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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 11-11-2011, 05.32.35   #11
Tempo2011
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Riferimento: La Memoria Fisica e Mnemonica e la loro Importanza nella Evoluzione.

Continuazione del precedente post ../..

I nostri processi mnemonici ci sono di ulteriore giovamento per il fatto che ci permettono di ricordare agevolmente gli eventi felici e diluire l’impatto emotivo di fatti traumatici e dolorosi. Ma a volte, vi sono memorie di orrori che persistono e danneggiano le vite delle persone, come accade nei disordini da stress post-traumatico, una condizione di cui soffrono molto coloro che hanno sperimentato in prima persona le terribili vicende dell’Olocausto, oppure guerre, rapimenti e disastri naturali. La memoria è essenziale non solo per la continuità dell’identità individuale, ma anche per la trasmissione della cultura e per l’evoluzione e la continuità delle società nel corso dei secoli. Anche se da quando l’Homo sapiens ha fatto la sua prima comparsa nell’Africa orientale, circa 150.000 mila anni fa, le dimensioni del cervello non sono cambiate, la capacità di apprendimento dei singoli esseri umani e la loro memoria storica sono cresciute lungo i secoli per mezzo dell’apprendimento condiviso, vale a dire attraverso la trasmissione della cultura. L’evoluzione culturale, una modalità di adattamento non biologica, agisce in parallelo all’evoluzione biologica come mezzo per trasmettere la conoscenza del passato e i comportamenti adattativi attraverso le generazioni. Tutti i conseguimenti dell’umanità dall’antichità fino ad oggi, sono i prodotti di una memoria condivisa accumulata nel corso dei secoli, per il tramite sia di registrazioni scritte sia di una tradizione orale salvaguardata con cura. Come la memoria condivisa arricchisce le nostre vite a livello individuale, così la perdita della memoria distrugge il nostro senso del sé. Recide la connessione con il passato e con le altre persone, e può manifestarsi durante lo sviluppo infantile oppure colpire un adulto in età matura. La sindrome di Down, il morbo di Alzheimer e la perdita di memoria correlata all’età avanzata sono esempi ben noti delle molte malattie che danneggiano la memoria. Oggi sappiamo che i disturbi della memoria contribuiscono anche all’insorgenza di disordini psichiatrici: la schizofrenia, la depressione e gli stati d’ansia portano con sé l’aggravante di una funzionalità mnemonica difettiva. La nuova scienza della mente reca la speranza che una maggiore comprensione della biologia della memoria possa condurre a cure più efficaci sia per la perdita di memoria sia per i ricordi dolorosi persistenti. In effetti, la nuova scienza avrà probabilmente delle ricadute pratiche su molte aree connesse alla salute, pur non limitandosi di certo alla ricerca di soluzioni per malattie devastanti: essa mira infatti a penetrare il mistero della coscienza, compreso il suo mistero ultimo, cioè il modo in cui il cervello di ogni persona crea la consapevolezza di un sé unico e ne determina la libera volontà(5).
La memoria è il rassicurante deposito della nostra esperienza e della nostra identità; Gabriel Garcìa Màrquez, il Premio Nobel per la letteratura, affermava che la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. In queste parole, è racchiusa la formula che lega la memoria al senso di identità personale: molto di quello che siamo e siamo diventati è racchiuso nei ricordi del nostro passato. L’immagine che abbiamo di noi, le nostre convinzioni, le aspettative e gli obiettivi di vita e, più in generale, il modo in cui ci rappresentiamo mentalmente e ci presentiamo agli altri, sono in gran parte determinati dalle nostre esperienze passate e, ancor più, dal ricordo che ne abbiamo. Di questo stretto legame tra memoria e identità ne abbiamo prove continue. Riflettiamo ad esempio, sulle fasi iniziali di un rapporto o di una relazione: per presentarci all’altro e farci conoscere raccontiamo episodi significativi della nostra vita, solitamente sempre gli stessi, quelli cioè che sono diventati per noi, il simbolo di certi aspetti della nostra identità. C’è molto di noi e di nostro nella Wunderkammer (“camera delle meraviglie”), dei nostri ricordi più rilevanti: ricordi di luoghi, di persone che ormai non ci sono più, di sensazioni ed emozioni che possiamo ricreare quando ne abbiamo bisogno, che continuano a vivere grazie al ricordo. E’ ai nostri ricordi personali che facciamo riferimento quando dobbiamo definirci. Scrive Manila Vannucci: “Se qualcuno mi domandasse se sono una persona impulsiva, per rispondere mi appellerei ai miei ricordi, e li porterei come prova, a sostegno della mia risposta”. (“Sì, sono impulsiva… mi ricordo ancora quando…”). Il legame che esiste fra ricordi personali e senso di identità è tanto forte e potente quanto ignorato e dato per scontato. Difficilmente capita di riflettere su questi aspetti o di pensare al senso di smarrimento e disorientamento che potremmo provare se, all’improvviso, perdessimo la capacità di ricordare il nostro passato. La forza di questo legame si spezza. Patologie neurodegenerative come la sindrome di Alzheimer e altre forme di demenza senile ne offrono un chiaro esempio(6). Ecco perché la memoria rappresenta il rasserenante magazzino della nostra esistenza. Sappiamo chi siamo perché possediamo conoscenze certe sul nostro passato e sulla nostra storia. Come scritto da Jane Austen, nel suo romanzo “Mansfield Park”: “Se c’è una capacità della natura umana che può essere chiamata più meravigliosa di tutto il resto, quella penso sia la memoria.

