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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 05-02-2014, 21.11.18   #1
Aristotéles
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La filosofia ha una vera valenza?

Questa citazione è presa dal dialogo Schopenhauer e Leopardi, del critico letterario Francesco De Sanctis:
"Come oggi ridiamo delle puerili spiegazioni che gli antichi filosofi davano del mondo, così rideranno i posteri di tutto questo fracasso che si fa attorno all’idea. La teologia e la filosofia sono destinate a sparire innanzi al progresso delle scienze naturali, com’è sparita l’astrologia, la magia, ecc. Più s’avanza l’osservazione, e più si restringe il cerchio della speculazione. Molte cose appartenevano alla teologia ed alla filosofia, che ora appartengono alla fisica, alla chimica, all’astronomia, alle matematiche. Il sole un giorno era Apollo, e faceva parte della mitologia; poi con Pitagora entrò in filosofia, e diventò musico e ballerino. Un buon telescopio ha posto fine a tutte queste sciocchezze. Quando una cosa io non la so, in luogo di almanaccare e stillarmi il cervello, in luogo di spiegare un mistero con altri misteri più tenebrosi, teologici o filosofici, io dico alla buona: non la so. Se tutto il tempo che si è perduto in queste fantasie si fosse speso a coltivar le scienze naturali, saremmo più innanzi."
Per avere un'opinione completa sul pensiero di De Sanctis consiglio di leggere interamente il dialogo (http://it.wikisource.org/wiki/Schopenhauer_e_Leopardi) in cui viene liquidata la filosofia di Schopenhauer (sebbene, in forma ironica, sembra che la esalti) e viene innalzata la filosofia del Leopardi che "è uguale a quella di Schopenhaur, ma produce l'effetto opposto".
Ad ogni modo, che ne pensate di questa citazione? Condividete qualcosa su questa considerazione sulla filosofia?
Aristotéles is offline  
Vecchio 06-02-2014, 12.58.42   #2
sgiombo
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

Citazione:
Originalmente inviato da Aristotéles
Questa citazione è presa dal dialogo Schopenhauer e Leopardi, del critico letterario Francesco De Sanctis:
"Come oggi ridiamo delle puerili spiegazioni che gli antichi filosofi davano del mondo, così rideranno i posteri di tutto questo fracasso che si fa attorno all’idea. La teologia e la filosofia sono destinate a sparire innanzi al progresso delle scienze naturali, com’è sparita l’astrologia, la magia, ecc. Più s’avanza l’osservazione, e più si restringe il cerchio della speculazione. Molte cose appartenevano alla teologia ed alla filosofia, che ora appartengono alla fisica, alla chimica, all’astronomia, alle matematiche. Il sole un giorno era Apollo, e faceva parte della mitologia; poi con Pitagora entrò in filosofia, e diventò musico e ballerino. Un buon telescopio ha posto fine a tutte queste sciocchezze. Quando una cosa io non la so, in luogo di almanaccare e stillarmi il cervello, in luogo di spiegare un mistero con altri misteri più tenebrosi, teologici o filosofici, io dico alla buona: non la so. Se tutto il tempo che si è perduto in queste fantasie si fosse speso a coltivar le scienze naturali, saremmo più innanzi."
Per avere un'opinione completa sul pensiero di De Sanctis consiglio di leggere interamente il dialogo (http://it.wikisource.org/wiki/Schopenhauer_e_Leopardi) in cui viene liquidata la filosofia di Schopenhauer (sebbene, in forma ironica, sembra che la esalti) e viene innalzata la filosofia del Leopardi che "è uguale a quella di Schopenhaur, ma produce l'effetto opposto".
Ad ogni modo, che ne pensate di questa citazione? Condividete qualcosa su questa considerazione sulla filosofia?
Mi sono stampato e leggerò certamente l' intero dialogo.

Dalla citazione mi sembra di rilevare un certo atteggiamento astratto e ingenuo da parte dell' autore.

