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Psicologia - Processi mentali ed esperienze interiori.
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Vecchio 21-10-2005, 00.28.54   #21
r.rubin
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Data registrazione: 11-09-2002
Messaggi: 2,053
ciao solitario, prima hai utilizzato il termine "distaccato".
Se ho afferrato ciò che intendi, tu stai cercando di raggiungere quello stato che (forse era Kant o Husserl) è stato definito come il migliore per giudicare(ossia ragionare sul mondo): lo stato di "spettatore disinteressato", in altri termini distaccato. Fraintendo?
Cioè uno stato di imperturbabilità emotiva davanti agli eventi e alle altre persone, che ti permetta di osservare in tutta serenità e distacco gli oggetti verso cui si dirige la tua attenzione, come se stessero (distaccati) dietro un vetro, un vetro che fa da barriera ai vischiosi effluvi di energia emotiva che potrebbero raggiungerti, avvolgerti, coinvolgerti e vincolandoti distorgerti nella la tua capacità riflessiva.

Se è così, la prima cosa da tener presente è che le emozioni nascono dentro di te, e vengono attivate non tanto dalla realtà, ma dalla tua interpretazione della stessa. Cose che sicuramente sai già.
Ma se un'interpretazione di una data realtà attiva delle emozioni, una diversa interpretazione ne attiverà un'altra, e magari un'altra non ne attiverà nessuna (o forse sarebbe meglio dire che attiverà quella del distacco, perchè credo che anche lo spettatore disinteressato provi un emozione, o una sensazione almeno, quella del distacco appunto).

Husserl, padre della fenomenologia, prese l'abitudine di "mettere tra parentesi la credenza sull'esistenza del mondo". Cioè, nel nostro modo di essere naturale, noi guardiamo a ciò che ci appare come se fosse reale, vero. Non è che ci guardiamo attorno e dubitiamo del fatto che tutto quello che ci appare esista veramente o forse non esiste. Husserl, per studiare la realtà, metteva tra parentesi l'esistenza del mondo, per osservarla solo in quanto fenomeno che gli appariva. Un fenomeno e basta, un apparire sensoriale, è indifferente la sua vera esistenza.
Ora, se tu ti metti in questo stato (è una cosa eccezionale, altro che droga!), ossia sospendi il pervasivo giudizio-certezza sull'esistenza del mondo, e guardi a ciò che ti appare ai sensi solo come a qualcosa che ti appare ai sensi, qualcosa che ti appare con quelle caratteristiche con cui ti appare e basta, nessun'altra caratteristica devi attribuirgli.. prova anche a non pensare che tu, quell'oggetto, hai la possibilità di utilizzarlo, puoi solo guardarlo... capirai subito che il tuo stato d'animo muta assieme alla tua interpretazione generale del mondo.

Secondo me, per raggiungere il tuo obiettivo, devi trovare l'interpretazione del mondo capace di attivare quello stato che desideri. Ovviamente devi anche, almeno un pò, crederci a quella interpretazione, altrimenti la magia non funziona.

Ma dimmi meglio del distacco che vuoi raggiungere, che credo sia collegato al tuo nickname, ossia solitario.. (come sentirsi perfettamente soli in mezzo a chiunque?).
Prova il distacco fenomenologico.

Ultima modifica di r.rubin : 21-10-2005 alle ore 00.31.29.
r.rubin is offline  
Vecchio 21-10-2005, 01.27.15   #22
Solitario
Ospite abituale
 
Data registrazione: 12-09-2005
Messaggi: 85
Mi spiace ma non conosco ne Kant ne Husserl, purtroppo so ben poco di psicologia, io mi occupo di altro.

Quello che dici però mi interessa molto, per molto tempo ho tentato di ottenere qualcosa di molto simile a quello che tu hai descritto, in alcuni casi con successo ma mai per lassi di tempo molto lunghi e ultimamente, a seguito di alcuni eventi, mi risulta ancora più difficile, questo è il motivo per cui ho voluto servirmi del forum nella speranza di trovare consigli.

Se ho ben capito ritieni che se riesco a trovare un' interpreazione dei fatti che non mi suscita emozioni riuscirei a raggiungere il mio obbiettivo. E' questo il concetto?

Comunque ringrazio molto per i tuoi consigli e spero che ne seguiranno altri, sei il primo che da una risposta concreta alle mie domande.

Quanto al nick trovo la tua frase
Citazione:
come sentirsi perfettamente soli in mezzo a chiunque?
affascinante ed esprime un altro stato mentale che non sarebbe male poter raggiungere, personalmente pur avendo parecchi amici non ho mai avuto la necessità di vederli per soddisfare il mio senso di solitudine e non ho mai avuto problemi a non frequentare nessuno per periodi di tempo indefiniti, discorso diverso è l'attrazione verso la sessualità, molto più difficile da controllare, ma se ho ben capito le tue parole dipende anche qui dal interpretazione che io do al mondo femminile, io però mi chiedo, non è che conta anche la biologia in questo?

