza, nell’iniziazione di Elia, della rammemorazione), appartiene anch’essa a Saturno, e la sua presenza nel nome Èlie ci rimanda ad uno dei più suggestivi e drammatici episodi del Vangelo: alle tre, Gesù (sulla Croce) gridò con voce forte “Elì, Elì, lamà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: “Ecco, chiama Elia!” (Marco 15: 34-35).
Infine, la I (o J) è di Giove, come nello Iupiter o Jupiter dei Latini, ed uno dei suoi significati nella lingua sacra è zolfo vulcanico (detto anche Pietra di Giove), corrispettivo terrestre dello Zolfo alchemico e del Fuoco dal Cielo che discese al cospetto di Elia sul monte Carmelo.
Ma Giove è anche un pianeta d’Acqua, come attestano i legami tra la figura di Elia e questo elemento. Sul Monte Carmelo egli fa attingere per quattro volte dalle acque del torrente Kison, e in quello stesso torrente egli ordina che i profeti di Baal vengano scannati. Nella letteratura rabbinica, egli viene considerato il detentore delle chiavi della pioggia e della rugiada; nella cultura popolare ebraica, il protettore dei pozzi e delle fonti.
Così, nel nome Èlie si manifesta in vari modi la coppia di pianeti Giove-Saturno, che ripercorre ad un’ottava diversa la dualità Luna-Sole (e la solarità del nome viene anche confermata dal suo apparentamento con Helios, il Sole dei Greci).
È possibile dunque ravvisare nella natura di Elia il Fuoco e l’Acqua, la secchezza e l’umidità, la violenza e la devozione, dal che emerge quanto sia una chiave importante - per la comprensione e decifrazione delle sue gesta - la dialettica degli opposti; questo richiama - se vogliamo - Eraclito, la cui idea dell’anima umana è come intessuta da un perenne scambio degli Elementi, da una perenne confluenza della dualità nell’Unità.
Va ancora notato come il tratto comune ai rapporti di Elia con l’Acqua sia la possibilità di interpretarli in chiave alchemica, scorgendo in essa la SostanzaUniversale intesa nel senso di veicolo di purificazione; ma anche l’anima umida della Natura, idealmente contrapposta al principio igneo espresso dal Fuoco, del quale ultimo ha bisogno per seccarsi, e farsi in tal modo idonea a partecipare alla natura divina.
In effetti, il tratto dominante di entrambi i rami che abbiamo visto propagarsi dalla tradizione Aun-Thom-Bha è il loro legame con le forze della Natura; al punto che l’altro nome dell’iniziazione di Elia è il cammino verde (o la via verde), e gli iniziati che lo seguono vengono detti i profeti verdi.
Rispecchiano le qualità della natura un tratto mitico che viene spesso loro attribuito, l’eterna giovinezza, ed anche un carattere che le loro personalità hanno in comune: l’immutabilità interiore, alla quale fa riscontro la duttilità delle opinioni e dei comportamenti.
Possiamo considerare l’eterna giovinezza anche un richiamo all’approccio auditivo alla vita, tipico delle culture nomadi, nella loro volontà di sottarsi alla schiavitù del sedentarismo e ai cicli del tempo, nonché il simbolo di un grado spirituale potenzialmente accessibile a chi voglia avviarsi lungo il cammino dei profeti verdi (inutile dilungarsi qui su casi universalmente noti, come quelli di Saint Germain o di Fulcanelli); e quanto al contrasto immutabilità-duttilità, esso riassume gli ideali di comportamento ai quali ispirarsi lungo il cammino dell’iniziazione.
L’umana pretesa di attribuire alle parole un significato oggettivo è espressione di una condanna cui deve soggiacere l’uomo decaduto, la necessità di classificare le forme manifestate secondo uno schema razionale. Ma il senso che diamo alle parole non può essere che soggettivo, e nello spazio determinato dalla polarità oggettività-soggettività si consumano tutti i drammi aventi come protagonista l’essere umano. In questa prospettiva, il verde dei profeti verdi può essere definito come il silenzio che abbraccia entrambi i poli, annullando i conflitti che separano l’Uomo dalla Natura - è il principio naturale dimenticato, che si risveglia e fa sentire l’uomo unificato col mondo, fino a spingerlo a battersi a tutela dell’integrità della Terra.