Gli uomoni non sono tutti e integralmente razionalisti; personalmente penso (o meglio: cerco) di esserlo quanto più possibile, non meno dell' autore della citazione, ma certamente non lo sono integralmente, assolutamente; d' altra parte nulla in natura é assoluto, e molti non cercano nemmeno di essere razionalisti, sono paghi del loro più o meno integrale (nemmeno esso assoluto) irrazionalismo.
E' cosa vera e nota da tempo che il progredire delle conoscenze scientifiche tende a restringere progressivamente il campo degli irrazionalismi più o meno superstiziosi o religiosi, ma:
a) innanzitutto (come tutto ciò che riguarda le "scienze umane" -la storia, nella fattispecie- e al contrario delle scienze naturali) é una mera tendenza non esprimible in formule matematiche e inoltre variamente (e vagamente) contrastata da controtendenze (la storia in generale e la storia delle scienze in particolare conosce anche fasi di stagnazione e di regresso).
b) esiste una "parte" o componente" della realtà sperimentabile (vissuta, percepibile coscientemente) che non é riducibile alla materia (alla realtà naturale-materiale quantificabile, misurabile secondo rapporti espressi da numeri, intersoggettiva e dunque conoscibile scientificamente in senso stretto -"scienze naturali"- ma casomai solo come "scienze umane" non quantificabili e non esprimibili in formule matematiche).
Quindi secondo me se non anche la teologie, per lo meno la filosofia (razionalistica) non é "destinata a sparire innanzi al progresso delle scienze naturali" (e probabilmente, ad essere realisti, si deve pensare che anche le teologie o altre concezioni filosofiche irrazionalistiche tendano a ridursi ma "asintoticamente", senza mai arrivare a scomparire completamente).

Comunque il tempo dedicato alla filosofia non é affatto perso: la conoscenza razionale non é solo scienze naturali (per me personalmente -per quel che può valere questa considerazione- non é nemmeno la più importante). E la conoscenza stessa delle scienze naturali merita a sua volta di essere criticata razionalmente da parte della fiolosofia (e la sua critica razionale é filosofia).
sgiombo is offline  
Vecchio 06-02-2014, 15.24.45   #3
Iugulatus
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

Caro Aristotèles, penso che una diagnosi del presente filosofico sia l'unica cosa buona che resta da fare all'uomo che si sente amico della Filosofia ma nel quale alberga una totale confusione circa i suoi scopi e la sua significatività oggigiorno al di là dell'impiego da Storico antiquario della Filosofia.

Io, che credo che la Filosofia possa prosperare soltanto nella condizione in cui si contrappone a sistemi di concezioni diffuse, a versioni della verità di pubblico dominio, ritengo che il rapporto di essa, ad esempio con la Teologia, sia fondamentale ai fini della sua esistenza. Il logos ha bisogno di un mythos in ogni tempo affinchè la figura del filosofo esista, ed esista soprattutto la sua persuasione di possedere un compito, una missione.
Al contempo non credo sia possibile retrocedere semplicemente al tempo in cui Filosofia e Teologia erano in vita e reinterpretare la figura del filosofo secondo i termini di qualcosa che è definitivamente scomparso.

Di seguito riporto una cosa che ho scritto di getto a parte(spero la forma sia accettabile) per esporti una mia idea inerente al destino della filosofia:

La filosofia getta il suo ultimo grido feroce ma disperato operando la congiunzione del concetto di Sapere Assoluto alla sola immanenza. L’apogeo della filosofia è questo, il suo attorcigliarsi su se medesima; quando sul panorama filosofico compare la categoria della Storia, la filosofia è istradata al suo necessario tramonto; noi ci lasciamo ingannare, come cominciò a farsi quando appunto la Storia con Hegel sorse solenne ed impettita che essa, in quanto tempo del concetto e dell’umanità, sia il segno della differenza rispetto al dominio delle scienze naturali e dunque il baluardo di difesa nel quale la filosofia, unitamente al altre scienze dello spirito, riesca a sopravvivere.

