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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 07-02-2010, 21.30.44   #21
Francis399
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la ragione è tutto ciò che ci permette di esistere al di là del nostro corpo, la ragionevolezza è semplicemente la capacità di utilizzare la ragione in modo strettamente reale e moderato..per me la ragione è per certi versi come un bosco che all'apparenza sembra bello e ricco ed animato da piante ed animali, ruscelli e luoghi ombreggiati...un locus amoenus per tutti gli aspetti...ricordiamoci sempre però che può diventare locus terribilis al suo interno, strade che si perdono tra gli alberi, buio e freddo...se non si utilizza la ragionevolezza a pari passo con la ragione si rischia di perdere la ragionevolezza ed acquistare la follia...che non credo sia semplicemente mancata presenza di ragione, anzi, credo che la follia sia eccesso di ragione in assenza di ragionevolezza...che poi sia un bene o un male, staremo a vedere...
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Vecchio 08-02-2010, 23.38.44   #22
miky 1987
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Provo a rispondere alla domanda iniziale del post: Cos'è la ragione e qual è la sua relazione con la fede? La ragione ci dà la possibilità di pensare il mondo, di formarci delle opinioni, di realizzare delle critiche, e di renderle comunicabili attraverso l'uso di un linguaggio. Possiamo scambiarci i nostri pensieri, le nostre ragioni soltanto grazie all'esistenza di un linguaggio. Il problema della ragione è però anche quello di poter pensare cose che nella realtà dei fatti non esistono. Io posso pensare un elefante che vola, pur non avendone mai visto uno con i miei occhi. Nello stesso tempo il fatto di non avere una corrispondenza nella realtà sensibile di quel soggetto, mi porta ad escluderne l'esistenza. Questo però non cancella il fatto che io possa pensare un elefante che vola, e quindi il fatto che questa figura, questo soggetto, possa esistere a livello concettuale. E qui mi collego all'idea che ha Kant della ragione: la ragione è l'intelletto che si spinge al di là dell'orizzonte dell'esperienza possibile. E' la facoltà dell'incondizionato, ovvero la pura esigenza dell'Assoluto. Dal punto di vista conoscitivo, quindi nella sfera della nostra ragion pura noi non possiamo conoscere il vero senso del mondo che abitiamo. E quindi anche di fronte a domande quali: Dio esiste? La sola risposta possibile non può essere che "non so". Può esistere come può non esistere. Tuttavia dice Kant - e mi sembra condivisibile in questo - il concetto di Dio è uno schema che ci serve per ordinare l'esperienza, per darle maggiore unità. Il fatto che io possa pensare Dio non mi porta a confermarne automaticamente l'esistenza. Certamente d'altro canto neanche la smentisce.

