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Vecchio 29-09-2012, 18.25.07   #1
bobgo
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Ragione e Razionalità

I termini Ragione e Razionalità sono spesso usati come interscambiabili, in quanto considerati sinonimi che indicano il medesimo concetto.
Poiché con Ragione s’intende la complessiva capacità dell’uomo di “ragionare”, e con Razionale lo sviluppo coerente del pensiero, facendo coincidere i due termini si sancisce che l’uomo “ragiona” solo se si mantiene nei limiti della “razionalità”.

Poiché sono convinto che questa equivalenza nasconda un deleterio fraintendimento, apro questa discussione, non avendo trovato discussioni aperte in precedenza sull’argomento, proponendo le differenze che invece secondo me esistono tra i due termini.
La differenziazione tra Ragione e Razionalità non è fine a se stessa, perché influisce sulla comprensione della realtà.

Razionalità
In estrema sintesi, si può dire che la Razionalità si fondi su di un principio: il Principio d’Identità.

Questo principio si esprime con l’espressione: A = A

A prima vista può apparire davvero banale.
Eppure, questa tautologia è un prezioso traguardo raggiunto dalla mente.

Perché, contrariamente a quanto si può ritenere, “A” non è un dato stabile, scritto nella pietra, a cui si possa accedere quando se ne ha bisogno.
Non esiste infatti la “pietra” su cui scrivere “A”, e dove andare poi a rinvenirlo certi del suo essere ancora “A”. In quanto il pensiero è squisitamente dialogico, ossia flusso inarrestabile tra me e me, il cui “senso” necessita della continua rigenerazione da parte mia per far si, appunto, che “A” sia uguale ad “A”.

Razionale è perciò il pensiero per il quale “A” resta uguale a se stesso durante tutto il suo svolgimento. Viceversa il pensiero è non razionale quando nel suo svolgimento “A” finisce per diventare = “Non A”.

Ragione
La Ragione comprende la Razionalità, che ne è strumento indispensabile, ma non vi coincide, perché in aggiunta essa è in grado di prescindere dal Principio d’Identità. E persino di metterlo in questione.

Mentre il dominio della Razionalità è infatti l’esattezza, ciò che guida la Ragione è la fede nella Verità. E apparendo la Verità come Nulla, nel mondo immanente, il Principio d’Identità è di fatto inutilizzabile.
Un esempio può essere dato da una scelta di Giustizia: non si tratta di un ragionamento razionale.

Quando poi la Ragione coglie una situazione-limite, ossia una situazione nella quale la Razionalità si ritrova davanti limiti invalicabili e sovente contraddittori, allora pure lo stesso Principio d’Identità diventa questionabile.
Un esempio è dato dal concetto di “oggetto” quando essere e divenire vengano colti nella loro radicale incompatibilità.
bobgo is offline  
Vecchio 30-09-2012, 09.30.25   #2
CVC
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Riferimento: Ragione e Razionalità

Citazione:
Originalmente inviato da bobgo
I termini Ragione e Razionalità sono spesso usati come interscambiabili, in quanto considerati sinonimi che indicano il medesimo concetto.
Poiché con Ragione s’intende la complessiva capacità dell’uomo di “ragionare”, e con Razionale lo sviluppo coerente del pensiero, facendo coincidere i due termini si sancisce che l’uomo “ragiona” solo se si mantiene nei limiti della “razionalità”.

Poiché sono convinto che questa equivalenza nasconda un deleterio fraintendimento, apro questa discussione, non avendo trovato discussioni aperte in precedenza sull’argomento, proponendo le differenze che invece secondo me esistono tra i due termini.
La differenziazione tra Ragione e Razionalità non è fine a se stessa, perché influisce sulla comprensione della realtà.

Razionalità
In estrema sintesi, si può dire che la Razionalità si fondi su di un principio: il Principio d’Identità.

Questo principio si esprime con l’espressione: A = A

A prima vista può apparire davvero banale.
Eppure, questa tautologia è un prezioso traguardo raggiunto dalla mente.

Perché, contrariamente a quanto si può ritenere, “A” non è un dato stabile, scritto nella pietra, a cui si possa accedere quando se ne ha bisogno.
Non esiste infatti la “pietra” su cui scrivere “A”, e dove andare poi a rinvenirlo certi del suo essere ancora “A”. In quanto il pensiero è squisitamente dialogico, ossia flusso inarrestabile tra me e me, il cui “senso” necessita della continua rigenerazione da parte mia per far si, appunto, che “A” sia uguale ad “A”.

Razionale è perciò il pensiero per il quale “A” resta uguale a se stesso durante tutto il suo svolgimento. Viceversa il pensiero è non razionale quando nel suo svolgimento “A” finisce per diventare = “Non A”.

Ragione
La Ragione comprende la Razionalità, che ne è strumento indispensabile, ma non vi coincide, perché in aggiunta essa è in grado di prescindere dal Principio d’Identità. E persino di metterlo in questione.

Mentre il dominio della Razionalità è infatti l’esattezza, ciò che guida la Ragione è la fede nella Verità. E apparendo la Verità come Nulla, nel mondo immanente, il Principio d’Identità è di fatto inutilizzabile.
Un esempio può essere dato da una scelta di Giustizia: non si tratta di un ragionamento razionale.

