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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 09-02-2014, 09.18.04   #21
maral
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da donquixote
Le emozioni generate dal sole non lo sono effettivamente, ma sono provocate da un determinato modo umano di vedere il sole, da una cultura che ci ha insegnato a far prevalere determinati aspetti rispetto ad altri, e da una esperienza che ci ha indotto a leggere il mondo e i fenomeni nella maniera che a noi pare più corretta. Non a tutti il sole provoca le medesime emozioni, e magari vi sono alcuni che alla sua vista non provano emozione alcuna. La vista di una bella donna (magari in atteggiamenti provocanti) provoca normalmente una scarica ormonale in un giovane uomo e crea emozione, ma essendo i canoni di bellezza molto variabili un uomo cresciuto in una cultura diversa, con canoni diversi, potrà provare per la medesima donna indifferenza oppure addirittura repulsione. Non esiste dunque un modo "oggettivo" di vedere il sole, perchè anche quello scientifico è un metodo che parte dal presupposto di individuare le cause più prossime di un fenomeno per poi poterle controllare e magari modificare, un modo utilitarista e tipicamente occidentale di leggere il mondo, tutt'altro quindi che oggettivo nel senso di imparziale. Il sole è semplicemente quello che è, e ognuno si farà di esso un'idea diversa, tale da consentire la giustificazione della sua presenza e dei suoi effetti all'interno dello schema culturale complessivo che ha imparato ad accettare e condividere. Per questa ragione fra l'altro non ha senso tutto il discorso kantiano sul noumeno, il fenomeno e la cosa in sè, poichè la cosa in sè non esiste, e gli altri concetti sono totalmente indefinibili poichè dipendenti da indefinite variabili le quali a loro volta variano indefinitamente.
Cosa significa quell' effettivamente ? Conosciamo forse un qualsiasi modo non umano di vedere il sole? Certamente il sole non provoca a tutti le medesime emozioni, ma sono emozioni comunque ad esso riferite in quanto tale, non a una sedia o a una formula matematica e nemmeno a una massa di gas incandescente, sono emozioni del sole in rapporto a noi, proprio come lo è il suo brillare nel cielo emettendo uno spettro di radiazioni elettromagnetiche a mezzo del quale esso è individuabile tra tutte le stelle dell'universo.
Forse la cosa in sé non esiste nel senso che non appare, appare solo la cosa per noi, ma non penso che possa non essere, altrimenti nulla apparirebbe. La cosa in sé è dunque ciò che viene dato da tutti i suoi modi di apparire nel loro relazionarsi e non un puro e indefettibile substrato, un nocciolo duro ed immutabile da scoprire a mezzo di continue sottrazioni, come si libera un diamante dalle incrostazioni impure, fintanto che a forza di togliere resta solo il niente, il perfettamente insignificante. Ma poiché tutti i suoi modi di apparire non sono limitabili, la cosa in sé è l'infinito di un racconto che non termina mai e non una totalità oltre la quale non vi è più nulla da dire. La cosa in sé è l'intrecciarsi di innumerevoli storie infinite, nessuna delle quali può venire tolta.
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Vecchio 09-02-2014, 09.23.58   #22
Aristotéles
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da sgiombo
Come tutte le affermazioni della matematica pura (che non é una scienza empirica ma in sostanza un sistema logico formalizzato; e come tale é inevitabilmente gravato dei limiti posti dai teoremi di Goedel: o é coerente e incompleto, cioé con almeno una proposizione indecidibile, o contiene almeno una contraddizione), 2 +3 = 4 é un giudizio analitico a priori; dunque in sostanza una tautologia (non dice nulla circa la realtà che non fosse già noto ma si limita ad esplicitare nozioni già implicitamente contenute nelle premesse).

D’ altra parte le verità delle scienze propriamente naturali sono empiriche, cioè sintetiche a posteriori.
E come tali si fondano sull’ induzione che, come dimostrato da Hume con la sua critica della nozione di causalità, non è dimostrabile razionalmente essere veritiera (si può accettare per vero ciò che se ne ricava solo infondatamente, indimostrabilmente, in sostanza per fede).

Questa, risalente al grandissimo filosofo David Hume, è una critica filosofica della conoscenza scientifica (a tutt’ oggi e credo definitivamente) insuperata da parte della scienza stessa.

