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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

 

L'iniziazione di Elia

di D. M. e L. D. C.
- Seconda parte

Dicembre 2021


Abbiamo parlato nell’ultimo articolo dell’iniziazione di Elia, la cui trasmissione viaggia a fianco dei grandi movimenti esoterici ed indipendentemente da essi.
Per suo mezzo, i profeti verdi somministrano il ricollegamento iniziatico alle persone che, per le vicende e le traversie della vita profana, non hanno avuto la possibilità di inserirsi in nessuno dei cammini più praticati.
Il mese scorso avevamo concluso la nostra divagazione con un accenno alla rammemorazione del Nome di Dio, segnalando questa tecnica come un tratto che si tramanda in seno all’iniziazione di Elia da tempo immemorabile; ed ora questo discorso ci spalanca le porte del mondo dei Sufi, nel quale la rammemorazione viene praticata - ben più che nell’esoterismo cristiano - nella forma del dhikr.
I più diffusi esempi di dhikr sono la ripetizione incessante dei Nomi di Allah o della Shahada,la professione di fede, nella sua forma più sintetica (La ilaha illa Allah) o in varie più estese, come Ashadu an la ilaha illa Allah wa ashadu anna Muhammadan Rasul Allah; essi rappresentano il mezzo verso l’estasi, la dissoluzione nella Presenza Divina.
Come arrivò l’iniziazione di Elia nel mondo islamico? Probabilmente per mezzo degli ebioniti, cristiani dei primi tempi secondo i quali Gesù non era morto sulla Croce, che sfuggirono alle persecuzioni emigrando verso est; da loro si dice che ebbero origine gli honafâ’, i pionieri del monoteismo alla Mecca, dei cui insegnamenti lo stesso Profeta Muhammad (su di Lui la benedizione e la pace) sarebbe venuto a conoscenza.
Nell’Islam, Elia è l’Iliyas del Corano, elencato nella Surat al-an’am tra gli inviati di Dio (e non a caso collocato, nella loro lista, accanto a Giovanni e a Gesù); ma una parte dei credenti lo identifica - sulla base di leggende non ovunque diffuse - con Al Qadir o al Khidr, il Verde, importante figura di santo preislamico, nel quale si imbattono Mosè e il suo garzone nella Surat-al-kahf (Sura della Caverna).
Lo spirito del Khidr, secondo Tabari (839-923), vivifica la fede come l’acqua fa verdeggiare la terra che attraversa - e va detto che, nel mondo mussulmano, il discorso sulle valenze del colore verde cui abbiamo già accennato acquista una maggiore estensione: era verde infatti il mantello del Profeta (su di Lui la benedizione e la pace), e da questo è nata l’idea che il verde sia il colore dell’Islam, anche se la leggenda dell’Isola Verde in cui risiede il Dodicesimo Imam spinge molti Sunniti a considerarlo, più che altro, il colore dello Sciismo.
Il dono divino del quale l’Elia-Khidr è depositario viene detto la scienza dell’evoluzione spirituale, che possiede tra i suoi poteri anche quello di riparare ai mali del mondo, e passa attraverso tre nascite successive (sui piani fisico, psichico e spirituale), l’ultima delle quali arreca l’identificazione con il Profeta Verde; tra una nascita e l’altra, il discepolo transita anche per due morti iniziatiche, preliminari alla creazione di quello che gli Ermetisti definiscono il Corpo di Luce o di Gloria (vedi il nostro articolo L’Egitto prima delle sabbie - parte seconda).
Va detto peraltro che il rapporto del Khidr con Elia (e con altri importanti personaggi della spiritualità islamica e cristiana) non deve essere considerato una piena identificazione con loro, bensì piuttosto una comune colleganza nel ruolo di profeti verdi, come spiegò René Guénon in una lettera ad Ananda K. Coomaraswamy: El-Khidr n’est pas précisément “identifié” aux Prophètes Idris, Ilyâs, Girgis (saint Georges) - (bien que naturellement, en un certain sens, tous les Prophètes soient un); ils sont seulement considérés comme appartenant à un même Ciel (celui du Soleil).
Il Khidr è stato il primo tragli esseri ad aver bevuto alla Fonte dell’Acqua della Vita, e ne è diventato il Custode; e viene anche considerato il mandatario e l’iniziatore di fiducia degli Afrad, i Solitari, Coloro che indossano il Mantello.
Gli Afrad sono i misteriosi personaggi, reggenti le file dell’Islam segreto, di cui narra Henry Corbin nella Scienza della Bilancia:

La Cavalleria spirituale è formata da quelli che hanno per cavalcature le grandi contemplazioni, le visioni sublimi. Essi sono gli Afrad, i Senza Pari, gli Impareggiabili, gli Unici.

Di questi Cavalieri ci viene detto che dio ha conferito loro un potere sovrannaturale, per cui si celano sotto i Padiglioni dell’Invisibile, o persino sotto quello di costumi contrari al loro stato.
Essi sono uomini assolutamente liberi (abrya) e sfuggono persino all’autorità del Polo, la massima autorità della gerarchia, il quale non ne potrebbe disporre. In compenso, loro medesimi vengono designati come Poli, in ragione del loro rango mistico e del loro servizio divino, pur non avendo alcuno su cui comandare e dominare come dei capi. Essi sono troppo elevati per cose del genere. Non hanno comandamenti cui adempiere, dal momento che realizzano completamente il loro essere nel servizio divino.

Sarà molto difficile che si possa riconoscere un Afrad se lo si incontra, perché il velo del loro anonimato è impenetrabile, ed il loro comportamento nel sociale del tutto normale: il solo segno che può tradirli è la loro grande umiltà.
Sono i maestri che, senza volerlo, spargono intorno a loro la conoscenza, che può venire accettata o meno, come la terra può o meno accettare i semi in essa versati.
Secondo alcuni che li hanno conosciuti (non date per sicura questa informazione, ma prendetela per ciò che è veramente: un pettegolezzo, che può essere veritiero o no), il compito collettivo che gli Afrad svolgerebbero nel mondo di oggi sarebbe l’avvio della reciproca fusione delle tradizioni iniziatiche.
Potrebbe essere in virtù di questo ruolo, da essi forse rivestito, che la presenza dei profeti verdi sta diventando - con il procedere dei tempi - sempre più importante, a mano a mano che l’umanità si distacca dalla semplicità di vita degli antichi, e le persone bene intenzionate necessitano sempre più di indicazioni che gli consentano di orientarsi nel caos, come viene detto a proposito di Elia in Malachia 4: 5-6, il brano che è considerato l’annuncio della futura venuta di Giovanni Battista: ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri, così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio.
Una tale funzione di guida fu senza dubbio adempiuta dal Khidr nella conversione all’Islam del Messia Sabbathai Zevi, come Daniele Mansuino ha avuto occasione di narrare in 666:

Sabbathai aveva smesso l’abito rosso e indossato vestiti semplici, serrati da una cintura verde. Mentre lo portavano via, ad un amico che gli chiedeva cosa accadesse, rispose: Vedi cosa ho fatto, sto andando dal Re cinto di una cintura verde e misera, e mi dispiace molto di questo.

Quando lo sentirono dire così, ebbero paura e il loro spirito si sciolse, e dissero: Prima diceva che stava per prendere la corona dalla testa del Sultano, e ora ha paura di comparirgli davanti con una cintura verde!”
Volendo interpretare questo episodio in termini sufici, come molti hanno fatto, lo si può senz’altro considerare un richiamo di Sabbathai alla discendenza di Al Qadir (el Khidr) il Verde, il personaggio-simbolo della “tradizione primordiale” nel mondo mussulmano; come a voler affermare “quanto mi sta accadendo non è conseguenza di una disputa interna all’Ebraismo, ma è parte di un disegno molto più grande.”

