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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 30-01-2014, 17.14.37   #11
gyta
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Citazione:
una dimensione piena che non ha bisogno dell'altro per riempirsi ulteriormente

Il suono di questa frase non mi è mai piaciuto.. per cui preferisco ulteriormente specificare ciò che personalmente intendo..
La dimensione di amore è data dalla nostra disposizione all’amare,
amare che personalmente identifico con la riscoperta profonda di sé e dell’altro,
qualora l’altro esista nella nostra diretta cerchia di relazione, appartenga e goda anch’esso
del medesimo linguaggio di riscoperta differentemente l’altro consta in noi
nel riconoscimento essenziale della sua potenziale natura.

Perciò non identifico l’amare nel conflitto dei confini,
cosa unicamente possibile laddove ci si impone che l’altro ci sia gradito
quando l’estraneità resta tale dell’altro e di noi medesimi.

Il timore di perdita di identità appartiene ancora ad un tentativo maldestro
di un’apertura che non è riconoscimento autentico di sé né dell’altro.
L’altro non è possibilità del nostro oggetto di dono ma la sconvolgente realtà della medesima appartenenza e sostanza.
Il ché non significa azzeramento dell’io dell’altro né del nostro ma l’accedere ad una differente livello di contatto
ad una differente comprensione della dimensione del reale
invece solitamente individuata tramite tipologie relazionali apparenti (=di superficie).

Queste mie parole ulteriori sono spinte dalla sensazione che le tue parole mi arrecano,
sensazione già provata verso discorsi che ho reputato similari in altri luoghi
e che sembrerebbero rasentare un significato dell’amare dove l’altro in realtà non esiste affatto..

Inoltre la morte non è nel mio intendere una modalità di rinuncia e di dono di sé
non è l’extrema ratio in cui sublimare la propria incapacità di avere coscienza di sé..

Non desidero essere pedante ma francamente il linguaggio da te usato per definire questa coscienza
stona alle mie orecchie come di un linguaggio a definire ben altra coscienza interiore di essere..

Sento distanza, sento lontananza, sento una sorta di rinuncia,
sento come una volontà interiore di far quadrare cose che non quadrano..
sento come una costruzione intellettuale di una determinata coscienza che si suppone debba essere..
non la luce diretta dell’incontro di una realtà autentica naturale essenziale..

Ecco, nelle tue parole, sento una declinazione più verso il mio secondo augurio alternativo
quello in cui auspico si possa giungere perlomeno
alla visione della morte come ad un’offerta di sé all’universo..
differente però da quella dimensione coscienziale di autentica riscoperta d’amore
dove tale offerta cessa di essere tale tramite la coscienza di una realtà essenziale
totalmente differente della dimensione ordinaria sensoriale..
gyta is offline  
Vecchio 30-01-2014, 18.38.11   #12
david strauss
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Perché per quanto razionale non sappiamo cosa ci sia dopo. Non è la morte che ci fa paura, ma il fatto che la consideriamo come la fine della vita come intesa quando siamo ancora in vita. La morte è una dimensione a noi sconosciuta, ed è questo sconosciuto che ci sconvolge.
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Vecchio 30-01-2014, 23.53.36   #13
Galvan 1224
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Buonasera,

nel dir la mia sulla morte spero sia consentito esprimersi in versi, chè nel ragionamento son limitato.
Grazie


Preso il fatal veleno
s'attende l'effetto pieno
la vita che si diparte
svanita ogni forma d'arte.