Con la forza che gli deriva dalla sua visione armonizzata, il profeta verde può attraversare il mantello blu delle stelle, fino a raggiungere la fonte dell’AcquadellaVita e ristorarsi dalla tormentosa sete che affligge l’uomo smarrito nelle tenebre interiori.
Dopo questa grande vittoria, il suo compito è di rientrare sulla Terra in veste semidivina, recando seco un potere analogo ai… superpoteri dei supereroi dei fumetti: infatti alla trasmutazione interiore fanno riscontro doni come l’irradiazione energetica (dal Corpo di Gloria, o Corpo di Luce), o la possibilità di manifestarsi simultaneamente in vari stati dell’essere, o di assumere forme diverse a seconda degli interlocutori con i quali si vorrà rapportare.
La grande semplicità che lo ha sempre accompagnato e guidato nel proprio cammino è destinata ora ad esprimersi nell’altrettanta semplicità dei suoi insegnamenti, volti ad agire con dolcezza e fermezza su quel corpo fisico che è, per l’Uomo, il centro di tutto - la nostra abituale tendenza a proiettarci fuori di esso, a fuggirne, è veramente il Male, nella misura in cui spezza il nostro legame con la Natura e il cosmo.
La maschera verde che il profeta verde indosserà potrebbe fuorviare i suoi discepoli, perché tenderanno a pensare che essa serva a nascondergli il volto; invece non c’è niente sotto, perché egli ha già superato l’estinzione della propria individualità (fana’), e non esiste più sul piano della realtà oggettiva; di qui l’insegnamento che il solo modo possibile per incorporare la conoscenza dei profeti verdi è interiorizzarli, come nel caso della nomina di Eliseo a successore di Elia:

Elia disse a Eliseo: “Domanda che cosa io debba fare per te prima che sia rapito lontano da te”, ed Eliseo rispose: “Che due terzi del tuo spirito diventino miei” (2° Re, 2: 9)

Va notato che Eliseo non chiede a Elia di essere investito di una saggezza simile alla sua, ma espressamente di ricevere una parte del suo spirito, come avviene nella trasmissione iniziatica, o (per chi ami questa definizione) nella trasmissione di un’influenza spirituale; insomma Eliseo non intende ereditare da Elia una funzione, bensì la partecipazione ad uno stato.
Esistono in verità, nel grande mare dell’iniziazione di Elia, anche forme di trasmissione iniziatica più (ehm) dinamiche, come ci insegna la storia del RexNemorensis, il preromano Re del Lago di Nemi, di cui Frazer racconta nel Ramo d’Oro:

Chi ha veduto quell’acqua raccolta nel verde seno dei colli Albani, non potrà dimenticarla mai più. I due caratteristici villaggi italiani che dormono sulle sue rive e il palazzo egualmente italiano, i cui giardini a terrazzo digradano rapidamente giù verso il lago, rompono appena l’immobilità e la solitudine della scena. Diana stessa potrebbe ancora indugiarsi sulle deserte sponde o errare per quei boschi selvaggi.
Nei tempi antichi questo paesaggio silvano era la scena di una strana e ricorrente tragedia. Sulla sponda settentrionale del lago, proprio sotto gli scoscesi dirupi su cui si annida il moderno villaggio di Nemi, si ergeva il sacro bosco e il santuario di Diana Nemorensis, la Diana del bosco. Il lago e il bosco erano spesso conosciuti come il lago e il bosco di Aricia. Ma la città di Alicia (l’attuale Ariccia) era situata più di tre miglia lontano, ai piedi del monte Albano, separata per mezzo di un’aspra pendice dal lago che giace in un piccolo cratere sul costone della montagna. In questo bosco sacro cresceva un albero intorno a cui, in ogni momento del giorno, e probabilmente anche a notte inoltrata, si poteva vedere aggirarsi una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d’attorno come se temesse a ogni stante di essere assalito da qualche nemico. Quest’uomo era un sacerdote e un omicida; e quegli da cui si guardava doveva prima o poi trucidarlo e ottenere il sacerdozio in sua vece. Era questa la regola del santuario. Un candidato al sacerdozio poteva prenderne l’ufficio uccidendo il sacerdote, e avendolo ucciso, restava in carica finché non fosse stato ucciso a sua volta da uno più forte o più astuto di lui.