Se volessimo fare della chiacchiera da bar sport:

Filosofia uno, scienza zero; palla al centro! (e credo anzi: risultato finale “filosofia batte scienza uno a zero”!).

beh se la metti così anche Russell, con il suo paradosso, aveva dimostrato l'infondatezza della matematica e credo che ancora oggi la questione da lui sollevata non sia stata risolta correttamente
ma il suo paradosso penso valga per tutta la logica umana e non solamente per la matematica, e dunque anche per la filosofia che si basa interamente sulla logica...

riguardo alla fine della filosofia, credo sia da imputare anche (o soprattutto?) alla mancanza di grandi menti, piuttosto che al fatto che non ci siano più campi da esplorare (alla fine gran parte del pensiero di Aristotele è conseguito dai suoi commenti e dai suoi pensieri sulle teorie elaborate dai filosofi prima di lui).
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Vecchio 09-02-2014, 10.09.32   #23
sgiombo
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da donquixote
La filosofia ha scavato la propria fossa quando, sull'onda del successo della scienza e in particolare della fisica newtoniana, ha pensato di applicare il metodo scientifico anche agli ambiti immateriali. Se la scienza riusciva così bene a scoprire le verità della natura con il suo metodo forse era possibile, si diceva allora, arrivare a tutte le verità importanti seguendo la medesima strada. È appunto sull'onda dello sviluppo delle scienze che anche la filosofia si è estremamente parcellizzata e frammentata in filosofia della storia, filosofia politica, filosofia sociale, filosofia economica, filosofia morale e via elencando.
Il suicidio perfetto della filosofia si è compiuto quando, con Hume e gli empiristi, ha ribaltato il sillogismo aristotelico e ha cominciato a ragionare per induzione. Una disciplina che ha come scopo la ricerca della verità, nel momento in cui adotta un metodo che non le consentirà mai di raggiungerla (perché come sappiamo il metodo induttivo permette di raggiungere solo verità probabilistiche e mai certe) automaticamente nega il proprio scopo e, in definitiva, la sua stessa ragion d'essere.
Si è quindi ridotta, nella contemporaneità, a pura forma di linguaggio: un modo di dire le stesse cose delle altre discipline ma utilizzando una neolingua complicata e incomprensibile, autoreferenziale e utilizzata solo in ambito accademico. Un po' come l'arte, solo meno vendibile poiché meno adatta a suscitare e produrre quelle emozioni che vanno tanto di moda oggi.

Dissento.
Credo che ci sia un metodo scientifico costituito (in generale; che si articola variamente in diverse aplicazioni particolari) dalla ricerca di costanti quantitative nel divenire intersoggettivo della realtà materiale-naturale.
E questo ovviamente non é applicabile agli ambiti o aspetti del reale che non sono quantificabili né intersoggettivi (ma non per questo sono meno reali di quello materiale-naturale).
Ma c' è anche più in generale un atteggiamento razionalistico, che include come una specie nel genere il metodo scientifico, ma che si può ben applicare pure alla filosofia.
E' quello che hanno sviluppato e applicato in sostanza i filosofi moderni occidentali (forse non solo; ma purtroppo io conosco solo -un pochino- la filosofia occidentale): Cartesio e quelli che con lui nei libri di scuola vengono apunto denominati "razionalisti" e inoltre gli empiristi (fino al grandissimo Hume).
Essi non hanno affatto ucciso la filosofia ma le hanno aperto nuovi orizzonti di verità, particolarmente fruttuosi anche nel sondare i limiti delle verità possibili superando positivamente illusioni di assolutezza e integralità che non erano vere, ricercando la verità in modo più rigoroso e e autentico, e dunque consapevole anche del suo carattere insuperabilmente relativo, parziale, limitato.
Posto che le "verità" assolute logico-matematiche (compresa la matematica pura), essendo giudizi analitici a priori che non dicono nulla circa ciò che é reale ma solo circa ciò che si può e si deve (o che non si può e non si deve) dire correttamente nell' ambito di un sistema formale astratto e "autoreferenziale" (fondato su definizioni, assiomi e postulati arbirariamente posti, a prescindere da ciò che é reale o meno), la ricerca intorno a una impossibile vertà assoluta (senza virgolette: circa il reale) per me non é il compito della filosofia (così come io la intendo, cioé razionalisticamente), ma casomai della teologia (della religione).