Qual'è la mortal pozione?
Par strano, è la vita stessa
a muover le persone
e toglierle da essa.
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Vecchio 31-01-2014, 07.45.06   #14
Koirè
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Citazione:
Originalmente inviato da david strauss
Perché per quanto razionale non sappiamo cosa ci sia dopo. Non è la morte che ci fa paura, ma il fatto che la consideriamo come la fine della vita come intesa quando siamo ancora in vita. La morte è una dimensione a noi sconosciuta, ed è questo sconosciuto che ci sconvolge.
Capisco il tuo punto di vista che è quello della maggior parte della popolazione mondiale,tranne ,forse, per alcune tribù ancora quasi sconosciute dove la morte è venerata...e per pochi uomini ancora.
Ma se la morte,questa sconosciuta con la falce nera,invece di impaurirci ci incuriosisse?in fondo è vero..non sappiamo quello che viene dopo,per l'appunto potrebbe essere "l'idea" di morire vissuta come un cambiamento,un opportunità di conoscenza di qualcosa di mai visto.....Tanto tutti moriamo..almeno viviamo questa vita con l'idea che la morte invece che la falce abbia dei gigli in mano,che ci porti in posti nuovi e piacevoli ed il trapasso sia dolce.Così sdrammatizziamo questa paura che è intrinseca in noi.tanto non ci perdiamo nulla a pensarla così...anzi.
Saluti al Forum.
Koirè is offline  
Vecchio 31-01-2014, 12.59.07   #15
maral
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Citazione:
Originalmente inviato da gyta
Il suono di questa frase non mi è mai piaciuto.. per cui preferisco ulteriormente specificare ciò che personalmente intendo..
La dimensione di amore è data dalla nostra disposizione all’amare,
amare che personalmente identifico con la riscoperta profonda di sé e dell’altro, qualora l’altro esista nella nostra diretta cerchia di relazione, appartenga e goda anch’esso del medesimo linguaggio di riscoperta differentemente l’altro consta in noi nel riconoscimento essenziale della sua potenziale natura...

Ma perché l'io dovrebbe riconoscere l'altro se non come oggetto a disposizione
del proprio bisogno (avvertita come mancanza esistenziale) a cui cerca di dare soddisfazione?
Come può l'io rinunciare alla propria identità che si esprime nella propria interiorità egoistica ed esclusiva, il luogo ove accoglie e trattiene la calda intimità delle cose venute in suo esclusivo possesso, grazie al suo lavoro, alla sua abilità e capacità?
Quella sconvolgente realtà della medesima appartenenza e sostanza non viene forse a essere solo una totale simbiosi in cui l'io si vede svanire sentendo in essa sia un terrificante annientamento quanto un indispensabile e sempre anelato riposo? Un morire nella propria intimità?
Ma l'altro è, si presenta non evocato all'io nella sua esteriorità, un esteriorità che non può essere presa come quella di qualsiasi oggetto utilizzabile per il bisogno, un'esteriorità che mantiene una lontananza che ci mette in relazione. La distanza non è indifferenza, ma necessario rispetto affinché l'altro resti altro senza fusioni e continui a suscitare un desiderio che non è più il bisogno che tutto vuole assorbire, anche quando lo intende come assorbimento mistico.
L'offerta di sé all'altro non è l'offerta che ha per scopo la totalità in cui io e altro insieme ci confondiamo annegando, ma è l'offerta che nasce nell'io dal sentimento dell'insufficienza della propria interiorità piena. Solo l'apparire dell'altro ci mostra questa insufficienza della pienezza e a mezzo del suo apparire mette l'io in discussione, gli rivela l'insufficienza della sua egoistica interiore pienezza. L'altro è l'esteriorità che mette continuamente l'io in discussione e a mezzo di questa discussione gli dona una dimensione infinita oltre la totalità che tutto vuole comprendere. Per questo l'io non può rinunciare all'altro, non può non desiderarlo e sentirne la responsabilità di cura proprio per come esso diversamente è (per come esso è distante e non per come è prossimo).

Scrive Levinas: "La mia esistenza come "cosa in sé", inizia con la presenza dell'idea dell'infinito, quando mi cerco nella mia realtà ultima. Ma questo rapporto consiste già nel servire Altri.
La morte non è questo signore, sempre futura e sconosciuta essa determina la paura o la fuga di fronte alle responsabilità. Il coraggio esiste suo malgrado. Esso ha il suo ideale altrove, mi impegna nella vita. la morte, fonte di tutti i miti, è presente solo in altri, e solo in esso mi richiama con urgenzaalla mia essenza ultima, alla mia responsabilità."

