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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 03-12-2007, 00.56.37   #11
Dasein
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Riferimento: "che nel pensier rinnova la paura"

Citazione:
Originalmente inviato da Celavano Ganneviz
Il senso nn è una tematica cristiana, o almeno non è un suo monopolio. Non rispondete senza argomentazioni per favore, altrimenti il senso stesso di scrivere in questo forum cade.





Le due tematiche si avvicinano molto ed infatti mi sto impegnando molto nel seguire e nel tentare a partecipare nell'altra discussione, ma la differenza fra le due è che qui vorrei che qualcuno parlasse anche di qualcosa di più vicino alla vita di tutti i giorni. Quando io dico "che nel pensier rinnova la paura", non solo voglio esprimere un dilemma filosofico, ma un'ansia che pervade me e tutti (chi più chi meno l'abbiamo provata una sensazione cm descritto all'inizio del 3d) nella vita di tutti giorni. Il problema di non essere adeguati o di seguire il gruppo, il problema della scelta politica in un paese in cui non ci si può fidare dei propri rappresentanti, il problema (e qui centra moltissimo l'altro post) di vivere una religiosità non più adeguata ai tempi o di nn viverla affatto... insomma tutte quelle tematiche che il senso di incertezza e confusione (di cui ho accennato nel primo post di questo 3d) fanno sembra inarrivabili o irrisolvibili.


Spero tu non ti offenda, ma penso che questo tuo spaesamento, che è proprio di tutti, compreso me, non si deve ridurre a una adeguatezza rispetto al gruppo o a una scelta politica.
Bisogna, secondo me, indagare le radici dell'ansia e del sentirsi, a volte, inadeguati: se si arriva alla piena consapevolezza degli accadimenti, per cui essenzialmente riesci a de-situarti dalla situazione particolare e a ricondurre tutto alle cause che lo determinano, quindi dominando la tua inadeguatezza, non ti sentirai più in preda a malesseri esistenziali.
Finchè si vive la situazione particolare come se fosse l'ultimo orizzonte e non la si riconduce magari anche a un "senso" più ampio, è ovvio che in certi contesti ti sentirai spaesato e inadeguato.
Bisogna conoscere il mondo in cui si vive e la logica che lo presiede, altrimenti si rischia di cercare un senso a seconda della logiche dominanti che di volta in volta si alternano nei periodi storici. E se il senso è meramente storico, allora un senso globale non si potrà mai trovarlo.
Dasein is offline  
Vecchio 03-12-2007, 16.30.39   #12
Celavano Ganneviz
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Riferimento: "che nel pensier rinnova la paura"

Citazione:
Originalmente inviato da Dasein
Spero tu non ti offenda, ma penso che questo tuo spaesamento, che è proprio di tutti, compreso me, non si deve ridurre a una adeguatezza rispetto al gruppo o a una scelta politica.
Bisogna, secondo me, indagare le radici dell'ansia e del sentirsi, a volte, inadeguati: se si arriva alla piena consapevolezza degli accadimenti, per cui essenzialmente riesci a de-situarti dalla situazione particolare e a ricondurre tutto alle cause che lo determinano, quindi dominando la tua inadeguatezza, non ti sentirai più in preda a malesseri esistenziali.
Finchè si vive la situazione particolare come se fosse l'ultimo orizzonte e non la si riconduce magari anche a un "senso" più ampio, è ovvio che in certi contesti ti sentirai spaesato e inadeguato.
Bisogna conoscere il mondo in cui si vive e la logica che lo presiede, altrimenti si rischia di cercare un senso a seconda della logiche dominanti che di volta in volta si alternano nei periodi storici. E se il senso è meramente storico, allora un senso globale non si potrà mai trovarlo.


Certamente; tuttavia il punto del mio post era che dal macro nn se ne può ricavare certezza, dal micro... peggio ancora. Dunque la mia riflessione cm aveva anche colto Emmeci è uno spunto da cui trovare una ragione che possa acquietare la "paura" (intesa cm la confusione).

Conoscere tutta la realtà e tutti i suoi risvolti è impossibile e credo che in questo siamo d'accordo.

Inoltre in particolare

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Originalmente inviato da Dasein
Bisogna, secondo me, indagare le radici dell'ansia e del sentirsi, a volte, inadeguati: se si arriva alla piena consapevolezza degli accadimenti, per cui essenzialmente riesci a de-situarti dalla situazione particolare e a ricondurre tutto alle cause che lo determinano, quindi dominando la tua inadeguatezza, non ti sentirai più in preda a malesseri esistenziali.


Se volessi cercare le radici dell'ansia mi basterebbe andare in analisi, spendere un bel mucchio di quattrini per farmi dire che ci sono ansie e problemi che non dipendono dalla mia coscienza. Ahimè sarò stato infelice nell'esprimermi, ma all'atto pratico, in sintesi, volevo dire che: " la paura nasce dall'incertezza e dalla confusione che ci proponiamo di interpretare e raggruppare o di ignorare, ma è proprio vero che non c'è scampo a ciò " ?