Ma nel momento in cui la filosofia con Hegel non risulta altro che il frutto della Storia, ossia del tempo che si accumula nella terra, catena di eventi nella totalità spazio-temporale, la filosofia si pone nella medesima linea della scienza, assumendo il crisma secondo il quale la verità è il risultato di un processo, il prodotto di una sequenza causale individuabile. La filosofia è dunque divenuta con Hegel un risultato; ma la filosofia non è punto pronta al suo totale trapasso, né si sa se mai avverrà compiutamente il suo pieno discioglimento nella scienza; spostata definitivamente dal suo asse, non in condizione parimenti di sparire repentinamente, la filosofia accede ad una eterna notte ermeneutica; questo avviene fondamentalmente perché i filosofi inventano dei fatti alternativi a quelli di scienza, i fatti storici per l’appunto, anch’essi immaginati essenzialmente come avanzanti in una linea di causazioni sufficienti, ma dotati di un senso, di un significato che non può essere affatto penetrabile con il metodo osservatore-oggetto della scienza. Il logos è motore e strumento di interpretazione di uno sviluppo intellegibile ed al tempo stesso contingente; i fatti culturali hanno un loro sistema di svolgimento, una loro teleologia; il problema è che il fatto culturale è soggetto ineliminabilmente alla sostanziale indefinitezza, e che il senso è infinitamente masticato, centrifugato, elaborato e sfaccettato all’interno di un coacervo di mille minute combinazioni, di un sempre più capzioso impiego della parola. E’ l’abbarbicamento nel senso, il sospetto o anzi la certezza che il proprio stato psicologico e culturale sia interamente giustificabile a partire dal contesto di esperienze e coordinate formative che si sono recepite, a creare una paralisi totale ed un rimuginamento continuo sui contenuti di questa inevitabile determinazione spazio-temporale; la prigione dell’uomo pensante coincide col presupposto principale delle Scienze dello Spirito: che esistano cioè dei fatti storici che si susseguono con una logica codificata; codice che è coglibile soltanto all’interno di una riflessione e comprensione prettamente umana delle dinamiche storiche, che per sua essenza però, non può mai esser colto con la stessa nitidezza con cui la scienza carpisce il codice non semantizzato della natura.
Cosa determina l’atrofizzazione della mente, il senso di un gravame gigantesco che stronca la nostra personalità, la nostra fiducia nella fertilità del nostro intelletto? Il fatto che questi eventi che ci siamo inventati sono sempre opachi ed incomprensibili, e continuamente ci fanno girare a vuoto nella paradossale ricerca di un’Origine laddove riconosciamo contraddittoriamente che la nostra prospettiva è una pastoia insolubile che non ci permette d’immaginare che un solo nostro gesto possa trasbordare dal suo tirannico contesto. La cosa più ridicola è che il contesto stesso, nel quale ci crogioliamo, è in virtù della nostra stessa costruzione, inconoscibile, e su questo si fonda la lunga notte filosofica dell’ermeneutica e dalla filologia che cerca di determinare nello spazio dell’inaggirabile empiria il senso di quanto è detto; soltanto, quanto è detto, perché la filosofia permanga nella tremenda agonia in cui si finge di vivere, deve essere ineluttabilmente criptato e generatore di ignoranza;
la filosofia è oggi un uccello vecchio e morente che s’industria affannato a leccarsi le piume per farle rifulgere invece di osservare con coraggio e lealtà quello che dentro le rimane: ossa fragili prossime allo spezzarsi , organi malati e già decomponentisi, , il cui cattivo odore dovrebbe opportunamente indirizzarla alla riflessione sulla sua morte da tempo annunciata e da tempo in atto.
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Vecchio 06-02-2014, 16.03.36   #4
Aristotéles
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

Citazione:
Originalmente inviato da sgiombo
Mi sono stampato e leggerò certamente l' intero dialogo.

Dalla citazione mi sembra di rilevare un certo atteggiamento astratto e ingenuo da parte dell' autore.

Gli uomoni non sono tutti e integralmente razionalisti; personalmente penso (o meglio: cerco) di esserlo quanto più possibile, non meno dell' autore della citazione, ma certamente non lo sono integralmente, assolutamente; d' altra parte nulla in natura é assoluto, e molti non cercano nemmeno di essere razionalisti, sono paghi del loro più o meno integrale (nemmeno esso assoluto) irrazionalismo.
E' cosa vera e nota da tempo che il progredire delle conoscenze scientifiche tende a restringere progressivamente il campo degli irrazionalismi più o meno superstiziosi o religiosi, ma:
a) innanzitutto (come tutto ciò che riguarda le "scienze umane" -la storia, nella fattispecie- e al contrario delle scienze naturali) é una mera tendenza non esprimible in formule matematiche e inoltre variamente (e vagamente) contrastata da controtendenze (la storia in generale e la storia delle scienze in particolare conosce anche fasi di stagnazione e di regresso).
b) esiste una "parte" o componente" della realtà sperimentabile (vissuta, percepibile coscientemente) che non é riducibile alla materia (alla realtà naturale-materiale quantificabile, misurabile secondo rapporti espressi da numeri, intersoggettiva e dunque conoscibile scientificamente in senso stretto -"scienze naturali"- ma casomai solo come "scienze umane" non quantificabili e non esprimibili in formule matematiche).
Quindi secondo me se non anche la teologie, per lo meno la filosofia (razionalistica) non é "destinata a sparire innanzi al progresso delle scienze naturali" (e probabilmente, ad essere realisti, si deve pensare che anche le teologie o altre concezioni filosofiche irrazionalistiche tendano a ridursi ma "asintoticamente", senza mai arrivare a scomparire completamente).

