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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 31-08-2015, 01.34.29   #21
paul11
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Riferimento: il postmodernismo e la verità decostruita

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Non penso che il non-io in quanto tale possa appartenere all'io e si esaurisca nella sua interiorità, questo non consentirebbe l'apertura a un'esteriorità che trascende l'io nell'altro, un altro che non è semplicemente un'istanza dialettica all'interno di un discorso completamente ego centrato (e qui il riferimento va alla grande lezione morale di Levinas, al suo "Totalità e infinito"). Questo mi porta a pensare che l'altro non sia solo un fenomeno posto dall'io in sua antitesi dialettica, ma che nella sua semplice presenza manifesti una trascendenza a me radicalmente irraggiungibile e di cui io stesso sono il fenomeno. Quello di non poter pensare all'io come totalità, causa prima di qualsiasi fenomeno è fondamentale: c'è un oltre e questo oltre è dato dalla presenza a me irriducibile dell'altro che non può diventare mai mio e che per questo sento la necessità di un doveroso rispetto che mi impedisce di afferrarlo per farlo mio, mi arrendo alla sua semplice presenza e mi dispongo all'ascolto della sua parola che mi insegna senza volerlo fare.
La volontà come volontà di potenza è sempre espressione di un voler far mio che trova nell'altro l'ostacolo da annientare riducendolo a epifenomeno della mia fenomenologia, ma nel riconoscimento della differenza ontologica dell'altro nell'individualità che il suo volto e la sua parola altra mi presentano il circolo tragicamente chiuso della mia volontà si apre a un'ulteriorità che sempre mi sopravanza e in cui solo può attuarsi quello slancio all'infinito a cui l'io, da solo e per quante cose possa fare sue, non basta.
Certo che il postmoderno ha tarpato questo slancio, ma questo slancio è tarpato perché l'altro non può apparirci se non come materiale di trasformazione tecnicamente manipolabile secondo una praxis che contiene qualsiasi poiesis si voglia. E' stato tarpato perché l'altro è stato reso riconoscibile solo in forma di oggetto che posso fare continuamente mio e in questo processo di oggettivazione dell'altro io stesso divento inevitabilmente oggetto, divento il risultato di un'alienazione. L'oggetto altro senza altro significato dell'essere oggetto per me riflette a mia volta me stesso come puro oggetto per un pensiero tecnico che consente l'appropriazione di ogni oggetto, ossia l'annullamento di ogni identità non pronta a quell'uso oltre il quale non è rinvenibile alcun altro significato. Resta così solo la tecnica a porre l'unica ulteriorità e per questo solo il discorso tecnico appare meritevole di ascolto.
Il soggetto si sente quindi alienato, ma senza capire che la sua alienazione è il riflesso dell'alienazione dell'oggetto che gli è altro e dalla cui possibilità è stato sedotto in nome della possibilità che continuamente gli viene offerta come infinita possibilità tecnica di goderne divorandolo. E così, non trovando più alcun altro effettivo, ma solo altri oggett da digerirei, egli stesso muore nella sua radicale, bulimica e più o meno insoddisfatta solitudine, come di dovere, materiale di consumo per null'altro che il consumo stesso.

Non mi è chiaro cosa intendi per fenomeno.
Se intendi il sistema di relazione fra umanità sono d'accordo,ma allora quell'IO non va inteso come EGO di individuo, ma come totalità di un'unica umanità.
Non trovo affatto che l'altrui sia irraggiungibile e trascendentale, cadremmo di nuovo nella dualità razionale, cioè ciò che solo potrebbe unirci e una prassi priva di teoria, dove il soggetto umano è di nuovo separato dal mondo,per cui necessiterebbe un apriorismo trascendentale.
L'uomo deve accettare la prima e fondamentale verità:è un esser fallibile che costruisce filosofie fallibili, scienze fallibili, conoscenze fallibili, ma questa verità della fallibilità non deve esercitare sull'umanità un atto di prostrazione, depressivo, di mortificazione del suo pensiero e azione, perchè comunque la vita esiste e il mondo va avanti, con o senza verità.
Il postmodernismo lo accetterei se fosse presa d'atto di una fallibilità umana, ma nonostante questo l'uomo è potente.