Celavano Ganneviz is offline  
Vecchio 04-12-2007, 00.24.29   #13
Dasein
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Riferimento: "che nel pensier rinnova la paura"

Citazione:
Originalmente inviato da Celavano Ganneviz
Certamente; tuttavia il punto del mio post era che dal macro nn se ne può ricavare certezza, dal micro... peggio ancora. Dunque la mia riflessione cm aveva anche colto Emmeci è uno spunto da cui trovare una ragione che possa acquietare la "paura" (intesa cm la confusione).

Conoscere tutta la realtà e tutti i suoi risvolti è impossibile e credo che in questo siamo d'accordo.

Inoltre in particolare




Se volessi cercare le radici dell'ansia mi basterebbe andare in analisi, spendere un bel mucchio di quattrini per farmi dire che ci sono ansie e problemi che non dipendono dalla mia coscienza. Ahimè sarò stato infelice nell'esprimermi, ma all'atto pratico, in sintesi, volevo dire che: " la paura nasce dall'incertezza e dalla confusione che ci proponiamo di interpretare e raggruppare o di ignorare, ma è proprio vero che non c'è scampo a ciò " ?




Se ci sia scampo o meno è quello che sto cercando anch'io di chiarificarmi. Personalmente sono partito da una impostazione in cui l'inevitabile volontà di dominare (e quindi interpretare, prevedere, catalogare, raggruppare l'incerto) non lascia via di fuga, e la stessa ricerca è sinonimo di una volontà di dominare in maniera molto più solida questa paura, invece magari di invocare il Dio del bisogno.
La paura, il bisogno di sfuggire all'imprevedibilità, in primis alla morte, può essere "curata" solo se principalmente ci si accorge che l'azione umana, e la nostra personale in particolare, risente della volontà di dominio e prenderne coscienza. Finchè non ci si rende conto che ciò che si fa è solo un rimedio alla paura del nulla non potremo mai cercare di capire per quale motivo riteniamo sia che il nulla sia una possibilità, sia perchè questo nulla debba farci paura.
Se accettiamo il fatto che siamo volontà di potenza, volontà di vivere, e tutte le nostre costruzioni immutabili quali Dio, la scienza e in quest'epoca, la tecnica, sono risposte inevitabili che l'uomo pone in essere per darsi quella sicurezza che non può avere se non si costruisce un qualcosa di stabile cui riferirsi per dominare l'instabile ("L'uomo è l'animale non stabilizzato"), se ce ne rendiamo conto, allora possiamo passare a un livello di analisi più profondo, per cui cerchiamo le ragioni di questa non accettazione dell'instabilità che ci caratterizza.
Ma finchè nessuna presa di consapevolezza sarà fatta in questo senso, continueremo a pensare che la paura sia inevitabile, che la contemplazione sia inutile, che il pensare sia un rivoltarsi alle idee divine pre-confezionate e allora sarà la morte dell'uomo. in questa civiltà dove quello che conta è essere un funzionario dell'apparato, per cui ti senti realizzato nella misura in cui ti ammazzi di lavoro, ragioni come tutti gli altri ragionano (cioè calcolando, perchè noi viviamo nell'epoca della ragione strumentale) allora molte speranze non ne vedo. Soprattutto perchè oggi si chiede specializzazione su specializzazione, si deve produrre senza nemmeno sapere quale sarà il prodotto finale, i meccanismi di spersonalizzazione e omogeneizzazione messi in atto in primis dai mass media ti circondano ovunque ti trovi.
Allora il pessimismo di fondo che accompagna l'idea che andremo sempre più verso una civiltà in cui di umano rimarrà poco, perchè tutto sarà nelle mani dell'apparato che delle qualità umane non sa che farsene se non servono alla produzione, mi fa pensare che prendere consapevolezza dei moventi reali per i quali agiamo sia un'utopia più o meno identica a quella dell'immortalità.
D'altronde oggi chi vuole più pensare quando c'è già chi pensa per te, ti dice cosa fare, come comportarti, ti organizza il tempo libero, ti fornisce le droghe se non ne puoi più e ti rende come tu devi essere per rispondere a quel criterio efficentistico da cui non si può sfuggire se non ci si vuole emarginare da un contesto sociale.
Non conta più chi sei, conta quanto produci.
Il sistema è questo e se non ci si rende conto che ciò significa la fine della civiltà umana, non riusciremo mai realmente a curare le nostre paure esistenziali, perchè oggi ci sembra tutto così bello perchè FUNZIONA tutto bene, ma appena nel sistema c'è un crac, i dormienti che si sono cullati sulla dolce illusione si risvegliano e non sanno rispondere al crac, per cui poi depressione e mali esistenziali sono dietro l'angolo.
Ma non sono mali esistenziali "autentici", perchè l'autenticità sta nel rivendicare un qualcosa che è mio e fa parte della mia ricerca della verità.
In sintesi: vogliamo curare la paura? Cominciamo a prendere consapevolezza del perchè, innanzitutto, noi dobbiamo curarla e non possiamo accettarla.
Dopo aver fatto questo, cominciamo a chiederci se veramente la nostra paura ha un fondamento oppure se è un grande errore della mente.
Dasein is offline  
Vecchio 04-12-2007, 16.07.39   #14
Celavano Ganneviz
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Riferimento: "che nel pensier rinnova la paura"