****
In pratica, nel dispiegamento di questo lungo assunto, si spiega quello che sto affermando. Ovvero: che senza memoria esisterebbe il nulla. La vita non esisterebbe e di conseguenza nemmeno l'evoluzione. Da queste considerazioni, l'importanza che gli do, fino a metterla alla base di tutto ciò che ci riguarda. Il farlo, è stato quasi un atto d'ufficio.

Ultima modifica di Tempo2011 : 11-11-2011 alle ore 16.19.07.
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Vecchio 12-11-2011, 08.52.09   #12
Il_Dubbio
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Tempo2011
Di fatto la domanda che mi posi fu la seguente: di che cosa doveva avere avuto bisogno la prima forma di vita una volta venuta alla luce? La prima cosa che mi venne alla mente fu che, doveva avere avuto bisogno di una memoria, per riconoscere i paletti termici a lei più adatti. In pratica ammettevo che la prima forma di vita doveva aver avuto bisogno, come minimo, di una memoria fisica. La domanda che mi feci subito dopo fu: ma come poteva essere entrata in possesso una vita appena nata di una memoria, seppur semplicemente fisica? A quest’altra domanda mi vennero in aiuto le caratteristiche della materia, sullo stato solido, liquido e gassoso che, per di se, sono una memoria fisica. Allora conclusi che la prima forma di vita aveva ereditato la memoria fisica dalla materia stessa dalla quale era nata, e che la scelta delle temperature a lei adatte, fu un imprinting rimastogli al momento della nascita. Imprinting che è rimasto in noi fino ai giorni nostri, magari con piccole modifiche.


Il mio tentativo è quello di trovare, nel tuo discorso generale, i punti cardine.
Uno di questi è quello che ho riportato sopra.

A questa tua "deduzione" avevo già risposto, ma evidentemente la mia risposta non è stata sufficiente.
Siccome non voglio rifare lo stesso errore, ti chiedo di spiegare cosa sono i "paletti termici"; chi li ha memorizzati, in che modo sono memorizzati e dove.
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Vecchio 12-11-2011, 21.03.00   #13
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Di fatto la domanda che mi posi fu la seguente: di che cosa doveva avere avuto bisogno la prima forma di vita una volta venuta alla luce? La prima cosa che mi venne alla mente fu che, doveva avere avuto bisogno di una memoria, per riconoscere i paletti termici a lei più adatti. In pratica ammettevo che la prima forma di vita doveva aver avuto bisogno, come minimo, di una memoria fisica. La domanda che mi feci subito dopo fu: ma come poteva essere entrata in possesso una vita appena nata di una memoria, seppur semplicemente fisica? A quest’altra domanda mi vennero in aiuto le caratteristiche della materia, sullo stato solido, liquido e gassoso che, per di se, sono una memoria fisica. Allora conclusi che la prima forma di vita aveva ereditato la memoria fisica dalla materia stessa dalla quale era nata, e che la scelta delle temperature a lei adatte, fu un imprinting rimastogli al momento della nascita. Imprinting che è rimasto in noi fino ai giorni nostri, magari con piccole modifiche.
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Il mio tentativo è quello di trovare, nel tuo discorso generale, i punti cardine.
Uno di questi è quello che ho riportato sopra.

A questa tua "deduzione" avevo già risposto, ma evidentemente la mia risposta non è stata sufficiente.
Siccome non voglio rifare lo stesso errore, ti chiedo di spiegare cosa sono i "paletti termici"; chi li ha memorizzati, in che modo sono memorizzati e dove.