Questo vuol dire non solo che chi aspira all’iniziazione deve uccidere il maestro-padre-Edipo-eccetera e prenderne il posto, ma anche che l’insegnamento trasmesso dai profeti verdi è unico - è qualcosa di granitico e monolitico che non varia da persona a persona, variano soltanto (e sempre) le innumerevoli e scintillanti modalità in cui si può manifestare.
È senza dubbio una conseguenza di questa sovrannaturale unicità lo smembramento dell’iniziazione di Elia dai corpi della tradizione; e sempre da essa deriva il senso di non appartenenza che i profeti verdi manifestano nei confronti di ogni forma di comunità umana, geografica o culturale che possa essere, per identificarsi pienamente soltanto nell’universalità della Natura.
Non sit alterius qui sui esse potest! Il profeta verde è, e sarà sempre rigorosamente, di proprietà di sé stesso, lontano da tutti i fantasmi di possesso che il mondo materiale possa suggerire agli umani per fuorviarli, siano essi fondati sul denaro o sul controllo psicologico o spirituale. Non c’è dunque razza, paese, linguaggio, insegnamento, religione o codice espressivo nel quale egli si possa veramente identificare; ma questa scelta non è il frutto di una qualsivoglia forma di snobismo intellettuale, o di considerazioni ideologiche - egli è, sì, ridisceso nella tenebra della realtà formale, ma non per tornare a farsi asservire dai suoi condizionamenti, bensì per portarvi la luce dell’iniziazione.
Per questo, nel cammino verde, la trasmissione iniziatica non appare sorretta da grandi strutture ma avviene sempre ad personam, nell’ambito di un rapporto maestro-discepolo nel quale nessun altro elemento può entrare.
Nel saggio Elia il verdeggiante, Giacomo Arnaboldi suppone un collegamento tra gli antichi discepoli di Elia e i Farisei, i cercatori di Dio che - prima di dannare la propria memoria scontrandosi con Gesù - rivendicavano, nella società ebraica, il diritto a seguire un cammino spirituale anche da parte di chi non fosse nato sacerdote. Essi incarnavano un ruolo di affiancamento-contrapposizione alla spiritualità ufficiale molto simile a quello che spesso le associazioni iniziatiche hanno avuto occasione di esercitare, e pagare caro, in diverse situazioni storiche, dalle persecuzioni dei Sufi nel mondo islamico a quella (oggi, in Italia, stranamente cancellata dalla storia) della Massoneria da parte della Chiesa.
È lecito dunque considerare la libertà dai condizionamenti sociali un tratto inconfondibile dell’iniziazione di Elia, anzi, un segnale che consente di identificarla nei molti - spesso imprevedibili - contesti in cui è presente; non esiste mai, in essa, una linea di pensiero a cui occorra attenersi, non esistono in essa forme di condizionamento sulle opinioni. La sua rete iniziatica è modulare come l’intelligenza dei vegetali, senza un cervello che si proponga come centro e detti la regola - all’Acqua della Vita non occorrono simulacri, essa sgorga dal cuore.
Legata alla via verde è la scienza dell’Albero della Vita: secondo l’Ermetismo, il pilastro che regge la Terra. Scorre lungo i suoi rami l’Elisir di Lunga Vita, detto anche quinta essenza perché la sua origine divina gli consente di trascendere la dinamica dei Quattro Elementi.
Raimondo Lullo (1232-1316) e Arnaldo di Villanova (1240-1311) illustrarono come la quinta essenza possa essere estratta da una pianta delle papaveracee, la celidonia; e l’altro importante ingrediente, in cui deve essere dissolta è l’Acqua - ma un’acqua speciale, dotata di un doppio aspetto: da un lato attivo e vivificante, dall’altro passivo e sostanziale.
Il simbolo della quinta essenza è uno dei veli che celano l’iniziazione dei profeti verdi; la cui assunzione apre le porte degli stati dell’essere, dona onniscienza e dissolve il velo delle forme.
Essa conduce l’iniziato dove le dimensioni si moltiplicano indefinitamente, dove l’ordine e il caos coincidono, dove l’unidirezionalità è spezzata; dove il tempo si stempera nell’Anima Mundi, rendendolo consapevole di tutte le correnti della manifestazione universale.