Non mi interessa far "mio" l'altrui, il procedimento dialettico è il confronto proprio perchè non c'è una verità che devo far mia, ma c'è un'affettibilità che è dentro i miei desideri.Il procedimento si rompe se non esiste il contesto del confronto.
Ma chi ha mai detto che l volontà debba necessariamente essere di potenza.Io desidererei vivere felice e contento con più umani possibili che comprendano quella totalità e unità. Semplicemente perchè la mia felicità passa per la loro, ma anche come prassi. Se nel mondo ci sono degli"arrabbiati", questi mettono in discussione il sistema "felice" di altri. Se desidero davvero la totalità e unità umana devo pensare anche per l'altrui perchè o è incontro o scontro.

Lo sappiamo tutti che basta poco per vivere materialmente: senza sprechi, ostentati sfarzi, e ricchezze di uno solo pari a quelle di intero Stato africano.
Ora, o quello stra ricco si rende conto che la sua ricchezza non può affamare altri milioni di persone che hanno il diritto di ribellarsi, perchè la dignità non corrisponde a ricchezze e poteri, ma semplicemente all'appartenenza al genere umano), e in quanto non va verso la totalità e unicità dell'umanità (che significa accettare le diversità che compongono la totalità).

Sei dedito al rapporto nichilismo-volontà di potenza-tecnica:cioè il fatalismo metafisico. E' una cultura che infatti fiancheggia, come avevo già scritto l'ultracapitalismo, la cui prassi è l'inerziia perchè rende inane l'uomo, quando invece del mondo è il protagonista di felicità e sofferenze dentro le esistenze e i destini.

Ma qual è mai la nostra identità, se non un ingaggio di emozioni ,sentimenti, conoscenze, relazioni che ognuno di noi spende nella propria esistenza giorno dopo giorno, che ci travolgono, ci pacificano, ci indignano,ci creano sofferenze e gioie, in una dinamica continua.
Ogni evento, ogni incontro, ogni nuovo pensiero mette in discussione ciò che eravamo un attimo prima.Io stesso avrei difficoltà a dire cosa ero perfettamente trent'anni fa, cambiamo senza accorgercene, attimo dopo attimo. Certo sono sempre io, ma costituito da nuove esperienze .
Noi non siamo dentro un formalismo logico, semplicemente perchè ne siamo noi stessi fautori, autori.Noi non siamo solo un linguaggio, siamo di più.
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Vecchio 31-08-2015, 15.01.45   #22
paul11
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Eccoci di nuovo qui
Credo tu abbia capito male: non critico la dialettica perché non è priva di errori (quale teoria non ne ha),ma perché fa finta di non vederli,li ignora. Tesi e antitesi,a loro modo ugualmente giuste. E se fossero inconciliabili?non è possibile. Si accetta ogni contraddizione per non vedere eventuali errori. E invece è così,non può esistere un mercato o una libera concorrenza etica,perché il loro fine è quello di accumulare ricchezza privata,non realizzare un bene collettivo. Se il fenomeno rimane una fallace costruzione umana (sempre riedificabile) allora la contraddizione è superabile,se diventa un elemento a sé stante con cui venire a patti la frattura non si può sanare. Spero di essere stato chiaro

La dialettica è impossibile che non veda gli errori, è la prassi che alla fine ritorna dialetticamente in nuove tesi e antitesi .
Una tesi e antitesi può essere incontro o scontro, ma sono sempre umani che la incarnano e non finti "fenomeni" prodotti dall'uomo ,ma depersonalizzati come l'ultra capitalismo. Una scopo è quello di far emergere ,rendere trasparente chi si nasconde dietro l'impersonalità .
ma come facciamo a non renderci conto che tutto è strumentalizzabile e manipolabile proprio perchè dietro astrazioni rese reali si nascondono realtà rese astrazioni?
Dietro teologie si nascondono gruppi armati di fanatici.
Dietro l'ultracapitalismo si nascono superrpivilegiati che manipolano la politica.
Dietro le economie si nascondono poteri forti che decidono destini di moltiudini.

E intanto l'uomo comune si prende "sberle" senza sapere da dove vengono e chi ringraziare.
Questa non è potenza, questa è IM-potenza.

Come renderli trasparenti se non "svelando" gli astrusi concetti che la nostra cultura ha creato e storicizzato, ad uso consumo di pochi per manipolare?