Forse la paura della morte è anche angosciante paura della propria responsabilità verso gli altri affinché non si risolva tutto in un reciproco fagocitarsi in una totalità indifferenziabile che ci terrorizza e insieme ci ripara nella sua allettante prospettiva di eterno riposo.
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Vecchio 31-01-2014, 13.17.56   #16
maral
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Citazione:
Originalmente inviato da Koirè
Capisco il tuo punto di vista che è quello della maggior parte della popolazione mondiale,tranne ,forse, per alcune tribù ancora quasi sconosciute dove la morte è venerata...e per pochi uomini ancora.
Ma se la morte,questa sconosciuta con la falce nera,invece di impaurirci ci incuriosisse?in fondo è vero..non sappiamo quello che viene dopo,per l'appunto potrebbe essere "l'idea" di morire vissuta come un cambiamento,un opportunità di conoscenza di qualcosa di mai visto.....Tanto tutti moriamo..almeno viviamo questa vita con l'idea che la morte invece che la falce abbia dei gigli in mano,che ci porti in posti nuovi e piacevoli ed il trapasso sia dolce.Così sdrammatizziamo questa paura che è intrinseca in noi.tanto non ci perdiamo nulla a pensarla così...anzi.
Saluti al Forum.
Certo che la morte ci incurisisce, essa è la dimensione che sta sempre oltre il nostro orizzonte, il nostro poter concepirla, ci appare senza apparirci, come un insondabile muro d'ombra dietro il quale possono trovarsi mondi meravigliosi o terrificanti o forse semplicemente il nostro inconcepibile niente. L'uomo è forse l'unico essere a cui questo muro d'ombra dell'esistenza si presenti così chiaro in tutta la sua oscura presenza. Forse la morte è il regno dell'Essere più che del Niente
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Vecchio 02-02-2014, 06.12.49   #17
gyta
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Citazione:
Ma perché l'io dovrebbe riconoscere l'altro se non come oggetto a disposizione
del proprio bisogno (avvertita come mancanza esistenziale) a cui cerca di dare soddisfazione?
Come può l'io rinunciare alla propria identità che si esprime nella propria interiorità egoistica ed esclusiva, il luogo ove accoglie e trattiene la calda intimità delle cose venute in suo esclusivo possesso, grazie al suo lavoro, alla sua abilità e capacità?

La cosiddetta “identità” non è che fondamentalmente la medesima coscienza che ci permette di fare esperienza.
La modalità concettuale in cui sentiamo l’altro è la medesima modalità concettuale
in cui sentiamo noi stessi (questa nostra coscienza / questo nostro essere).
E’ la nostra modalità concettuale a definire la nostra cosiddetta identità [e di conseguenza l’altrui].
Non siamo buchi da riempire né gli incontri fra “identità” sono paragonabili a collisioni fra materia e antimateria.
I rapporti non sono [in definitiva atti alla finalità di] uno scambio di dare/avere
ma la modalità stessa in cui l’essere si esprime in questa dimensione.
Dal mio punto di vista la modalità dello scambio è differente dalla modalità del rapporto.
Il rapporto è finalizzato alla coscienza di essere, lo scambio a quella di un possesso apparente.

Non è facile questo discorso perché si sovrappongono differenti piani interpretativi
parimenti essenziali, appartenenti a differenti livelli di analisi della psiche ed anima umana.
Nemmeno è facile definire la differenza tra la coscienza di essere e quella del possesso.
Potremmo dire che la parte più esterna della psiche definisce secondo appartenenza
quella più radicale secondo identità. E qui si ritorna alla questione delle differenti modalità concettuali
che danno luogo a differenti sentire, a differenti stati di coscienza o modalità esperienziali.
Potremmo immaginare lo sviluppo della coscienza mentale, della psiche, attraverso stadi di distinguo e sintesi;
discorso molto delicato ed aperto a sempre più radicali indagini.
Il distinguo procede secondo appartenenza (a schema delle distinzioni sensoriali),
la sintesi secondo una coscienza più radicale del significato di appartenenza (a schema delle distinzioni concettuali).
Il concetto di utilità e possesso in un reale sviluppo non viene -a mio avviso- sublimato ma indagato e liberato da quel distinguo apparente (apparente>funzionale ad un primo tempo di esperienza mentale della coscienza).
Lo stesso linguaggio subisce sostanziali alterazioni sempre strettamente rapportate alla coscienza psichica.