Comunque il tempo dedicato alla filosofia non é affatto perso: la conoscenza razionale non é solo scienze naturali (per me personalmente -per quel che può valere questa considerazione- non é nemmeno la più importante). E la conoscenza stessa delle scienze naturali merita a sua volta di essere criticata razionalmente da parte della fiolosofia (e la sua critica razionale é filosofia).

Ci tengo a precisare che non possiamo sapere se questa citazione sia veramente o no il pensiero dell’autore, visto che l’opera è un dialogo e il personaggio che la dice è il “signor A”, contrapposto al “signor D” (ovvero De Sanctis stesso); credo più che altro che non sia il suo vero pensiero, ma contenga qualcosa di suo, perché era contro la filosofia astratta e incomunicabile, ma a suo modo anche lui era un filosofo.
Per il resto credo sia ovvio che la teologia non scomparirà con l’avanzare delle scienze, visto che la scienza non proverà mai l’ (in)esistenza di Dio, e la stessa cosa vale per la filosofia moderna, anche se questa resterà come “in sospeso”, perché, al contrario delle scienze, non può essere provata tramite esperimenti con relative verità, ma solamente tramite ragionamenti che possono essere confutati da chiunque anche se sono giusti.
Ad ogni modo, come diceva qualcuno, opponendosi alla filosofia si fa altra filosofia, dunque è per questo che sicuramente non scomparirà mai.
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Vecchio 06-02-2014, 16.55.16   #5
Aristotéles
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da Iugulatus
Caro Aristotèles, penso che una diagnosi del presente filosofico sia l'unica cosa buona che resta da fare all'uomo che si sente amico della Filosofia ma nel quale alberga una totale confusione circa i suoi scopi e la sua significatività oggigiorno al di là dell'impiego da Storico antiquario della Filosofia.

Io, che credo che la Filosofia possa prosperare soltanto nella condizione in cui si contrappone a sistemi di concezioni diffuse, a versioni della verità di pubblico dominio, ritengo che il rapporto di essa, ad esempio con la Teologia, sia fondamentale ai fini della sua esistenza. Il logos ha bisogno di un mythos in ogni tempo affinchè la figura del filosofo esista, ed esista soprattutto la sua persuasione di possedere un compito, una missione.
Al contempo non credo sia possibile retrocedere semplicemente al tempo in cui Filosofia e Teologia erano in vita e reinterpretare la figura del filosofo secondo i termini di qualcosa che è definitivamente scomparso.

Di seguito riporto una cosa che ho scritto di getto a parte(spero la forma sia accettabile) per esporti una mia idea inerente al destino della filosofia:

La filosofia getta il suo ultimo grido feroce ma disperato operando la congiunzione del concetto di Sapere Assoluto alla sola immanenza. L’apogeo della filosofia è questo, il suo attorcigliarsi su se medesima; quando sul panorama filosofico compare la categoria della Storia, la filosofia è istradata al suo necessario tramonto; noi ci lasciamo ingannare, come cominciò a farsi quando appunto la Storia con Hegel sorse solenne ed impettita che essa, in quanto tempo del concetto e dell’umanità, sia il segno della differenza rispetto al dominio delle scienze naturali e dunque il baluardo di difesa nel quale la filosofia, unitamente al altre scienze dello spirito, riesca a sopravvivere.

