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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

 

Rosacrucianesimo e algoritmi della memoria

- Prima parte
di Daniele Mansuino e Paolo Del Casale

Luglio 2022


Un grande interesse venne a suo tempo suscitato dal nostro articolo Funzione trascendente, Rosacroce e altro, riguardo al quale abbiamo ricevuto, nell’arco degli ultimi due anni, molte email stimolanti.
Col tempo, ci siamo resi conto che l’interesse dei lettori era rivolto soprattutto al legame tra la Rosacroce e l’Arte della Memoria: un argomento reso immortale da Giordano Bruno, ma esoterico al punto che ben pochi autori, nel corso degli ultimi secoli, vi si sono cimentati.
È da notare come, in seno all’esoterismo occidentale, l’Arte della Memoria venga di solito associata, più che al Rosacrucianesimo, all’Ermetismo; ma il fatto che queste due discipline vengano considerate qualcosa di separato è una conseguenza della scarsità di notizie che circondano le loro origini, oltretutto ulteriormente confuse dall’assurda distinzione tra Rosacroce e rosacruciani (avallata, purtroppo, anche da grandi esoteristi come Guénon), in seguito alla quale ciascun gruppo rivendica la propria appartenenza alla vera Rosacroce e definisce rosacruciani (o rosacrociani, o rosicruciani) tutti gli altri). Ma sarebbe veramente il caso, secondo noi, di ricominciare a considerare il termine Rosacroce e le varianti di rosacrociano alla stregua di sinonimi.
Un buon esempio dell’identità tra Rosacroce e rosacrociani ci viene dalla storia di quella che è probabilmente la più antica tradizione rosacrociana oggi esistente: la SIRC (Societas Italica Rosae Crucis), che rivendica una discendenza diretta dal più grande alchimista italiano, Federico Gualdi - venuto al mondo, si suppone, nei primi decenni del seicento, ma del quale non sono note le date di nascita e di morte.
Non è certo neppure che Gualdi fosse nato in Italia, in quanto secondo alcuni la sua città natale era Augusta; ma fu il nostro paese ad essere da lui scelto come teatro della sua abbagliante esperienza di vita e di insegnamento.
Come è accaduto per altri grandi alchimisti, la sua figura è circondata di un alone di leggenda. C’era chi giurava che avesse scoperto l’elisir dell’immortalità, e che la sua vera età fosse di circa quattrocento anni. Negli anni settanta del settecento, Casanova affermò di averlo incontrato, ed ancora nel ventesimo secolo venne segnalata - almeno in un’occasione - la sua presenza negli Stati Uniti d’America.
Gualdi visse a Venezia probabilmente dal 1660 al 1682 (anche se c’è chi data la sua presenza nella città lagunare già a partire dagli anni quaranta), ed è curioso che il suo nome sia legato alla storia della città per la presentazione di due progetti contro l’acqua alta fondati sull’uso di paratie mobili, proprio come l’attuale MOSE; progetti che, però, il Consiglio dei Dieci non volle prendere in considerazione per i costi eccessivi.
In quegli anni esercitava professioni legate alla sua competenza nel ramo dei metalli: dapprima mercante, poi amministratore di una miniera di rame nel bellunese.
Furono certamente le sue competenze alchemiche a consentirgli l’invenzione di un nuovo metodo per la fusione del rame, la cui applicazione gli portò grandi ricchezze, e furono senz’altro queste ultime ad aiutarlo quando venne denunciato al Sant’Uffizio perché nella sua casa si sarebbero svolte le riunioni di un’associazione misteriosa; i giudici però accantonarono le accuse senza neppure convocarlo, forse intimiditi dalla sua ampia rete di amicizie, che oggi potremmo definire VIP.
Può essere curioso riportare la descrizione di Gualdi contenuta in quella denuncia, che venne presentata dal patrizio veneziano Francesco Giusto il 21 aprile 1676: chi lo dice tedesco, chi polacco, chi della Russia, et d’età ex axpectu mi pare che abbia circa sessant’anni, et i suoi seguaci dicono che habbi 200 o 300 anni, ha capigliatura lunga, nera, un poco annellata, veste di nero, da secolare, statura piuttosto bassa, né grasso né magro, viso macilento, occhi neri, voce femminina, senza barba, con filetto de mostacchi, quasi sempre sta in casa, visitato da’ suoi seguaci