Citazione:
Quella sconvolgente realtà della medesima appartenenza e sostanza non viene forse a essere solo una totale simbiosi in cui l'io si vede svanire sentendo in essa sia un terrificante annientamento quanto un indispensabile e sempre anelato riposo? Un morire nella propria intimità?

No. Non esattamente.
Non è simbiosi. Non è uno svanire. Non è un annientamento.

E’ come un senso aggiunto. Una differente vista. Non c’è fusione né separazione.
C’è un altro piano di esperienza del reale e del rapporto.
Piano che non è definibile in virtù di distinzione e somma.
Non annientamento, non è sparizione, non è fagocitazione, né simbiosi.
E’ fluire, è eternità, è realizzazione priva di finitezza, non è limite, non è mancanza.
E’ pura coscienza di essere. Indefinibile dal contrasto necessario ad un’analisi concettuale.
E’ come fare esperienza di un altro senso oltre i nostri usuali sensi (usuali sei sensi, se contiamo anche la mente).
Forse è lo stesso senso puro della mente, liberato dai parametri degli altri cinque.. Ma non sarebbe corretto definirlo in tale modo visto che comunque resta la coscienza mentale di ogni altro senso sperimentato.
Ora, al di là di questo senso (“aggiunto”), di questa differente coscienza (di essere),
il discorso che tu fai secondo distinzione di soddisfazione di bisogni e necessità
è un’interpretazione mentale di un’identità definita in tali termini di necessità e bisogni.
Identità mentale necessaria all’equilibrio psichico ma non radicale e non completa – a mio avviso- rispetto alle possibilità della conoscenza interiore [e dell’esperienza di coscienza].


Citazione:
Ma l'altro è, si presenta non evocato all'io nella sua esteriorità, un esteriorità che non può essere presa come quella di qualsiasi oggetto utilizzabile per il bisogno, un'esteriorità che mantiene una lontananza che ci mette in relazione. La distanza non è indifferenza, ma necessario rispetto affinché l'altro resti altro senza fusioni e continui a suscitare un desiderio che non è più il bisogno che tutto vuole assorbire, anche quando lo intende come assorbimento mistico.
L'offerta di sé all'altro non è l'offerta che ha per scopo la totalità in cui io e altro insieme ci confondiamo annegando, ma è l'offerta che nasce nell'io dal sentimento dell'insufficienza della propria interiorità piena.
Solo l'apparire dell'altro ci mostra questa insufficienza della pienezza e a mezzo del suo apparire mette l'io in discussione, gli rivela l'insufficienza della sua egoistica interiore pienezza. L'altro è l'esteriorità che mette continuamente l'io in discussione e a mezzo di questa discussione gli dona una dimensione infinita oltre la totalità che tutto vuole comprendere. Per questo l'io non può rinunciare all'altro, non può non desiderarlo e sentirne la responsabilità di cura proprio per come esso diversamente è (per come esso è distante e non per come è prossimo).


Al di là delle parole da te scelte a definire i passaggi penso stiamo mirando alla medesima coscienza di essere.
Che per l’appunto non può essere definita da presunte pienezze e mancanze ma semplicemente
espressa tramite il gioco apparente di identità [a questo livello di indagine di coscienza] altrettanto apparenti.

Qui, a questo punto di indagine e discorso,
la somma fra i differenti livelli di coscienza non è possibile.
Ogni aspetto dell’analisi denuncia un livello di indagine
e nessuna somma definirà l’immagine autentica di una identità a radice della coscienza.


Citazione:
Forse la paura della morte è anche angosciante paura della propria responsabilità verso gli altri affinché non si risolva tutto in un reciproco fagocitarsi in una totalità indifferenziabile che ci terrorizza e insieme ci ripara nella sua allettante prospettiva di eterno riposo.

Credo tu abbia individuato il tasto giusto.. Forse il timore è proprio quello dovuto ad un passaggio errato nell’indagine conoscitiva dove si immagina l’identità come inesistente a causa di quella somma inadeguata sulla quale precedentemente avvertivo..
Non si possono mischiare per l’appunto alla rinfusa differenti livelli di consapevolezza mentale
senza che tale consapevolezza sia a sua volta sostenuta da una autentica mutazione di coscienza.