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Originalmente inviato da Dasein
Se ci sia scampo o meno è quello che sto cercando anch'io di chiarificarmi. Personalmente sono partito da una impostazione in cui l'inevitabile volontà di dominare (e quindi interpretare, prevedere, catalogare, raggruppare l'incerto) non lascia via di fuga, e la stessa ricerca è sinonimo di una volontà di dominare in maniera molto più solida questa paura, invece magari di invocare il Dio del bisogno.
La paura, il bisogno di sfuggire all'imprevedibilità, in primis alla morte, può essere "curata" solo se principalmente ci si accorge che l'azione umana, e la nostra personale in particolare, risente della volontà di dominio e prenderne coscienza. Finchè non ci si rende conto che ciò che si fa è solo un rimedio alla paura del nulla non potremo mai cercare di capire per quale motivo riteniamo sia che il nulla sia una possibilità, sia perchè questo nulla debba farci paura.
Se accettiamo il fatto che siamo volontà di potenza, volontà di vivere, e tutte le nostre costruzioni immutabili quali Dio, la scienza e in quest'epoca, la tecnica, sono risposte inevitabili che l'uomo pone in essere per darsi quella sicurezza che non può avere se non si costruisce un qualcosa di stabile cui riferirsi per dominare l'instabile ("L'uomo è l'animale non stabilizzato"), se ce ne rendiamo conto, allora possiamo passare a un livello di analisi più profondo, per cui cerchiamo le ragioni di questa non accettazione dell'instabilità che ci caratterizza.
Ma finchè nessuna presa di consapevolezza sarà fatta in questo senso, continueremo a pensare che la paura sia inevitabile, che la contemplazione sia inutile, che il pensare sia un rivoltarsi alle idee divine pre-confezionate e allora sarà la morte dell'uomo. in questa civiltà dove quello che conta è essere un funzionario dell'apparato, per cui ti senti realizzato nella misura in cui ti ammazzi di lavoro, ragioni come tutti gli altri ragionano (cioè calcolando, perchè noi viviamo nell'epoca della ragione strumentale) allora molte speranze non ne vedo. Soprattutto perchè oggi si chiede specializzazione su specializzazione, si deve produrre senza nemmeno sapere quale sarà il prodotto finale, i meccanismi di spersonalizzazione e omogeneizzazione messi in atto in primis dai mass media ti circondano ovunque ti trovi.
Allora il pessimismo di fondo che accompagna l'idea che andremo sempre più verso una civiltà in cui di umano rimarrà poco, perchè tutto sarà nelle mani dell'apparato che delle qualità umane non sa che farsene se non servono alla produzione, mi fa pensare che prendere consapevolezza dei moventi reali per i quali agiamo sia un'utopia più o meno identica a quella dell'immortalità.
D'altronde oggi chi vuole più pensare quando c'è già chi pensa per te, ti dice cosa fare, come comportarti, ti organizza il tempo libero, ti fornisce le droghe se non ne puoi più e ti rende come tu devi essere per rispondere a quel criterio efficentistico da cui non si può sfuggire se non ci si vuole emarginare da un contesto sociale.
Non conta più chi sei, conta quanto produci.
Il sistema è questo e se non ci si rende conto che ciò significa la fine della civiltà umana, non riusciremo mai realmente a curare le nostre paure esistenziali, perchè oggi ci sembra tutto così bello perchè FUNZIONA tutto bene, ma appena nel sistema c'è un crac, i dormienti che si sono cullati sulla dolce illusione si risvegliano e non sanno rispondere al crac, per cui poi depressione e mali esistenziali sono dietro l'angolo.
Ma non sono mali esistenziali "autentici", perchè l'autenticità sta nel rivendicare un qualcosa che è mio e fa parte della mia ricerca della verità.
In sintesi: vogliamo curare la paura? Cominciamo a prendere consapevolezza del perchè, innanzitutto, noi dobbiamo curarla e non possiamo accettarla.
Dopo aver fatto questo, cominciamo a chiederci se veramente la nostra paura ha un fondamento oppure se è un grande errore della mente.