1°) Per paletti termici intendo la temperatura minima e massima che la vita, appena nata, poteva sopportare senza perire. La stessa cosa avviene per noi, poiché ci dobbiamo mantenere, come natura ci ha fatto (Senza tutori ausiliari), in un range di temperature stabilite se non vogliamo perire.
2°) La vita appena nata, essendo composta con la stessa materia dell'universo, e avendo quest'ultimo una memoria fisica rappresentata dallo stato solido liquido e gassoso, queste caratteristiche sono passate di pari passo alla stessa vita "partorita”.
3°) Se sapessi chi li ha memorizzati e in che modo, il premio Nobel sarebbe a portata di mano. In tal senso, però, ho formulato delle ipotesi che ripeto qui di seguito. Probabilmente, la prima forma di vita doveva possedere quella stessa sensibilità che si riscontra, allo stato attuale, nel nostro cervello, ed era sensibile fino al punto di ricordare (imprinting), le temperature che gli avevano permesso di nascere.
Come sia complesso comprendere questo procedimento, lo dimostra l'esempio dell’ameba. Infatti, come può un animaletto unicellulare possedere una memoria che comprende tutto il corpo? Oppure: come può un animaletto unicellulare ricordare lo stesso percorso che lo porta al cibo, anche se è sezionata in due, quattro ecc.? In uno di questi post, che certamente avrai letto, ho prefigurato che l'ameba potesse essere addirittura un cervello primordiale, il quale, pur sezionato, manterrebbe, comunque, la memoria. Certamente, tutte forzature empiriche; ma poiché la scienza brancola nel buio su tutti i settori che riguardano la memoria (Com’è nata, quando ecc.), fino a prova contraria chi ci impedisce di esternare delle ipotesi?
Con questo, spero di aver chiarito il mio punto di vista, e da questo momento mi auguro che anche tu possa fare altre congetture; come mi auguro che lo facciano anche altri.
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Vecchio 13-11-2011, 09.55.41   #14
Il_Dubbio
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1°) Per paletti termici intendo la temperatura minima e massima che la vita, appena nata, poteva sopportare senza perire. La stessa cosa avviene per noi, poiché ci dobbiamo mantenere, come natura ci ha fatto (Senza tutori ausiliari), in un range di temperature stabilite se non vogliamo perire.

Non capisco, sarò di coccio...
Tu dici che c'è scritto, da qualche parte dentro di noi (esseri viventi), a quale temperatura possiamo sopravvivere? E dove sta scritto?

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2°) La vita appena nata, essendo composta con la stessa materia dell'universo, e avendo quest'ultimo una memoria fisica rappresentata dallo stato solido liquido e gassoso, queste caratteristiche sono passate di pari passo alla stessa vita "partorita”.

Tu dici che la materia ha una "memoria fisica" dello stato solido, liquido e gassoso? Questa è un'affermazione forte. Dove sta scritto?
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3°) Se sapessi chi li ha memorizzati e in che modo, il premio Nobel sarebbe a portata di mano. In tal senso, però, ho formulato delle ipotesi che ripeto qui di seguito. Probabilmente, la prima forma di vita doveva possedere quella stessa sensibilità che si riscontra, allo stato attuale, nel nostro cervello, ed era sensibile fino al punto di ricordare (imprinting), le temperature che gli avevano permesso di nascere.

Bisogna capire chi vincerebbe il premio Nobel se un fisico, un chimico, un biologo o qualcun altro.
Su questo punto io ho comunque già risposto. Non c'è bisogno che sia memorizzato, in senso classico, cioè codificato da qualche parte in una serie di informazioni, come deve reagire la materia in certe situazioni.

Tento di portare un esempio maldestro.
Tu sei in cucina e devi svolgere questo semplice compito: bere un caffè.
Per fare il caffè hai bisogno di alcuni ingredienti che semplifico nelle loro caratteristiche macroscopiche: Il caffè macinato, l'acqua, il fuoco e la caffettiera. A queste potresti anche aggiungere l'aria, che permette al fuoco di bruciare in un certo modo, questi di riscaldare l'acqua che scioglierà infine il chicco di caffè in un liquido amabile per il tuo palato.
Il caffè finale, da quello che comprendo dalle tue parole (mi dirai se sto sbagliando), dovrebbe aver memorizzato tutto questo, per diventare caffè e per riformarsi in caffè in altre situazioni?
Non ce ne sarebbe bisogno in realtà. Se le condizioni sono le stesse, tu avrai l'identico caffè. Le condizioni però non sono memorizzate da qualche parte, se no nella tua testa, quando dovrai ricomporre il liquido che chiamiamo caffè. Non è memorizzato nell'acqua liquida lo stato gassoso, come non è memorizzato l'acqua nel chicco di caffè. Non comprendo nemmeno perchè introduci queste forzature.
Quando parli di "memoria fisica" davvero non comprendo a cosa stai pensando.

Mi manca (in questo momento) l'informazione sulla chimica dell'ameba, ma se è vero che l'ameba, dividendosi, si comporta nello stesso modo, ciò testimonia che la divisione non comporta alcuna trasformazione chimica. Cioè se io divido un chicco di caffè da un altro chicco non divido le loro caratteristiche chimiche. Se invece vado a rompere i loro atomi allora avrò inciso duramente sulla composizione chimica del chicco di caffè.

