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Vecchio 04-01-2008, 12.27.43   #1
arsenio
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Quanto sappiamo comunicare?

Quanto sappiamo comunicare?

Comunicare è socializzare efficacemente le proprie conoscenze e il proprio dialogo interiore usando le parole nel modo più adatto in ogni contesto. In ogni comunicazione riuscita si verifica in qualche misura un reciproco cambiamento. E' vicendevole scoperta di sé e dell'altro in un clima privo di conflitti. E' crescita interiore finalizzata anche a raggiungere certe mete, come l'autostima, il percepirsi autoefficaci nelle abilità relazionali, ecc. Accanto all'aspetto contenutistico c'è quello di relazione (es. il voler far comprendere; l'espressione affettiva, ecc.) Si devono prevedere le reazioni reciproche,il potere delle parole, i disturbi comunicativi.
La competenza comunicativa e la comunicazione profonda sono rare in ogni situazione relazionale perchè è insufficiente l'intelligenza introspettiva ed intrapsichica, per usare al meglio le proprie capacità, e quella sociale-emotiva per un'interazione empatica ed efficace.

L'ascolto attivo deve prevalere. Facilitato da un'apertura mentale per uscire dalla propria egocentrica e circoscritta visione del mondo, rendendosi conto che comunque si espongono ipotesi e non certezze, e che la soluzione di un problema può dipendere dal modo in cui si vede il problema stesso. Con un'attenzione intenzionale si accoglie e interpreta la realtà del parlante: per comprenderlo allo scopo di aiutarlo a comprendersi; per poter riformulare il suo punto di vista, rimandandogli in modo chiaro le sue idee, così da dimostrare che si ha ascoltato; per rintracciare indizi anche intuendo l'implicito non espresso, leggendo attraverso e “dietro” le sue parole, incoraggiandolo a ulteriori rivelazioni. Parimenti è importante farsi ascoltare usando uno stile stimolante,breve, chiaro, pertinente , e in ogni caso adeguato all'interlocutore. Per alleviare solitudini è indispensabile l'accettare ogni contenuto.
Ci si eserciti sia a decodificare che ad esprimere al comunicazione non verbale,difficilmente mascherabile, da cui derivano anche le prime impressioni sulle persone, il nostro accettare o meno l' individuo, al di là delle parole ingannevoli. Si presti attenzione al paraverbale ,specialmente il tono di voce che rivela vari stati d'animo.

Errori comunicativi: Il rischio maggiore è di apparire inautentici; quindi sono d evitare le frasi convenzionalmente consolatorie e le esortazioni inefficaci e controproducenti per problemi emotivi e stati affettivi mai autoimponibili. Fare in modo da non suscitare reazioni negative con critiche,aggressività, presunzione, e imparare a tollerare e a gestire quelle in noi suscitate (controtrnsfert). Non atteggiarsi a giudici o moralisti, non imporre consigli che riflettono sempre propri percorsi soggettivi. Ma si manifesti interesse e calore. No alle risposte che sminuiscono l'altro, sfiduciano o colpevolizzano, ed evitare le non-risposte che disconfermano le persone come se non esistessero.. Tenere sempre presente che è difficile noi stessi accogliere e far accettare idee che contrastano con salde convinzioni (teoria della dissonanza cognitiva)