Si tratta, in sostanza, di consentire che le correnti prendano dimora nel corpo, per poi dedicarsi ad una sorta di estrazione da esse dei princìpi vitali; e questo genere di consapevolezza ristabilisce il contatto con livelli di realtà inaccessibili nella vita ordinaria, fino a raggiungere la piena unità con le correnti stesse - con Dio, se si vuole.
Nel simbolismo del mondo vegetale gioca un ruolo di grande importanza l’Azoto, solvente universale e meta finale della Grande Opera, occultum lapidem imparentato con la Pietra dei Filosofi e con il Mercurio che sintetizza il ternario; il suo colore è il verde, come quello della pianta che - sgorgata dal seme - replica, ad un livello più elevato di manifestazione, la vitalità che nel seme era presente a livello embrionale.
Con le foglie, la pianta sintetizza dall’aria l’Azoto e lo solve in rugiada, consentendo all’Acqua della Vita di scorrere nel Fiume delle Forme; e con il legno coagula la linfa vitale della Terra, per farla germogliare ed aprirsi in un abbraccio verso il cielo, per cogliere dal cielo gli influssi che danno alla pianta la forma.
Per questo il verde Azoto è detto il Signore della Terra e del Cielo, che media tra i principi cosmici e produce il flusso di energie attraverso il quale la vita si incarna e si rinnova nel mondo; e per questo è verde anche la Tavola di Smeraldo, il corpo di Leggi che sintetizza il creato.
Da questo possiamo vedere come in tutto il corpo dell’iniziazione di Elia sia presente l’impulso a mediare i principi spirituali con l’esperienza di vita, indicando un cammino in cui la nostra crescita (in tutti i sensi) avviene attraverso strade che a volte non ci aspettiamo; anche la stessa manifestazione di Dio può avvenire attraverso un ossimoro, un sussurro, una voce silenziosa.
Alla voce silenziosa ci conduce un importante simbolo del profeta verde, ovvero quel mantello col quale Elia si coprì il volto quando giunse al cospetto del Signore: non solo un gesto di riverenza, ma anche il segno che, con il suo volto, anche la sua individualità si era annullata - allo stesso modo, tutti i sensi profani vengono in qualche modo coperti e ammantati quando il silenzio parla.
Quindi il mantello - per quanto, nei suoi numerosi significati simbolici, possa indicare il profeta stesso, la sua saggezza, la protezione da esso offerta, eccetera - rappresenta anche, e soprattutto, il manifestarsi di una potenzialità del divino in noi, che potremmo avventurarci a definire la fonte stessa della profezia: il rigenerato dall’iniziazione reimpara a camminare nel mondo contenendo entro sé il tesoro della sua nuova capacità di donare la vita, ed il mantello lo rappresenta nella misura in cui circoscrive il suo spazio interno, il tempio del suo lavoro interiore.
C’è infine, nel simbolismo del mantello, un richiamo al movimento; anzi, di più - addereth, mantello in ebraico, significa anche potere miracoloso, forza violenta - quindi il mantello riveste di potenza colui che lo indossa, ed è questa potenza che si traduce poi nel movimento, nel raggio d’azione.
In fisica, la potenza è definita come l’energia trasferita nell’unità di tempo; una teorica potenza perfetta può essere immaginata come un’energia infinitamente grande trasferita in un lasso di tempo infinitamente breve, come un’esplosione - da dunamis, potenza in greco, viene dinamite.
Così è l’iniziazione di Elia - qualcosa di accostabile ad uno spazio percorso in brevissimo tempo, ad un forte scuotimento di suono, luce, colori e vibrazioni, ad un ampliamento dei sensi in tutte le direzioni, a fenomeni cinetici, di fotismo e di sinestesia.
Lo shock che essa comporta può essere equiparato a una contrazione seguita da un’espansione. Nel tempo di contrazione i nostri sensi - introiettati in un tunnel di luce nera e pulsante - pescano la sostanza misteriosa che era lì da sempre ad attenderli, da sempre pronta a combinarsi con le nostre percezioni; e poi nel successivo tempo di espansione, rivitalizzati e modificati, vengono proiettati nuovamente nel mondo sferico e colorato delle forme, in una modalità-immersione la cui ricchezza e completezza gli era prima sconosciuta.