Ribadisco, sarà la dialettica la cultura idonea?Forse sì, o magari no.
Oppure c'è da costruire qualcosa di nuovo ripensando le stesse filosofie :ma al centro ci deve essere l'uomo e la sua esistenza.
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Vecchio 31-08-2015, 15.59.25   #23
maral
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non critico la dialettica perché non è priva di errori (quale teoria non ne ha),ma perché fa finta di non vederli,li ignora. Tesi e antitesi,a loro modo ugualmente giuste. E se fossero inconciliabili?non è possibile. Si accetta ogni contraddizione per non vedere eventuali errori. E invece è così,non può esistere un mercato o una libera concorrenza etica,perché il loro fine è quello di accumulare ricchezza privata,non realizzare un bene collettivo. Se il fenomeno rimane una fallace costruzione umana (sempre riedificabile) allora la contraddizione è superabile,se diventa un elemento a sé stante con cui venire a patti la frattura non si può sanare.

Mi intrometto in questo discorso perché se ne è già discusso in alcuni thread del forum riguardanti Severino (la cui struttura originaria ingloba i principi della logica dialettica pur modificandone il senso hegeliano).
L'obiezione che tu muovi è frutto di un fraintendimento (già compiuto a suo tempo da Popper e dal neo positivismo) della logica dialettica che non afferma affatto che tesi e antitesi siano parimenti giuste, ma che qualsiasi tesi può essere definita solo dalla totalità del suo contraddittorio che si presenta come negato. La semantica della logica dialettica è ben spiegata nei primi capitoli della pubblicazione di Berto che puoi scaricare da internet: "Severino e la logica semantica" https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&sourc e=web&cd=3&ved=0CC4QFjACahUKEw jqsL6bs9PHAhWD8XIKHQPOAO0&url= http%3A%2F%2Fwww.ousia.it%2Fco ntent%2FSezioni%2FTemi%2FTesi% 2FSeverino.doc&ei=_1LkVaq1EIPj ywODnIPoDg&usg=AFQjCNE3p6oIYUe XeFK0laMfJWN36fj7aQ&sig2=R0lCj XVW1Ho5PscFYWk_vw
Questo significa che dal punto di vista dialettico una qualsiasi affermazione può essere compiutamente definita solo dalla totalità del suo altro che dovrà comunque manifestarsi per venire negato.
Se mi affaccio alla finestra e dico "piove" questo non significa che "piove e non piove" e che bisogna attuare una sintesi tra le due cose, ma che il fenomeno del "piovere" per avere significato deve ammettere il fenomeno del "non piovere", non può annullarlo e la sintesi è data proprio dalla relazione di negazione che li lega. La logica dialettica poggia, come quella formale, sul principio di non contraddizione, quindi non accetta la contraddizione in nessun caso, ma intende la negazione in modo diverso (ossia non come annullamento di un'istanza rispetto all'altra, ma come costante co-presenza semantica degli opposti che reciprocamente vengono costantemente a definirsi) e questo ha delle conseguenze notevoli poiché significa che qualsiasi posizione può essere sorretta solo dalle posizioni ad essa in contraddizione, al di là del valore che a queste viene attribuito e che se si pretende di rimuovere l'antitesi perde di significato pure la tesi che si sostiene.
Ovviamente questa concezione logica poggia sull'inseparabilità del significato dall'oggetto e sull'intendimento del fenomeno appunto come un apparire originario di significati e non di cose da essi isolate.
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Vecchio 31-08-2015, 22.52.52   #24
maral
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Non mi è chiaro cosa intendi per fenomeno.
Se intendi il sistema di relazione fra umanità sono d'accordo,ma allora quell'IO non va inteso come EGO di individuo, ma come totalità di un'unica umanità.
Come ho già risposto a memento intendo per fenomeno tutto ciò che spontaneamente appare, l'immagine dell'oggetto che si dà al soggetto è fenomeno. Il volto e la parola umana che risuonano del loro significare sono fenomeni immediati, ma con una valenza particolare rispetto ad altri eventi che mi si danno come fenomeni, come lo schermo del computer acceso di fronte a me. Nè il mondo, né l'umanità presi nella loro astrattezza fenomenica possono avere la valenza del volto e della parola.