Intenzioni che non corrispondono agli effetti ottenuti: si possono creare fraintendimenti dalla non corrispondenza tra intenzioni ed effetti, per un nostro errore comunicativo ma anche perchè l'idea ricevuta è sempre soggettiva: s'incontra con i vissuti, la memoria, la personalità, l'educazione, i preconcetti del ricevente. E' utile farsi un'idea della sua “enciclopedia personale e cooperare per dar senso alla conversazione. Osservare il feedback-retrocomunicazione, ma anche usarlo: in un circolo d'influenze reciproche si può comprendere cosa è stato recepito per sintonizzarsi.
Fondamentale è la metacomunicazione chiarificante: indicando come deve essere interpretato un messaggio. Esempio: “Volevo dire soltanto che ... “ E non si presuma di sapere più dell'interlocutore sui suoi problemi, né si tema di chiedere cosa intendeva dire lui esattamente,anche per accordarsi sui confrontabili significati di un termine, con sfumature sempre soggettive.
Si punti sull'espressività ( per farsi comprendere) più che sull'effetto ( per far bella figura o voler convincere ad ogni costo). Evitare le autorappresentazioni per far risaltare qualità individuali, nemmeno possedute.
Conoscere se stessi per controllare i sentimenti negativi che l'altro può suscitare e per non proiettare personali emozioni e sentimenti inadeguati.
Fino a che punto si può diventare un abile comunicatore? Oltre alle qualità intrapsichiche come saper comunicare pure con il proprio io profondo,dovrebbe prevalere un genuino bisogno d'incontrare, comprendere, aiutare gli altri.

Per un argomento vastissimo come la comunicazione interpersonale, è un troppo breve riepilogo, in alcuni punti, che ritengo indispensabile avere sempre presenti. Comunque, qualora interessi si può sempre approfondire o discutere tale argomento ineludibile per la nostra vita sociale ma anche individuale.
arsenio is offline  
Vecchio 04-01-2008, 15.02.13   #2
donella
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Riferimento: Quanto sappiamo comunicare?

Citazione:
Originalmente inviato da arsenio
Fino a che punto si può diventare un abile comunicatore? Oltre alle qualità intrapsichiche come saper comunicare pure con il proprio io profondo,dovrebbe prevalere un genuino bisogno d'incontrare, comprendere, aiutare gli altri.

Non c'è parola che non condivida (nè che riesca ad immaginare astrattamente non condivisibile), nell'intero post.

Il quotato m'ha particolarmente colpita, però, perchè lo sposterei di una puntata indietro (mia modestissima opinione) : ancor prima che "prevalere un genuino bisogno d'incontrare, comprendere, aiutare gli altri" .... a me sembra del tutto ineludibile la prioritaria fase in cui dovrebbe, per l'abilità nella comunicazione, "prevalere la consapevolezza del genuino bisogno d'incontrare, comprendere, aiutare sè stessi". Anche, magari, nel realizzare che - al momento - non c'è altro da "comunicare" .... oltre la propria esistenza in vita. Cerco di spiegarmi, perchè così sembra una cattiveria generica, e invece non è affatto cattiveria e sento non abbia nulla di generico.

Tu, Arsenio, alludi alla comunicazione delle idee.
Io mi permetto invece di alludere alla comunicazione tutta: in un forum come nella vita reale..... sempre più mi convinco che esistano due motivazioni radicalmente diverse alla base della comunicazione.
La motivazione del "comunicare le idee" la vedo anch'io sofferente di tutti i limiti e problemi e ostacoli che tu indichi.
Ma mi sembra, a volte, di poter toccare - in parallelo - una "comunicazione" che nelle idee.... trova solo il primo abitino a portata di mano.... da indossare per comunicare un tutto diverso "esisto anch'io". E trovo che sia questa ad ingolfare il flusso delle idee, producendo in simultanea due risultati persino contradittori all'apparenza: la comunicazione dell'"io esisto" è sempre perfetta e vede sempre emergere un comunicatore iper-abile. Che lo desideri o meno, che lo sappia o meno, questo tipo di comunicatore riesce PERFETTAMENTE a comunicare sia che esiste e sia com'è davvero. La sua idea? Quella.... è comunicata "male".... o è comunicata anche troppo bene.... per essere quell'abitino indossato in gran fretta pur di scendere in piazza?....

Se mi dai della visionaria.... da te l'accetto e ci medito su.