Il nome dell’associazione che si riuniva a casa di Gualdi era Aurea Croce (o Cavalieri dell’Aurea Rosacroce), ed è lecito considerarla la prima cerchia rosacruciana al mondo.
Di fatto, circa mezzo secolo era trascorso dalla pubblicazione in Germania della Fama fraternitatis Rosae Crucis (1610), seguito a pochi anni di distanza dalle Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz di Johannes Valentinus Andreae (1616), i due testi che vengono considerati i primi scritti rosacruciani, ed è noto come nel corso del seicento la loro influenza si fosse riverberata su numerosi intellettuali europei; ma che all’apprezzamento individuale avesse fatto seguito la creazione di vere e proprie cerchie, prima di Gualdi non c’è prova né in Italia, né altrove.
L’associazione da lui fondata includeva quasi al completo l’élite intellettuale della Repubblica di Venezia, e non solo: divenne infatti ben presto la casa madre di una rete di Logge sparse in tutta Italia - Roma, Firenze, Napoli - delle quali faceva parte anche un membro della Royal Society londinese, il naturalista Francesco Travagino, nativo di Ragusa in Croazia.
Non è il caso di deviare dal nostro argomento per approfondire il fatto ormai ben noto che la Royal Society di quegli anni, per iniziativa soprattutto di Isaac Newton, stava adoperandosi attivamente per il varo della Massoneria speculativa; vale la pena, tuttavia, di rammentare come i legami tra la Rosacroce e l’universo muratorio si siano perpetuati, senza apparente soluzione di continuità, fino ai giorni nostri (e tra parentesi la SRIA, ovvero l’ordine rosacruciano che ai giorni nostri è ufficialmente riconosciuto dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra, è separato dalla SIRC soltanto da un passaggio nella catena dei reciproci riconoscimenti).
Si ha notizia che il percorso iniziatico di quei primi rosacrociani fosse suddiviso in due gradi; ogni Loggia poteva contare su una cerchia ristretta di 12 membri e una cerchia esterna di 72.
È il numero 72 ad esprimere simbolicamente l’età raggiungibile dall’uomo dopo la Caduta, il che lascia supporre che il passaggio dal primo al secondo grado fosse fondato sull’idea di un’acquisita reintegrazione del discepolo nelle sue facoltà primordiali: un tema adatto a stimolare il dibattito riguardo ai passaggi operativi nei quali il processo di reintegrazione debba essere articolato, e prodromo quindi allo sviluppo di sistemi rosacruciani in più gradi (l’attuale sistema praticato dalla SIRC ne conta nove).
Tra i nomi dei componenti dell’Aurea Rosacroce spiccava anche quello del marchese Francesco Maria Santinelli (1627-1697), frequentatore del salotto romano di Cristina di Svezia e autore di opere sull’Alchimia.
La figura di Santinelli è particolarmente interessante perché sembra costituire l’anello di congiunzione tra l’Aurea Rosacroce e la scuola ermetica napoletana: l’enigmatica confraternita, risalente ad un’epoca antichissima, che intorno alla metà del settecento si sarebbe saldata alla Massoneria per innestarvi i corpi rituali egizi, mentre nel secolo seguente una o più delle sue linee di successione avrebbero contribuito alla genesi della Fratellanza di Myriam, della Società Teosofica, della Hermetic Brotherhood of Luxor e della Golden Dawn.
Addirittura, in un manoscritto conservato a Napoli, viene rivendicata l’origine napoletana dell’Aurea Rosacroce: essa si sarebbe costituita tra il 1542 e il 1543 (ben settant’anni prima della comparsa dei seguaci di Christian Rosenkreutz in Germania).