Ma nel momento in cui la filosofia con Hegel non risulta altro che il frutto della Storia, ossia del tempo che si accumula nella terra, catena di eventi nella totalità spazio-temporale, la filosofia si pone nella medesima linea della scienza, assumendo il crisma secondo il quale la verità è il risultato di un processo, il prodotto di una sequenza causale individuabile. La filosofia è dunque divenuta con Hegel un risultato; ma la filosofia non è punto pronta al suo totale trapasso, né si sa se mai avverrà compiutamente il suo pieno discioglimento nella scienza; spostata definitivamente dal suo asse, non in condizione parimenti di sparire repentinamente, la filosofia accede ad una eterna notte ermeneutica; questo avviene fondamentalmente perché i filosofi inventano dei fatti alternativi a quelli di scienza, i fatti storici per l’appunto, anch’essi immaginati essenzialmente come avanzanti in una linea di causazioni sufficienti, ma dotati di un senso, di un significato che non può essere affatto penetrabile con il metodo osservatore-oggetto della scienza. Il logos è motore e strumento di interpretazione di uno sviluppo intellegibile ed al tempo stesso contingente; i fatti culturali hanno un loro sistema di svolgimento, una loro teleologia; il problema è che il fatto culturale è soggetto ineliminabilmente alla sostanziale indefinitezza, e che il senso è infinitamente masticato, centrifugato, elaborato e sfaccettato all’interno di un coacervo di mille minute combinazioni, di un sempre più capzioso impiego della parola. E’ l’abbarbicamento nel senso, il sospetto o anzi la certezza che il proprio stato psicologico e culturale sia interamente giustificabile a partire dal contesto di esperienze e coordinate formative che si sono recepite, a creare una paralisi totale ed un rimuginamento continuo sui contenuti di questa inevitabile determinazione spazio-temporale; la prigione dell’uomo pensante coincide col presupposto principale delle Scienze dello Spirito: che esistano cioè dei fatti storici che si susseguono con una logica codificata; codice che è coglibile soltanto all’interno di una riflessione e comprensione prettamente umana delle dinamiche storiche, che per sua essenza però, non può mai esser colto con la stessa nitidezza con cui la scienza carpisce il codice non semantizzato della natura.
Cosa determina l’atrofizzazione della mente, il senso di un gravame gigantesco che stronca la nostra personalità, la nostra fiducia nella fertilità del nostro intelletto? Il fatto che questi eventi che ci siamo inventati sono sempre opachi ed incomprensibili, e continuamente ci fanno girare a vuoto nella paradossale ricerca di un’Origine laddove riconosciamo contraddittoriamente che la nostra prospettiva è una pastoia insolubile che non ci permette d’immaginare che un solo nostro gesto possa trasbordare dal suo tirannico contesto. La cosa più ridicola è che il contesto stesso, nel quale ci crogioliamo, è in virtù della nostra stessa costruzione, inconoscibile, e su questo si fonda la lunga notte filosofica dell’ermeneutica e dalla filologia che cerca di determinare nello spazio dell’inaggirabile empiria il senso di quanto è detto; soltanto, quanto è detto, perché la filosofia permanga nella tremenda agonia in cui si finge di vivere, deve essere ineluttabilmente criptato e generatore di ignoranza;
la filosofia è oggi un uccello vecchio e morente che s’industria affannato a leccarsi le piume per farle rifulgere invece di osservare con coraggio e lealtà quello che dentro le rimane: ossa fragili prossime allo spezzarsi , organi malati e già decomponentisi, , il cui cattivo odore dovrebbe opportunamente indirizzarla alla riflessione sulla sua morte da tempo annunciata e da tempo in atto.