Quando poi la Ragione coglie una situazione-limite, ossia una situazione nella quale la Razionalità si ritrova davanti limiti invalicabili e sovente contraddittori, allora pure lo stesso Principio d’Identità diventa questionabile.
Un esempio è dato dal concetto di “oggetto” quando essere e divenire vengano colti nella loro radicale incompatibilità.
Io credo tu intenda per razionalità essenzialmente la logica. In questo caso sarebbe certo riduttivo ridurre la ragione alla logica, sia perchè non esiste una sola logica, sia perchè la ragione, cui ci riferiamo come espressione della coscienza, è altresì abitata dall'intuizione.
L'intuizione è un lampo improvviso, che a volte può rappresentare un'invenzione o la soluzione di un problema. Quando l'io razionale si trova in casa questo ospite improvviso, non può metterlo alla porta per il semplice fatto che non è stato introdotto da un ragionamento logico e cosciente.
Quindi l'io passa l'intuizione al vaglio della logica, e quando essa supera questo esame tutto fila liscio. Qualcuno ha sostenuto che sia così che sono nate le varie filosofie.
Il problema nasce quando l'intuizione non sembra coabitare con la logica.

Il fatto che la verità appaia come nulla mi sembra un pò arbitrario. Il nulla non lo posso concepire se non come contrapposizione all'essere; e se la verità è il nulla, allora l'essere cos'è? Sarebbe il nulla anch'esso, ma in questo caso non ci sarebbe più contrapposizione, non ci sarebbe più la dialogicità che citavi.

Se essere e divenire sono incompatibili, come dici tu, come spieghi che sono entrambi evidenti?
Anche in questo caso, se fossero incompatibili, sparirebbe la dialogicità.

La formazione della coscienza è una guerra dialogica continua che, se vissuta fino in fondo, conduce alla disperazione.
Solo la sintesi della ragione può mettere fine a questo massacro.

Ultima modifica di CVC : 30-09-2012 alle ore 11.11.38.
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Vecchio 30-09-2012, 14.42.09   #3
gyta
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Riferimento: Ragione e Razionalità

Citazione:
La Ragione comprende la Razionalità, che ne è strumento indispensabile, ma non vi coincide, perché in aggiunta essa è in grado di prescindere dal Principio d’Identità. E persino di metterlo in questione.
Razionalità per come la intendo
non è semplicemente sintetizzabile con il principio di identità ovvero di non contraddizione
ma si fonda sul principio o meglio parte dal principio di non contraddizione,
il punto però è che tramite passaggi consequenziali può pure giungere a dimostrare
la limitatezza di quel principio sino addirittura a dimostrare, sempre tramite uno sviluppo
ed un procedere ordinato del pensiero, che quello stesso principio di identità può
non sempre rivelarsi sufficientemente esplicativo ovvero sufficientemente valido.
[ Non distinguerei ragione e raziocinio se non nella funzione che questi assumono nella sintassi;
ragione, più come atto del procedimento finalizzato al discernere;
raziocinio, come qualità della mente umana di esercitare quel discernere.]

Citazione:
Mentre il dominio della Razionalità è infatti l’esattezza,
ciò che guida la Ragione è la fede nella Verità

Direi che ciò che guida la ragione
è la fiducia (fede) nella sua capacità di comprendere,
nella capacità di comprendere tramite un procedimento consequenziale
basato su un ipotesi di non contraddizione.

Citazione:
E apparendo la Verità come Nulla, nel mondo immanente,
il Principio d’Identità è di fatto inutilizzabile.

Qui, secondo il mio modo di intendere ti sbagli.
Ovvero, se per "Nulla" intendiamo "Nulla di concettualizzabile" (*)
il principio di non contraddizione, sempre secondo me,
risulta ancora utilizzabile, seppure in tal caso si fermi al campo di indagine su cui ora indaghiamo,
quello del simbolismo (visto non so come sintetizzarlo in modo migliore con un solo termine, se non questo).

Citazione:
Un esempio può essere dato da una scelta di Giustizia: non si tratta di un ragionamento razionale.

Qui, se non ti spieghi, se non fai l'esempio sviluppato, non comprendo.

Citazione:
Quando poi la Ragione coglie una situazione-limite, ossia una situazione nella quale la Razionalità si ritrova davanti limiti invalicabili e sovente contraddittori, allora pure lo stesso Principio d’Identità diventa questionabile.
Un esempio è dato dal concetto di “oggetto” quando essere e divenire vengano colti nella loro radicale incompatibilità.

Anche qui non vedo l'incompatibilità che dici insuperabile..
"Essere" e "divenire" esistono come termini atti a individuare un vedere secondo prospettiva;
se la prospettiva (nostra) cambia, il termine ad indicarla muta.
Ma la realtà muta, o non siamo noi a mirarla sotto angolazioni differenti?
Direi, siamo noi.