A me sembra che si riconoscano all'istante le due "comunicazioni": chi desidera comunicare idee (quale che sia il suo stile o la sua abilità comunicativa)... anche in un forum ti sembra di vederlo: ascolta quel che dici, si confronta con quel che dici anche (o soprattutto) quando la tua idea è contraria alla sua, può anche correre il rischio di sembrare farneticante.... ma resta aderente al tema PERCHE' quello era davvero ad interessarlo!.... Chi desidera comunicare "esisto" (e, ripeto, ci riesce puntualmente in modo magistrale, che lo sappia e voglia oppure no).... lo riconosci dal fatto che... entrato in piazza col famoso abitino preso di corsa... l'importante è restarci.... e se il discorso si stringe sull'abitino.... non fa altro che sviare e suggerire altri argomenti di conversazione... pur di restare in piazza (chi se ne frega con quale abitino!)....

donella is offline  
Vecchio 05-01-2008, 11.54.21   #3
nevealsole
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Breve esempio di interpretazione di comunicazione

Arsenio,
è capitata una cosa che inserisco qui perché l'ho ritenuto brillante esempio di quanto l'interpretazione influisca sulla comunicazione.
Antefatto: un'amica voleva conoscere il piano della serata di un ragazzo, di cui aveva il numero.
Invia un messaggio chiedendo il programma.
Arriva la seguente risposta:
"Ciao, sono a cena da amici in centro. Tu cosa fai?"

Ora, eravamo in tre, ne sono uscite tre differenti ipotesi interpretative.
L'interessata sosteneva che il messaggio era di chiusura, con cortesia (io mi sono già organizzato, ti chiedo per essere gentile cosa fai tu).

Io sostenevo che era di apertura/disponibilità (io ho già un impegno cui tu potresti aderire).

La terza vedeva una apertura/modificazione del programma (io ho già un impegno ma volentieri lo cambio con quello che eventualmente mi proponi tu).

Devo dire che mi è sembrato immediatamente evidente il peso del vissuto in queste interpretazioni: da una parte il pessimismo cosmico che fa ritenere la realtà immodificabile, io che sento il peso dell'impegno preso, e la terza che forse ritiene modificabile qualunque programma in funzione della proposta migliore.

Ovviamente, l'interpretazione del messaggio ha un'influenza determinante nel prosieguo della comunicazione, perché l'interessata, interpretandolo come rifiuto, l'avrebbe troncata lì, senza ulteriori scambi di sms... ed invece... il nostro pensare positivo le ha modificato il corso della serata.

L'ho inserito perché devo dire l'ho trovato illuminante in merito al peso che ha l'interpretazione (a propria volta influenzata dallo stato d'animo del momento).
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Vecchio 05-01-2008, 13.26.13   #4
Antigone
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Riferimento: Quanto sappiamo comunicare?

Arsenio
da come scrivi, a me lettrice naif, sembra che più che di come comunicare si stia parlando di come interagire con le persone fra persone, cosa di cui la comunicazione è parte, ma non tutto. Gli agiti sono comunicazione, la prossemica lo è, i fatti lo sono, il silenzio pure.

Il punto che poi ha evidenziato con un semplice quanto efficace intervento nevealsole è che questo rapporto di comunicazione, per me più ampio di interazione, con gli Altri si svolge in modo bidirezionale o addirittura ricorsivo, per cui per quanta sollecitudine ci possa essere da parte di chi inizia, parla, agisce, fa, c'è un mondo ignoto che riguarda la idiosincratica modalità di esperire ciò che è stato detto, fatto, agito, o tacitato che è dell'ascoltatore/interagente.
Forse la comunicazione si muove in questo spazio vagante dove ci stanno in mezzo le letture filtrate dalle storie individuali di ciascuno, dovute a cultura, età, esperienza, nodi, problematiche, che sono per lo più ignote ad entrambi gli agenti parlantisi.
Riflessioni girovaghe.....

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Vecchio 06-01-2008, 17.09.56   #5
feng qi
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Riferimento: Quanto sappiamo comunicare?