Diverso è il discorso sulla memoria codificata e replicabile. La tua memoria di come fare un caffè è stata codificata da qualche parte nel tuo cervello. Se questa memoria dovesse essere compromessa, semplicemente tu non sapresti fare più il caffè. Discorso simile per il dna. Quando esso è stato sufficientemente complesso (proprio come la tua memoria di come fare il caffè) al fine di replicare un essere vivente, ha svolto la sua funzione. Quando esso si è "estinto"... è finito tutto.
Tanto per ritornare al "paletto termico", se esso è una condizione necessaria per la vita ed è presente (cioè ci sono condizioni di temperatura costante, dentro una certa soglia di sopportazione), la vita può continuare, altrimenti la vita finisce.
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Vecchio 14-11-2011, 12.43.48   #15
CVC
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Caro Tempo 2011, dire che la memoria esisteva già nella materia significa attribuire intelligenza alla materia, solo un essere intelligente (o la creazione di un essere intelligente come il computer) può avere una memoria.
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Vecchio 14-11-2011, 19.59.48   #16
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Caro Tempo 2011, dire che la memoria esisteva già nella materia significa attribuire intelligenza alla materia, solo un essere intelligente (o la creazione di un essere intelligente come il computer) può avere una memoria.
Caro CVC, se questo è il tuo metro di paragone allora l'ameba è un animaletto unicellulare molto intelligente, pur non avendo un cervello centrale, come lo intendiamo noi, poiché pur essendo sezionata in più parti riesce a raggiungere il suo pasto dopo averlo individuato una prima volta. La verità è che bisognerebbe leggere i post e rifletterci sopra, altrimenti si rischia di creare una giostra in una continua ripetizione di concetti, snaturando, per stanchezza, il thread. Per altro ho fatto una differenza tra: memoria fisica e mnemonica, e ho affermato che la seconda è stata, nei milioni di anni, il proseguimento della prima. In pratica, è come se la memoria fisica avesse rappresentato la pietra d'angolo su cui si è poi costruito tutto il resto, intelligenza compresa.

Ultima modifica di Tempo2011 : 15-11-2011 alle ore 18.20.24.
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Vecchio 14-11-2011, 20.45.38   #17
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1°) Per paletti termici intendo la temperatura minima e massima che la vita, appena nata, poteva sopportare senza perire. La stessa cosa avviene per noi, poiché ci dobbiamo mantenere, come natura ci ha fatto (Senza tutori ausiliari), in un range di temperature stabilite se non vogliamo perire.
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Non capisco, sarò di coccio...
Tu dici che c'è scritto, da qualche parte dentro di noi (esseri viventi), a quale temperatura possiamo sopravvivere? E dove sta scritto?
Credo che la temperatura di sopravvivenza cambi per ognuno di noi, anche se di poco; il fatto che sia scritto in noi questa temperatura non vi sono dubbi; infatti, ci arrivano i segnali non appena superiamo i cinquanta gradi centigradi.
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2°) La vita appena nata, essendo composta con la stessa materia dell'universo, e avendo quest'ultimo una memoria fisica rappresentata dallo stato solido liquido e gassoso, queste caratteristiche sono passate di pari passo alla stessa vita "partorita”.
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Tu dici che la materia ha una "memoria fisica" dello stato solido, liquido e gassoso? Questa è un'affermazione forte. Dove sta scritto?
Quando mi riferisco a una citazione lo riporto, quando non vi è, sono mie supposizioni.
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3°) Se sapessi chi li ha memorizzati e in che modo, il premio Nobel sarebbe a portata di mano. In tal senso, però, ho formulato delle ipotesi che ripeto qui di seguito. Probabilmente, la prima forma di vita doveva possedere quella stessa sensibilità che si riscontra, allo stato attuale, nel nostro cervello, ed era sensibile fino al punto di ricordare (imprinting), le temperature che gli avevano permesso di nascere.
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Il_Dubbio Bisogna capire chi vincerebbe il premio Nobel se un fisico, un chimico, un biologo o qualcun altro.
Su questo punto io ho comunque già risposto. Non c'è bisogno che sia memorizzato, in senso classico, cioè codificato da qualche parte in una serie d’informazioni, come deve reagire la materia in certe situazioni.
Tento di portare un esempio maldestro.
Tu sei in cucina e devi svolgere questo semplice compito: bere un caffè.
Per fare il caffè hai bisogno di alcuni ingredienti che semplifico nelle loro caratteristiche macroscopiche: Il caffè macinato, l'acqua, il fuoco e la caffettiera. A queste potresti anche aggiungere l'aria, che permette al fuoco di bruciare in un certo modo, questi di riscaldare l'acqua che scioglierà infine il chicco di caffè in un liquido amabile per il tuo palato.
Il caffè finale, da quello che comprendo dalle tue parole (mi dirai se sto sbagliando), dovrebbe aver memorizzato tutto questo, per diventare caffè e per riformarsi in caffè in altre situazioni?
Non ce ne sarebbe bisogno in realtà. Se le condizioni sono le stesse, tu avrai l'identico caffè. Le condizioni però non sono memorizzate da qualche parte, se no nella tua testa, quando dovrai ricomporre il liquido che chiamiamo caffè. Non è memorizzato nell'acqua liquida lo stato gassoso, come non è memorizzato l'acqua nel chicco di caffè. Non comprendo nemmeno perché introduci queste forzature.
Quando parli di "memoria fisica" davvero non comprendo a cosa stai pensando.
Mi manca (in questo momento) l'informazione sulla chimica dell'ameba, ma se è vero che l'ameba, dividendosi, si comporta nello stesso modo, ciò testimonia che la divisione non comporta alcuna trasformazione chimica. Cioè se io divido un chicco di caffè da un altro chicco non divido le loro caratteristiche chimiche. Se invece vado a rompere i loro atomi allora avrò inciso duramente sulla composizione chimica del chicco di caffè.
Diverso è il discorso sulla memoria codificata e replicabile. La tua memoria di come fare un caffè è stata codificata da qualche parte nel tuo cervello. Se questa memoria dovesse essere compromessa, semplicemente tu non sapresti fare più il caffè. Discorso simile per il dna. Quando esso è stato sufficientemente complesso (proprio come la tua memoria di come fare il caffè) al fine di replicare un essere vivente, ha svolto la sua funzione. Quando esso si è "estinto"... è finito tutto.
Tanto per ritornare al "paletto termico", se esso è una condizione necessaria per la vita ed è presente (cioè ci sono condizioni di temperatura costante, dentro una certa soglia di sopportazione), la vita può continuare, altrimenti la vita finisce.
In un discorso complesso come questo, se non distinguiamo la memoria animale da quella vegetale, allora siamo incasinati.
Sicuramente l'una e l'altra avranno avuto percorsi differenti, altrimenti ora si sarebbe tutti: o chicchi di caffè o esseri umani.
In ogni modo, poiché per colpa mia quello che ho affermato fino ad ora non è stato sufficientemente chiaro, trascrivo il mio pensiero fino in fondo che è lo stesso che ho spiegato nel mio libro edito in proprio nel 2008 (Uno sfizio che mi sono voluto togliere), nel quale affermo che, la prima forma di vita aveva la stessa sensibilità all'imprinting che ha il cervello animale (Più o memo). Con questo voglio affermare che la stessa era, un piccolo cervello primordiale sul quale, nei milioni di anni, si sono create tutte le altre strutture. Quando affermo che la prima forma di vita è la pietra d'angolo su cui si è formata la memoria mnemonica, volevo significare proprio questo. Oppure: quando affermo che la memoria fisica è stata il trampolino di lancio di quella mnemonica e di tutto il resto, aveva sempre lo stesso significato. Capisco che, avendo digerito il problema prima di esporlo, ho ritenuto che quella spiegazione fosse sufficiente, ma così non è stato. In ogni caso ora, la storia della mia memoria l'ho esternata tutta, guarda se puoi aggiungere qualche tuo parere.