Concordo solo sul fatto che la filosofia non deve mai dimenticare il generale, non deve inseguire verità troppo "specialistiche"; ma anche la scienza, alla quale un limitato specialismo é necessario per progredire, non dovrebbe a mio avviso (altra fondata e pertinente critica filosofica alla scienza, non superabile dal progresso della scienza stessa!) eccedere in questo finendo (come di fatto spesso tende spesso a fare) per vedere (inevitabilmente male) una singola venatura di una singola foglia ignorando non solo la foresta, non solo l' albero, ma perfino gli altri rami e le altre foglie che esulano dal suo iperspecialismo.
Ma come esisto ed esisteranno sempre ricercatori scientifici più o meno buoni, così esistono ed esisteranno sempre filosofi più o meno buoni (compresi quelli che peccano di iperspecialismo).
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Vecchio 09-02-2014, 12.09.46   #24
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da Aristotéles
beh se la metti così anche Russell, con il suo paradosso, aveva dimostrato l'infondatezza della matematica e credo che ancora oggi la questione da lui sollevata non sia stata risolta correttamente
ma il suo paradosso penso valga per tutta la logica umana e non solamente per la matematica, e dunque anche per la filosofia che si basa interamente sulla logica...

Secondo me Russell (e Goedel) ha (-nno) dimostrato non l' infondatezza, ma i limiti (o almeno certi limiti, "la limitatezza") della matematica e di tutta la logica (umana mi sembra pleonastico).
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Vecchio 09-02-2014, 19.02.31   #25
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da maral
Cosa significa quell' effettivamente ? Conosciamo forse un qualsiasi modo non umano di vedere il sole? Certamente il sole non provoca a tutti le medesime emozioni, ma sono emozioni comunque ad esso riferite in quanto tale, non a una sedia o a una formula matematica e nemmeno a una massa di gas incandescente, sono emozioni del sole in rapporto a noi, proprio come lo è il suo brillare nel cielo emettendo uno spettro di radiazioni elettromagnetiche a mezzo del quale esso è individuabile tra tutte le stelle dell'universo.
Forse la cosa in sé non esiste nel senso che non appare, appare solo la cosa per noi, ma non penso che possa non essere, altrimenti nulla apparirebbe. La cosa in sé è dunque ciò che viene dato da tutti i suoi modi di apparire nel loro relazionarsi e non un puro e indefettibile substrato, un nocciolo duro ed immutabile da scoprire a mezzo di continue sottrazioni, come si libera un diamante dalle incrostazioni impure, fintanto che a forza di togliere resta solo il niente, il perfettamente insignificante. Ma poiché tutti i suoi modi di apparire non sono limitabili, la cosa in sé è l'infinito di un racconto che non termina mai e non una totalità oltre la quale non vi è più nulla da dire. La cosa in sé è l'intrecciarsi di innumerevoli storie infinite, nessuna delle quali può venire tolta.