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Originalmente inviato da arsenio
Quanto sappiamo comunicare?
...Fino a che punto si può diventare un abile comunicatore? Oltre alle qualità intrapsichiche come saper comunicare pure con il proprio io profondo,dovrebbe prevalere un genuino bisogno d'incontrare, comprendere, aiutare gli altri.

Bello. Mi é piaciuto.

Devo dirti che da qualche tempo so di non sapere comunicare. Ti sembrerà un paradosso in una persona di quarant'anni...ma effettivamente é così.

Tutto ciò che hai detto l'ho sentito in me come speranza di poterlo realizzare inme stessa, cioè di acquisire la capacità di comunicare.

Io riesco a parlare, anche di me. Riesco ad ascoltare. Ma non so comunicare in altri sensi e la mia comunicazione ancora é forzata non spontanea.

In altre parole, quando mi rapporto con gli altri io vorrei veramente che mi sentissero dal profondo, e vorrei io stessa dir loro che li sento. Ed é così, perché gli altri dicono bene del mio comunicare e ascoltare.

Ma io vivo un grande disagio perché ciò che comunico non sgorga direttamente dall'anima ma é frutto di un premeditato, anche se non del tutto consapevole bisogno di essere comunicativa, di aiutare, di ascoltare, ma mentre lo faccio, qualcuno in me piange perché non riesce a venire fuori del tutto.

Oddio, mi sembra di farti impazzire. Ma vorrei proprio crescere in tal senso ed é difficile.

Un abbraccio
feng qi
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Vecchio 06-01-2008, 18.50.45   #6
nevealsole
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Riferimento: Quanto sappiamo comunicare?

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Originalmente inviato da feng qi
Bello. Mi é piaciuto.

Devo dirti che da qualche tempo so di non sapere comunicare. Ti sembrerà un paradosso in una persona di quarant'anni...ma effettivamente é così.

Tutto ciò che hai detto l'ho sentito in me come speranza di poterlo realizzare inme stessa, cioè di acquisire la capacità di comunicare.

Io riesco a parlare, anche di me. Riesco ad ascoltare. Ma non so comunicare in altri sensi e la mia comunicazione ancora é forzata non spontanea.

In altre parole, quando mi rapporto con gli altri io vorrei veramente che mi sentissero dal profondo, e vorrei io stessa dir loro che li sento. Ed é così, perché gli altri dicono bene del mio comunicare e ascoltare.

Ma io vivo un grande disagio perché ciò che comunico non sgorga direttamente dall'anima ma é frutto di un premeditato, anche se non del tutto consapevole bisogno di essere comunicativa, di aiutare, di ascoltare, ma mentre lo faccio, qualcuno in me piange perché non riesce a venire fuori del tutto.

Oddio, mi sembra di farti impazzire. Ma vorrei proprio crescere in tal senso ed é difficile.

Un abbraccio
feng qi

So che non è consolatorio, ma lo dico lo stesso: sono come te.
Anche io, all'apparenza, comunico, e bene.
Però io lo sento cosa ci sta in fondo in fondo, che vorrebbe venir fuori e resta dentro, dice e non dice.
Comunico benissimo su tutto, su tutto ciò che non ha importanza... ma le emozioni, positive o negative, più belle o più dolorose, non le comunico con fluidità ma solo dopo molto sforzo.
Spesso in superficie arrivano dei messaggi non verbali, anche contraddittori, che non tutti sono in grado di decodificare... forse perché ancora non riesco a leggere dentro di me in modo sufficientemente nitido.
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Vecchio 07-01-2008, 10.09.24   #7
arsenio
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Riferimento: Quanto sappiamo comunicare?

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Originalmente inviato da donella
Non c'è parola che non condivida (nè che riesca ad immaginare astrattamente non condivisibile), nell'intero post.