E' invece nel volto di un altro che sta di fronte, nella sua altra presenza individuale che si può a volte sentire non solo la minaccia o la concupiscenza, ma pure la trascendenza, l'irraggiungibilità, non nell'umanità astratta che Feuerbach sostituisce a Dio, né nella storia sociale ed economica che Marx assume in essenza e nemmeno in un transindividuale simondoniano come istanza relazionale precedente l'individuo. Non è la biologia dell'essere vivente che indica ciò che accomuna tutti i viventi, ma è l'essere vivente nella immagine che individualmente lo esprime nella sua singolare unicità, è lui che è altro da me a manifestare la sola trascendenza che non è un'imposizione di volontà di potenza, poiché l'altro individuo non si mostra nella sua autenticità come potenza, ma come bisogno. Non è Dio e nemmeno IO, ma un tu minuscolo, la cui essenza l'io la avverte inafferrabile e come tale la rispetta senza volersene appropriare come si fa con una cosa. Nell'immanenza di un altro si presenta il mistero della trascendenza che tale resta a dispetto di ogni volontà di farlo proprio digerendolo per illudersi di eliminarne ciò che nella sua alterità mi aliena e mi ostacola e, rispettando la sua differenza (e non la sua omogeneità), quella sua semplice e nuda minuscola presenza mi è maestra, mi insegna senza volerlo fare.
Io non sono separato dal mondo, sono nel mondo e il "fenomeno" mondo non mi appare se non come astrazione. Io sono invece separato da te e da chiunque altro possa venire concretamente in contatto, poiché ogni altro è diverso da me e in questa reale differenza fenomenica sta il reciproco reale valore. Se nego questo valore l'altro è solo un oggetto da inglobare e di cui appropriarsi in una totalità senza differenze espressa da astrazioni (fossero anche le migliori del mondo, fossero anche concetti come l'umanità) che ci accomunano, che appaiono tanto illusoriamente consolanti, quanto ingannatrici nella loro pretesa di totalità, poiché ogni misfatto può ed è stato compiuto in nome di esse e continueremo a compiere misfatti illudendoci di agire per il bene di tutti.
Non si tratta di riproporre una dualità razionale, ma una infinita molteplicità di soggetti diversi che possono riconoscersi reciprocamente, nel loro esistere singolare a ciascuno proprio, un'ulteriorità razionalmente non afferrabile, non consegnabile a nessuna astrazione, indicata dal fenomeno della loro semplice diversa presenza. Questa semplice presenza individuale è il fenomeno, aletheia, svelamento che non rimanda a una trascendenza definibile, nemmeno all'io trascendentale husserliano, ma a infinite trascendenze che possiamo sentire, ma non comprendere, accettandone il rischio, poiché ogni trascendenza sfugge al nostro controllo, ogni altro inquieta e spaventa.
Infatti oggi non vediamo affatto, come tu dici, che l'altro sia in alcun modo irraggiungibile e trascendente a me, siamo tutti oggetti uguali, indifferenziati da mantenere a completa disposizione, perfettamente sostituibili e intercambiabili, salvo inconsciamente sentirsi ciascuno incarnazione di quell'IO che tutto fa suo. L'universo intero un IO sterminato, perdonami ma è talmente ridicola e folle questa pretesa!
L'unica vera potenza consiste nel rinunciare a esercitare ogni potenza sull'altro, soprattutto quella che lo vuole salvare e redimere che è la più pericolosa come già aveva capito Nietzsche ed è tanto più pericolosa quando, avvertendo la nostra impotenza, non troviamo altra strada che affidarci a sovrumane potenze, mostri del pensiero astratto, totalità per nulla totalità la cui necessità è sacra e oggi più che mai, proprio perché lo "spirito del tempo" che inconsciamente ci sottende riesce a vedere nell'altro solo l'oggetto da consumare e l'equivalenza che instaura ci fa sentire noi stessi nient'altro che oggetti a disposizione per il consumo reciproco e qui scoppia la contraddizione con tutta l'angoscia che l'accompagna: io che sono tutto in realtà non sono niente, sono per essere consumato esattamente come ogni altro, cosa tra le cose.
C'è modo di uscire da questa contraddizione? Possiamo non vedere l'altro e noi stessi come oggetto di produzione e consumo? Non è una questione di semplice volontà, la volontà non ha alcuna presa sul fenomeno anche se si illude continuamente di averla tutta e crede di poterlo mutare a suo piacimento. Non è nemmeno questione di filosofia, perché la filosofia non è fatta per dare speranze, ripudia ogni speranza perché non può essere fede, perché vede nella fede e quindi nella speranza l'inganno peggiore. L'unica cosa che possiamo tentare è renderci consapevoli della situazione in cui ci troviamo a esistere e che ci esprime e che magari questa consapevolezza si apra, magari per antitetica necessità dialettica, a una diversa consapevolezza.
Non mi spaventa tanto l'ultracapitalismo che già da tempo mostra in se stesso i germi del proprio già evidente fallimento, quanto la sostanziale intima indifferenza sempre più diffusa ovunque, ognuno così chiuso nel proprio io da immaginarlo addirittura universale senza assolutamente nessun altro che venga a disturbarlo. Poi tutti insieme in discarica o al manicomio a urlarsi contro, ma uniti nel segno di un IO ontologico.