Ultima modifica di Tempo2011 : 15-11-2011 alle ore 18.34.45.
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Vecchio 17-11-2011, 20.21.14   #18
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L’AMEBA…IL TERRORE DEI PROTOZOI!

L’ameba fu il multiforme mostro predatore che, sul finire del primo miliardo di anni della vita sulla terra, finchè non comparvero i pluricellulari o succedanei e facenti funzione, costituì il terrore di protozoi, batteri e di vari microrganismi appartenenti alle più arcaiche forme di vita allora esistenti, ecc…
L’ameba, geneticamente attratta dagli “effluvi/emissioni” degli altri microrganismi, li assaliva, inglobava e metabolizzava.

Intervenivano nel processo metabolizzante svariati e complessi meccanismi interni allora veramente straordinari per un monocellulare. Ne traeva ossigeno, ad alimentare i propri processi energetici, ed espelleva, come rifiuti, anidride carbonica ed urea.

Le possibilità di ripresa e sopravvivenza dell’ameba sono straordinarie…a dir poco miracolose: tagliata in due o in più parti, purchè le parti contengano ancora il 20/30% del materiale genetico iniziale, i bordi si rimarginano ed ogni parte continua a comportarsi come l’ameba madre originale…ancora capaci di predare e sopravvivere ricostituendo la dotazione genetica originale.

Si spiega così, con la permanenza di materiale genetico, il fatto che l’ameba sopravviva a mutilazioni: è la porzione di memoria genetica che si conserva e si esplica in autonomia…cioè una memoria frutto della organizzazione molecolare (DNA] propedeutica alla vita.
Naturalmente la suddivisione non puo' essere eccessiva: si il residuo di materiale genetico non è sufficiente il pezzetto di ameba, troppo suddiviso, perisce ...come la coda di una lucertola

Comunque una ipotetica “memoria fisica” che sarebbe insita nella materia originale tipo atomi o altro e che si trasmetterebbe alle organizzazioni derivanti, non ci ha a che fare.

Per inciso, l’idea, popolarmente diffusa, di identificare con l’ameba una persona molle, senza carattere e priva di spina dorsale è completamente priva di fondamento: l’ameba è un mostro proteiforme feroce e determinato, dotato di mille risorse... propedeutiche ai pluricellulari...anche se visibile solo al microscopio mentre si rotola e fluttua beato e sazio in una goccia d’acqua.