Seconda questione: come si rapportano fede e ragione? Io credo che nella misura in cui un essere umano prova fiducia per un altro essere umano o anche per una divinità ci sia sempre pure una parte di ragionevolezza in questo suo atto. La fiducia verso il proprio partner, verso un amico è guidata da una parte di irrazionalità, ma anche da una parte di razionalità. Se pongo la mia fiducia nei confronti di una persona completamente a occhi chiusi, l'esperienza insegna, posso uscirne molto deluso. Quindi anche la fiducia verso Dio, non può che essere caratterizzata da un minimo di ragionevolezza. Se io non trovassi un minimo di ragionevolezza nella religione in cui scelgo di credere, e che decido di professare, avrebbe poco senso continuare a professarla.
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Vecchio 09-02-2010, 10.58.26   #23
emmeci
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Non so, Miky 1987, se basta unire ragione a ragionevolezza (una specie di uovo di colombo del nostro linguaggio) per condurci verso la verità, perché non solo i religiosi ritengono di conoscere la verità - l’assoluta verità - ben prima o al di fuori di una strategia razionale e linguistica, ma gli stessi filosofi poggiano su qualcosa che appare perfino caratterizzato da un estro creativo….. Perché, per esempio, Schopenhauer parte dalla volontà e Hegel da un concetto di ragione che diventa spirito? Perché Parmenide parte dall’essere e Eraclito dal divenire?
Tutte belle ed efficaci parole; e il logos si è dimostrato ancora più fertile e immaginoso della mitologia e della fede, che produce sì religioni diverse ma dotate di un’analogia di fondo, mentre i filosofi…..Se i religiosi si richiamano a una rivelazione, i filosofi sono sotto lo stimolo di una non meno feconda potenza: ciò che per un religioso è evidente può non esserlo per un filosofo e ciò che per un filosofo è evidente può non esserlo per un altro filosofo. Alla fine, come tu ti chiedi, “E' logica o fede? Ma anche se è fede - dici - deve pur corrispondere a un minimo di ragionevolezza….”. Beh, su questo sarei molto cauto, visto che ci sono state e ci sono religioni che non hanno posto limiti alla fantasia dell’uomo, quasi che proprio lui, e non Dio, fosse l’onnipotente.
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Vecchio 10-02-2010, 13.41.33   #24
miky 1987
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Non so, Miky 1987, se basta unire ragione a ragionevolezza (una specie di uovo di colombo del nostro linguaggio) per condurci verso la verità, perché non solo i religiosi ritengono di conoscere la verità - l’assoluta verità - ben prima o al di fuori di una strategia razionale e linguistica, ma gli stessi filosofi poggiano su qualcosa che appare perfino caratterizzato da un estro creativo….. Perché, per esempio, Schopenhauer parte dalla volontà e Hegel da un concetto di ragione che diventa spirito? Perché Parmenide parte dall’essere e Eraclito dal divenire?
Tutte belle ed efficaci parole; e il logos si è dimostrato ancora più fertile e immaginoso della mitologia e della fede, che produce sì religioni diverse ma dotate di un’analogia di fondo, mentre i filosofi…..Se i religiosi si richiamano a una rivelazione, i filosofi sono sotto lo stimolo di una non meno feconda potenza: ciò che per un religioso è evidente può non esserlo per un filosofo e ciò che per un filosofo è evidente può non esserlo per un altro filosofo. Alla fine, come tu ti chiedi, “E' logica o fede? Ma anche se è fede - dici - deve pur corrispondere a un minimo di ragionevolezza….”. Beh, su questo sarei molto cauto, visto che ci sono state e ci sono religioni che non hanno posto limiti alla fantasia dell’uomo, quasi che proprio lui, e non Dio, fosse l’onnipotente.