Il quotato m'ha particolarmente colpita, però, perchè lo sposterei di una puntata indietro (mia modestissima opinione) : ancor prima che "prevalere un genuino bisogno d'incontrare, comprendere, aiutare gli altri" .... a me sembra del tutto ineludibile la prioritaria fase in cui dovrebbe, per l'abilità nella comunicazione, "prevalere la consapevolezza del genuino bisogno d'incontrare, comprendere, aiutare sè stessi". Anche, magari, nel realizzare che - al momento - non c'è altro da "comunicare" .... oltre la propria esistenza in vita. Cerco di spiegarmi, perchè così sembra una cattiveria generica, e invece non è affatto cattiveria e sento non abbia nulla di generico.

Tu, Arsenio, alludi alla comunicazione delle idee.
Io mi permetto invece di alludere alla comunicazione tutta: in un forum come nella vita reale..... sempre più mi convinco che esistano due motivazioni radicalmente diverse alla base della comunicazione.
La motivazione del "comunicare le idee" la vedo anch'io sofferente di tutti i limiti e problemi e ostacoli che tu indichi.
Ma mi sembra, a volte, di poter toccare - in parallelo - una "comunicazione" che nelle idee.... trova solo il primo abitino a portata di mano.... da indossare per comunicare un tutto diverso "esisto anch'io". E trovo che sia questa ad ingolfare il flusso delle idee, producendo in simultanea due risultati persino contradittori all'apparenza: la comunicazione dell'"io esisto" è sempre perfetta e vede sempre emergere un comunicatore iper-abile. Che lo desideri o meno, che lo sappia o meno, questo tipo di comunicatore riesce PERFETTAMENTE a comunicare sia che esiste e sia com'è davvero. La sua idea? Quella.... è comunicata "male".... o è comunicata anche troppo bene.... per essere quell'abitino indossato in gran fretta pur di scendere in piazza?....

Se mi dai della visionaria.... da te l'accetto e ci medito su.

A me sembra che si riconoscano all'istante le due "comunicazioni": chi desidera comunicare idee (quale che sia il suo stile o la sua abilità comunicativa)... anche in un forum ti sembra di vederlo: ascolta quel che dici, si confronta con quel che dici anche (o soprattutto) quando la tua idea è contraria alla sua, può anche correre il rischio di sembrare farneticante.... ma resta aderente al tema PERCHE' quello era davvero ad interessarlo!.... Chi desidera comunicare "esisto" (e, ripeto, ci riesce puntualmente in modo magistrale, che lo sappia e voglia oppure no).... lo riconosci dal fatto che... entrato in piazza col famoso abitino preso di corsa... l'importante è restarci.... e se il discorso si stringe sull'abitino.... non fa altro che sviare e suggerire altri argomenti di conversazione... pur di restare in piazza (chi se ne frega con quale abitino!)....


Carissima donella
E' vero che si aiuta anche se stessi coinvolgendosi in qualche situazione interpersonale dove si richiede attenzione all'altro con immedesimazione e sostegno, decentrandosi da se stessi.
Perchè ogni sganciamento dal proprio io è salvezza. Un'amicizia significativa e l'innamoramento sono da collocare ai primi posti. “Felicità” è ogni occasione che ci fa uscire da noi stessi. Ho già accennato ai vari tipi delle “droghe” obnubilanti che aiutano a vivere. Ma un amore introiettato può inoltre rendere compiuta e arricchita una personalità, anche se è stato effimero.