Dall’indirizzo di wikipedia riporto alcuni ulteriori miracoli dell’ameba:

http://www.lescienze.it/news/2011/03..._ameba-552726/

Ecco una citazione:
…. Dictyostelium discoideum è un organismo unicellulare - un'ameba - che in condizioni di stress subisce una serie di transizioni che gli fanno assumere una forma di colonia multicellulare. Ora una ricerca condotta alla Stanford University ha scoperto che la sua forma multicellulare ha una struttura tissutale che finora si riteneva esistere solo in forme animali più sofisticate. Inoltre, due proteine necessarie a D. discoideum per formare questa struttura sono molto simili a quelle che svolgono la stessa funzione in animali complessi.

La scoperta - illustrata in un articolo pubblicato su Science - contribuisce a chiarire alcuni passaggi evolutivi con cui dagli organismi unicellulari hanno avuto origine organismi multicellulari.

Questa ameba trascorre normalmente la sua vita in forma di organismo unicellulare, vivendo nel terreno, e preferibilmente nella melma, dove preda batteri. Tuttavia quando nell'ambiente inizia a manifestarsi una penuria di fonti alimentari, migliaia di queste cellule si aggregano formando una massa detta pseudoplasmodio. Una volta formatosi, lo pseudoplasmodio dà origine a una struttura, il corpo fruttifero, formata da uno stelo di pochi millimetri la cui estremità fuoriesce dalla superficie della melma, in cui l'organismo vive, e diffonde spore.

Altro miracolo è descritto nel seguente articolo secondo cui l’ameba riconosce i parenti o gli organismi geneticamente assimilabili.

Vedi ancora in Wikipedia:

http://www.lescienze.it/news/2011/06...renti_-551557/

Ne riporto l’incipit:
La teoria della neutralità nell'evoluzione molecolare
Quando le amebe Dictyostelium formano degli aggregati per produrre un corpo fruttifero con spore, scelgono di farlo con le amebe geneticamente più simili.
La capacità di distinguere fra sé e non-sé è essenziale negli animali pluricellulari per potersi difendere dalle infezioni, ma anche in organismi più semplici può essere di grande importanza per la sopravvivenza, come nel caso dell'ameba sociale Dictyostelium discoideum.

Normalmente Dictyostelium esiste come singola cellula, ma se l'ambiente si impoverisce di nutrienti, queste amebe formano degli aggregati che poi formano dei corpi fruttiferi in grado di produrre spore con i loro geni, che si svilupperanno solo una volta che le condizioni ambientali siano tornate favorevoli. Nella formazione di questi aggregati, le amebe preferiscono unirsi ad altre amebe "parenti", ossia con quelle a loro geneticamente più simili.

Ora, come raccontano in un articolo pubblicato su Science Express, i ricercatori del Baylor College of Medicine hanno identificato la "chiave" genetica che consente all'ameba di distinguere fra gli organismi geneticamente più affini e meno.

"Abbiamo ipotizzato che le molecole che permettono a queste cellule di distinguere fra parenti e non 'consanguinei' avrebbero dovuto avere proprietà simili a quelle delle proteine di membrana che contengono ripegamenti e strutture simili a quelli delle immunoglobuline, le proteine coinvolte nell'immunità nei mammiferi", ha spiegato Gad Shaulsky, che ha partecipato allo studio.

Sulla base di questa ipotesi i ricercatori sono così riusciti a identificare alcune proteine, TgrB1 e TgrC1, le cui proprietà ricordano quelle del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC), che fa parte del sistema immunitario negli organismi superiori.

"E la prima dimostrazione, in un organismo unicellulare, che molecole simili alle immunoglobuline partecipano alla discriminazione sé/non-sé.
Durante l'evoluzione, ci devono essere stati diversi casi indipendenti in cui si è evoluto l'auto-riconoscimento e sempre è stato usato lo stesso strumento: una proteina di membrana con ripiegamenti che si protendono dalla membrane come quelli delle immunoglobuline."

"Rivelando la base molecolare di auto-riconoscimento, questo studio esemplifica elegantemente il valore di organismi unicellulari come modello per studiare un fenomeno biologico fondamentale", hanno concluso gli autori.

Ultima modifica di ulysse : 18-11-2011 alle ore 12.12.03.
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Vecchio 17-11-2011, 23.47.25   #19
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L’AMEBA…IL TERRORE DEI PROTOZOI!

L’ameba fu il multiforme mostro predatore che, sul finire del primo miliardo di anni della vita sulla terra, finchè non comparvero i pluricellulari o succedanei e facenti funzione, costituì il terrore di protozoi, batteri e di vari microrganismi appartenenti alla più arcaiche forme di vita allora esistenti, ecc…
L’ameba, geneticamente attratta dagli “effluvi/emissioni” degli altri microrganismi, li assaliva, inglobava e metabolizzava.

Intervenivano nel processo metabolizzante svariati e complessi meccanismi interni allora veramente straordinari per un monocellulare. Ne traeva ossigeno, ad alimentare i propri processi energetici, ed espelleva, come rifiuti, anidride carbonica ed urea.