Ciao emmeci. Sul perché Parmenide abbia scelto la via dell'essere ed Eraclito quella del divenire effettivamente non ci sono in risposte in senso assoluto. Tuttavia quando parlo di quel “minimo di ragionevolezza” che credo debba esserci quasi sempre in una teoria che cerca di dare una spiegazione e un'unità alla molteplicità del mondo, ne parlo in termini non assolutistici, ma di convinzioni personali. Per cui se Parmenide era arrivato a sostenere che l'essere è e non può non essere e per contro Eraclito sosteneva che nel mondo niente è statico e immutabile, ma tutto cambia di continuo, lo facevano portando comunque delle argomentazioni ragionevoli a sostegno delle loro tesi. Così nel rapporto con la propria religione un credente dovrà trovare una ragionevolezza in ciò in cui crede. Per cui se io credo per esempio nel cattolicesimo lo faccio perché trovo ragionevole e convincente che Dio mi dica di amare il mio prossimo come comandamento fondamentale. Però come cattolico non posso sapere allo stesso tempo con certezza se ciò in cui credo è la verità. La vita deve svolgersi secondo me, per un religioso come una continua ricerca della verità. Il dubbio non è da nascondere o da ignorare. E' qualcosa con cui ci si deve confrontare quotidianamente. Secondo me la religione non può essere vissuta come una costrizione del tipo: il cattolicesimo mi dice che non devo fare sesso perciò io pur provando il desiderio di farlo non lo faccio perché la mia religione me lo proibisce. Io devo piuttosto essere convinto che ciò sia veramente la cosa migliore, e devo pensare che sia ragionevole per me. Altrimenti mi comporterei da fesso. Io la vedo insomma con teologi come Vito Mancuso. Poi purtroppo ci sono tanti dogmatici in giro, tanti moralisti, tante persone che pretendono di avere la verità in tasca e di poter fare i saputelli o i superiori rispetto agli altri. Anzi questi sono sicuramente la maggioranza, e rovinano secondo me il senso profondo dell'essere religiosi.
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Vecchio 11-02-2010, 10.12.14   #25
emmeci
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Miky 1987, non posso che sottoscrivere quanto dici con generosa e perfino umile partecipazione alla verità degli altri – sia essa religiosa o filosofica….Eppure una differenza c’è, credo, ed è una differenza di fondo, tanto da porci davanti a un bivio che non ammette un attimo di respiro o abili compromessi: il nucleo di una religione, infatti, non è la relatività ma l’assolutezza, non è – neppure per il peccatore pentito - il dubbio ma la certezza della verità rivelata. Davanti a Dio il diavolo non ha mai ragione, tanto più se il diavolo si veste di filosofiche penne.
La situazione è rappresentata icasticamente da San Tommaso quando afferma che la verità è una sola, sia per il religioso che per il filosofo, e allora perché passare le notti a cercarla, perché spremersi le meningi quando la chiesa te la offre subito e senza tormenti? E’ qui il punto critico, Miky, cioè decidere se il compito del filosofo cessa davanti a chi dice “la verità è questa, ascoltala e sii felice” - o se sta nel continuare a cercarla, a rischio di non trovarla mai e di dannarsi l’anima. A rischio, aggiungo, di aver più coraggio di Cartesio e considerare Dio stesso il diabolico tentatore.
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Vecchio 11-02-2010, 13.18.53   #26
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La situazione è rappresentata icasticamente da San Tommaso quando afferma che la verità è una sola, sia per il religioso che per il filosofo, e allora perché passare le notti a cercarla, perché spremersi le meningi quando la chiesa te la offre subito e senza tormenti?

Perchè la verità della religione (nel mio caso la religione cristiana) è una verità che viene esperita. Non è intersoggettivamente cogente, se non per le persone che sono coinvolte dalla stessa esperienza dell'Assoluto.
Il filosofo ha quindi il ruolo di ricercare la verità anche per coloro che non hanno la fortuna, già proprio così, di aver avuto il dono della fede, cioè che non hanno avuto uno sguardo nell'infinito che si è mostrato loro.
In quanto credente so di aver ricevuto una grazia, e so di non poter pretendere che un uomo giunga con le sue sole forze all'esperienza che ho fatto io.
Nondimeno ritengo che il filosofo possa giungere ad una conoscenza dell'infinito con le sole sue forze: per quel che mi riguarda basta che non pretenda di assolutizzarla.
Invero un'operazione del genere non farebbe che assolutizzare la ragione umana, piuttosto che riconoscere l'essenza dell'Assoluto.

Un vero peccato che la conoscenza dell'uomo non può essere ridotta alla sola conoscenza razionale (pur essendo la dimensione razionale imprescindibile).
Da buon cattolico auspico piuttosto che vi sia una cooperazione dei diversi ambiti di conoscenza.
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Vecchio 11-02-2010, 21.22.39   #27
miky 1987
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Miky 1987, non posso che sottoscrivere quanto dici con generosa e perfino umile partecipazione alla verità degli altri – sia essa religiosa o filosofica….Eppure una differenza c’è, credo, ed è una differenza di fondo, tanto da porci davanti a un bivio che non ammette un attimo di respiro o abili compromessi: il nucleo di una religione, infatti, non è la relatività ma l’assolutezza, non è – neppure per il peccatore pentito - il dubbio ma la certezza della verità rivelata. Davanti a Dio il diavolo non ha mai ragione, tanto più se il diavolo si veste di filosofiche penne.
La situazione è rappresentata icasticamente da San Tommaso quando afferma che la verità è una sola, sia per il religioso che per il filosofo, e allora perché passare le notti a cercarla, perché spremersi le meningi quando la chiesa te la offre subito e senza tormenti? E’ qui il punto critico, Miky, cioè decidere se il compito del filosofo cessa davanti a chi dice “la verità è questa, ascoltala e sii felice” - o se sta nel continuare a cercarla, a rischio di non trovarla mai e di dannarsi l’anima. A rischio, aggiungo, di aver più coraggio di Cartesio e considerare Dio stesso il diabolico tentatore.