Citazione:
L'intuizione è un lampo improvviso, che a volte può rappresentare un'invenzione o la soluzione di un problema. Quando l'io razionale si trova in casa questo ospite improvviso, non può metterlo alla porta per il semplice fatto che non è stato introdotto da un ragionamento logico e cosciente.
Quindi l'io passa l'intuizione al vaglio della logica, e quando essa supera questo esame tutto fila liscio. Qualcuno ha sostenuto che sia così che sono nate le varie filosofie.
Il problema nasce quando l'intuizione non sembra coabitare con la logica.

Già. Aggiungerei che l'intuizione non è che un processo repentino
della medesima facoltà dell'intelligenza (ragione) usata dall'intera nostra coscienza
e non esercitata esclusivamente tramite il pensiero concettuale.

Citazione:
La formazione della coscienza è una guerra dialogica continua che, se vissuta fino in fondo, conduce alla disperazione

Questa frase non mi è chiara..


(*)
Ecco allora perché parlare di "Dio" come "Essere" distinto dal "Non Essere" può risultare fuorviante.
D'altronde come potremmo definire una realtà che esprime in sé tutte le possibili,
se non tramite un atto di astrazione simbolica?
Questo non significa però che il non poterla dovutamente definire
coincida anche con il non poterla, seppure secondo dimensione ** attuale, sperimentare!

**
Dimensione/i:
espressione/i; qualità;
livelli di espressione/manifestazione; colore.
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Vecchio 01-10-2012, 18.39.14   #4
bobgo
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Riferimento: Ragione e Razionalità

Citazione:
Originalmente inviato da CVC
Io credo tu intenda per razionalità essenzialmente la logica. In questo caso sarebbe certo riduttivo ridurre la ragione alla logica, sia perchè non esiste una sola logica, sia perchè la ragione, cui ci riferiamo come espressione della coscienza, è altresì abitata dall'intuizione.
L'intuizione è un lampo improvviso, che a volte può rappresentare un'invenzione o la soluzione di un problema. Quando l'io razionale si trova in casa questo ospite improvviso, non può metterlo alla porta per il semplice fatto che non è stato introdotto da un ragionamento logico e cosciente.
Quindi l'io passa l'intuizione al vaglio della logica, e quando essa supera questo esame tutto fila liscio. Qualcuno ha sostenuto che sia così che sono nate le varie filosofie.
Il problema nasce quando l'intuizione non sembra coabitare con la logica.

Il fatto che la verità appaia come nulla mi sembra un pò arbitrario. Il nulla non lo posso concepire se non come contrapposizione all'essere; e se la verità è il nulla, allora l'essere cos'è? Sarebbe il nulla anch'esso, ma in questo caso non ci sarebbe più contrapposizione, non ci sarebbe più la dialogicità che citavi.

Se essere e divenire sono incompatibili, come dici tu, come spieghi che sono entrambi evidenti?
Anche in questo caso, se fossero incompatibili, sparirebbe la dialogicità.

La formazione della coscienza è una guerra dialogica continua che, se vissuta fino in fondo, conduce alla disperazione.
Solo la sintesi della ragione può mettere fine a questo massacro.
Secondo me, qualsiasi logica deve necessariamente fondarsi sul Principio d’Identità, perché indispensabile per l’articolarsi del pensiero.
Questo stesso “articolarsi” è per me la Razionalità.

Sì, l’intuizione è come un lampo. Un’idea che entra nella mente non si sa bene come, e che non può rimanervi in sospensione. Perché o la s’ignora, o la si scarta subito perché ritenuta assurda a prescindere, o la si accetta considerandola “verità” scontata, oppure la si verifica alla luce della razionalità.

In quest’ultimo caso, la verifica è svolta sulla base di “verità fondamentali” sostanzialmente applicando il Principio di non Contraddizione (che in ultima analisi è lo stesso Principio d’Identità). Cioè la nuova idea è confrontata con le “verità fondamentali” per verificare che non la contraddicano.

Tutta va bene, sino a quando l’intuizione non mette in discussione le stesse “verità fondamentali”…

Per esempio, due verità fondamentali sono l’Essere e il Divenire.
Sono incompatibili perché l’Essere respinge il Divenire, e lo stesso fa il Divenire verso l’Essere.
L’Essere corrisponde infatti a ciò che resiste al mutamento, ossia ciò che resta immutabile nel tempo. Mentre il Divenire è il mutamento dell’Essere, che smette appunto di essere se stesso (ossia di Essere).

Ora, l’oggetto è Essere, e nello stesso tempo l’oggetto è soggetto al Divenire.
Qualsiasi oggetto, per esserci, dipende necessariamente sia dall’Essere sia dal Divenire.
Deve infatti “essere” e non può non “divenire”.

Sembrerebbe davvero ovvio… Soltanto che poiché il “divenire” è ineliminabile, non è possibile determinare il puro “essere”. Così come il “divenire”, per aver significato, necessita dell’”essere” su cui agire.

L’Essere e il Divenire sono perciò “verità” non proprio “fondamentali”, ma sulla loro presupposta assolutezza il pensiero può svilupparsi. La Ragione perciò soprassiede alla situazione-limite per permettere, come difatti tu osservi, lo sviluppo dialogico.