Effettivamente significa che il processo emotivo è tutto interno all'essere umano, e la capacità di stimolare le emozioni non appartiene al sole in quanto tale, come non appartiene a qualsiasi altro ente. Non sono parte, come dici tu, della realtà del sole, ma manifestazioni umane che accidentalmente possono essere provocate dal sole, ma anche nello stesso modo da qualsiasi altro fenomeno. Se la caratteristica di suscitare determinate emozioni fosse propria di un ente in quanto tale questo dovrebbe essere evidente come è evidente che il fuoco brucia qualunque cosa, ma ogni ente suscita negli individui emozioni diverse, o anche nessuna emozione, e quindi questo attributo non è una proprietà dell'ente ma di ogni essere umano, che elabora in modo differente le medesime percezioni sensoriali e quindi reagisce emotivamente ad esse in modo altrettanto singolare. Vi sono alcune caratteristiche fondamentali la cui percezione è comune a tutti gli esseri, come per il sole il fatto che illumini e scaldi, ma oltre a questo e forse poco altro non si può dire, se si vuol rimanere nell'ambito della pura oggettività. Per quanto riguarda gli altri modi di vedere il sole esiste ad esempio un modo animale di vederlo, di interpretarlo, di prenderlo come riferimento per il variare delle stagioni o per orientarsi, un modo che cambia da specie a specie, ma di questo possiamo sapere molto poco, anche se dobbiamo ammettere la sua sussistenza.
Per quanto riguarda la "cosa in sé" è corretto definirla "cosa per noi", e questo "per noi" significa "come noi ce la rappresentiamo", ma definirla così significa assimilarla al noumeno e quindi negare la famosa "cosa in sé" kantiana. Ogni ente esistente nel mondo è dipendente dal mondo stesso, dallo spazio, dal tempo, dalla luce, e se è un ente vivente anche dall'aria, dall'acqua e da tutto ciò da cui questo ente dipende per la sua pura e semplice sussistenza. In sé, ovvero slegato da tutto il resto, niente potrebbe esistere, e questo in sé risulta quindi essere una pura rappresentazione concettuale che non ha alcun riscontro nella realtà. Per questo dico che non esiste una "cosa in sé", conoscibile o meno che sia, anche perché tra l'altro nel nostro mondo in cui tutto scorre ogni ente non é effettivamente tale ma è piuttosto un processo, un work in progress, e il fatto di bloccarlo con la nostra mente attribuendogli un "in sé" o anche un "per me" é una operazione del tutto arbitraria, come fare una fotografia a una ragazza di 20 anni e pretendere che lei rimanga per sempre quella che appare nella foto. Se è necessario all'uomo frammentare il mondo in enti, noumeni, fenomeni e quant'altro per poterseli rappresentare meglio non bisogna fare però il clamoroso errore di credere che essi esistano veramente "in sé", ovvero siano indipendenti da tutto ciò che li circonda.
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Vecchio 09-02-2014, 21.46.07   #26
donquixote
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Credo che ci sia un metodo scientifico costituito (in generale; che si articola variamente in diverse aplicazioni particolari) dalla ricerca di costanti quantitative nel divenire intersoggettivo della realtà materiale-naturale.
E questo ovviamente non é applicabile agli ambiti o aspetti del reale che non sono quantificabili né intersoggettivi (ma non per questo sono meno reali di quello materiale-naturale).
Ma c' è anche più in generale un atteggiamento razionalistico, che include come una specie nel genere il metodo scientifico, ma che si può ben applicare pure alla filosofia.
E' quello che hanno sviluppato e applicato in sostanza i filosofi moderni occidentali (forse non solo; ma purtroppo io conosco solo -un pochino- la filosofia occidentale): Cartesio e quelli che con lui nei libri di scuola vengono apunto denominati "razionalisti" e inoltre gli empiristi (fino al grandissimo Hume).
Essi non hanno affatto ucciso la filosofia ma le hanno aperto nuovi orizzonti di verità, particolarmente fruttuosi anche nel sondare i limiti delle verità possibili superando positivamente illusioni di assolutezza e integralità che non erano vere, ricercando la verità in modo più rigoroso e e autentico, e dunque consapevole anche del suo carattere insuperabilmente relativo, parziale, limitato.
Posto che le "verità" assolute logico-matematiche (compresa la matematica pura), essendo giudizi analitici a priori che non dicono nulla circa ciò che é reale ma solo circa ciò che si può e si deve (o che non si può e non si deve) dire correttamente nell' ambito di un sistema formale astratto e "autoreferenziale" (fondato su definizioni, assiomi e postulati arbirariamente posti, a prescindere da ciò che é reale o meno), la ricerca intorno a una impossibile vertà assoluta (senza virgolette: circa il reale) per me non é il compito della filosofia (così come io la intendo, cioé razionalisticamente), ma casomai della teologia (della religione).

Concordo solo sul fatto che la filosofia non deve mai dimenticare il generale, non deve inseguire verità troppo "specialistiche"; ma anche la scienza, alla quale un limitato specialismo é necessario per progredire, non dovrebbe a mio avviso (altra fondata e pertinente critica filosofica alla scienza, non superabile dal progresso della scienza stessa!) eccedere in questo finendo (come di fatto spesso tende spesso a fare) per vedere (inevitabilmente male) una singola venatura di una singola foglia ignorando non solo la foresta, non solo l' albero, ma perfino gli altri rami e le altre foglie che esulano dal suo iperspecialismo.
Ma come esisto ed esisteranno sempre ricercatori scientifici più o meno buoni, così esistono ed esisteranno sempre filosofi più o meno buoni (compresi quelli che peccano di iperspecialismo).