L’urgenza spesso avvertita verso una comprensione intellettuale
rischia di compromettere quel percorso necessario di maturazione
e mutazione di coscienza che la comprensione autentica richiede.


[segue..]
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Vecchio 02-02-2014, 06.15.11   #18
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Riprendo alcuni passaggi perché secondo me fondamentali:

Citazione:
La distanza non è indifferenza, ma necessario rispetto affinché l'altro resti altro senza fusioni e continui a suscitare un desiderio che non è più il bisogno che tutto vuole assorbire

E’ questa dimensione sensoriale che ci consegna il concetto di altro (e di noi).
Nessuna necessità quindi – a mio avviso- di una affermazione ulteriore di distanza,
che non sia quella delimitata dalla più elementare distinzione sensoriale
prodotta dalla stessa autocoscienza mentale.
Anche qui, il rispetto è comunque a specchio della propria autocoscienza.

Citazione:
L'offerta di sé all'altro non è l'offerta che ha per scopo la totalità in cui io e altro insieme ci confondiamo annegando,

Se c’è offerta di sé all’altro c’è la distinzione fra sé e l’altro.
Se c’è la distinzione c’è la confusione.
Se non c’è la distinzione non c’è la con-fusione.
Se non c’è la distinzione non c’è io e non c’è altro.
Questo però è ben differente dal presunto pensiero
di una assenza di identità quando sperimentiamo e viviamo
nel corpo dell’identità seppure apparente.
Ecco perché a mio avviso è fondamentale
non cercare una consapevolezza al di fuori della nostra autentica esperienza interiore.

Quando saremo pronti ad una differente esperienza interiore
allora avrà senso parlare di non tu non io.
Differentemente ci si pone in un percorso atto alla pura nevrosi
ed alla più semplice possibilità di costruire (e costruirsi) infelicità
tesi fra la necessità e la proiezione di ciò che immaginiamo sia giusto e corretto.

Citazione:
ma è l'offerta che nasce nell'io dal sentimento dell'insufficienza della propria interiorità piena

Quella offerta nata dal sentimento di ‘insufficienza della propria interiorità piena’
è il medesimo volto di quell’io che cerca di autotrascendersi..
Sempre a mio avviso.

Citazione:
Solo l'apparire dell'altro ci mostra questa insufficienza della pienezza e a mezzo del suo apparire mette l'io in discussione, gli rivela l'insufficienza della sua egoistica interiore pienezza.
Questo è vero, nel percorso di auto conoscenza.
Un apparire però che è dato di fatto e inizia sin dalla prima esperienza psichica nella nascita.

Citazione:
L'altro è l'esteriorità che mette continuamente l'io in discussione e a mezzo di questa discussione gli dona una dimensione infinita oltre la totalità che tutto vuole comprendere. Per questo l'io non può rinunciare all'altro, non può non desiderarlo e sentirne la responsabilità di cura proprio per come esso diversamente è (per come esso è distante e non per come è prossimo).


Ancora una volta, distante e prossimo sono il medesimo volto, l’espressione del medesimo concetto.
La rinuncia ed il desiderio espressioni dello stesso moto.
L’esteriorità a movimento dell’interiorità sono simbolicamente la modalità stessa del respiro
essenziale a questa dimensione sensoriale.

Dove però si evidenzia respiro sorge per necessità il suo opposto.
Il linguaggio distingue, il linguaggio unisce;
il linguaggio svela ma non realizza;
la coscienza del linguaggio può infine realizzare.


Citazione:
Ma perché l'io dovrebbe riconoscere l'altro se non come oggetto a disposizione
del proprio bisogno (avvertita come mancanza esistenziale) a cui cerca di dare soddisfazione?


Assolutamente d’accordo..
L’io finito, l’io oggetto (soggetto) non può che essere una modalità temporale.
Io sono/sarò, abbisogno, necessito, vado, recepisco.. etc..