E' vero che nell'ambito dei forum a carattere culturale sono attratto soprattutto da un'avventura delle idee e dai percorsi interiori. C'è un'arte dell'argomentazione dialettico-filosofica, che per sua natura richiede alcuni presupposti. Il dibattito su temi psicologici pure esige qualche accortezza, Cioè evitare teologie, metafisicherie personali o superate, neospiritualismi pure male assimilati. Se non per saggiarne l'inconsistenza. Così come è bene andar cauti con le generalizzazioni, i luoghi comuni; lo scambiare le pur lecite opinioni per fatti certi, ecc. Vanno bene le testimonianze personali catartiche, autochiarificanti, ed il confronto di vissuti; in tal caso nemmeno importa molto se non si possiedono eccessive conoscenze sulla disciplina.
In quanto alla comunicazione nel rapportarsi dell'esistenza quotidiana, conta la percezione di “esistere”, nel senso di accettarsi reciprocamente,come si è e senza discoferme. Non sono richiesti effetti autorappresentativi, ma personali autoespressività, proponendosi di essere percettivi e flessibili.
Ad esempio il fulcro di un discorso amoroso non è la mente,ma l'”esprit de finesse” pascaliano. Cioè il “coeur” che conosce ragioni che la ragione non conosce. E' pure una forma di conoscenza immediata e intuitiva. Il “Pathos” non si contrappone quale antitetico al “logos” razionalizzante,ma si pone in un rapporto complementare. Il dialogo tra innamorati in genere non ha temi o scopi precisi. Non è socratico, sofistico, politico , economico, ecc. Bensì congeniale a un “noi” che si delinea su di uno sfondo di solitudine. Il valore del sentimento, anche storicamente, fu riconosciuto con l'affermarsi della soggettività intuitiva e dell' ineriorità della coscienza.
Ad esempio la competenza comunicativa non è tanto razionalità filosofica, ma atto di reciproca partecipazione per uno stare in compagnia. E' espressione di sé stessi e dei propri sentimenti. Può alleviare ansie e preoccupazioni. Concede la metacomunicazione che è comunicare sulla comunicazione in atto, onde evitare le inevitabili ambiguità. Requisiti sono semplicità, pertinenza ed esposizione ordinata. Si evitino complicati discorsi scientifici o sui massimi sistemi,se sono inutili. Lo stile dovrebbe essere stimolante. Non arbitrariamente inconsueto in quanto solo bizzarro, ma va bene se per qualche verso è un po' inaspettato.

Non svalutare le tue potenzialità e risorse di femminile fluidità verbale e intuizione. Né sopravvalutare certi ragionamenti forse brillanti eppure sempre incompiuti e mai invulnerabili a opinioni alternative. Purchè meditate e giustificate. L'”abito” d'ogni occasione è quello d'essere se stessi per una permanente mai conclusa crescita

Fammi ... esistere
Siamo tutti “personaggi” in cerca di autori/autrici

arsenio is offline  
Vecchio 07-01-2008, 10.12.31   #8
arsenio
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Riferimento: Breve esempio di interpretazione di comunicazione

Citazione:
Originalmente inviato da nevealsole
Arsenio,
è capitata una cosa che inserisco qui perché l'ho ritenuto brillante esempio di quanto l'interpretazione influisca sulla comunicazione.
Antefatto: un'amica voleva conoscere il piano della serata di un ragazzo, di cui aveva il numero.
Invia un messaggio chiedendo il programma.
Arriva la seguente risposta:
"Ciao, sono a cena da amici in centro. Tu cosa fai?"

Ora, eravamo in tre, ne sono uscite tre differenti ipotesi interpretative.
L'interessata sosteneva che il messaggio era di chiusura, con cortesia (io mi sono già organizzato, ti chiedo per essere gentile cosa fai tu).

Io sostenevo che era di apertura/disponibilità (io ho già un impegno cui tu potresti aderire).

La terza vedeva una apertura/modificazione del programma (io ho già un impegno ma volentieri lo cambio con quello che eventualmente mi proponi tu).

Devo dire che mi è sembrato immediatamente evidente il peso del vissuto in queste interpretazioni: da una parte il pessimismo cosmico che fa ritenere la realtà immodificabile, io che sento il peso dell'impegno preso, e la terza che forse ritiene modificabile qualunque programma in funzione della proposta migliore.