Le possibilità di ripresa e sopravvivenza dell’ameba sono straordinarie…a dir poco miracolose: tagliata i due o in più parti, purchè le parti contengano ancora il 20/30% del materiale genetico iniziale, i bordi si rimarginano ed ogni parte continua a comportarsi come l’ameba madre originale…ancora capaci di predare e sopravvivere ricostituendo la dotazione genetica originale.

Si spiega così, con la permanenza di materiale genetico, il fatto che l’ameba sopravviva a mutilazioni: è la porzione di memoria genetica che si conserva e si esplica in autonomia…cioè una memoria frutto della organizzazione molecolare (DNA] propedeutica alla vita.
Naturalmente la suddivisione non puo' essere eccessiva: si il residuo di materiale genetico non è sufficiente il pezzetto di ameba, troppo suddiviso, perisce ...come la coda di una lucertola

Comunque una ipotetica “memoria fisica” che sarebbe insita nella materia originale tipo atomi o altro non ci ha a che fare.

Per inciso, l’idea. popolarmente diffusa, di identificare con l’ameba una persona molle, senza carattere e priva di spina dorsale è completamente priva di fondamento: l’ameba è un mostro proteiforme feroce e determinato, dotato di mille risorse... propedeutiche ai pluricellulari...anche se visibile solo al microscopio mentre si rotola e fluttua beato e sazio in una goccia d’acqua.

Dall’indirizzo di wikipedia riporto alcuni ulteriori miracoli dell’ameba:

http://www.lescienze.it/news/2011/03..._ameba-552726/

Ecco una citazione:
…. Dictyostelium discoideum è un organismo unicellulare - un'ameba - che in condizioni di stress subisce una serie di transizioni che gli fanno assumere una forma di colonia multicellulare. Ora una ricerca condotta alla Stanford University ha scoperto che la sua forma multicellulare ha una struttura tissutale che finora si riteneva esistere solo in forme animali più sofisticate. Inoltre, due proteine necessarie a D. discoideum per formare questa struttura sono molto simili a quelle che svolgono la stessa funzione in animali complessi.

La scoperta - illustrata in un articolo pubblicato su Science - contribuisce a chiarire alcuni passaggi evolutivi con cui dagli organismi unicellulari hanno avuto origine organismi multicellulari.

Questa ameba trascorre normalmente la sua vita in forma di organismo unicellulare, vivendo nel terreno, e preferibilmente nella melma, dove preda batteri. Tuttavia quando nell'ambiente inizia a manifestarsi una penuria di fonti alimentari, migliaia di queste cellule si aggregano formando una massa detta pseudoplasmodio. Una volta formatosi, lo pseudoplasmodio dà origine a una struttura, il corpo fruttifero, formata da uno stelo di pochi millimetri la cui estremità fuoriesce dalla superficie della melma, in cui l'organismo vive, e diffonde spore.

Altro miracolo è descritto nel seguente articolo secondo cui l’ameba riconosce i parenti o gli organismi geneticamente assimilabili.

Vedi ancora in Wikipedia:

http://www.lescienze.it/news/2011/06...renti_-551557/

Ne riporto l’incipit:
La teoria della neutralità nell'evoluzione molecolare
Quando le amebe Dictyostelium formano degli aggregati per produrre un corpo fruttifero con spore, scelgono di farlo con le amebe geneticamente più simili.
La capacità di distinguere fra sé e non-sé è essenziale negli animali pluricellulari per potersi difendere dalle infezioni, ma anche in organismi più semplici può essere di grande importanza per la sopravvivenza, come nel caso dell'ameba sociale Dictyostelium discoideum.

Normalmente Dictyostelium esiste come singola cellula, ma se l'ambiente si impoverisce di nutrienti, queste amebe formano degli aggregati che poi formano dei corpi fruttiferi in grado di produrre spore con i loro geni, che si svilupperanno solo una volta che le condizioni ambientali siano tornate favorevoli. Nella formazione di questi aggregati, le amebe preferiscono unirsi ad altre amebe "parenti", ossia con quelle a loro geneticamente più simili.

Ora, come raccontano in un articolo pubblicato su Science Express, i ricercatori del Baylor College of Medicine hanno identificato la "chiave" genetica che consente all'ameba di distinguere fra gli organismi geneticamente più affini e meno.

"Abbiamo ipotizzato che le molecole che permettono a queste cellule di distinguere fra parenti e non 'consanguinei' avrebbero dovuto avere proprietà simili a quelle delle proteine di membrana che contengono ripegamenti e strutture simili a quelli delle immunoglobuline, le proteine coinvolte nell'immunità nei mammiferi", ha spiegato Gad Shaulsky, che ha partecipato allo studio.

Sulla base di questa ipotesi i ricercatori sono così riusciti a identificare alcune proteine, TgrB1 e TgrC1, le cui proprietà ricordano quelle del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC), che fa parte del sistema immunitario negli organismi superiori.