Ultima modifica di maral : 31-08-2015 alle ore 23.07.09.
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Vecchio 31-08-2015, 23.41.20   #25
Sariputra
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Se mi affaccio alla finestra e dico "piove" questo non significa che "piove e non piove" e che bisogna attuare una sintesi tra le due cose, ma che il fenomeno del "piovere" per avere significato deve ammettere il fenomeno del "non piovere", non può annullarlo e la sintesi è data proprio dalla relazione di negazione che li lega. La logica dialettica poggia, come quella formale, sul principio di non contraddizione, quindi non accetta la contraddizione in nessun caso, ma intende la negazione in modo diverso (ossia non come annullamento di un'istanza rispetto all'altra, ma come costante co-presenza semantica degli opposti che reciprocamente vengono costantemente a definirsi) e questo ha delle conseguenze notevoli poiché significa che qualsiasi posizione può essere sorretta solo dalle posizioni ad essa in contraddizione, al di là del valore che a queste viene attribuito e che se si pretende di rimuovere l'antitesi perde di significato pure la tesi che si sostiene.


Scusa la mia ignoranza filosofica ma vorrei porti una domanda su questa dialettica degli opposti.
Dire "Piove" che deve ammettere il "non piovere" mi sembra in realtà un problema, un'affermazione che nasce dal linguaggio umano e dalla sua struttura. Non è un dato del reale. Quando sta piovendo in realtà sta semplicemente e solo piovendo, non c'è il non piovere. Nell'esperienza reale affermare che sta contemporaneamente piovendo e non piovendo è un'assurdità. Il non piovere viene in essere solo al momento che smette di piovere. Il reale è fluire continuo e il linguaggio non ha nessun sistema per descrivere questo fluire continuo e ininterrotto e allora formula teorie simili. Piove e Non piove. Essere e Non Essere. Vuoto è forma e forma è vuoto, ecc.
L'affermare che Piove ma per piovere ci deve essere la possibilità che non piova non è un artificio linguistico secondo te ?
Non c'è neppure una visione modale dei fenomeni, secondo me. Non "finisce" un fenomeno e ne sorge un altro o c'è la sua "assenza".
Ma piovere e non piovere non sono semplicemente momenti dello stesso fenomeno? E qui anch'io non trovo parole del linguaggio per descrivere quello che "intuisco" osservando il reale e quindi dico: Sono la stessa cosa. Ma non è neppure così...
Credo che le facoltà intuitive della mente siano una risorsa veramente sottovalutata. Viene data preminenza alla logica e alla ragione, che hanno bisogno di strutture linguistiche limitanti e, oltre tutto, gli stessi termini assumono significati diversi da mente a mente.
Leggendo non riesco a trovare due persone che abbiano, per esempio, lo stesso concetto e definizione dell'Io. E' veramente frustrante...e limitante.
D'altro canto l'intuizione non si può descrivere. Si può tentare di farla rivivere da un altro ma...con una via di negazione penso. Negando quello che non è, tentare di far intuire quello che è. Mah...
Non so se mi sono spiegato bene.
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Vecchio 01-09-2015, 13.00.05   #26
memento
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Paul11: l'errore sta proprio nel credere che tesi e antitesi siano conciliabili. Rendere trasparente gli astrusi concetti,come tu hai detto,significherebbe aprire il vaso di Pandora,lo svelamento di ogni contraddizione,la distruzione di ogni dialettica. Ma facciamo finta che un giorno il mercato possa diventare ad uso e consumo di tutti,etico e pulito,o che lo sia già.