È questo un bell’esempio del simbolismo di morte e rinascita che abbiamo visto essere legato ai profeti verdi assai strettamente; e l’influenza del Khidr può anche essere identificata, da chi conosca il Sufismo, nella lettera che Sabbathai indirizzò ai discepoli per giustificare la sua scelta:

Sappiate fratelli miei, figli e amici miei, che ho riconosciuto con grande chiarezza che il vero Dio, che io soltanto conosco da tante generazioni e per il quale ho fatto così tanto, ha voluto che io entrassi con tutto il mio cuore nella religione islamica, la religione di Ismaele, per permettere ciò che essa permette, per proibire ciò che essa proibisce e per annullare la Torah di Mosè sino al tempo della fine.

Poiché questo è importante, per la gloria della divinità e per la Sua rivelazione: che io induca nell’Islam tutti coloro la cui anima è concorde con me, dopo che io abbia rivelato loro la Sua divinità, che può essere dimostrata con il massimo rigore; cioè il grado supremo del Suo vero Essere, e la splendida gloria della Causa di tutte le cause

Seguire il Khidr significa, per un Sufi, seguire il maestro che gli parla dall’interno del cuore - il maestro senza nome, il silenzio, il fana’.
Il sublime maestro dei Sufi, Ibn Arabi (1165? - 1240) lo considerava la sua guida; ed in effetti, la forma di iniziazione di Elia con la quale noi siamo venuti in contatto viene tramandata in seno ad una tariqa che si ispira al suo insegnamento.
È notevole come i requisiti per la sua trasmissione siano completamente avulsi da connotazioni ideologiche (un altro tratto che abbiamo segnalato, nel nostro precedente articolo, come tipico dei profeti verdi): è come un fluido che si contagia da persona a persona, ad opera del Khidr - ma non si deve pensare per questo che si tratti di un’esperienza semplice e breve.
Innanzitutto, perché il candidato sia in grado di accogliere l’iniziazione nel migliore dei modi, è necessario che sia preceduta da sedute intensive di racconti, a volte metaforici altre meno, aventi il dono di predisporlo al raggiungimento di una trance estatica.
Questi racconti dai magici effetti, alcuni dei quali si tramandano forse da millenni, possono riguardare i temi più innumerevoli. Ce n’è, ad esempio, una parte che illustra avvenimenti dell’antico Egitto; altri sono hadith poco noti sulla vita del Profeta, su di Lui la benedizione e la pace; altri riguardano più da vicino la storia e le tradizioni della tariqa. Sono chiamati la via della spoliazione, perché hanno il compito di fare abbandonare al neofita tutti i suoi vecchi abiti, in modo che possa infine ricevere il mantello di Elia; ma vengono anche detti le parole che disegnano le mappe, aventi lo scopo di tracciare per lui il cammino futuro.
Questa parte della preparazione, della durata di quaranta giorni, viene di preferenza praticata d’estate e in un giardino, laddove il profumo delle rose, ed il gesto di accarezzarne i petali, hanno il potere di risvegliare il ricordo del cuore.
Avviene spesso che il neofita dolcemente scivoli nel sonno, risvegliandosi nel cuore della notte o alle prime luci dell’alba; senza che, tuttavia, neanche una parola ricevuta nel frattempo sia sfuggita alla sua attenzione, e non sia stata incorporata dalla memoria.
Ma ecco, qui di seguito, il passo della Surat-al-kahf (la Sura XVIII, o della Caverna) in cui si parla del Khidr:

60.
(Ricorda) quando Mosè disse al suo garzone: «Non avrò pace finché non avrò raggiunto la confluenza dei due mari, dovessi anche camminare per degli anni!».
61. Quando poi giunsero alla confluenza, dimenticarono il loro pesce che, miracolosamente, riprese la sua via nel mare.
62. Quando poi furono andati oltre, disse al suo garzone: «Tira fuori il nostro pranzo, ché ci siamo affaticati in questo nostro viaggio!».
63. Rispose: «Vedi un po’ (cos’è accaduto), quando ci siamo rifugiati vicino alla roccia, ho dimenticato il pesce – solo Satana mi ha fatto scordare di dirtelo – e miracolosamente ha ripreso la sua via nel mare.
64. Disse (Mosè): «Questo è quello che cercavamo».
Poi entrambi ritornarono sui loro passi.
65. Incontrarono uno dei Nostri schiavi, al quale avevamo concesso misericordia da parte Nostra e al quale avevamo insegnato una scienza da Noi proveniente.
66. Chiese (Mosè): «Posso seguirti per imparare quello che ti è stato insegnato (a proposito) della retta via?».
67. Rispose: «Non potrai essere paziente con me.
68. Come potresti aver pazienza dinnanzi a cose che non potrai comprendere?».
69. Disse (Mosè): «Se Allah vuole, sarò paziente e non disobbedirò ai tuoi ordini»;
70. (e l’altro) ribadì: «Se vuoi seguirmi, non dovrai interrogarmi su alcunché prima che io te ne parli»
71. Partirono entrambi e, dopo essere saliti su una nave, quello vi produsse una falla. Chiese (Mosè): «Hai prodotto la falla per far annegare tutti quanti? Hai certo commesso qualcosa di atroce!».
72. (e l’altro) rispose: «Non ti avevo detto che non avresti avuto pazienza insieme con me?».
73. Disse (Mosè): «Non essere in collera per la mia dimenticanza e non impormi una prova troppo difficile».
74. Continuarono insieme e incontrarono un giovanetto che (quello) uccise. Insorse (Mosè): «Hai ucciso un incolpevole, senza ragione di giustizia? Hai certo commesso un’azione orribile».
75. (e l’altro) rispose: «Non ti avevo detto che non avresti avuto pazienza insieme con me?».
76. Disse (Mosè): «Se dopo di ciò ancora ti interrogherò, non mi tenere più insieme con te. Ne avrai buon diritto».
77. Continuarono insieme e giunsero nei pressi di un abitato. Chiesero da mangiare agli abitanti, ma costoro rifiutarono l’ospitalità. S’imbatterono poi in un muro che minacciava di crollare e (quello) lo raddrizzò. Disse (Mosè): «Potresti ben chiedere un salario per quello che hai fatto».
78. (e l’altro) disse: «Questa è la separazione. Ti spiegherò il significato di ciò che non hai potuto sopportare con pazienza.
79. Per quel che riguarda la nave, apparteneva a povera gente che lavorava sul mare. L’ho danneggiata perché li inseguiva un tiranno che l’avrebbe presa con la forza.
80. Il giovane aveva padre e madre credenti, abbiamo voluto impedire che imponesse loro ribellione e miscredenza
81. e abbiamo voluto che il loro Signore desse loro in cambio (un figlio) più puro e più degno di affetto.
82. Il muro apparteneva a due orfani della città e alla sua base c’era un tesoro che apparteneva loro. Il loro padre era uomo virtuoso e il tuo Signore volle che raggiungessero la loro età adulta e disseppellissero il loro tesoro; segno questo della misericordia del tuo Signore. Io non l’ho fatto di mia iniziativa. Ecco la spiegazione di quello che non hai potuto sopportare con pazienza».