E' vero emmeci, il nucleo di una religione è l'assolutismo. Tuttavia secondo me è compito anche del credente quello di spremersi le meningi, di confrontarsi continuamente. La differenza con il filosofo in effetti c'è, e non può essere negata e sta nel fatto che questo, almeno credo, deve trovare la verità partendo da zero, senza preconcetti, o tutt'al più collegandosi al pensiero di qualche filosofo precedente, per contrasto o per vicinanza. Per il credente la ricerca parte dal confronto con una verità che già c'è, una verità appunto rivelata. Ma con ciò non credo che questa verità debba essere per questo data per scontata. La chiesa mi dice che le cose stanno così, quindi io agisco come mi dice di fare la chiesa a mente chiusa, allontanandomi dalla mondanità, rifuggendo gli "eretici" atei, e via discorrendo. La fede di un credente per essere seria deve provarsi continuamente. Se poi anche dopo esserti provato riesci a riconoscere che quanto dice la chiesa è veramente migliore, è veramente una cosa buona, che ti fa stare meglio, allora puoi dirti un vero fedele. Lo trovo per esempio nella vita di sant'Agostino, che parte come grande peccatore per poi convertirsi e raggiungere la santità. Quando la chiesa mi dice "la verità è questa, ascoltala e sii felice" secondo me il buon cattolico dovrebbe interrogarsi, come d'altronde facevano gli apostoli con Gesù. Nessuno degli apostoli quando Gesù ha portato il suo messaggio ha subito detto: "sì Signore. Quanto è vera la tua parola. Sono pronto a seguirti". La loro reazione è stata in più episodi di incredulità, talvolta di tentennamento, di esitazione, di negazione. Non ritengo che un buon credente debba semplicemente abbassare la schiena di fronte alle parole della chiesa (che sono certamente quasi sempre la verità, almeno quando si attengono a riportare quanto scritto nell'antico testamento e nei vangeli, quando poi passano a giudizi politici, diventano riflessioni più umane, almeno secondo me, e controbattibili), deve piuttosto chiedersi: ma sarà veramente la cosa buona? Sarà veramente la verità? Perché dovrebbe essere meglio per me agire in questo modo e non in quest'altro? E per me in questo momento cosa è meglio? In che senso la chiesa mi dice che seguire i comandamenti mi rende più libero? Non rappresentano piuttosto un'imposizione?
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Vecchio 13-02-2010, 10.06.19   #28
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E' vero emmeci, il nucleo di una religione è l'assolutismo.

A me invece sembra alquanto opinabile.

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Tuttavia secondo me è compito anche del credente quello di spremersi le meningi, di confrontarsi continuamente. La differenza con il filosofo in effetti c'è, e non può essere negata e sta nel fatto che questo, almeno credo, deve trovare la verità partendo da zero, senza preconcetti, o tutt'al più collegandosi al pensiero di qualche filosofo precedente, per contrasto o per vicinanza.

Molto spesso invece sono proprio i filosofi a ragionare partendo da preconcetti.
Se io mi interrogo circa la verità dell'essenza divina partendo dalla rivelazione che ritengo Lui mi abbia fatto non sto partendo da un preconcetto, ma da un'esperienza.

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Per il credente la ricerca parte dal confronto con una verità che già c'è, una verità appunto rivelata. Ma con ciò non credo che questa verità debba essere per questo data per scontata.

Vero, ma analizziamo il contenuto della rivelazione cristiana (che è quella a cui mi rifaccio): l'intrarelazionalità di Dio.
Se faccio partire la mia riflessione dall'evento Gesù Cristo, il quale mi comunica una relazionalità all'interno della stessa essenza divina, non do per scontato nulla: casomai prendo atto di ciò che mi viene comunicato.
Io non affermo l'intrarelazionalità di Dio per sentito dire (preconcetto, pregiudizio), ma in seguito alla mia esperienza del divino (assenso fiduciale).