Vedo che Nietzsche ti appassiona molto e che il tuo pensiero è molto simile (se nn lo stesso ^^) al suo. Anch'io ne sono stato affascinato ed è stato per me quasi un "Guru", ma il suo ragionamento ha un difetto... sta nella "volontà di potenza" nel "dire si alla vita"; infatti le sue tesi decadono in quanto nn spiegano il "perchè" dire si alla vita, dice semplicemente che "è" così. Questo pultroppo è inutile per rispondere alla mia domanda, poichè basta dire "e se volessi dire di no ? Che cosa mi dovrebbe far dire di si alla vita, c'è un motivo per la scelta ?" Se la tua risposta è che dipende dai fattori individuali allora valgono tutte le critiche dello stesso Nietzsche sui pregiudizi che invalidano tale tesi.

Per cui l'incertezza permane. Mi ha fatto piacere rifletterci su di nuovo, ma ti assicuro che mi ero già posto il problema da quest'angolazione.

Celavano Ganneviz is offline  
Vecchio 04-12-2007, 22.25.34   #15
Dasein
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Riferimento: "che nel pensier rinnova la paura"

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Originalmente inviato da Celavano Ganneviz
Vedo che Nietzsche ti appassiona molto e che il tuo pensiero è molto simile (se nn lo stesso ^^) al suo. Anch'io ne sono stato affascinato ed è stato per me quasi un "Guru", ma il suo ragionamento ha un difetto... sta nella "volontà di potenza" nel "dire si alla vita"; infatti le sue tesi decadono in quanto nn spiegano il "perchè" dire si alla vita, dice semplicemente che "è" così. Questo pultroppo è inutile per rispondere alla mia domanda, poichè basta dire "e se volessi dire di no ? Che cosa mi dovrebbe far dire di si alla vita, c'è un motivo per la scelta ?" Se la tua risposta è che dipende dai fattori individuali allora valgono tutte le critiche dello stesso Nietzsche sui pregiudizi che invalidano tale tesi.

Per cui l'incertezza permane. Mi ha fatto piacere rifletterci su di nuovo, ma ti assicuro che mi ero già posto il problema da quest'angolazione.



Vero che "la vita è così" perchè il presupposto di Nietzsche su cui costruisce tutta la sua filosofia è la certezza del divenire.
E' vero, la mia passione filosofica parte da Nietzsche, ma sto cercando adesso di allargare le vedute, anche perchè ho notato che Severino ha posto una critica molto forte al pensiero del filosofo di Rocken, ed infatti dovrò leggermi "L'anello del ritorno".
Probabilmente, alla tua domanda perchè dire di no?, sarebbe da rispondere che dicendo di no vuoi non-vivere più, quindi morire. Allora se vuoi morire ogni discorso sulla vita non ha nulla di essenziale.
In tal senso Nietzsche deve dire per forza si, deve accettare, perchè non accettare la vita (cioè il divenire)equivale a un voler arrendersi alla vita, un voler morire.
Senza dire si alla vita non si vive. Si è già morti anche se fisicamente si è ancora in movimento.
Il motivo per la scelta è questo, sta alla base stessa del poter parlare di vita. Non volere l'incertezza, il divenire equivale a un non volere la vita, quindi essere un morto che cammina e non sa di essere morto.
Comunque sono in piena evoluzione sulla fondamenta nietzschiane come ti ho detto, chissà che non vengo qui tra un pò a dirti che tutto è eterno e che Nietzsche fa parte della follia occidentale