Va innanzitutto notato come Mosè abbia incontrato il Khidr alla confluenza dei due mari. Questo mitico luogo è un’allegoria della riunione tra la coscienza trascendente di Allah e quella immanente degli esseri umani che vanno alla sua ricerca, nonché il luogo dal quale si dipartono i Quattro Fiumi del Paradiso; ma può anche essere letta come la confluenza del passato e del futuro, che in aggiunta al testimone del presente formano un ternario - e quel presente, si badi bene, non è l’oggi: è piuttosto un non-tempo, un multiverso, l’utero della realtà formale dal quale il profeta, per tramite della propria visione-narrazione, estrae il tempo, creando la storia che altrimenti non sarebbe stata scritta.
Il pesce che riprende vita subito prima del loro incontro sembra collegare la figura del Khidr, più che all’Islam, all’unità trascendente delle religioni: il pesce, infatti è, come è noto, il simbolo del Cristo (Ichthus = Iesou Christos Theou Uios Soter) e, nell’induismo, il simbolo di Vishnu, che apparve in forma di pesce al termine del precedente manvantara, prima che il mondo fosse distrutto.
In quell’occasione, Vishnu si era manifestato per prescrivere al Manu del nuovo ciclo la costruzione di un’Arca, nella quale i semi del nuovo ciclo potessero conservarsi, e pensò bene di istruire un pesce affinché guidasse l’itinerario dell’Arca sulle acque; ed è questo un esempio che si ricollega all’allusione alla Massoneria da noi fatta nello scorso articolo, in quanto mostra come anche la terza forma di maestranza massonica - la noachita, fondata sulla figura di Noè - sia accostabile all’hiramita e all’osiridea nell’illustrare il simbolismo di morte e rinascita.
Inutile notare quanto questo racconto si intoni armoniosamente col simbolismo dei profeti verdi: per esempio, nel fatto che al Manu/Noè venne affidato il compito di tramandare i semi, e poi presumibilmente di piantarli, ma non gli venne conferito il potere di influenzare il loro sviluppo: una volta di più, il mandato dei profeti verdi si rivela in tutto e per tutto non ideologico (come pure la maestranza massonica, anche se purtroppo oggi molti pensano il contrario).
La nave sulla quale Mosè e il Khidr prendono posto (appartenente a povera gente che lavorava sul mare) è la Barca del Sole, a bordo della quale gli dei egizi e le anime compivano le traversate da e per l’aldilà (ed il tiranno che inseguiva la povera gente è il tempo). In questo caso, diremmo che essa rappresenta tanto l’insegnamento del profeta verde - nella misura in cui è, per il discepolo, strumento di elevazione - quanto la persona del profeta stesso nella sua mobilità, che si esprime attraverso azioni folli per rammemorare la vacuità del gioco della manifestazione.
Mobilità e insegnamento sono in lui una sola cosa, come la Barca del Sole riunisce in sé i caratteri di umidità e secchezza dal cui connubio ha origine il nous anassagoriano: l’intelligenza ignea, che dona ordine e ragione di essere alle forme.
Sulla base dell’insegnamento coranico, l’inquieto e spesso irrazionale dinamismo dei profeti verdi non è un semplice muoversi, più o meno disordinato: ogni loro gesto è una genesi, un tributo di consapevolezza volto a riscattare la meccanicità del mondo. Così è anche nel Mitraismo, nel quale il dio-demiurgo e il toro-realtà sono di norma raffigurati sulla stessa barca; e così pure nelle Upanishad, laddove il sacrificio del cavallo immette nella realtà la congiunzione tra manifestato e non-manifestato, servendo da preludio al dispiegarsi del caleidoscopio delle forme in tutta la sua oceanica gamma di possibilità.