Ovviamente, l'interpretazione del messaggio ha un'influenza determinante nel prosieguo della comunicazione, perché l'interessata, interpretandolo come rifiuto, l'avrebbe troncata lì, senza ulteriori scambi di sms... ed invece... il nostro pensare positivo le ha modificato il corso della serata.

L'ho inserito perché devo dire l'ho trovato illuminante in merito al peso che ha l'interpretazione (a propria volta influenzata dallo stato d'animo del momento).

Carissima nevealsole
L'esempio che poni è emblematico e opportuno quale esempio per il nostro discorso. E' una delle più diffuse insidie della comunicazione.
Come già ho avuto occasione di dire, in certi contesti la codifica e la decodifica della comunicazione,soprattutto quella non verbale più rivelatrice, sono un importante abilità sociale per relazionarsi con gli altri, per più probabili interpretazioni. Le espressioni facciali, il tono di voce, la gestualità, le posture corporee, non mentono. A meno che non si abbiano di fronte consumati attori, politici particolarmente addestrati, avocati esperti o machiavellici per vocazione.
La frase “Ciao, sono a cena da amici in centro. Tu cosa fai?” In se stessa non dice nulla oltre al senso contenutistico informativo. Certo può dar adito a supposizioni e letture ipotetiche “tra le righe”.
Per l'analisi di una frase colloquiale aiuta trovarsi faccia a faccia in un contesto, ascoltare con “quattro orecchie”: oltre al contenuto esplicitato si può rintracciare una rivelazione di sé, del tipo di relazione esistente tra le due persone e un appello quale richiesta per ottenere qualcosa. Non conosciamo , quale antefatto, la temperie di amicizia o di un rapporto più intimo tra i due. Se qualche sfumatura del tono della voce poteva esprimere disappunto, rammarico o apertura possibilistica a una più gradita alternativa. Comunque non esistono mai certezze, in quanto le intenzioni non sempre corrispondono agli effetti desiderati. Possono essere fraintese anche a seconda dello stato d'animo del momento o di una proiettività di situazione analoga. Infine, si tratta solo di una seconda sequenza discorsiva e non ci sono stati altri sms chiarificatori o metacomunicativi. Se siamo dubbiosi dobbiamo chiedere le intenzioni del nostro interlocutore.

Il fatterello mi ricorda il noto film “Rashomon” - sebbene in tutt'altra situazione ambientale e di senso – sulle verità mai assolute, sempre relative e a volte non incompatibili. Tre testimoni assistono a un delitto e ognuno fornisce al giudice una versione diversa eppure “veritiera”. Perchè ognuno ha visto la scena da un'ottica interpretativa diversa, secondo la sua personalità ed esperienze. Esistono tante “verità” quante sono le persone che osservano un fatto o ascoltano una parola, e poi inferiscono conclusioni, valutano, giudicano, ecc. Talora è il caso che fa emergere una verità;alcuni avvocati sanno che una domanda d'approfondimento al teste potrebbe risultare di troppo perchè fa emergere una verità che manda all'aria la loro base di accusa o di difesa.

Si deve ammettere che nonostante il proporsi un'efficace comunicazione ci sarà sempre negli altri qualcosa che sfugge, o forse di appena intuito.
I messaggi di superficie sono in apparenza verificabili, ma le persone che li scambiano sono “scatole nere” incomunicabili. Le coscienze soggettive sono invalicabili e l'Io conosce solo se stesso. Gli altri sono solo contenuti della sua coscienza.
La conversazione può essere un gioco infinito, ma ci dev' essere sempre collaborazione per arrivare a qualche verità. O si naviga nel mare dell'ambiguità.
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Vecchio 07-01-2008, 10.44.08   #9
arsenio
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Riferimento: Quanto sappiamo comunicare?