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Vecchio 05-12-2007, 00.25.32   #16
Matteo pop
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"Se ci sia scampo o meno è quello che sto cercando anch'io di chiarificarmi. Personalmente sono partito da una impostazione in cui l'inevitabile volontà di dominare (e quindi interpretare, prevedere, catalogare, raggruppare l'incerto) non lascia via di fuga, e la stessa ricerca è sinonimo di una volontà di dominare in maniera molto più solida questa paura, invece magari di invocare il Dio del bisogno.
La paura, il bisogno di sfuggire all'imprevedibilità, in primis alla morte, può essere "curata" solo se principalmente ci si accorge che l'azione umana, e la nostra personale in particolare, risente della volontà di dominio e prenderne coscienza. Finchè non ci si rende conto che ciò che si fa è solo un rimedio alla paura del nulla non potremo mai cercare di capire per quale motivo riteniamo sia che il nulla sia una possibilità, sia perchè questo nulla debba farci paura.
Se accettiamo il fatto che siamo volontà di potenza, volontà di vivere, e tutte le nostre costruzioni immutabili quali Dio, la scienza e in quest'epoca, la tecnica, sono risposte inevitabili che l'uomo pone in essere per darsi quella sicurezza che non può avere se non si costruisce un qualcosa di stabile cui riferirsi per dominare l'instabile ("L'uomo è l'animale non stabilizzato"), se ce ne rendiamo conto, allora possiamo passare a un livello di analisi più profondo, per cui cerchiamo le ragioni di questa non accettazione dell'instabilità che ci caratterizza.
Ma finchè nessuna presa di consapevolezza sarà fatta in questo senso, continueremo a pensare che la paura sia inevitabile, che la contemplazione sia inutile, che il pensare sia un rivoltarsi alle idee divine pre-confezionate e allora sarà la morte dell'uomo. in questa civiltà dove quello che conta è essere un funzionario dell'apparato, per cui ti senti realizzato nella misura in cui ti ammazzi di lavoro, ragioni come tutti gli altri ragionano (cioè calcolando, perchè noi viviamo nell'epoca della ragione strumentale) allora molte speranze non ne vedo. Soprattutto perchè oggi si chiede specializzazione su specializzazione, si deve produrre senza nemmeno sapere quale sarà il prodotto finale, i meccanismi di spersonalizzazione e omogeneizzazione messi in atto in primis dai mass media ti circondano ovunque ti trovi.
Allora il pessimismo di fondo che accompagna l'idea che andremo sempre più verso una civiltà in cui di umano rimarrà poco, perchè tutto sarà nelle mani dell'apparato che delle qualità umane non sa che farsene se non servono alla produzione, mi fa pensare che prendere consapevolezza dei moventi reali per i quali agiamo sia un'utopia più o meno identica a quella dell'immortalità.
D'altronde oggi chi vuole più pensare quando c'è già chi pensa per te, ti dice cosa fare, come comportarti, ti organizza il tempo libero, ti fornisce le droghe se non ne puoi più e ti rende come tu devi essere per rispondere a quel criterio efficentistico da cui non si può sfuggire se non ci si vuole emarginare da un contesto sociale.
Non conta più chi sei, conta quanto produci.
Il sistema è questo e se non ci si rende conto che ciò significa la fine della civiltà umana, non riusciremo mai realmente a curare le nostre paure esistenziali, perchè oggi ci sembra tutto così bello perchè FUNZIONA tutto bene, ma appena nel sistema c'è un crac, i dormienti che si sono cullati sulla dolce illusione si risvegliano e non sanno rispondere al crac, per cui poi depressione e mali esistenziali sono dietro l'angolo.
Ma non sono mali esistenziali "autentici", perchè l'autenticità sta nel rivendicare un qualcosa che è mio e fa parte della mia ricerca della verità.
In sintesi: vogliamo curare la paura? Cominciamo a prendere consapevolezza del perchè, innanzitutto, noi dobbiamo curarla e non possiamo accettarla.
Dopo aver fatto questo, cominciamo a chiederci se veramente la nostra paura ha un fondamento oppure se è un grande errore della mente."

Dasein, neanche a me piace la nostra società ed il sistema, ma non credo che questo comporterà la fine della civiltà umana...
Chi ti dice quale sia la ragione della civiltà umana? Credi che la civiltà umana sia la cosa più importante? O forse la volontà di potenza? Il dominare tutto il sapere? La felicità?
Io ad esempio credo che la "causa finale"( so che molti mi criticheranno solo per aver pronunciato queste due parole), della vita, cioè il suo senso intrinseco, sia la continua evoluzione naturale verso una sempre più grande perfezione (nonostante per un essere finito sia impossibile raggiungere la perfezione), poichè, dal mio punto di vista, solo la perfezione (l'assoluto, Dio, l'essere od in qualsiasi altro modo si voglia chiamare) è l'unica cosa importante. In particolare l'uomo deve progredire scientificamente e socialmente per avvicinarsi sempre di più a vivere un esistenza perfetta in una comunità perfetta, che è il massimo che potremmo chiedere, almeno in questa vita.
Credi che la libertà dell'uomo sia la cosa più importante per esso? Sarebbe certamente una cosa molto bella. Io sinceramente credo che l'uomo non sia libero.
Semplicemente l'epoca che stiamo vivendo è solo una delle necessarie fasi che l'uomo attraversa. Già in molti dissero che la loro epoca fosse quella della fine dell'umanità. Forse sarà questa per via dell'autodistruzione che l'uomo sta compiendo, ma dal punto di vista ambientale.

Spero di non sembrare aggressivo ed intollerante... In fondo, nella mia estrema ignoranza sono fortunatamente tollerante verso qualsiasi idea.. Anche se critico in continuazione tutto ciò che mi si para davanti...