È proprio del mondo delle forme che il Khidr dice: io non l’ho fatto di mia iniziativa, ed è come se dicesse: è Allah che agisce per mio tramite – o, più propriamente, la confluenza dei due mari è in me - IO SONO IO: il dinamismo dei profeti verdi non è un muoversi perché essi sono nel Polo (al-Qutb), il motore immobile, ed è quindi l’intera manifestazione a girare intorno alla loro figura come la ruota intorno al mozzo, perché dalla molteplicità dei loro consapevoli stati dell’essere sgorghi la realtà come un fiume dalla sua sorgente.
Queste ultime osservazioni non ci consentono più di eludere la domanda che probabilmente, nella lettura di questi due articoli, il nostro lettore si sarà posto già varie volte: il cammino dell’iniziazione di Elia deve essere considerato contrapposto alle vie iniziatiche classiche, o va inteso piuttosto come una loro trasposizione, diversa magari nelle pratiche e nei modi per realizzarle, ma non negli obbiettivi?
Secondo noi, la risposta giusta è la seconda: non c’è dubbio che l’iniziazione sia una, e che i contrasti tra le vie iniziatiche si manifestino - semmai - più a valle, a mano a mano che i sottocentri dell’organizzazione esoterica che domina il mondo si incarnano sempre più a fondo nella realtà e nelle sue contraddizioni; ed è questa, di sicuro, un’asserzione alla quale dovrebbe essere tributata la massima enfasi, se pensiamo a quanto, al giorno d’oggi (senz’altro molto più che in qualsiasi epoca del passato) siano numerose le vie, e differenziate nei termini le mete da esse indicate, con reciproci fraintendimenti e accuse di malafede, complotti, satanismo, eccetera.
È vero, in realtà, che l’iniziazione slegata dalle grandi case madri è sempre esistita, vivendo in genere la propria vita in forma distaccata dall’ortodossia, sebbene non contrastandola; così come è vero che il suo venire alla luce della coscienza collettiva fu forse tardivo, il che non poco contribuì ad alimentare contrasti - nonché ingiustificato scetticismo - nei confronti della sua regolarità. Non sarà male, dunque, rammentare alcuni dei temi che i profeti verdi condividono con Ermetisti, Alchimisti, Rosacruciani, Massoni eccetera: l’analogia tra le loro funzioni e quelle dei Superiori Incogniti del Martinismo (e della tradizione settecentesca più in generale), la tendenza al cosmopolitismo, il dono delle lingue, il possesso dell’Elisir di lunga vita e così via.
E poi, certamente, un altro motivo importante delle dissonanze tra il cammino verde e le forme ufficiali è che l’iniziazione, se spogliata dagli orpelli cerimoniali che la mascherano e per così dire la confezionano, mette a nudo risvolti che normalmente passano inosservati: ovvero quelli psicologici, più o meno inconsci, ma volti sempre a svelare dinamiche dell’anima umana impegnative da fronteggiare - il rapporto tra individuo e collettivo, tra struttura e destrutturazione, tra salvezza e perdizione, tra creatore e creatura, eccetera.