"E la prima dimostrazione, in un organismo unicellulare, che molecole simili alle immunoglobuline partecipano alla discriminazione sé/non-sé.
Durante l'evoluzione, ci devono essere stati diversi casi indipendenti in cui si è evoluto l'auto-riconoscimento e sempre è stato usato lo stesso strumento: una proteina di membrana con ripiegamenti che si protendono dalla membrane come quelli delle immunoglobuline."

"Rivelando la base molecolare di auto-riconoscimento, questo studio esemplifica elegantemente il valore di organismi unicellulari come modello per studiare un fenomeno biologico fondamentale", hanno concluso gli autori.
Caro ulysse, dopo quest’affascinante escursione nei meandri dell'incognito, riguardante la vita dell'ameba, mi sarebbe piaciuto leggere una tua opinione sui quesiti posti dal thread, che ritengo altrettanto affascinanti e sopratutto, meritevoli di essere approfonditi. A tale motivo mi auguro e aspetto di leggerti nuovamente. Ciao.
Tempo2011 is offline  
Vecchio 18-11-2011, 21.12.09   #20
ulysse
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Riferimento: La Memoria Fisica e Mnemonica e la loro Importanza nella Evoluzione.

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Originalmente inviato da Tempo2011
Caro ulysse, dopo quest’affascinante escursione nei meandri dell'incognito, riguardante la vita dell'ameba, mi sarebbe piaciuto leggere una tua opinione sui quesiti posti dal thread, che ritengo altrettanto affascinanti e sopratutto, meritevoli di essere approfonditi. Per tale motivo mi auguro e aspetto di leggerti nuovamente. Ciao.
Caro Tempo2011...spero anch'io di scrivere ancora!
Comunque, quello dell'ameba tagliata a pezzi, coi pezzi che ancora si comportano da amebe, è l'esempio che spesso hai citato per affermare la tua personalissima teoria della memoria fisica della materia che andrebbe a costituire la memoria biologica.
Non ti spiegheresti altrimenti come esisterebbe una memoria biologica e neuronale.

E invece la spiegazione c'è: è la costituzione (autocostituzione) organizzata della memoria genetica all'origine della vita: senza la costituzione di un DNA (o, prima, di RNA) sia pure rudimentale, la vita non esisterebbe.
Senza materiale genetico sparso nel corpo dell'ameba l'esperimento che citi fallirebbe. Infatti l'ameba non ha una centrale di comando cosciente ...piuttosto è essenzialmente DNA...che ne difinisce e dirige il comportamento: un complicato evoluto eutoma unicellulare...al limite del pluricellulare per sinergia parentale: rif. precedente post.

Questo per lo meno ci spiega la biologia molecolare, la scienza neurale, ecc...anche se ancora non arriva a ricreare la vita.

La via che tu supponi e proponi della derivazione della memoria del vivente dalle memorie statiche (leggi fisiche) dei componenti materiali (atomi) delle molecole e cellule, sembra essere impraticabile...e non praticata.

Non si spiegherebero ad esempio le innumeri varietà e diversità dei viventi quando fossero semplicenente le risultanze dei caratteri dei quattro elementi (idrogeneo, ossigeno, carbonio,azoto) componenti originali fondamentali della materia vivente.
E' invece la loro organizzazione e disposizione reciproca sotto forma di composti (aminoacidi, molecole, proteine, ecc..) a formare il codice della vita nelle sue infinite varietà.
Certo non sono il biologo sapiente che tutto spiega...ma questa è la strada.

In sostanza l'interpretazione del vivente passa attraverso le teorie evolutive, genetiche e neuronali.
I caratteri della materia e dei campi di energia esplicati dalle leggi fisiche dell'universo vengono molto prima e da molto più lontano, per strade diverse: solo sulle leggi fisiche, ad esempio, non si spiegherebbe l'evoluzione emergente da successive diversificazioni del DNA per successivi adattamenti o errori di trascrizione.

Infatti il vivente non emerge direttamente dalle leggi fisiche della materia, ma da reazioni, montaggi molecolari, polimeri, ecc... e organizzazione fino a costituire codici e programmi memorizzati in infinite combinazioni nel DNA a strutturare il corpo di ciascun vivente... compreso il relativo cervello...ove la specializzazione delle cellule in neuroni costituisce anche la memoria neurale... oltre al resto.

Tuttavia se cerchiamo di affronratere i quesiti irrisolti del 3D tenendo conto anche della strada che ho prospettato, può anche essere che un qualche punto di incontro lo troviamo.

Alla fine, confesso, mica tutto mi è chiaro...ovviamente...ma intervenire sulla ipotesi che tutto derivi direttamente dalla cosiddetta memoria fisica (leggi fisiche e campi di forza) dei componenti elementari della materia, mi perplime abbastanza.

In sostanza è vero: non di solo pane vive l'uomo....e non dalla semplice materia emerge la vita!

In fondo, se non ci mettessero di mezzo Dio, i teologi avrebbero ragione.

Comunque...niente di metafisico, ovviamente...o di misterico: più che altro, organizzazione e processi dinamico/energetici.
ulysse is offline  

 



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