Matteo pop is offline  
Vecchio 05-12-2007, 08.46.58   #17
emmeci
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Riferimento: "che nel pensier rinnova la paura"

Vedo che in questa discussione, contrariamente a molte altre, non ci si impegna a dibattere il problema fede-ateismo o fede-ragione: si affronta la nostra ansia esistenziale al di fuori del riferimento ai grandi valori, alle grandi scelte dell’umanità, e si cerca rimedio a quell’ansia. Occorre però riflettere, cioè non possiamo dimenticare che noi siamo entrati in un forum di filosofia, cioè abbiamo, almeno provvisoriamente, scelto di cercare una via filosofica alla cura dell’anima, quasi tornando a quello che era il compito dei filosofi in età classica, che attraverso la ricerca del vero trattavano la filosofia come “medicina dell’anima”, la sola capace di guarire dalle false verità e dal turbine delle passioni.
Ora, è vero che anche per taluni filosofi contemporanei la filosofia è nata per cercare un rimedio non solo all’inquietudine ma addirittura al terrore dell’esistenza, eppure io credo che questo sia piuttosto il compito di confessori o psicoterapeuti piuttosto che dei filosofi, ai quali solo la consapevolezza della verità può dare pace – il resto gli verrà dato in più. E allora? Forse è meglio dimenticare quello che giorno per giorno ci affligge, quelle che per Parmenide erano solo opinioni e per Heidegger chiacchiere quotidiane, e tornare a quel supremo obiettivo, sperando che dalla conoscenza della verità venga anche un indirizzo che rischiari le nostre giornate e – diranno i credenti – ci salvi veramente l’anima. Dunque siamo tornati – volenti o nolenti - all’argomento base di questi discorsi, cioè alla ricerca dello strumento adatto a trovare la verità: religione, scienza o filosofia? Lo so che questo complica ancora di più lo stato psichico di chi sa che da questo non gli verrà immediato conforto e che non basterebbe per loro né un ritrovato Socrate che come magico pifferaio li possa condurre verso la chiarità dei concetti, né un Severino che li convinca che siamo già in paradiso; eppure è solo questo – questo trovare finalmente la verità – che può a un apprendista filosofo dare un poco di pace. E se anche non la trova, questa verità assoluta, ebbene già la certezza che c’è, forse un passo più in là di ciò che egli sa, dovrebbe bastare per fargli dire quel sì che Nietzsche era pur riuscito di dire alla vita, nonostante i frantumi in cui aveva ridotto storia e valori e i demoni che sentiva bruciargli il cervello.
emmeci is offline  
Vecchio 05-12-2007, 10.27.36   #18
Dasein
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Originalmente inviato da Dasein
"Se ci sia scampo o meno è quello che sto cercando anch'io di chiarificarmi. Personalmente sono partito da una impostazione in cui l'inevitabile volontà di dominare (e quindi interpretare, prevedere, catalogare, raggruppare l'incerto) non lascia via di fuga, e la stessa ricerca è sinonimo di una volontà di dominare in maniera molto più solida questa paura, invece magari di invocare il Dio del bisogno.
La paura, il bisogno di sfuggire all'imprevedibilità, in primis alla morte, può essere "curata" solo se principalmente ci si accorge che l'azione umana, e la nostra personale in particolare, risente della volontà di dominio e prenderne coscienza. Finchè non ci si rende conto che ciò che si fa è solo un rimedio alla paura del nulla non potremo mai cercare di capire per quale motivo riteniamo sia che il nulla sia una possibilità, sia perchè questo nulla debba farci paura.
Se accettiamo il fatto che siamo volontà di potenza, volontà di vivere, e tutte le nostre costruzioni immutabili quali Dio, la scienza e in quest'epoca, la tecnica, sono risposte inevitabili che l'uomo pone in essere per darsi quella sicurezza che non può avere se non si costruisce un qualcosa di stabile cui riferirsi per dominare l'instabile ("L'uomo è l'animale non stabilizzato"), se ce ne rendiamo conto, allora possiamo passare a un livello di analisi più profondo, per cui cerchiamo le ragioni di questa non accettazione dell'instabilità che ci caratterizza.
Ma finchè nessuna presa di consapevolezza sarà fatta in questo senso, continueremo a pensare che la paura sia inevitabile, che la contemplazione sia inutile, che il pensare sia un rivoltarsi alle idee divine pre-confezionate e allora sarà la morte dell'uomo. in questa civiltà dove quello che conta è essere un funzionario dell'apparato, per cui ti senti realizzato nella misura in cui ti ammazzi di lavoro, ragioni come tutti gli altri ragionano (cioè calcolando, perchè noi viviamo nell'epoca della ragione strumentale) allora molte speranze non ne vedo. Soprattutto perchè oggi si chiede specializzazione su specializzazione, si deve produrre senza nemmeno sapere quale sarà il prodotto finale, i meccanismi di spersonalizzazione e omogeneizzazione messi in atto in primis dai mass media ti circondano ovunque ti trovi.
Allora il pessimismo di fondo che accompagna l'idea che andremo sempre più verso una civiltà in cui di umano rimarrà poco, perchè tutto sarà nelle mani dell'apparato che delle qualità umane non sa che farsene se non servono alla produzione, mi fa pensare che prendere consapevolezza dei moventi reali per i quali agiamo sia un'utopia più o meno identica a quella dell'immortalità.
D'altronde oggi chi vuole più pensare quando c'è già chi pensa per te, ti dice cosa fare, come comportarti, ti organizza il tempo libero, ti fornisce le droghe se non ne puoi più e ti rende come tu devi essere per rispondere a quel criterio efficentistico da cui non si può sfuggire se non ci si vuole emarginare da un contesto sociale.
Non conta più chi sei, conta quanto produci.
Il sistema è questo e se non ci si rende conto che ciò significa la fine della civiltà umana, non riusciremo mai realmente a curare le nostre paure esistenziali, perchè oggi ci sembra tutto così bello perchè FUNZIONA tutto bene, ma appena nel sistema c'è un crac, i dormienti che si sono cullati sulla dolce illusione si risvegliano e non sanno rispondere al crac, per cui poi depressione e mali esistenziali sono dietro l'angolo.
Ma non sono mali esistenziali "autentici", perchè l'autenticità sta nel rivendicare un qualcosa che è mio e fa parte della mia ricerca della verità.
In sintesi: vogliamo curare la paura? Cominciamo a prendere consapevolezza del perchè, innanzitutto, noi dobbiamo curarla e non possiamo accettarla.
Dopo aver fatto questo, cominciamo a chiederci se veramente la nostra paura ha un fondamento oppure se è un grande errore della mente."