La filosofia è nata con l'intento di trovare la verità, intesa come fondamento immutabile da cui dedurre tutte le altre verità particolari e relative e al quale queste ultime potessero essere ricondotte. Per questa ragione i primi filosofi di cui abbiamo notizia ricercavano l'archè, il principio primo di tutto l'universo, anche se poi per una questione di loro limiti intellettuali lo ricercavano nel mondo fisico, tanto è vero che anche Aristotele nella Metafisica afferma che i primi filosofi erano tutto sommato dei fisici. Ma in ossequio al sillogismo aristotelico, alla logica basilare e alla intuizione intellettuale erano convinti che vi fosse un principio unico, una verità fondante che doveva servire da pietra di paragone sulla quale confrontare ad esempio le verità percettive, sensoriali. Se questa verità non esiste non ha senso neanche la logica, e non ha senso nemmeno parlare di verità. Se non esiste un fondamento immutabile dell'universo, se non esiste l'essere, allora tutto è solo caos e divenire, ed è solo un colpo di fortuna o del caso che da un uomo e una donna nasca un essere umano e non un gatto, e da un seme di peperone una pianta di peperoni e non di melanzane.
Gli empiristi e i razionalisti, che lungi dal contrapporsi sono invece complementari poiché la ragione non può ragionare se non su qualcosa di altro da sé e questo "altro" sono le percezioni sensoriali, negando di fatto un principio primo unificante negano il concetto di verità, e quelle "verità" raggiunte attraverso il metodo induttivo in primo luogo sono probabilistiche e possono essere smentite da un solo unico fenomeno, e in secondo luogo non si possono filosoficamente chiamare verità neanche in senso relativo poiché essendo applicabili solo al mondo del divenire cambiano costantemente, sia pur in modo apparentemente impercettibile, e quindi un attimo dopo averle enunciate non sono già più tali. E se la filosofia è la ricerca della verità quando questa cessa di esistere la filosofia perde di senso e di scopo, e si riduce ad "ancella" di qualunque altra disciplina abbia bisogno di una qualche giustificazione razionale.
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Vecchio 10-02-2014, 08.33.27   #27
sgiombo
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da donquixote
Gli empiristi e i razionalisti, che lungi dal contrapporsi sono invece complementari poiché la ragione non può ragionare se non su qualcosa di altro da sé e questo "altro" sono le percezioni sensoriali, negando di fatto un principio primo unificante negano il concetto di verità, e quelle "verità" raggiunte attraverso il metodo induttivo in primo luogo sono probabilistiche e possono essere smentite da un solo unico fenomeno, e in secondo luogo non si possono filosoficamente chiamare verità neanche in senso relativo poiché essendo applicabili solo al mondo del divenire cambiano costantemente, sia pur in modo apparentemente impercettibile, e quindi un attimo dopo averle enunciate non sono già più tali. E se la filosofia è la ricerca della verità quando questa cessa di esistere la filosofia perde di senso e di scopo, e si riduce ad "ancella" di qualunque altra disciplina abbia bisogno di una qualche giustificazione razionale.


Empiristi e razionalisti (che concordo essere stati per certi aspetti complementari; ma per altri importanti versi é innegabile si contrapponessero iriducibilmente) non negano affatto il concetto di verità
Anzi le loro rispettive filosofie sono ricerche (e per lo più proproste positive) di verità logiche, empiriche, metafisiche (a seconda dei diversi casi), senza atteggiamenti pregiudizialmente dogmatici e per lo meno nel caso degli empiristi senza assurde pretese di assolutezza. Questo anche nei casi, come quello di Hume, in cui gli esiti di tale ricerca appaiono per lo meno in qualche misura misura scettici (e comunque conoscere i limiti della verità attingibile, gli elementi di incertezza che la caratterizzano, é già un progresso nella ricerca della verità stessa rispetto all' ignorarli e al coltivare acriticamente illusioni).

Una verità che "può essere smentita" (falsificata) non é una verità effettivamente smentita (falsificata).