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La chiesa mi dice che le cose stanno così, quindi io agisco come mi dice di fare la chiesa a mente chiusa, allontanandomi dalla mondanità, rifuggendo gli "eretici" atei, e via discorrendo.

Non scherziamo però... Sfido chiunque a cercare un qualsiasi documento ecclesiale dal 1965 in poi che non spinga invece al dialogo (dialogo ricercato proprio in forza della rivelazione trinitaria che gli fa da fondamento!!!).
Per inciso la religione cristiana non invita, e non ha mai invitato, a rifuggere la mondanità. Vivere al di fuori del mondo secolare è una forma di testimonianza, non l'unica forma di testimonianza.

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La fede di un credente per essere seria deve provarsi continuamente. Se poi anche dopo esserti provato riesci a riconoscere che quanto dice la chiesa è veramente migliore, è veramente una cosa buona, che ti fa stare meglio, allora puoi dirti un vero fedele. Lo trovo per esempio nella vita di sant'Agostino, che parte come grande peccatore per poi convertirsi e raggiungere la santità.

Ed è infatti quello che ho affermato sopra.

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Quando la chiesa mi dice "la verità è questa, ascoltala e sii felice" secondo me il buon cattolico dovrebbe interrogarsi, come d'altronde facevano gli apostoli con Gesù. Nessuno degli apostoli quando Gesù ha portato il suo messaggio ha subito detto: "sì Signore. Quanto è vera la tua parola. Sono pronto a seguirti". La loro reazione è stata in più episodi di incredulità, talvolta di tentennamento, di esitazione, di negazione.

Ma anche di fiducia incondizionata: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" (Gv 6, 68). Soprattutto dopo la Resurrezione: mentre prima tutti lo avevano abbandonato, dopo molti sono morti martiri...
E' vero: prima della rivelazione dubitavano. Dopo non avevano più motivo di dubitare delle sue promesse.

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Non ritengo che un buon credente debba semplicemente abbassare la schiena di fronte alle parole della chiesa (che sono certamente quasi sempre la verità, almeno quando si attengono a riportare quanto scritto nell'antico testamento e nei vangeli, quando poi passano a giudizi politici, diventano riflessioni più umane, almeno secondo me, e controbattibili), deve piuttosto chiedersi: ma sarà veramente la cosa buona? Sarà veramente la verità? Perché dovrebbe essere meglio per me agire in questo modo e non in quest'altro? E per me in questo momento cosa è meglio? In che senso la chiesa mi dice che seguire i comandamenti mi rende più libero? Non rappresentano piuttosto un'imposizione?

Mi fa molto piacere che riconosci il valore positivo dell'esegesi ecclesiastica! Questa è una cosa che non capita spesso