Dasein, neanche a me piace la nostra società ed il sistema, ma non credo che questo comporterà la fine della civiltà umana...
Chi ti dice quale sia la ragione della civiltà umana? Credi che la civiltà umana sia la cosa più importante? O forse la volontà di potenza? Il dominare tutto il sapere? La felicità?
Io ad esempio credo che la "causa finale"( so che molti mi criticheranno solo per aver pronunciato queste due parole), della vita, cioè il suo senso intrinseco, sia la continua evoluzione naturale verso una sempre più grande perfezione (nonostante per un essere finito sia impossibile raggiungere la perfezione), poichè, dal mio punto di vista, solo la perfezione (l'assoluto, Dio, l'essere od in qualsiasi altro modo si voglia chiamare) è l'unica cosa importante. In particolare l'uomo deve progredire scientificamente e socialmente per avvicinarsi sempre di più a vivere un esistenza perfetta in una comunità perfetta, che è il massimo che potremmo chiedere, almeno in questa vita.
Credi che la libertà dell'uomo sia la cosa più importante per esso? Sarebbe certamente una cosa molto bella. Io sinceramente credo che l'uomo non sia libero.
Semplicemente l'epoca che stiamo vivendo è solo una delle necessarie fasi che l'uomo attraversa. Già in molti dissero che la loro epoca fosse quella della fine dell'umanità. Forse sarà questa per via dell'autodistruzione che l'uomo sta compiendo, ma dal punto di vista ambientale.

Spero di non sembrare aggressivo ed intollerante... In fondo, nella mia estrema ignoranza sono fortunatamente tollerante verso qualsiasi idea.. Anche se critico in continuazione tutto ciò che mi si para davanti...



La volontà di potenza non è la cosa più importante, ma un qualcosa che inevitabilmente ci accompagna, che la rifiuti o meno.
Ma non voglio fermarmi qui, sarebbe un'assurdità a mio parere, infatti parto da questa constatazione per voler poi andare più a fondo: io voglio capire per quale motivo abbiamo avuto bisogno nel tempo delle creazioni della volontà di potenza (Dio, scienza, tecnica) e se questi "bisogni" siano essenziali o frutto di un grande errore della mente.
Anch'io credo che la ricerca della verità sia l'obiettivo fondamentale, però per far questo devo prima prendere consapevolezza del contesto in cui la mia personalità si è formata, e inevitabilmente influenzata dalle logiche dominanti, per poter poi cercare di de-situarmi dalla mia situazione storica e cercare di osservare il tutto da un punto più alto, che mi dia quella stabilità incontrovertibile che solo il raggiungimento della verità può dare.

Dasein is offline  
Vecchio 05-12-2007, 12.34.42   #19
Martino Giusti
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Riferimento: "che nel pensier rinnova la paura"

E' incredibile quanti fiumi di parole scorrono impetuosi verso il nulla assoluto, in un non-luogo dove non ci saranno risposte, MAI!
Gli animi più sensibili, gli studiosi, i teologi, i filosofi tutti a cercare risposte alla domanda se ci sia uno scopo nella vita... ma mica in senso generale, no nel senso restrittivo dell'esistenza dell'uomo a cui si piegano tutti gli altri scopi delle vite degli altri esseri viventi, animali e vegetali (e batteriogiche e virotiche aggiungo).
Tutti a chiedersi un perchè ma perchè dovrebbe esserci uno scopo metafisico, divino o quantaltro? Forse perchè abbiamo un "intelletto" che ci permette di formulare concetti astratti? Solo per questo ci sentiamo diversi dagli altri animali al punto da ricercare uno scopo, un senso alla nostra vita?
Eppure siamo fatti degli stessi atomi di tutti gli altri esseri viventi, ed il nostro ciclo vitale non è dissimile dal loro: nasciamo dalla fecondazione di due gameti, come cani, gatti rane e mosche, mica per grazia divina. Cresciamo e ci nutriamo, defechiamo e ci accoppiamo come tutti gli altri mammiferi, la diversità sta nel 2 percento (+ o -) di geni che ci differenziano dalle scimmie. Basta questo a far di noi specie umana, specie che debba dare uno scopo alla sua esistenza? E se non ci fosse scopo? O se l'unico scopo fosse lo stesso di tutte le altr creature (nascere, crescere, riprodursi e morire)? Ne saremmo (ci sentiremmo) sminuiti?