Anche l’Essere e il Nulla appartengono alla contrapposizione di “verità” considerate fondamentali. Che in realtà tanto fondamentali invece non sono.
La Verità, perciò, si pone là dove la situazione-limite dell’Essere e del Nulla trova la sua soluzione.
Poiché siamo nell’esserci, "Nulla" è il termine che presumibilmente meglio evoca la lontananza della Verità.
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Vecchio 01-10-2012, 23.25.12   #5
bobgo
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Riferimento: Ragione e Razionalità

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Originalmente inviato da gyta
Razionalità per come la intendo
non è semplicemente sintetizzabile con il principio di identità ovvero di non contraddizione
ma si fonda sul principio o meglio parte dal principio di non contraddizione,
il punto però è che tramite passaggi consequenziali può pure giungere a dimostrare
la limitatezza di quel principio sino addirittura a dimostrare, sempre tramite uno sviluppo
ed un procedere ordinato del pensiero, che quello stesso principio di identità può
non sempre rivelarsi sufficientemente esplicativo ovvero sufficientemente valido.
[ Non distinguerei ragione e raziocinio se non nella funzione che questi assumono nella sintassi;
ragione, più come atto del procedimento finalizzato al discernere;
raziocinio, come qualità della mente umana di esercitare quel discernere.]



Direi che ciò che guida la ragione
è la fiducia (fede) nella sua capacità di comprendere,
nella capacità di comprendere tramite un procedimento consequenziale
basato su un ipotesi di non contraddizione.
Da quanto scrivi, mi sembra che l’oggettività sia per te verità assoluta, con il Principio di non Contraddizione caposaldo dell’oggettività nell’esserci.

Se la Ragione è appiattita sulla Razionalità (cioè non si avvertono le profonde differenze, che secondo me esistono) allora neppure le situazioni-limite possono essere colte.
Da qui la soggettività diventa prevalente, risolvendo arbitrariamente la tensione, invece di accettarla perché insuperabile.

Inoltre, il com-prendere, denota quella volontà di “prendere” tipica dell’esserci senza Trascendenza.

Ma allora, per te solo ciò che è razionale può esistere?
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E apparendo la Verità come Nulla, nel mondo immanente, il Principio d’Identità è di fatto inutilizzabile.
Qui, secondo il mio modo di intendere ti sbagli.
Ovvero, se per "Nulla" intendiamo "Nulla di concettualizzabile" (*)
il principio di non contraddizione, sempre secondo me,
risulta ancora utilizzabile, seppure in tal caso si fermi al campo di indagine su cui ora indaghiamo,
quello del simbolismo (visto non so come sintetizzarlo in modo migliore con un solo termine, se non questo).
Qui, secondo me, vi è la conferma delle mie precedenti osservazioni: Il Principio di non Contraddizione sembra davvero essere per te un Principio Assoluto.

Il simbolo non può essere utilizzato come entità, in quanto in sé è indefinito, e rimanda a niente di razionalizzabile.
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Un esempio può essere dato da una scelta di Giustizia: non si tratta di un ragionamento razionale.
Qui, se non ti spieghi, se non fai l'esempio sviluppato, non comprendo.
Quando devo decidere cosa è giusto o sbagliato, per esempio in ambito etico, la decisione non è il risultato di un ragionamento razionale.
Il ragionamento razionale può essere solo propedeutico, necessario per chiarire il contorno, ma insufficiente per giungere alla soluzione del problema. In quanto la decisione è, se autentica decisione, sempre incondizionata.

La Razionalità non è fonte di Verità.
Ovvero la Razionalità non aggiunge nulla alle “verità” che usa come suoi fondamenti per le proprie costruzioni. Le sue conclusioni sono infatti ogni volta “necessarie”, ossia condizionate.

La Verità giace nella nostra origine. Non è qualcosa che possa essere raggiunto, compreso, posseduto, fagocitato.

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Anche qui non vedo l'incompatibilità che dici insuperabile..
"Essere" e "divenire" esistono come termini atti a individuare un vedere secondo prospettiva;
se la prospettiva (nostra) cambia, il termine ad indicarla muta.
Ma la realtà muta, o non siamo noi a mirarla sotto angolazioni differenti?
Direi, siamo noi.
L’incompatibilità la superi però in che modo?
Risolvendo la contraddizione nel soggetto.
In questo modo, invece di diventare “cifra”, la soluzione-limite viene depotenziata perché risolta in una “verità” oggettiva.
Che, tra l’altro, è oggettivazione di una supposta soggettività. Erronea supposizione, a mio avviso, perché il soggetto è l’indefinito per eccellenza.
bobgo is offline  
Vecchio 02-10-2012, 09.45.58   #6
CVC
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Riferimento: Ragione e Razionalità

Rispondo al post#4 di Bobgo ed anche Gyta, che mi chiedeva chiarezza su cosa intendessi col dire " la formazione della coscienza è una guerra dialogica continua che, se vissuta fino in fondo, conduce alla disperazione."