[[ Interessante al fine di una maggiore comprensione sul linguaggio
considerare la posizione dialettica di Nagarjuna ]]
gyta is offline  
Vecchio 03-02-2014, 02.15.09   #19
leibnicht
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Chiunque abbia lambito davvero la morte non la teme più. "Si vis vitam, para mortem!" scriveva Freud: "se vuoi vivere la vita allora preparati alla morte".
Ogni sentimento, ogni emozione, anche le più spaventose e terribili, appartengono alla vita: sono parte della biologia dei viventi.
La condizione di "morte" del nostro corpo esclude qualsiasi emozione, qualsiasi sensazione. Quello che può, forse, persistere non può che appartenere a ciò che, nella vita, noi sentiamo estraneo al tempo e sospeso oltre esso: la perfetta autoconsapevolezza, l'intuizione pura e senza contenuti, l'essere al di là di sé, come perfetta immedesimazione.
Credo che sia più doloroso entrare nella vita che non uscirne.
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Vecchio 03-02-2014, 07.20.15   #20
Mymind
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Riferimento: Perché l'irrazionalità della paura di morire?

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Tutto muore prima o poi attorno a noi e vedendo ogni altro morire siamo sicuri che anche noi moriremo, scompariremo nel nulla proprio come ogni altro scompare e questa paura ci convince a credere che sia possibile evitare di non essere più un giorno, questo non essere più è inconcepibile e terrificante.
Razionalmente non dovremmo temere la morte, come dice Epicuro quando noi ci siamo la nostra morte non c'è e quando c'è la nostra morte noi non ci siamo e come dice Wittgenstein : "la morte non è un evento della vita: noi non viviamo per sperimentare la morte e in questo senso la vita non ha fine". Ma basta questa razionalità a convincerci di non aver paura? A me sa di no. Perché non basta? Qual è l'insuperabile causa irrazionale che ci spinge ad averne comunque paura?
http://www.ted.com/talks/lang/it/ste...t_death.htm l


Credo che l'ansia o paura di dover morire non venga sovrastata dalla razionalità Epicuriana in un momento in cui la morte può essere una possibilità, anche se infine è proprio come dice lui o Wittgenstein. Ma l'uomo non è solo logica, ha pure una parte emozionale (che solo in un carattere stoico, in un certo senso, va a non essere intaccata dalla realtà esterna, seguendo la logica dei due filosofi anche dinanzi la morte in faccia), che non si può attivare o disattivare consciamente, con cui deve fare i conti. Ma cos' è che fa scaturire quest'emozione se abbiamo già tranquillizzato il nostro cervello con la ragione? Non la morte in sè, ma l'ignoto che la precede, quell'abisso di probabilità in cui si può sporfondare o superare, quell'incertezza che muove dalle fondamenta le basi su cui la ragione ha fatto i suoi calcoli. La stessa natura del bimbo che teme il buio, non per il suo aspetto, ma per la sua parte incerta, ignota, probabile. E' la stessa di quella per la probabilità che si possa morire, poichè, ragionando alla Epicuro, solo se si è vivi si può essere interessati ad esserlo.

PS: bello lo scorcio di Levinas, credo che imprima il suo significato di "attaccamento alla vita a sfavore dell'ignoto" nella parola coraggio.

Ma ciò che sorprende son le parole di H.Hesse:
"Il richiamo della morte è anche un richiamo d'amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se la accettiamo come una delle grandi, eterne forme dell'amore e della trasformazione." Che mette in evidenza un approcio e una visione totalmente diversi rispetto l'ordinario timore.
E continua:
"Si ha paura di migliaia di cose, del dolore, dei giudizi, del proprio cuore; si ha paura del sonno, del risveglio, paura della solitudine, del freddo, della follia, della morte. Specialmente di quest'ultima, della morte. Ma sono tutte maschere, travestimenti. In realtà c'è una sola paura: quella di lasciarsi cadere, di fare quel passo verso l'ignoto lontano da ogni certezza possibile... c'è una sola arte, una sola dottrina, un solo mistero: lasciarsi cadere, non opporsi recalcitrando alla volontà di Dio, non aggrapparsi a niente, né al bene né al male. Allora si è redenti, liberi dalla sofferenza, liberi dalla paura."

Ed infine forse la paura è quella di non aver vissuto.

Saluti
Mymind is offline  

 



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