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Originalmente inviato da Antigone
Arsenio
da come scrivi, a me lettrice naif, sembra che più che di come comunicare si stia parlando di come interagire con le persone fra persone, cosa di cui la comunicazione è parte, ma non tutto. Gli agiti sono comunicazione, la prossemica lo è, i fatti lo sono, il silenzio pure.

Il punto che poi ha evidenziato con un semplice quanto efficace intervento nevealsole è che questo rapporto di comunicazione, per me più ampio di interazione, con gli Altri si svolge in modo bidirezionale o addirittura ricorsivo, per cui per quanta sollecitudine ci possa essere da parte di chi inizia, parla, agisce, fa, c'è un mondo ignoto che riguarda la idiosincratica modalità di esperire ciò che è stato detto, fatto, agito, o tacitato che è dell'ascoltatore/interagente.
Forse la comunicazione si muove in questo spazio vagante dove ci stanno in mezzo le letture filtrate dalle storie individuali di ciascuno, dovute a cultura, età, esperienza, nodi, problematiche, che sono per lo più ignote ad entrambi gli agenti parlantisi.
Riflessioni girovaghe.....


Cara lettrice ... naif ...ma non troppo ... la pragmatica della comunicazione è un campo vastissimo che non può esaurirsi in alcuni post. Comunque in quelli di oggi per donella e per nevealsole può essere che abbia chiarito qualcosa anche a te, per proseguire nel discorso. Anche sulla differenza tra argomentazione e comunicazione interpersonale, di sostegno, ecc. Se non lo hai ancora letto consiglierei pure a te il testo finora insuperato “Pragmatica della comunicazione umana” di Watlawich, base per ulteriori approfondimenti interdisciplinari, e per eventuali esercizi sul campo.

arsenio is offline  
Vecchio 07-01-2008, 10.45.50   #10
arsenio
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Riferimento: Quanto sappiamo comunicare?

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Originalmente inviato da feng qi
Bello. Mi é piaciuto.

Devo dirti che da qualche tempo so di non sapere comunicare. Ti sembrerà un paradosso in una persona di quarant'anni...ma effettivamente é così.

Tutto ciò che hai detto l'ho sentito in me come speranza di poterlo realizzare inme stessa, cioè di acquisire la capacità di comunicare.

Io riesco a parlare, anche di me. Riesco ad ascoltare. Ma non so comunicare in altri sensi e la mia comunicazione ancora é forzata non spontanea.

In altre parole, quando mi rapporto con gli altri io vorrei veramente che mi sentissero dal profondo, e vorrei io stessa dir loro che li sento. Ed é così, perché gli altri dicono bene del mio comunicare e ascoltare.

Ma io vivo un grande disagio perché ciò che comunico non sgorga direttamente dall'anima ma é frutto di un premeditato, anche se non del tutto consapevole bisogno di essere comunicativa, di aiutare, di ascoltare, ma mentre lo faccio, qualcuno in me piange perché non riesce a venire fuori del tutto.

Oddio, mi sembra di farti impazzire. Ma vorrei proprio crescere in tal senso ed é difficile.

Un abbraccio
feng qi

Quarant'anni? Quindi una ragazzina: hai ancora altrettanti e oltre anni per imparare ad estrinsecare le tue emozioni ma non è detto che tu non ci riesca già. Difficoltà dovuta forse a qualche inibizione educativa. Che spesso riguarda per tradizione di genere più i maschietti. Comunque sul piano emozionale può comunicare molto di più uno sguardo e anche il silenzio di chi “c'è”,di chi riesce a far percepire la sua muta presenza,che non un proporsi di suscitare effetti e non genuine espressività. Oppure credere di dimostrare empatia attraverso frasi consolatorie inautentiche, smentite dalla comunicazione non verbale, come i falsi sorrisi subito evidenti,il tono di voce incongruente con ciò che viene affermato, ecc. Subito percepite come non genuine e uscite dal cuore, e che fanno sentire i destinatari ancor più soli.

Ciaociao
arsenio is offline  

 



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