Begli interrogativi: in effetti la vera morte spirituale non si ha quando si nega la dimensione trascendente, ma quando si smette di farsi domande.
E' l'uomo moralmente statico che è capace di compiere le atrocità più orribili (e questo lo ha detto molto meglio di me Hannah Arendt).
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Vecchio 13-02-2010, 15.42.42   #29
emmeci
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A Sesbassar e a Miky 1987, che mi pare concordino sulla necessità (e la ragionevolezza) di porre dei ponti e non degli insuperabili fossati tra la fede dei religiosi e la ragione laica, supposta alla base della filosofia. Ma è proprio l’atteggiamento su cui non sarebbe d’accordo il noto scrittore e giornalista cattolico Vittorio Messori, che sul Corriere dedica un articolo al film “Lourdes” della regista austriaca Jessica Hausner. Perché è un atteggiamento che nell’apparente buona volontà di armonizzare diverse forme di ricerca della verità distrugge ciò che di decisivo oresentava almeno finora una religiosità e, specificamente, quella cattolica.
L’inizio del film è già sintomatico: è il refettorio dei pellegrini, un ambiente claustrofobico, senza finestre e con una fioca luce, tavoli funerei a cui prende posto in silenzio una turba da corte dei miracoli di nani, paralitici, cancerosi, assistiti da volontari tanto formalmente educati quanto distratti o perplessi (“che ci faccio io qui?”). E buia ovviamente è la scena della guarigione – miracolosa o casuale che sia – della ragazza tetraplegica venuta a Lourdes non per fede ma per fuggire almeno temporaneamente dalla casa dove il male la imprigiona.
“Credo abbia visto bene – dice Messori – la UAAR, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti nell’attribuire un premio a questo film che, dicono, “potrà aiutare a perdere la fede chi non è ancora approdato a una visione disincantata e scettica”. Ma che dire – si domanda Messori – del premio attribuito al film dagli uomini di cinema cattolici, riuniti in un’associazione riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede; che dire della Diocesi milanese che ha deciso di sponsorizzare quest’opera diffondendola nelle parrocchie? Verrebbe in mente quello che disse Umberto Eco quando analoghi premi cattolici furono attribuiti al film tratto dal suo “Il nome della rosa”: “Io ho faticato per fare un libro radicalmente agnostico se non ateo…e invece no, ‘sti preti mi fregano applaudendomi e riempiendomi di premi… Quasi quasi ho nostalgia della santa inquisizione”.
A Messori comunque tutto questo sembra dimostrare che la fede - la vera fede - non c’è più, se il diavolo si bagna le dita con l’acqua santa. “Qui però – riconosce – qualche attenuante c’è: effettivamente a una prima lettura il film pare accattivante per i devoti. Non c’è nulla dell’anticlericalismo di un Emile Zola, che si intrufolò nel pellegrinaggio nazionale francese a Lourdes e ne trasse il suo fazioso romanzo dove tutto inizia per lui da una “pauvre idiote” chiamata Bernadette. Il vecchio mangiapretismo vociferante ha fatto posto a un ateismo radicale ma politically correct. L’ateismo, infatti, qui non sta tanto nelle barzellette che ogni tanto si odono (“La Madonna non vuole andare a Lourdes perché non vi è mai stata”) , non sta nei dubbi dei pellegrini, nel loro spiarsi invidioso, ciascuno temendo che il vicino di stanza sia guarito e lui no: sta nell’annuncio che il cristianesimo è morto perché proprio la cartina di tornasole di Lourdes rivela che sono morte le tre virtù teologali. Papa Giovanni – conclude Messori – definì Lourdes una finestra che si è spalancata all’improvviso mostrandoci il cielo, la Hausner quella finestra la chiude.
(E’ veramente una posizione senza sfumature quella di Messori: meglio una fede netta e senza compromessi che quell’occhieggiare al “ritorno del sacro”, alla “voglia di spiritualità” che oggi fanno titolo nei giornali, e quel mostrarsi attenti dei politici a ciò che dice la Chiesa per non perdere, magari, dei voti alle elezioni. Ma voi, che cosa pensate?)
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Vecchio 14-02-2010, 09.48.36   #30
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A Sesbassar e a Miky 1987, che mi pare concordino sulla necessità (e la ragionevolezza) di porre dei ponti e non degli insuperabili fossati tra la fede dei religiosi e la ragione laica, supposta alla base della filosofia. Ma è proprio l’atteggiamento su cui non sarebbe d’accordo il noto scrittore e giornalista cattolico Vittorio Messori, che sul Corriere dedica un articolo al film “Lourdes” della regista austriaca Jessica Hausner. Perché è un atteggiamento che nell’apparente buona volontà di armonizzare diverse forme di ricerca della verità distrugge ciò che di decisivo oresentava almeno finora una religiosità e, specificamente, quella cattolica.
L’inizio del film è già sintomatico: è il refettorio dei pellegrini, un ambiente claustrofobico, senza finestre e con una fioca luce, tavoli funerei a cui prende posto in silenzio una turba da corte dei miracoli di nani, paralitici, cancerosi, assistiti da volontari tanto formalmente educati quanto distratti o perplessi (“che ci faccio io qui?”). E buia ovviamente è la scena della guarigione – miracolosa o casuale che sia – della ragazza tetraplegica venuta a Lourdes non per fede ma per fuggire almeno temporaneamente dalla casa dove il male la imprigiona.
“Credo abbia visto bene – dice Messori – la UAAR, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti nell’attribuire un premio a questo film che, dicono, “potrà aiutare a perdere la fede chi non è ancora approdato a una visione disincantata e scettica”. Ma che dire – si domanda Messori – del premio attribuito al film dagli uomini di cinema cattolici, riuniti in un’associazione riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede; che dire della Diocesi milanese che ha deciso di sponsorizzare quest’opera diffondendola nelle parrocchie? Verrebbe in mente quello che disse Umberto Eco quando analoghi premi cattolici furono attribuiti al film tratto dal suo “Il nome della rosa”: “Io ho faticato per fare un libro radicalmente agnostico se non ateo…e invece no, ‘sti preti mi fregano applaudendomi e riempiendomi di premi… Quasi quasi ho nostalgia della santa inquisizione”.
A Messori comunque tutto questo sembra dimostrare che la fede - la vera fede - non c’è più, se il diavolo si bagna le dita con l’acqua santa. “Qui però – riconosce – qualche attenuante c’è: effettivamente a una prima lettura il film pare accattivante per i devoti. Non c’è nulla dell’anticlericalismo di un Emile Zola, che si intrufolò nel pellegrinaggio nazionale francese a Lourdes e ne trasse il suo fazioso romanzo dove tutto inizia per lui da una “pauvre idiote” chiamata Bernadette. Il vecchio mangiapretismo vociferante ha fatto posto a un ateismo radicale ma politically correct. L’ateismo, infatti, qui non sta tanto nelle barzellette che ogni tanto si odono (“La Madonna non vuole andare a Lourdes perché non vi è mai stata”) , non sta nei dubbi dei pellegrini, nel loro spiarsi invidioso, ciascuno temendo che il vicino di stanza sia guarito e lui no: sta nell’annuncio che il cristianesimo è morto perché proprio la cartina di tornasole di Lourdes rivela che sono morte le tre virtù teologali. Papa Giovanni – conclude Messori – definì Lourdes una finestra che si è spalancata all’improvviso mostrandoci il cielo, la Hausner quella finestra la chiude.
(E’ veramente una posizione senza sfumature quella di Messori: meglio una fede netta e senza compromessi che quell’occhieggiare al “ritorno del sacro”, alla “voglia di spiritualità” che oggi fanno titolo nei giornali, e quel mostrarsi attenti dei politici a ciò che dice la Chiesa per non perdere, magari, dei voti alle elezioni. Ma voi, che cosa pensate?)