Sulla logica classica – principio d'identità, di non contraddizione e terzo escluso – non ci piove.
Bisogna però vedere da che punto di vista si vuole applicarla. Se la applico dal punto di vista dell'essere, allora devo dire che l'essere è. Perché se dico che l'essere non è, allora cado nella contraddizione. Ma se osservo dal punto di vista del divenire, allora perché il divenire sia tale è necessario che le cose escano e tornino nel nulla. Dire che una cosa è diveniente significa dire che questa cosa prima non era e che poi non sarà più ciò che adesso è. In breve significa che questa cosa esce e torna nel nulla.
Come uscirne?
Per Hegel bisogna comprendere l'intero movimento della coscienza, la cui comprensione porta alla conoscenza assoluta.
Se ho capito qualcosina di Hegel, egli sostiene che il movimento della coscienza parte dall'autocoscienza, poi, scontrandosi con l'altro da sé, l'autocoscienza esce da se stessa per conoscere l'altro, infine ritorna in se stessa divenendo spirito, conoscenza assoluta.
Per Hegel, sempre se ho capito, il divenire è la logica dialettica attraverso la quale la coscienza entra ed esce da se stessa e da ciò che è altro da se, per sintetizzarsi nell'essere, nello spirito.

Questo è quindi l'unico modo per uscire dall'eterno dualismo cui siamo vincolati, il dualismo fra l'io e il mondo. L'uomo per Schopenauer è innanzitutto volontà, volizione. Abbiamo fame, vogliamo il cibo e combattiamo per avere il cibo. Abbiamo voglia di innamorarci e dobbiamo combattere per ottenere l'oggetto del nostro desiderio. Vogliamo un lavoro e dobbiamo combattere con gli altri concorrenti. Nell'io c'è la volontà, nel mondo c'è l'opposizione alla nostra volontà. Quindi finché nell'uomo c'è volontà, e ci sarà sempre, è guerra continua fra l'io ed il mondo.
Questa coscienza costretta a combattere sempre è la coscienza infelice, soltanto la ragione può porre fine a questa tristezza comprendendo l'intero movimento della formazione della coscienza.
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Vecchio 02-10-2012, 13.54.07   #7
ulysse
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Riferimento: Ragione e Razionalità

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Originalmente inviato da bobgo
I termini Ragione e Razionalità sono spesso usati come interscambiabili, in quanto considerati sinonimi che indicano il medesimo concetto.
Poiché con Ragione s’intende la complessiva capacità dell’uomo di “ragionare”, e con Razionale lo sviluppo coerente del pensiero, facendo coincidere i due termini si sancisce che l’uomo “ragiona” solo se si mantiene nei limiti della “razionalità”.

Poiché sono convinto che questa equivalenza nasconda un deleterio fraintendimento, apro questa discussione, non avendo trovato discussioni aperte in precedenza sull’argomento, proponendo le differenze che invece secondo me esistono tra i due termini.
La differenziazione tra Ragione e Razionalità non è fine a se stessa, perché influisce sulla comprensione della realtà.

Razionalità
In estrema sintesi, si può dire che la Razionalità si fondi su di un principio: il Principio d’Identità.

Questo principio si esprime con l’espressione: A = A

A prima vista può apparire davvero banale.
Eppure, questa tautologia è un prezioso traguardo raggiunto dalla mente.

Perché, contrariamente a quanto si può ritenere, “A” non è un dato stabile, scritto nella pietra, a cui si possa accedere quando se ne ha bisogno.
Non esiste infatti la “pietra” su cui scrivere “A”, e dove andare poi a rinvenirlo certi del suo essere ancora “A”. In quanto il pensiero è squisitamente dialogico, ossia flusso inarrestabile tra me e me, il cui “senso” necessita della continua rigenerazione da parte mia per far si, appunto, che “A” sia uguale ad “A”.

Razionale è perciò il pensiero per il quale “A” resta uguale a se stesso durante tutto il suo svolgimento. Viceversa il pensiero è non razionale quando nel suo svolgimento “A” finisce per diventare = “Non A”.

Ragione
La Ragione comprende la Razionalità, che ne è strumento indispensabile, ma non vi coincide, perché in aggiunta essa è in grado di prescindere dal Principio d’Identità. E persino di metterlo in questione.

Mentre il dominio della Razionalità è infatti l’esattezza, ciò che guida la Ragione è la fede nella Verità. E apparendo la Verità come Nulla, nel mondo immanente, il Principio d’Identità è di fatto inutilizzabile.
Un esempio può essere dato da una scelta di Giustizia: non si tratta di un ragionamento razionale.

Quando poi la Ragione coglie una situazione-limite, ossia una situazione nella quale la Razionalità si ritrova davanti limiti invalicabili e sovente contraddittori, allora pure lo stesso Principio d’Identità diventa questionabile.
Un esempio è dato dal concetto di “oggetto” quando essere e divenire vengano colti nella loro radicale incompatibilità.
In realtà concorderei con bobgo: ragione e razionalità non coincidono!
Ma le mie ragioni mi paiono un poco discordanti da quelle che bobgo sostiene...o forse è solo che parto da ipotesi diverse...quanto diverse lo si evince, ad esempio, dall'ultima frase che parla di essere e divenire colti nella loro radicale incompatibilità (sic!?).