Il problema è che a parer mio la filosofia è destinata alla "immortalità", perché, come ho già detto, opponendosi alla filosofia non si fa altro che produrre altra filosofia, come praticamente ha fatto il De Sanctis o fanno tutti quelli che si dimostrano contrari all'utilità di questa materia. Più che altro la "morte" della filosofia la possiamo interpretare come il suo decadimento, la sua crisi, e, analizzata la filosofia contemporanea, siamo proprio sulla buona strada, anche se non si questo trapasso non si è ancora compiuto.
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Vecchio 06-02-2014, 21.43.48   #6
maral
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da Aristotéles
Questa citazione è presa dal dialogo Schopenhauer e Leopardi, del critico letterario Francesco De Sanctis:
"Come oggi ridiamo delle puerili spiegazioni che gli antichi filosofi davano del mondo, così rideranno i posteri di tutto questo fracasso che si fa attorno all’idea. La teologia e la filosofia sono destinate a sparire innanzi al progresso delle scienze naturali, com’è sparita l’astrologia, la magia, ecc. Più s’avanza l’osservazione, e più si restringe il cerchio della speculazione. Molte cose appartenevano alla teologia ed alla filosofia, che ora appartengono alla fisica, alla chimica, all’astronomia, alle matematiche. Il sole un giorno era Apollo, e faceva parte della mitologia; poi con Pitagora entrò in filosofia, e diventò musico e ballerino. Un buon telescopio ha posto fine a tutte queste sciocchezze. Quando una cosa io non la so, in luogo di almanaccare e stillarmi il cervello, in luogo di spiegare un mistero con altri misteri più tenebrosi, teologici o filosofici, io dico alla buona: non la so. Se tutto il tempo che si è perduto in queste fantasie si fosse speso a coltivar le scienze naturali, saremmo più innanzi."
Penso che forse il sole quando era Apollo e quando poi diventò musico e ballerino ci svelava di lui (e di noi) aspetti che un telescopio non sarebbe più riuscito a svelarci, ma capisco De Sanctis che viveva la radiosa aurora di una scienza positiva con tutte le sue illusioni di luminoso affrancamento razionale della conoscenza umana dalla schiavitù dell'ignoranza.
Anch'io quando una cosa non la so dico alla buona non la so, ma non smetto di almanaccarci sopra all'infinito, è lo stesso fatto che non la so che mi affascina e mi costringe a tanto spreco di tempo. Ma forse proprio per questo il tempo si spreca mai come invece capita al denaro che si ha in tasca.
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Vecchio 07-02-2014, 01.24.23   #7
leibnicht
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

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Originalmente inviato da Aristotéles
Questa citazione è presa dal dialogo Schopenhauer e Leopardi, del critico letterario Francesco De Sanctis:
"Come oggi ridiamo delle puerili spiegazioni che gli antichi filosofi davano del mondo, così rideranno i posteri di tutto questo fracasso che si fa attorno all’idea. La teologia e la filosofia sono destinate a sparire innanzi al progresso delle scienze naturali, com’è sparita l’astrologia, la magia, ecc. Più s’avanza l’osservazione, e più si restringe il cerchio della speculazione. Molte cose appartenevano alla teologia ed alla filosofia, che ora appartengono alla fisica, alla chimica, all’astronomia, alle matematiche. Il sole un giorno era Apollo, e faceva parte della mitologia; poi con Pitagora entrò in filosofia, e diventò musico e ballerino. Un buon telescopio ha posto fine a tutte queste sciocchezze. Quando una cosa io non la so, in luogo di almanaccare e stillarmi il cervello, in luogo di spiegare un mistero con altri misteri più tenebrosi, teologici o filosofici, io dico alla buona: non la so. Se tutto il tempo che si è perduto in queste fantasie si fosse speso a coltivar le scienze naturali, saremmo più innanzi."
Per avere un'opinione completa sul pensiero di De Sanctis consiglio di leggere interamente il dialogo (http://it.wikisource.org/wiki/Schopenhauer_e_Leopardi) in cui viene liquidata la filosofia di Schopenhauer (sebbene, in forma ironica, sembra che la esalti) e viene innalzata la filosofia del Leopardi che "è uguale a quella di Schopenhaur, ma produce l'effetto opposto".
Ad ogni modo, che ne pensate di questa citazione? Condividete qualcosa su questa considerazione sulla filosofia?

E' l'impronta positivista che deforma il giudizio di De Sanctis.
Detto questo, va bene fingerlo "assolutamente attuale" al modo di Leotard: basta che "ci piaccia".
Anche Vattimo sarebbe d'accordo... L'assoluto eterno "presente attimale"...
Intorno al baratro gli "Uomini vuoti" sempre danzano.
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Vecchio 07-02-2014, 09.51.16   #8
Angelo Cannata
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

Forse, più che sulla valenza o decadenza della filosofia, sarebbe più opportuno interrogarsi sull'evoluzione del significato del termine filosofia. Cioè, può darsi che a noi sembri che la filosofia diminuisca di valenza o decada, ma solo perché la nostra mente fa fatica ad adeguarsi a nuovi significati, nuove fisionomie che essa man mano viene ad assumere.
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Vecchio 07-02-2014, 12.20.20   #9
Iugulatus
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

Citazione:
Originalmente inviato da Angelo Cannata
Forse, più che sulla valenza o decadenza della filosofia, sarebbe più opportuno interrogarsi sull'evoluzione del significato del termine filosofia. Cioè, può darsi che a noi sembri che la filosofia diminuisca di valenza o decada, ma solo perché la nostra mente fa fatica ad adeguarsi a nuovi significati, nuove fisionomie che essa man mano viene ad assumere.