Maral: se la sintesi è data dalla relazione di negazione fra le due tesi,non è una sintesi,almeno non lo è fenomenologicamente. L'interpretazione che ne hai dato è Severiniana,l'idealismo non separava ancora il piano (onto)logico da quello fenomenologico. La dialettica ha il proprio scopo nel superamento del contrasto fra le due posizioni opposte,nella reciproca contraddizione che si fa nuova affermazione.

Ultima modifica di memento : 01-09-2015 alle ore 14.17.30.
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Vecchio 01-09-2015, 14.10.46   #27
maral
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Originalmente inviato da Sariputra
Dire "Piove" che deve ammettere il "non piovere" mi sembra in realtà un problema, un'affermazione che nasce dal linguaggio umano e dalla sua struttura. Non è un dato del reale. Quando sta piovendo in realtà sta semplicemente e solo piovendo, non c'è il non piovere. Nell'esperienza reale affermare che sta contemporaneamente piovendo e non piovendo è un'assurdità. Il non piovere viene in essere solo al momento che smette di piovere. Il reale è fluire continuo e il linguaggio non ha nessun sistema per descrivere questo fluire continuo e ininterrotto e allora formula teorie simili. Piove e Non piove. Essere e Non Essere. Vuoto è forma e forma è vuoto, ecc.
L'affermare che Piove ma per piovere ci deve essere la possibilità che non piova non è un artificio linguistico secondo te ?
Non c'è neppure una visione modale dei fenomeni, secondo me. Non "finisce" un fenomeno e ne sorge un altro o c'è la sua "assenza".
Ma piovere e non piovere non sono semplicemente momenti dello stesso fenomeno? E qui anch'io non trovo parole del linguaggio per descrivere quello che "intuisco" osservando il reale e quindi dico: Sono la stessa cosa. Ma non è neppure così...
Credo che le facoltà intuitive della mente siano una risorsa veramente sottovalutata. Viene data preminenza alla logica e alla ragione, che hanno bisogno di strutture linguistiche limitanti e, oltre tutto, gli stessi termini assumono significati diversi da mente a mente.
Leggendo non riesco a trovare due persone che abbiano, per esempio, lo stesso concetto e definizione dell'Io. E' veramente frustrante...e limitante.
D'altro canto l'intuizione non si può descrivere. Si può tentare di farla rivivere da un altro ma...con una via di negazione penso. Negando quello che non è, tentare di far intuire quello che è. Mah...
Non so se mi sono spiegato bene.
Fatto restante che la contraddizione non sussiste né sul piano fenomenologico né su quello discorsivo (una contraddizione non significa nulla nemmeno in un discorso), l'implicazione dialettica tra gli opposti (che non è contraddizione) non mi sembra Sariputra una mera questione linguistica, ma mi pare che appartenga intrinsecamente alla fenomenologia delle cose. Immagina di vivere da sempre in un posto assolutamente isolato in cui solo e sempre piove: pensi che potresti accorgerti che piove? Che il fenomeno della pioggia continua ed eterna potrebbe apparire in alcun modo? Io credo di no, il piovere sempre equivale al non piovere mai. Ci deve essere un momento in cui smette di piovere per poter fenomenologicamente piovere e viceversa, ovvero perché il piovere abbia il significato fenomenologico (e non solo linguistico) che ha.
Per questo ogni volta che diciamo tutto è questo o quello diciamo sempre una falsità, sia pure in perfetta buona fede, e questa falsità non è una questione legata al linguaggio, ma al modo stesso che hanno le cose di presentarsi per come sono (ma questo è un discorso che meriterebbe una riflessione a parte).