Infatti, mentre siamo ...diventiamo anche...inevitabilmente!
Ma stiamo a vedere dove finisce la cosa!

Innanzi tutto i termini “Ragione” e “Razionalità” sono abbastanza imprecisi e vaghi difficilmente riconducibili ad una sintesi scientifica.

Io tenderei, piuttosto ad identificare “Ragione” con “Mente”...cioè l'entità superiore..."quasi" metafisica…come fosse l’anima…(se anima non fosse parola subdola!)... che tutto gestisce, processa, controlla ed autocontrolla...magari anche...preferirei dire coscienza e autocoscinza...coscienza di essere cosciente.

La Ragione, infine, emula la "torre di controllo" che tutto guida e dispone…. ovviamente, anche attraverso il logicismo…strumento indispensabile per la propria funzione, ma che di essa non è tutto.

La razionalità o l'essere razionale (logicismo) è semplicemente la tecnica logicizzante del processo neuronico che, in continuo, procede, gestisce, processa e analizza (percezione, elaborazione, esplicazione, orientamento, equilibrio)....secondo Ragione...

La Ragione, poi, è ben di più e oltre...al momento non pienamente esplicata nè dalle psicologie, nè dalle neuroscienze che ne colgono solo particolari funzionalità e intensità.

Non esiste infatti, come sembra esistere per l'Universo, una teoria generale pressoché matura, esplicante il funzionamento evolutivo globale del cervello… dai perché ai come… sfociante in Mente e Ragione.

Ci dobbiamo accontentare delle mappe di aree che sottendono pensieri ed emozioni (RMf) relative a specifici argomenti sempre da scoprire. Oppure misuriamo la intensità e prontezza reattiva con cui neuroni, assoni. dendriti, ecc.. si scambiano e trasportano le informazioni elaborate, o da elaborare in sinergia, perseguendo i noti logicismi.

Ma, come dimostra la stessa scienza, i logicismi (la cosiddetta razionalità del pensare) non sono assolutamente sufficienti al perseguire la realtà e l’esplicarsi scientifico dei fenomeni…tant’è vero che pur con 1500 anni di logica Aristotelica, prima dell’adozione del metodo di Galileo, non c’era scienza.

Coi logicismi, infatti, si può arrivare ovunque… a dimostrare dialetticamente tutto ed il contrario di tutto.

Ce lo dimostra la stessa filosofia che, se prescindesse dalla Ragione del filosofo, coi logicismi, arriverebbe a dire e dimostrare tutto di tutto...se non vi fosse, appunto, la Ragione, la Mente integrata all'ambiente...e, in definitiva, la scienza, ove possibile...a dare una parvenza di direttiva, scopo ed equilibrio ragionevole al contingente elucubrato… altrimenti abbandonato ai capricci logicizzanti della razionalità.

Dopo tutto il nostro organo cerebrale ha in sè qualcosa di meravigliosamente abile, ma anche di folle logicismo, col suo instancabile indagare, scoprire, inventare, esplicare e progettare come risolvere logicamente enigmi o predisporre inganni, fino a costruire trappole intellettuali ed emotive in cui cadere per autoinganno … felice di un nuovo mondo tutto pensato del tutto inconsciamente avulso dal mondo reale.
Tali infatti erano molti pensamenti filosofico-culturali prima dell'avvento della scienza....e molti lo sono ancor oggi oltre la scinza.

Sarebbe anche, un tal organo cerebrale, incapace di uscire dal circolo chiuso del raziocinio emotivamente e spiritualmente sollecitato, se la Ragione...(coscienza e mente insieme)...non intervenissero a strapparvelo…e spesso non intervengono affatto.

In altro modo si può dire che, in sostanza , accade che il sistema cerebrale è talmente logicamente evoluto da progettare e costruire trappole inviolabili a prova di logica...in cui ingenuamente, per logicismo, il cervello cade autoconvincendosi che sia bello caderci e restarci: "Hic manebimus optime!"

Un cervello tanto abile coi suoi logicismi è, nello stesso tempo, tanto ingenuo se non è supportato dalla Ragione riferita al reale fenomenico!

E' quanto, a volte, riscontriamo nel genio!.

Solo la Ragione, a questo punto, può districare dal logicismo…e forse neanche!
Infatti…
Se da un lato la logica raziocinante può portare a vette estreme…ecc...
I prigionieri di irragionevole logica sono moltitudini!

Forse sono stato incoerente, oscuro e irrazionale: molti contrasti ho sollevato!
Occorrerà quindi chiarire ulteriormente anche in sinergia ai diversi altri interventi.

Certo la mancanza di una “teoria della mente” universalmente riconosciuta, rende difficile orientarsi e attribuire significati ragionevoli ai molti significanti che si affollano in questa argomentazione, come sarebbero: ragione, coscienza, coscienza della coscienza, anima, mente, ecc…che, in un tutt’uno. il cervello contiene e suporta!

Comunque non posso pensare che la matassa non sarà districata

Certo che, come dice Emily Dickison nella sua poesia,... il cervello è più grande del cielo, più profondo del mare… ha giusto il peso di Dio!!!….perchè, soppesali etto per etto, ed essi differiranno, se differiranno, come la nota dal suono.