Care cose
Martino Giusti is offline  
Vecchio 05-12-2007, 13.36.32   #20
Celavano Ganneviz
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Riferimento: "che nel pensier rinnova la paura"

Citazione:
Originalmente inviato da Martino Giusti
E' incredibile quanti fiumi di parole scorrono impetuosi verso il nulla assoluto, in un non-luogo dove non ci saranno risposte, MAI!
Gli animi più sensibili, gli studiosi, i teologi, i filosofi tutti a cercare risposte alla domanda se ci sia uno scopo nella vita... ma mica in senso generale, no nel senso restrittivo dell'esistenza dell'uomo a cui si piegano tutti gli altri scopi delle vite degli altri esseri viventi, animali e vegetali (e batteriogiche e virotiche aggiungo).
Tutti a chiedersi un perchè ma perchè dovrebbe esserci uno scopo metafisico, divino o quantaltro? Forse perchè abbiamo un "intelletto" che ci permette di formulare concetti astratti? Solo per questo ci sentiamo diversi dagli altri animali al punto da ricercare uno scopo, un senso alla nostra vita?
Eppure siamo fatti degli stessi atomi di tutti gli altri esseri viventi, ed il nostro ciclo vitale non è dissimile dal loro: nasciamo dalla fecondazione di due gameti, come cani, gatti rane e mosche, mica per grazia divina. Cresciamo e ci nutriamo, defechiamo e ci accoppiamo come tutti gli altri mammiferi, la diversità sta nel 2 percento (+ o -) di geni che ci differenziano dalle scimmie. Basta questo a far di noi specie umana, specie che debba dare uno scopo alla sua esistenza? E se non ci fosse scopo? O se l'unico scopo fosse lo stesso di tutte le altr creature (nascere, crescere, riprodursi e morire)? Ne saremmo (ci sentiremmo) sminuiti?


Care cose


Probabilmente la vita non ha altro senso se non quello evidente che hai specificato tu, ma ti è passato per la mente questo che implicazioni possa avere sull'umanità in generale ? Se il nostro scopo è di nascere e infine morire a che pro cercare la conoscenza ? A che pro creare tante comodità o cercare di arrivare sulla luna o su marte ? Perchè porsi il problema dell'uso degli embrioni umani per la ricerca sulle cellule staminali ? Tanto sono solo degli ammassi di cellule che "forse" si svilupperanno diventando essere umani che in "ogni caso" non serviranno ad altro che a svilupparsi riprodursi e morire... ce ne sono tanti di esseri umani, a che pro dare valore alla vita umana ? Ce ne sono tante di persone, di alcune si può fare a meno, si giustifica la pena di morte... L'intero mondo umano si basa sulla convinzione che ci sia uno scopo. Prova ad immaginare l'effetto che provocheresti se andassi per le strade a predicare (intendo a diffondere) le tue idee... nei casi migliori ti ignorerebbero o ti deriderebbero, in quelli peggiori ti darebbero dell'infedele.
Questo non per sminuire il possibile valore della tua tesi (che è valida come qualunque altra), ma non hai considerato, come già detto, l'effetto sulle masse, e il fatto che non puoi giurare sul fatto che quanto dici è assolutamente vero.

(a Dasein) La volontà di potenza esiste proprio per effetto dell'inquietudine dell'uomo, che man mano che conosce desidera sempre più il "potere".
(Mi permetto un esempio biblico)
Quando il re volle costruire la torre di Babele, lo fece perchè dominava tutta la terra, gli rimaneva solo il cielo, dominato da Dio.
Oggi noi abbiamo gli strumenti per dominare noi stessi e la natura, la volontà di potenza nasce quando l'uomo capisce di essere più "forte" (e la sua forza non è apunto l'ingegno e la capacità di tramandare e scoprire nuove conoscenze ?)

Mi fa piacere che ti poni con mente aperta, quando mi riesce provo a fare altrettanto ^^



(ad Emmeci)

Mi stuzzica molto questo tuo nuovo intervento ed è verissimo che quanto detto sui filosofi arcaici... che sia forse la loro la soluzione più giusta ?
Celavano Ganneviz is offline  

 



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