Per quanto riguarda l'inadeguatezza del linguaggio a descrivere la fenmenologia di ciò che accade è vero, è difficile, se non impossibile tradurre fedelmente in forma linguistica quanto sentiamo e intuiamo. Questa difficoltà a mio avviso risiede nel fatto che il linguaggio ha una doppia fenomenologia, una semantica e una sintattica, è fenomenologia del segno e fenomenologia del significato. Anche il linguaggio più semplice, fatto di puri gesti, ha questa duplicità intrinseca e inseparabile, è sempre un fenomeno complesso e a nulla servono le definizioni per chiarire questa intrinseca ambiguità, perché le definizioni collegano solo il linguaggio che usiamo a un altro linguaggio, non il linguaggio a ciò che esso vuole significare. Questo fa sì che quando sento dentro di me qualcosa che mi si presenta nel suo immediato significato (un fenomeno pre linguistico) e lo voglio esprimere, questa stessa espressione (ad esempio vocale) ne muterà inevitabilmente l'originaria fenomenologia e io stesso, in qualche misura, non lo riconoscerò più nella sua autenticità originaria. Per non parlare di come questa autenticità verrà sentita nella fenomenologia di un ricevente.

Ultima modifica di maral : 01-09-2015 alle ore 14.38.45.
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Vecchio 01-09-2015, 14.33.28   #28
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Maral: se la sintesi è data dalla relazione di negazione fra le due tesi,non è una sintesi,almeno non lo è fenomenologicamente. L'interpretazione che ne hai dato è Severiniana,l'idealismo non separava ancora il piano (onto)logico da quello fenomenologico. La dialettica ha il proprio scopo nel superamento del contrasto fra le due posizioni opposte,nella reciproca contraddizione che si fa nuova affermazione.
Ma la relazione di negazione nella dialettica non cancella l'antitesi, ma pone l'antitesi a fondamento della tesi stessa e viceversa e proprio in questo si realizza la sintesi, ossia vedendo che tesi e antitesi sono di reciproco fondamento significante. Non lo dico io, ma Berto nella sua analisi sulla dialettica Hegeliana. La sintesi dialettica non sta nell'estrarre un denominatore comune tra tesi contrapposte o nel contestualizzarle in diversi contesti interpretativi per via ermeneutica, ma proprio nel riconoscere l'intero reciproco contraddirsi come modalità fondante di ogni sua parte. La differenza con la posizione severiniana sta invece nel fatto che Hegel, a differenza di Severino, pone la totalità come meta sicuramente raggiungibile nel futuro (anzi ritiene di averla già raggiunta lui nel presente con la sua filosofia), ossia pone il procedimento dialettico come un processo che realizza una totalità di sintesi ultimativa ove ogni contraddittorio è definitivamente superato. E questa è la tragedia hegeliana che si tradurrà nell'utopia comunista di Marx, peraltro in perfetta linea con il pensiero escatologico cristiano.
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Vecchio 01-09-2015, 18.48.30   #29
paul11
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Cedo che la discussione sta prendendo anche strade collaterali, come è anche giusto che sia.
Maral ragioni,probabilmente senza volerlo, come i neokantiani contro la dialettica di Hegel.
Kant , era nell’epoca illuministica che veniva dal razionalismo, tenta di riformulare la trascendenza della ragion pura e della ragion pratica ,sottraendola alle teologie e ponendola nella scientificità.
Non era un anti cristiano per partito preso, ma intendeva sinceramente porre la filosofia dentro una valenza critica che rispettasse le metodiche scientifiche.
Tant’è che a mio parere si inventa gli a priori e il noumeno,non potendo scientificizzare la trascendentalità.
E’ stato molto corretto.
La ragion pratica ha un limite, perché è solo definizione se mancano le categorie del sociale e della storia.
Fichte fu il primo a capire questi problemi e infatti insiste sulla prassi
Ora se poni un problema di trascendentalità nell’aspetto umano devi farmi capire,ad esempio, cosa significa “altrui”.
E’ lo scafista o il disperato sul barcone?
E’ l’ultra ricco o il disoccupato?
Sono tutti uguali allo stesso modo moralmente, eticamente?
Nemmeno le religioni lo professano, semmai sono le caste sacerdotali che mangiano in due piatti.
In altre parole la teoria dialettica senza una prassi diventa esercizio formale, una simulazione priva di pratiche.