In effetti, esistono testimonianze di un’accademia alchemica operante a Napoli in quel periodo, il cui fondatore sarebbe stato il cartografo Girolamo Ruscelli (1518-1566). Per quanto non ci siano notizie tali da poter classificare la sua attività come rosacruciana, va considerato però che il concetto stesso di accademia alchemica - ovvero un lavoro di stampo alchemico portato avanti collettivamente - è di per sé rosacruciano, in quanto non ha precedenti né in seno alla tradizione ermetica né, tantomeno, nell’Alchimia - e dà senz’altro da pensare il fatto che ciò avvenga proprio nella città della scuola napoletana, ovvero di quel ramo dell’Ermetismo passato alla storia per trovarsi all’origine di varie metodologie di lavoro iniziatico collettivo.
In effetti, il progressivo distacco dell’Alchimia dalle sue basi artigiane aveva visto il suo primo passo nell’Ermetismo, con la trasformazione di un corpo di conoscenze concrete in una spiegazione del mondo applicabile all’Universo intero. L’avvento della Rosacroce segnò il secondo passo col trasformare l’Ermetismo in una attività collettiva, propiziando il connubio della filosofia ermetica con quella spropositata espansione mentale dell’uomo moderno destinata a sfociare nell’avvento della civiltà industriale; e finalmente, circa un secolo più tardi, un terzo passo ed un ulteriore ampliamento della base esoterica si sarebbero concretizzati nella comparsa della Massoneria speculativa.
È questo un aspetto del quale hanno trattato poco gli interpreti della principale opera alchemica lasciata da Gualdi, il De lapide philosophorum, perché è storia molto recente lo studio dell’esoterismo in rapporto alle dinamiche sociali; ma solamente guardando al testo gualdiano in questa chiave si possono cogliere i suoi tratti di innovazione rispetto alla maggioranza dei testi alchemici tradizionali, prima fra tutti l’insistenza su quel concetto di unità tra simbolismo e realtà che può avere luogo soltanto nella dimensione psicologica dell’uomo, e che quindi testimonia senza possibilità di confutazione il suo intento di inserire la propria attività di alchimista nell’ambito di un’inedita dimensione di lavoro collettivo.
È bene documentato l’interesse dei grandi della scuola napoletana verso i pionieri dell’Aurea Rosacroce: per esempio, il principe Raimondo di Sangro (1710-1771) avrebbe pubblicato a sue spese il Conte di Gabali, romanzo rosacruciano scritto dal medico Giuseppe Francesco Borri (1627-1695), che come Santinelli era membro della cerchia di Cristina di Svezia; e ancora, Theodor Tschoudy (1724-1769) riporta l’Ode Alchemica di Santinelli nel suo Catechismo della Stella Fiammeggiante.
Tra parentesi, le opere lasciate da Tschoudy possono essere considerate un vero e proprio caposaldo della transizione dell’Ermetismo dalla dimensione alchemica a quella magico-sociale: tanto per l’attenzione da lui riservata al discorso delle sette correnti (da lui pionieristicamente definite i sette raggi), ovvero al processo ermetico che conduce alla manifestazione formale, che egli considera prioritario rispetto agli obbiettivi tradizionali della Grande Opera, quanto per l’introduzione di elementi magici come i sigilli: fino ad allora relativamente estranei alla tradizione ermetica classica, ma molto familiari alla tradizione rosacruciana.
Ancora più avanti nell’uso dei sigilli sarebbe andato Cagliostro (1743-1795), altro gigante della scuola napoletana. Egli rivendicava apertamente la sua appartenenza all’Aurea Rosacroce, come è anche testimoniato dal suo immortale Credo:

come il vento del Sud, come la rifulgente luce del Mezzogiorno, che caratterizza la piena conoscenza delle cose e la comunione attiva con Dio, io vengo verso il Nord, verso la bruma ed il freddo, abbandonando dappertutto sul mio passaggio alcune particelle di me stesso; prodigandomi, diminuendomi ad ogni stazione, ma lasciandovi un po’ di chiarezza, un po’ di calore, un poco di forza, sino a che in fine io sia arrestato e fissato definitivamente al termine della mia carriera, all’ora in cui la Rosa fiorirà sulla mia Croce.

Dopo il connubio con la scuola napoletana, le vicende dell’Aurea Rosacroce italiana viaggiarono insieme a quest’ultima, ed in ambito esoterico potremmo dire che sono universalmente note - testimoniate anche dal perpetuarsi della tradizione dei romanzi rosacruciani, da Saint Leon di Godwin all’immortale Zanoni di Bulwer-Lytton.
Sarebbe fuori luogo estendere questa narrazione al fiorire ottocentesco degli ordini rosacruciani nel mondo, alcuni fondati su linee di trasmissioni attendibili, altri meno (il barone Von Watcher, della Stretta Osservanza Templare, rivendicava di aver ricevuto l’Aurea Rosacroce da un nipote di Gualdi); nonché all’adesione rosacruciana, nell’ultima parte del secolo, dei grandi personaggi che avrebbero posto le basi dell’esoterismo contemporaneo - dai già citati Bulwer-Lytton e Blavatsky a Guénon (attraverso la sua adesione alla Hermetic Brotherhood of Luxor), ad Alice Bailey, che - con il nome di Maestro Veneziano - fa di Gualdi un membro fondamentale della sua Gerarchia dei Maestri:

Il Maestro Veneziano dirige il pensiero creativo a livello della Mente Divina. Possiede un'ottima conoscenza astrologica, ed è in grado di valutare al meglio le energie planetarie per orientarsi nell’attuazione di progetti o iniziative. Opera nel Terzo Raggio, assieme a due Maestri Inglesi e al Signore del Terzo Raggio, il Mahachoan, che è chiamato anche “Grande Architetto dell'Universo” (da scienzenoetiche.it).