Non ho ben capito il punto di congiunzione tra quello che è stato detto con questo post.
In ogni caso penso proprio che la ragionevolezza della fede sia da ricercare incessantemente (come opera sia dei teologi che dei filosofi), appunto per evitari abusi fideistici.
Fede senza compromessi non significa fede assurda (o accettata acriticamente), anzi. Per avere una fede senza compromessi non si può prescindere dalla dimensione razionale: una dimensione che appartiene profondamente all'essere umano non può venir semplicemente ignorata.

Il risveglio del sacro di oggi, un sacro selvaggio, ha più a che fare con la New Age che non con il cristianesimo vero e proprio (ovviamente mi sto riferendo solo al nostro Occidente). Una spiritualità che è "dliuita", annacquata...
Ne penso tutto il male possibile: capisco se non si vuole essere cristiani, ma per far parte di un'altra religione bisogna conoscerla profondamente, entrare nella mentalità della cultura da cui proviene, e non è facile.
Così l'occidentale che ha fame di sacralità (ma non vuole fare le cose seriamente "perchè non ha tempo") si ciba al supermercato delle religioni, dove ognuno prende ciò che gli pare di tutte le religioni: "ma a me la Trinità piace, però ci aggiungerei la zakat, e poi perchè non gli troviamo moglie, Lakshmi potrebbe andare bene, e poi che bello è vedere le aure..."
Irridendo così tutte le tradizioni millenarie da cui attinge.

E questo problema c'è proprio perchè si rinuncia all'indagine teologica (la quale dovrebbe cercare almeno una logica interna nella rivelazione).

Ultima modifica di Sesbassar : 14-02-2010 alle ore 17.12.17.
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