Niente, nell'universo, è più complesso dell'organo cerebrale...sfociante nella Ragione!

Ultima modifica di ulysse : 02-10-2012 alle ore 20.04.33.
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Vecchio 03-10-2012, 15.36.21   #8
bobgo
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Rispondo al post#4 di Bobgo ed anche Gyta, che mi chiedeva chiarezza su cosa intendessi col dire " la formazione della coscienza è una guerra dialogica continua che, se vissuta fino in fondo, conduce alla disperazione."

Sulla logica classica – principio d'identità, di non contraddizione e terzo escluso – non ci piove.
Bisogna però vedere da che punto di vista si vuole applicarla. Se la applico dal punto di vista dell'essere, allora devo dire che l'essere è. Perché se dico che l'essere non è, allora cado nella contraddizione. Ma se osservo dal punto di vista del divenire, allora perché il divenire sia tale è necessario che le cose escano e tornino nel nulla. Dire che una cosa è diveniente significa dire che questa cosa prima non era e che poi non sarà più ciò che adesso è. In breve significa che questa cosa esce e torna nel nulla.
Come uscirne?
Per Hegel bisogna comprendere l'intero movimento della coscienza, la cui comprensione porta alla conoscenza assoluta.
Se ho capito qualcosina di Hegel, egli sostiene che il movimento della coscienza parte dall'autocoscienza, poi, scontrandosi con l'altro da sé, l'autocoscienza esce da se stessa per conoscere l'altro, infine ritorna in se stessa divenendo spirito, conoscenza assoluta.
Per Hegel, sempre se ho capito, il divenire è la logica dialettica attraverso la quale la coscienza entra ed esce da se stessa e da ciò che è altro da se, per sintetizzarsi nell'essere, nello spirito.

Questo è quindi l'unico modo per uscire dall'eterno dualismo cui siamo vincolati, il dualismo fra l'io e il mondo. L'uomo per Schopenauer è innanzitutto volontà, volizione. Abbiamo fame, vogliamo il cibo e combattiamo per avere il cibo. Abbiamo voglia di innamorarci e dobbiamo combattere per ottenere l'oggetto del nostro desiderio. Vogliamo un lavoro e dobbiamo combattere con gli altri concorrenti. Nell'io c'è la volontà, nel mondo c'è l'opposizione alla nostra volontà. Quindi finché nell'uomo c'è volontà, e ci sarà sempre, è guerra continua fra l'io ed il mondo.
Questa coscienza costretta a combattere sempre è la coscienza infelice, soltanto la ragione può porre fine a questa tristezza comprendendo l'intero movimento della formazione della coscienza.

Il riferimento a Hegel è secondo me pertinente. In quanto Hegel, nello sforzo di superare la situazione-limite, ha costruito un bellissimo castello nel quale poter finalmente riposare tranquilli.
La sua è perciò una costruzione metafisica, che vuole stabilire una volta per tutte la Verità.
Per sua sfortuna, Hegel è giunto troppo tardi: stava infatti ormai tramontando l’epoca delle “verità” metafisiche.

Lo sviluppo della razionalità rende sempre più difficile il nostro affidarci a verità oggettive. Perché la razionalità inesorabilmente evidenzia come queste “verità” siano soltanto delle possibilità, costruzioni arbitrarie ideate per dare una soluzione che, razionalmente, non potrà mai essere dimostrata.

Con ciò non voglio dire che la metafisica di Hegel o qualsiasi altra metafisica abbiano torto, perché ciò che davvero importa non sono le loro conclusioni, ma ciò che le ha originate.

E cosa le ha originate?
La Fede nella Verità che impatta nelle situazioni-limite, che per la loro inconcepibilità sono l’occasione per lo slancio oltre l’esserci.
Slancio che poi sovente si esaurisce, e al posto della Fede nella Verità, si cade nella pretesa di conoscere ciò che è Vero costruendo un “sistema”. Caduta quasi inevitabile, poiché è davvero difficile sostenere nel tempo il peso della mancanza di Verità.

La metafisica, secondo me, dovrebbe ormai rendersi conto dell’errore di pretendere la conoscenza della Verità.
E riferirsi perciò a ciò che davvero conta: alla sua origine. Che è pura Fede nella Verità, Verità che appare inesorabilmente come Nulla.
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Vecchio 03-10-2012, 20.19.51   #9
bobgo
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In realtà concorderei con bobgo: ragione e razionalità non coincidono!
Ma le mie ragioni mi paiono un poco discordanti da quelle che bobgo sostiene...o forse è solo che parto da ipotesi diverse...quanto diverse lo si evince, ad esempio, dall'ultima frase che parla di essere e divenire colti nella loro radicale incompatibilità (sic!?).

Infatti, mentre siamo ...diventiamo anche...inevitabilmente!
L’incompatibilità è a livello della Razionalità.
In quanto il Principio d’Identità di fronte ad essere e divenire finisce con il traballare.