Nell’ambito del processo di socializzazione dell’esoterismo che l’Aurea Rosacroce di Gualdi aveva messo in moto, la messa a punto di rituali da eseguire collettivamente era inscindibile dalla riscoperta di quell’Arte della Memoria che - in tempi ormai remoti - aveva rappresentato un’importante componente della trasmissione orale.
Non sempre, in realtà, si pensa a quanto sia fondamentale il ruolo della memoria nel pensiero esoterico, inscindibilmente collegato ai concetti di tradizione e trasmissione: potremmo addirittura affermare che l’esoterismo stesso sia sorto in parallelo allo sviluppo delle facoltà mnemoniche, e si possono riscontrare casi di organizzazioni iniziatiche in seno alle quali un miglioramento della memoria comporta l’accesso ad un più alto livello della gerarchia (o viceversa).
Questo soprattutto perché l’incremento delle nostre facoltà razionali (spesso identificate con l’intelligenza: un accostamento forse infondato, ma è vero senza dubbio che la capacità di ragionare bene costituisce una componente importante della cosiddetta intelligenza) fa tutt’uno con procedure mentali che ritroviamo molto vicine al nocciolo più segreto dell’insegnamento esoterico (ci vengono in mente soprattutto le tecniche, divulgate in occidente da Piotr Ouspensky, che Gurdjieff imparò nelle scuole sufiche dell’Asia Centrale).
Nella cultura profana, la memoria viene considerata una delle principali caratteristiche che rendono possibile la conoscenza, sia nell'uomo che nell’animale, in quanto è il cardine della capacità di apprendimento, affiancata da altre funzioni mentali quali l’elaborazione, il ragionamento, l’intuizione e la coscienza nella sua interezza.
Di queste ultime, la memoria può essere considerata la materia prima, il database su cui le altre funzioni possono lavorare; ne consegue che più si migliora l’ordinamento dei dati e la loro classificazione, più sarà agevole ripescarli e svolgere con loro operazioni sempre più complesse.
In effetti, un’importante peculiarità della dottrina dell’AR, che ci è pervenuta diluita nella scala di nove gradi della SIRC, è la caratteristica di ricalcare gli schemi utilizzati dalla nostra memoria, tanto quando essa lavora per archiviare e/o organizzare i ricordi, quanto quando li seleziona per scegliere quelli da riportare alla coscienza.
Come osservò Bulwer-Lytton, l’ascesa lungo una scala così congegnata porta spesso all’iniziato effetti inattesi. Può capitare ad esempio che l’assimilazione inconscia dell’algoritmo mnemonico che è celato dietro il rituale di un dato grado di un sistema iniziatico riporti alla luce eventi del lontano passato nei quali, senza esserne coscienti, lo avevamo applicato. Un giorno di trent’anni fa può esserci accaduto di aver agito come dei perfetti illuminati e non essercene resi conto, rimuovendo perciò l’evento; ma con l’ascesa lungo il cammino della Rosacroce la sua memoria può essere recuperata, e quella nostra particolare esperienza potrà adempiere alla sua funzione di faro e guida nel nostro percorso evolutivo.
Ai livelli più alti, le memorie di cui gli algoritmi rosacruciani promuovono il recupero sono collegate a stati di pienezza spirituale difficilmente descrivibili, analoghi a quelli che si ottengono nella meditazione buddista attraverso l’uso dei mandala; il che ci richiama l’analogia tra il simbolo della Rosacroce e questi strumenti, costituiti spesso da immagini floreali la cui forma è riconducibile a quella del Loto o della Rosa.
In questi casi, il mandala viene di solito utilizzato dal meditatore attraverso un percorso circolare che passa attraverso le sue celle o petali: vere e proprie stazioni ospitanti - secondo i casi - i nomi di Dio, o le sue caratteristiche, o nomi di santi, di angeli o di demoni, o certe festività, o certe parabole… insomma, ogni aspetto del creato.
Nel tempo, il percorso circolare diviene una spirale che ad ogni giro porta il meditatore più vicino al centro.
È possibile utilizzare il simbolo della Rosacroce come un mandala, tanto applicando alle sue celle il simbolismo ermetico quanto su quello cristiano. Per ogni grado del cammino dei percorsi rosacruciani più completi può essere identificato un percorso-mandala analogo a quello dell’algoritmo mnemonico che si cela nel grado stesso, offrendo così al Fratello la possibilità di assimilarne il messaggio più occulto in un modo fruttuoso e divertente.
In una delle più diffuse versioni del nostro simbolo, la Rosa a cinque petali sta al centro della Croce di Cristo, rappresentandone così il Sacro Cuore. Questa è la quinta Rosa, essendo le altre quattro poste ognuna alle estremità di un braccio della Croce stessa; e se il quattro configura la compiutezza sul piano della materia, la quinta Rosa ne è la riapertura sul piano del divenire - letteralmente, dunque, la Coppa che raccolse il sangue di Cristo, o la trasmutazione delle gocce di questo sangue, o le ferite del Cristo stesso.
Già nel modo greco-romano la Rosa veniva considerata il simbolo dell’amore che vince la morte, ed era presente nel culto di Dioniso per la credenza che impedisse agli ebbri di rivelare i segreti. Nel Medioevo, era esclusivamente attributo delle vergini. Una Rosa a cinque petali, nel nimbo sopra il confessionale, simboleggia la discrezione.
Vedremo più nel dettaglio, il prossimo mese, i legami tra la dualità Rosa+Croce e il dualismo che sta alla base del pensiero lineare, della quale si può dire che essa rappresenti la sacralizzazione; ed avremo anche occasione di vedere in che modo, nella più segreta tradizione rosacruciana, l’Arte della Memoria addivenga a rivestire le forme di un’autentica cosmologia.

 

Seconda parte


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