Cerchiamo di capirci su Hegel e Marx.
Si sa che Hegel ha influito sull’intero schieramento ideologico. Si dice infatti di “sinistra” e “destra” specificando le influenze politiche nelle prassi. Avevo infatti posto l’esempio che Gramsci fosse comunista, Croce liberale e Gentile fascista. Questa è storia, ed è un tipico esempio italiano di influsso idealista in tre categorie politiche diverse.
Significa che l’idealismo in sé e per sé è “neutro” teoricamente, e nella prassi storico-sociale diventa interpretazione.
Accomunare Hegel alla dittatura è ridicolo,come il dire che Gesù fosse comunista e il cristianesimo fascista.
Questi tipici luoghi comuni insegnati anche nelle accademie culturali sono tipiche del neo positivismo che teme quell’IO metaforico inteso come unità totale dell’umanità (ma perché Gesù il Cristo dice cose diverse?) che ha volontà e autocoscienza e nelle prassi una morale, o meglio un' etica sociale.
Non c’è una vera alternativa all’ultracapitalismo fuori dai suoi paradigmi culturali che sono lo”spontaneismo” e “la mano invisibile”, se non che l’uomo riprende in mano il suo destino.

O è attività o passività, o è incontro o scontro: non ci sono alternative.

Memento la dialettica non è solo teoria e l’ultracapitalismo è pratica. La filosofia può dare lo strumento teorico di analisi e l’indirizzo conseguente pratico, ma è l’uomo che fa la storia.
La dialettica è il “contendere” fra due posizioni diverse, ma non solo teoriche. Possono essere interessi materiali diversi.Per questo l’idealismo è entrato nelle prassi delle politiche. Marx ha fallito, lo ribadisco, perché il suo materialismo è culturalmente non in antitesi al positivismo.

La speranza Maral è comunque escatologia e messianesimo.Se il mio comportamento è mosso da un fine e dentro una morale o etica io spero che la mia condizione di un domani sia migliore di quella di oggi.
Non è priva di contraddizione la strada. Nessuno ha la ricetta per l’osteria del futuro.Ma se si vuole dare volti e responsabilità umane a chi si nasconde dietro i paraventi delle pratiche finanziarie bisogna necessariamente scoperchiare le fondamenta culturali su cui poggiano i privilegi dei poteri e delle ricchezze.
Semmai è privo di ogni fondamento pensare che le cose si “accomoderanno” con i formalismi trascendentali privi di pratiche.

Adesso c’è la crisi cinese, di nuovo le tendenze economiche sono asfittiche….lo risolviamo con le logiche formali?

paul11 is offline  
Vecchio 02-09-2015, 13.33.49   #30
memento
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Riferimento: il postmodernismo e la verità decostruita

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Ma la relazione di negazione nella dialettica non cancella l'antitesi, ma pone l'antitesi a fondamento della tesi stessa e viceversa e proprio in questo si realizza la sintesi, ossia vedendo che tesi e antitesi sono di reciproco fondamento significante. Non lo dico io, ma Berto nella sua analisi sulla dialettica Hegeliana. La sintesi dialettica non sta nell'estrarre un denominatore comune tra tesi contrapposte o nel contestualizzarle in diversi contesti interpretativi per via ermeneutica, ma proprio nel riconoscere l'intero reciproco contraddirsi come modalità fondante di ogni sua parte. La differenza con la posizione severiniana sta invece nel fatto che Hegel, a differenza di Severino, pone la totalità come meta sicuramente raggiungibile nel futuro (anzi ritiene di averla già raggiunta lui nel presente con la sua filosofia), ossia pone il procedimento dialettico come un processo che realizza una totalità di sintesi ultimativa ove ogni contraddittorio è definitivamente superato. E questa è la tragedia hegeliana che si tradurrà nell'utopia comunista di Marx, peraltro in perfetta linea con il pensiero escatologico cristiano.
Non ho detto questo,anzi:
Citazione:
nella reciproca contraddizione che si fa nuova affermazione
La sintesi cosi come è pensata dalla dialettica hegeliana non è però solo logica,ma anche reale.E questo implica un enorme salto logico che trasformi la negazione fra due enti nell'affermazione di un terzo e cosi via. Questa è la grande differenza con Severino,che risolveva la contraddizione nell'identica struttura originaria. La struttura di Hegel è invece sempre in divenire perché ha una duplice funzione:logica quando evidenzia la contraddizione,reale quando la supera.

Ultima modifica di memento : 02-09-2015 alle ore 17.24.19.
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