Per pensare razionalmente, infatti, il pensiero deve svolgersi (nel tempo) tenendo fermo che A = A.
Soltanto che, nella situazione-limite determinata dalla contrapposizione di essere e divenire, A non è mai uguale ad A.
Perché quando il pensiero ritorna ad A, deve ammettere (il divenire è inevitabile) che questo A non è più quell’A pensato prima.

Almeno che si ritenga che l’essere possa prescindere, almeno per un po’, dal divenire. Ma non è questa stessa supposizione assurda, una volta accettato l’inevitabilità del divenire?

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Comunque non posso pensare che la matassa non sarà districata
Per “districare” occorre utilizzare la Razionalità (che altro?). Deve perciò essere applicato il Principio d’Identità.
Infatti questo “districare” deve essere dimostrato. E questo lo può fare solo il pensiero razionale che si fonda su A = A.

Se però la Ragione eccede la Razionalità, la matassa non potrà mai essere districata dalla Razionalità. Non se ne esce.

Di modo che “non posso pensare” è perciò, secondo me, una speranza che fa affidamento non certo sulla razionalità.
Ma se così è, in cosa ha speranza?
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Vecchio 04-10-2012, 16.15.50   #10
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Originalmente inviato da bobgo
Il riferimento a Hegel è secondo me pertinente. In quanto Hegel, nello sforzo di superare la situazione-limite, ha costruito un bellissimo castello nel quale poter finalmente riposare tranquilli.
La sua è perciò una costruzione metafisica, che vuole stabilire una volta per tutte la Verità.
Per sua sfortuna, Hegel è giunto troppo tardi: stava infatti ormai tramontando l’epoca delle “verità” metafisiche.

Lo sviluppo della razionalità rende sempre più difficile il nostro affidarci a verità oggettive. Perché la razionalità inesorabilmente evidenzia come queste “verità” siano soltanto delle possibilità, costruzioni arbitrarie ideate per dare una soluzione che, razionalmente, non potrà mai essere dimostrata.

Con ciò non voglio dire che la metafisica di Hegel o qualsiasi altra metafisica abbiano torto, perché ciò che davvero importa non sono le loro conclusioni, ma ciò che le ha originate.

E cosa le ha originate?
La Fede nella Verità che impatta nelle situazioni-limite, che per la loro inconcepibilità sono l’occasione per lo slancio oltre l’esserci.
Slancio che poi sovente si esaurisce, e al posto della Fede nella Verità, si cade nella pretesa di conoscere ciò che è Vero costruendo un “sistema”. Caduta quasi inevitabile, poiché è davvero difficile sostenere nel tempo il peso della mancanza di Verità.

La metafisica, secondo me, dovrebbe ormai rendersi conto dell’errore di pretendere la conoscenza della Verità.
E riferirsi perciò a ciò che davvero conta: alla sua origine. Che è pura Fede nella Verità, Verità che appare inesorabilmente come Nulla.
Ma io non credo che Hegel sia arrivato tardi, anzi è stata proprio l'assolutizzazione del sapere della sua filosofia che ha scatenato, come reazione, la graduale distruzione dell'episteme, della possibilità cioè dell'esistenza di una verità indubitabile.

Lo sviluppo della razionalità procede in due direzioni: costruzione e decostruzione. Hegel ha costruito un sistema grandioso, ha sostenuto di aver raggiunto il sapere assoluto, quindi a parer suo niente vi sarebbe stato più da aggiungere alla perfezione raggiunta.
La naturale conseguenza di ciò è che chi non è d'accordo con tale assolutezza non può far altro che decostruire ciò che ha la pretesa di valere come assoluto.

Facciamo attenzione però a non ridurre l'oggettività ad una mera possibilità. Se qualcuno ci ruba il portafoglio non ci chiediamo "in che senso" il tal Tizio ce lo ha portato via. Ci potrebbe capitare di scoprire che per quel Tizio non si è trattato di un furto, potrebbe magari dirci che secondo lui gli uomini sono tutti ladri e che, di conseguenza, rubare ad un ladro non è un furto ma un rientrare in possesso di ciò che ci spetta.

Oppure prova ad immaginare di essere accusato ingiustamente di aver commesso un reato e che ti portino in un tribunale dove al posto della scritta "la legge è uguale per tutti" ve ne sia un'altra
che recita "non esistono fatti ma solo interpretazioni", ti sentiresti d'accordo con tale proposizione?


Io credo che certe forme di pensiero decadano perché non sono più in linea coi tempi.
L'ortodossia ebraico-cristiana non ha più senso in un mondo che non teme più Dio, la psicoanalisi non ha più senso in una società che non reprime più la propria libido. Così credo che l'esistenzialismo sia in contraddizione perché vuole demolire le verità assolute in un epoca in cui non ci sono più verità assolute.

Una nuova filosofia, secondo me, dovrà tener conto del modo in cui la civiltà della tecnica ci ha portato a vivere con l'ossessione dell'efficienza, siamo tutti in ansia da prestazione perché l'evoluzione tecnologica ci ha portato a concepire noi stessi come macchine, macchine che devono funzionare o essere gettate via.
Bisogna recuperare l'umanità, questo è il lavoro della ragione.
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