Sono d'accordo, ma la questione va considerata ancora più a monte; nessuno dispone di un concetto di "filosofo" più che di filosofia il cui contenuto sia estrinseco al lavoro di accademia, ad una professione stazionaria e sempre più decadente. Fuor di questo contesto il filosofo non guadagna nessun rispetto, neanche agli occhi di se stesso. Quello che dice lo storico della filosofia è sempre un commento, non più parola performativa, che è opinione di come stanno le cose al mondo; i testi dei filosofi odierni sono soltanto una masticazione infinita di nomi e rimandi ad altro, tentativi di ottenere approvazione tramite uno specifico canale di autorità del pensiero, eccettuate le quali essi non hanno nessuna personalità filosofica e nessuna convinzione in sè.
Mi sembra un po' penoso per la "grandezza" della philosophia non essere minimamente capaci di fornire oggigiorno una definizione seria di quale sia l'oggetto della sophia; tergiversiamo nella risposta insufficiente e tremendamente noiosa con cui la definiamo in negativo: tutto ciò che la scienza non riesce ad ascrivere a sè.
Ma cos'è che non riesce ad ascrivere a sè al momento la scienza,se non quelle discussioni vane, senza mordente e senza vera direzione nelle quali sonnecchiamo e per le quali siamo degni dello scherno di chi non è "filosofo"? Il filosofo si abbrustolisce nel camino di una professione sempre più estetizzante e vacua; rimuoviamo per autodifesa il fatto che la parola "filosofo" implichi un rapporto diretto ed attivo con la sophia, poichè cogliamo consciamente od inconsciamente che la possibilità di questo rapporto attivo e produttivo è stata storicamente spazzata via e che è più comodo vivacchiare nella blanda professione che in qualche modo ci previene dal sentimento di inutilità, piuttosto che riconoscere la scomparsa dell'oggetto della sophia per poter, attraverso una morte cosciente, sperare di ricostituire una figura umana significativa.

Ci saziamo del nostro posticino in società, perdendo cognizione del fatto che attraverso il pensiero l'uomo si erge ad individuo ed entra in collisione con i meccanismi irriflessi del sociale; ci saziamo dell'inclusione e della pacificazione nell'universale della società, lieti di essere stati istituzionalizzati; tutto ciò non è forse fetentemente hegeliano?
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Vecchio 07-02-2014, 18.23.17   #10
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Riferimento: La filosofia ha una vera valenza?

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Penso che forse il sole quando era Apollo e quando poi diventò musico e ballerino ci svelava di lui (e di noi) aspetti che un telescopio non sarebbe più riuscito a svelarci, ma capisco De Sanctis che viveva la radiosa aurora di una scienza positiva con tutte le sue illusioni di luminoso affrancamento razionale della conoscenza umana dalla schiavitù dell'ignoranza.
Anch'io quando una cosa non la so dico alla buona non la so, ma non smetto di almanaccarci sopra all'infinito, è lo stesso fatto che non la so che mi affascina e mi costringe a tanto spreco di tempo. Ma forse proprio per questo il tempo si spreca mai come invece capita al denaro che si ha in tasca.

- Cos'è che il sole ci svelava di più quando ero musico e ballerino rispetto ad oggi che è una massa infuocata? Una volta era semplicemente mitologia (filosofia), oggi è verità (scienza): di certo non so se questo si potrà dire anche ai filosofi moderni, chi vivrà vedrà.
- Il problema è che ragionando (quindi non facendo esperimenti come nella scienza) possiamo cadere in errore e non capirlo mai, o addirittura possiamo dire una cosa giusta ma agli altri potrà sembrare sbagliata: praticamente è questo il succo della riflessione, che però se venisse applicato ad ogni aspetto della vita umana sicuramente annichilirebbe tutta la cultura (tranne appunto la scienza e simili).
Aristotéles is offline  

 



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