Ora, non sempre le cerimonie delle associazioni esoteriche classiche, né i corpi tradizionali di insegnamenti da essi tramandati, portano in sé gli anticorpi atti a fronteggiare disvelamenti di questo genere: nel mondo dell’esoterismo, il Re nudo è un problema serio, per fronteggiare il quale occorrono capacità intellettuali non comuni - ed è senz’altro su questo terreno che la concorrenza dei profeti verdi si dimostra più temibile nei confronti delle grandi associazioni, per via del loro approccio fluido che affronta qualunque problema in modo easy, avendo cura in primo luogo che l’evoluzione del discepolo non venga mai frenata da inutili interrogativi, da problemi psicologici, da oziosi dubbi culturali. Non considerano compito proprio il cercare orgogliosamente di modificare la sua anima o le sue opinioni, anzi è per loro un punto d’onore limitare i propri interventi al minimo indispensabile; eppure riescono a risultare più efficaci, ai fini dell’evoluzione interiore, di quanto possa esserlo il rilascio dei gradi iniziatici più prestigiosi, e questo soprattutto perché la soppressione dei dualismi inutili (primo fra tutti il rapporto tra il bene e il male, sottoposto da Elia sul Monte Carmelo ad un trattamento che i nostri lettori non avranno difficoltà a riconoscere come piuttosto radicale) produce il magico effetto di riunire il discepolo alla Natura, di stringerlo nel suo abbraccio corroborante e di elevarlo a suo agente.
L’avvertimento del Khidr a Mosè: Non potrai essere paziente con me, supponendo che Mosè possa rappresentare in questo caso il discepolo-tipo del profeta verde, si riferisce a questi due aspetti: che il Khidr sottoporrà la sua visione duale di Mosè ad una critica spietata, e che i suoi metodi di insegnamento saranno mille miglia lontani dai comportamenti che il discepolo di un cammino iniziatico può aspettarsi da un maestro - per quanto emergerà, dalle ultime righe del racconto, che dietro a loro si cela un profondo insegnamento iniziatico.
Lo scopo degli atti incomprensibili dei profeti verdi è di aprire a nuovi stati dell’essere, imparentati piuttosto strettamente con i non fare del mondo sciamanico sui quali Daniele Mansuino si è diffuso nell’articolo Il kula ring e altrove. Il profeta appare come animato, nel suo agire, dalle medesime forze di possessione che scuotono lo sciamano; col risultato di offrire al discepolo lo spettacolo della confluenza dei due mari, le emanazioni dell’umano e del divino che si fondono in unico flusso. In questo modo, la sua stessa persona diviene soglia-portale tra i mondi; epifania del miracolo che in tutti noi si svolge silenziosamente a ogni attimo, ma che solo pochi individui privilegiati hanno il potere di portare alla luce ed evidenziare.
Quindi l’occhio mio è d’altro universo, altra fonte; qui un cosmo, là un cosmo: e io siedo alla Soglia (Jallal al Din Muhammad Rumi).
Volendo ora lasciare il mondo islamico, e concludere il nostro viaggio ancora più a oriente, possiamo ritrovare in India Elia-Khidr sotto vari nomi: Khwaja Khadir, Pir Badar, Raja Kidar.
Poiché la tradizione indù non condivide con quella araba l’orrore del rappresentare la figura umana, ne ritroviamo qui varie belle raffigurazioni pittoriche, abbigliato di verde e spesso accompagnato dal suo amico pesce, che talvolta egli cavalca attraverso le acque.
Lo studio qualitativamente più elevato sulla sua presenza nel subcontinente indiano viene da Ananda K. Coomaraswamy, che nel 1934 scrisse su di lui un breve saggio. Egli prende in considerazione la Leggenda del Principe Mahbub, nella quale il Khidr si manifesta dapprima come un faqir dedito a forme di magia benefica, poi come il sovrano di un regno sottomarino:

Khizr esplica la sua funzione nei due mondi, l’oscuro e il luminoso, ma soprattutto egli è il signore del Fiume della Vita che scorre nella Terra delle Tenebre: egli è il custode dell’Acqua di Vita e, sotto questo aspetto, corrisponde ai vedici Soma e Gandharva e anche a Varuna. Né dal punto di vista islamico, né da quello dell’Induismo post-vedico, egli può essere propriamente identificato a una “divinità”; ma nondimeno, egli è l’espressione diretta - o la manifestazione - di una potenza spirituale molto elevata
.

René Guénon non gradì completamente il lavoro del suo amico e discepolo, e gli scrisse in proposito una lettera che presenta toni sorprendenti:

Votre étude sur “Khwâjâ Khadir” (ici, nous disons “Seyidna El-Khidr”) est très intéressante, et les rapprochements que vous y avez signalés sont tout à fait justes au point de vue symbolique; mais ce que je puis vous assurer, c’est qu’il y a là-dedans bien autre chose encore que de simples “légendes”. J’aurais beaucoup de choses à dire là-dessus, mais il est douteux que je les écrive jamais, car, en fait, ce sujet est de ceux qui me touchent un peu trop directement...

Ora, in quale misura il grande esoterista francese poteva sentirsi toccato un po’ troppo direttamente dalle erudite disquisizioni di Coomaraswamy riguardo al Khidr?
Diremmo che le risposte possono essere due. La più semplice è che attirare l’attenzione sul Khidr mentre, dal Cairo, egli stringeva nelle sue opere le viti delle barriere che delimitano l’esoterismo tradizionale, avrebbe contribuito ad enfatizzare quegli aspetti della missione dei profeti verdi che consistono nel mediare tra le diverse forme religiose, e nel ricollegare chi dalle tradizioni è slegato; e per quanto questi temi non siano in contrasto col punto di vista guenoniano, la loro venuta alla luce avrebbe tuttavia richiesto distinguo e precisazioni che Guénon, in quel particolare momento, non era nelle migliori condizioni per fornire. Soltanto pochi anni prima, notevoli grattacapi gli erano derivati dall’aver dedicato il suo libro Il simbolismo della Croce allo sheikh Abder-Rahman Elish El-Kebir, e da allora in poi aveva avuto cura di esprimersi, sui temi legati all’Islam, il meno possibile.
La seconda ipotesi è legata al fatto che una delle ragioni (non diremo l’unica, come alcuni) del suo trasferimento in Egitto era stata l’attacco che aveva dovuto subire da parte del gruppo facente capo a Robert Ambelain.
Il punto cruciale del dissenso tra Guénon e Ambelain risiedeva nell’approccio di quest’ultimo e dei suoi seguaci alla civiltà egizia, che Guénon aborriva perché, a suo avviso, contribuisce all’attivazione di pericolosi residui psichici (cfr. Il regno della quantità e i segni dei tempi - cap. 27: Residui psichici - Guénon percepiva tanto profondamente questo problema da ravvisare in Ambelain il capo della controiniziazione); e fu questo probabilmente il motivo per cui egli continuò sempre, nelle sue opere, a pescare dal patrimonio dell’Ermetismo, ma senza mai osare avventurarsi in un suo esame complessivo.
Aveva dunque buone ragioni per temere che, ora che viveva in Egitto, i suoi avversari lo attenzionassero (come si dice oggi) anche più di prima; e senz’altro, affrontare il discorso del personaggio che, più di ogni altro, incarnava il legame dell’Islam con la tradizione ermetica, avrebbe potuto sembrare loro una provocazione.
C’è, peraltro, chi sostiene che Guénon avesse ricevuto in Egitto l’iniziazione degli Afrad, e che quello fosse il motivo per cui si considerava personalmente coinvolto. Potrebbe costituirne un indizio questo frammento di una lettera da lui inviata, il 31 gennaio 1938, a Coomaraswamy:

La
question des individus exceptionnels se trouvant dans un milieu il n’ya plus d’initiation est effectivement assez embarrassante à certains égards; il peut, dans certains cas tout au moins, arriver qu’il soit remédié à cette situation par des circonstances également exceptionnelles; mais la vérité est que ceci ne relève pas de la juridiction du “Qutb”, mais de ce qui est représenté par la fonction d’El-Khidr, en tant que maître des “Afrads”.

La panoramica che ci ha condotto a ritrovare le tracce dell’iniziazione di Elia in un ampio arco di terre (Caraibi, Africa, Medio Oriente, India) potrebbe ancora procedere attraverso altre contrade asiatiche: è veramente una sorpresa scoprire quanto i profeti verdi abbiano lasciato la loro traccia nei contesti più differenti - nello sciamanesimo, nello yantra yoga, nel tantrismo tanto di segno indù quanto buddista, nelle tradizioni tibetane Bon e Dzogchen, eccetera.
Così ad esempio, nelle terre remote dei Kirghisi, una preghiera per guarire le malattie suona Ilyas,Qidir, a voi tutti, a voi tutti chiedo aiuto; e molto evidente è poi il legame dei profeti verdi col Taoismo, al quale abbiamo già accennato citando la loro funzione di mozzo della ruota che li fa agire non agendo.
Anch’essi, come i saggi taoisti, nulla possiedono tranne il loro corpo; eppure è il mondo intero a dipendere dal loro splendore, traendone vita e luce.
Anche in loro dimora la Grande Pace, e sono soltanto parole di pace che sgorgano dai loro cuori, anche quando la loro funzione li costringe a brandire - come Elia - la spada della guerra.
Anche a loro è dato di risalire alle origini di ogni cosa, e squarciando l’arazzo della manifestazione penetrare nel vuoto del Tao.
Anche a loro è dato di destare, all’interno dei loro corpi, la circolazione dei venti secondo le leggi dell’alchimia spirituale; ed il vento che esce da loro sconvolge il cammino dell’umanità e rivoluziona le scelte degli uomini e dei governi, innescando le correnti di pensiero destinate a guidare il mondo delle forme verso la destinazione che, da cieli fuori dal tempo, gli è stata fissata.

 

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