Il divenire non impedisce la (conoscenza della) verità: se un' attimo dopo aver constatato qualcosa tale qualcosa é cambiato o non esiste più, l' affermazione dell' esistenza di tale qualcosa proposta mentre esso esisteva (un attimo prima di cambiare o cessare di esistere) resta perfettamente vera.
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Vecchio 10-02-2014, 12.34.39   #28
green&grey pocket
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

anche se la domanda è in realtà una critica, nel suo senso della domanda stessa sta a testimoniara come anche aristoteles sia all'interno di uno dei valori della filosofia, quello della domanda stressa.

poi rimando agli stimati sgiombo e holzweg.

aristoteles la filosofia è basata interamente sulla logica?

ma allora la domanda che ruolo ha? qualcosa che si può dedurre apriori dai suoi assiomi? in tal caso perchè ritieni che abbia fallito?
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Vecchio 10-02-2014, 14.50.08   #29
Iugulatus
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Il divenire non impedisce la (conoscenza della) verità: se un' attimo dopo aver constatato qualcosa tale qualcosa é cambiato o non esiste più, l' affermazione dell' esistenza di tale qualcosa proposta mentre esso esisteva (un attimo prima di cambiare o cessare di esistere) resta perfettamente vera.

L'introduzione del tempo come categoria fondativa del concetto e della filosofia in generale fa sì che la verità che resti non sia altro che l'accadimento storico,(il quale preso isolatamente è circoscritto temporalmente), di cui si cerca di conservare la verità all'interno di una Wirkungsgeschichte, la famosa Storia degli Effetti brandita da Gadamer. Ma l'accadimento storico non è l'accadimento nudo e crudo, è l'evento filtrato contemporaneamente dalla scienza e dall'ignoranza dell'essere umano, è un concetto concretizzato, un'idea di cui cogliamo il respiro nel nostro presente...ma in una maniera così costitutivamente vaga ed evanescente che il gioco dell'interpretazione diventa una malattia perenne; c'è qualcosa di troppo mistico ed irrazionale nel contentarsi di una presunta partecipazione, attraverso il linguaggio, della verità, che non è altro che ciò che si raccoglie nel tempo, nella forma di una cultura continua e senza cesure con cui siamo sempre in comunicazione.

Stiamo attenti al fatto che la filosofia non sviluppa contenuti avulsi dall'organo sociale, politico ed economico in cui è inserita, che il suo stato rischia di essere non altro che la traduzione, nel neolinguaggio di cui parlava Don Quixote, di una situazione in cui essa, con nessuna trasparenza a se stessa, si trova al servizio di un meccanismo molto più silenzioso e molto più operativo di essa.
Il riflesso, in un codice più nobile e grazioso, di realtà ben più elementari.
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Vecchio 11-02-2014, 02.05.50   #30
leibnicht
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da Angelo Cannata
Mi viene il dubbio che forse quest'impostazione del discorso sulla filosofia in decadenza era tipico del 900, ma ora che lo si è esplorato, non si può stare ancora a piangere sull'autocritica. Mi ricordo anche i libri storia dell'arte che parlavano di fine dell'arte, e mi sembra che più o meno in ogni campo si lamentasse la fine di quel campo. Vogliamo stare in eterno a piangere la fine di tutto? A quanto mi sembra di capire, adesso ci si rivolge alle contaminazioni (che non dovrebbero essere un mero mescolare cose a casaccio, ma un esplorarne e coltivarne collegamenti che si mostrano interessanti, fruttuosi), all'impegno pratico (intellettuali che provano, o dovrebbero provare, a smuoversi dai loro libri e coinvolgersi in lotte politiche, sociali, a costo di sbagliare fazione, ma almeno smuoversi), ad estensioni del dialogo con ogni altra cosa che è diversa (vogliamo provare a vedere cosa pensano di filosofia gli extracomunitari, i cinesi, gli informatici?). Magari non saranno strade di gran valore, ma credo che sia pur sempre meglio che rimanere a fare filosofia dal di dentro della filosofia, cioè rimanere a cuocersi nel proprio brodo.

Personalmente mi sorprendo della disattenzione cui si demerita questo commento. La grande Filosofia è Memoria, civetta platonica ed anamnesi.
E basta.
Nessun piacere nessun valore, nessun sapere nessun cuore.
leibnicht is offline  

 



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