È questa un’esperienza avente il fine di sintetizzare (fino quasi ad annullarla del tutto) la dimensione tempo; come se l’iniziato avesse compiuto da essa un passo indietro, per creare in sé la condizione che genera la profezia.
Non è neanche mancato chi abbia tracciato (felicemente, a nostro avviso) un paragone tra il mantello di Elia e quello della crosta terrestre. Infatti, con lo studio delle onde sismiche, si è arrivati a capire che il nostro pianeta non ha una densità uniforme, perché le onde subiscono nel propagarsi notevoli deviazioni; e questo fenomeno è dovuto soprattutto al fatto che il mantello, ovvero lo strato terrestre al di sopra del nucleo esterno, si comporta come un fluido (discontinuità di Lehmann).
Ora, è proprio da quel comportamento fluido che trae origine il campo magnetico terrestre, simbolo - e forse veicolo - della coscienza collettiva dell’umanità. Pare che il nucleo esterno si comporti come un circuito elettrico, o una specie di dinamo, movimentando il fluido del mantello e causando lo slittamento delle placche tettoniche; dal che la successiva idratazione delle rocce, all’origine del processo noto come serpentinizzazione - la produzione dell’idrogeno, e del metano abiotico, che sono entrambi essenziali per la genesi della vita.
In questo modo il mantello terrestre - come quello, altrettanto ruotante, del profeta - proietta all’esterno i misteriosi fenomeni che avvengono al suo interno come fonte di vita; e, tra parentesi, le rocce serpentinizzate (o peridoti) sono, perlopiù, di colore verde.
Un ultimo tema che distingue inequivocabilmente il cammino verde dalle altre forme iniziatiche è l’importanza in esso attribuita alla dimensione sonora. Fondamentali sono i colloqui intrattenuti da Elia col Signore e col suo Angelo, comuni a molti profeti, ma nel suo caso particolarmente ricchi e frequenti; e sul monte Oreb, la parte più essenziale della sua teofania viene annunciata dal mormorio di un vento leggero (1° Re 19: 12) - un evento che bene illustra il sorgere del Nome di Dio dal silenzio interiore, simbolo di una conoscenza intuitiva avente poco da spartire con gli schematismi della ritualità religiosa.
L’importanza, anche storica, di questo episodio del Vecchio Testamento è ancora più enorme se pensiamo che, secondo alcuni, da esso sarebbero derivate le tecniche di rammemorazione, consistenti nel ripetere il Nome di Dio (o una frase nella quale sia incluso) fino al raggiungimento di una condizione estatica; alla pratica della rammemorazione da parte di Elia farebbe riferimento anche Ecclesiastico, 48:1 - allora sorse Elia profeta simile al fuoco, e la sua parola bruciava come fiaccola.
Per quanto in ambito cristiano non sia un’informazione molto pubblicizzata, ai tempi di Gesù la rammemorazione veniva praticata dai Farisei, i quali ne facevano risalire l’invenzione a Enoch (da essi considerato il loro fondatore), quindi a prima di Elia - ma, d’altra parte, gli Aun-Thom-Bha, gli Eletti Cohen e vari gnostici collocano Enoch ed Elia sulla stessa linea iniziatica.
C’era senz’altro un legame tra la rammemorazione dei Farisei e la Scienza dei Nomi degli Esseni, dal cui miqvé (bagno rituale) Giovanni Battista aveva tratto il suo battesimo di sola acqua.
Gli Ebrei, si dice, erano convinti che Giovanni fosse la reincarnazione di Elia, perché l’Angelo del Signore aveva comunicato a Zaccaria che suo figlio avrebbe camminato con lo spirito e la potenza di Elia (Luca, 1: 17) e Gesù disse di lui: se lo volete accettare, è quell’Elia che deve venire (Matteo 11: 14). Ma se consideriamo quanto poco presente fosse il concetto di reincarnazione presso gli antichi Ebrei (se ne parla nella Qabbalah, ma non altrove), troviamo più probabile che, per mezzo di queste espressioni, intendessero riconoscere la qualità di profeta verde ad ambedue.
Il prossimo mese contiamo di proseguire il nostro viaggio sulle tracce dell’iniziazione di Elia, spingendoci verso Oriente.

 

Seconda parte


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