Se ti serve sapere qualcos' altro per capire meglio la situazione chiedi pure.

Saluti a tutti
Solitario is offline  
Vecchio 21-10-2005, 01.51.16   #23
lobelia
Utente bannato
 
Data registrazione: 28-07-2005
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Io non credo sia possibile arrivare ad estraniarci completamente, a non fare mai più risuonare le nostre corde interne.
Credo invece sia in parte possibile controllare le emozioni.
Ad esempio ci sono certi mestieri che lo impongono pure e, nella pratica, s'impara a farlo più o meno con successo o addirittura, in altri mestieri, ci si abitua per necessità o troppa consuetudine.
In ogni caso io non concordo con solitario. E non è un giudizio morale il mio, ma al contrario assai razionale.
A mio parere le emozioni, se all'interno di un sistema psichico equilibrato, sono al contrario molto utili all'uomo e dovremmo averne quindi molta cura.
Pensate solo alla paura. Un campanello d'allarme velocissimo ed efficentissimo che arriva prima di qualsiasi altro ragionamento logico possibile e ci salva la vita.
Sono invece d'accordo sul fatto che un'emotività che fluisce senza un baricentro di razionalità, sia dannosa.
Razionale ed emozionale a mio parere sono inalienabili e in un equilibrio difficilissimo da mantenere.
Eh, caro solitario, mi sa che non sarà mai possibile semplificarsi la vita come desideri tu.
Forse ti sarà più semplice rinunciare al razionale e diventare matto.
Molti lo fanno e certamente anch'essi avranno i loro buoni motivi
lobelia is offline  
Vecchio 21-10-2005, 08.59.03   #24
r.rubin
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Data registrazione: 11-09-2002
Messaggi: 2,053
Sicuramente alcune emozioni si attivano a livello biologico. Basti pensare che un gruppo di scienziati ha dimostrato (almeno mi sembra) l'esistenza di alcuni segnali odorosi (ferormoni) che vengono esalati dal corpo di qualsiasi individuo e che vengono inconsciamente captati da un altro individuo, il quale, se li trova “gradevoli”, proverà interesse sessuale per questo. Il tutto è finalizzato alla migliore ricombinazione genetica. Questo è un esempio di attivazione biologica su cui non mi sembra possibile intervenire per bloccarla.

Esiste senz'altro, in generale, una base biologica delle emozioni, e una buona parte giocano le rappresentazioni inconscie, che, forse, piuttosto di "raggirarle" come stiamo cercando di trovare il modo di fare (forse stiamo facendo questo..) sarebbe più sano, come ha detto qualcun altro, portarle alla luce per analizzarle logicamente, ossia psico-logicamente. Anche perché credo che sarebbe l’unica strada percorribile: in caso di emozioni suscitate dall'inconscio, e a causa della potenza di questo, sarebbe impossibile metterci una pezza per cambiare il punto di vista sulla situazione e così l'emozione provata. Pensa ad esempio ad una persona con una fobia qualsiasi, ad esempio verso le piastrelle color verde. Quando vede delle piastrelle color verde viene presa dall'angoscia. Ma non basterà di sicuro dirgli che quelle piastrelle non possono fargli niente per calmarlo! La causa è nell'inconscio, dove un'emozione angosciosa associata ad un oggetto angosciante, è stata per qualche motivo inconscio dissociata dall'oggetto originario (facciamo il “babau”) e spostata su un oggetto diverso, ad esempio le piastrelle verdi, che adesso scatenano, al posto del “babau”, l'angoscia. La causa insomma è profonda e non è sufficiente “cambiare punto di vista”, in questo caso.

C'è anche da dire che ogni persona vive in un mondo un pò tutto suo. Le persone attribuiscono significati alle cose, ma le cose di per sè non hanno significati intrinseci: una cosa, se venissimo su questa terra per la prima volta, la percepiremmo come quella cosa che ci appare percettivamente e stop. Una sedia non ci apparirebbe come noi, ora, siamo abituati a concepirla: ossia come un qualcosa su cui ci si può sedere, magari usare come scalino per raggiungere un libro collocato in alto su di una libreria, come oggetto contundente, come la sedia su cui era solita sedersi la nostra amata ormai scomparsa, eccetera, e non come una particolare forma, colore.. . I significati (ossia possiamo dire tutta una rosa di idee, fantasie, esperienze associate, nella mente di una persona, a quell'oggetto) non sono originariamente nelle cose, ma nascono con una mente che pensa attraverso significati. (Mi raccomando, non perseguo il rigore scientifico quando dico ste cose, dico solo quello che io penso, per ora, che sia). Così ad esempio un vigile urbano, se lo osservo fenomenologicamente, esclusivamente come contenuto percettivo, ha solo quelle caratteristiche che posso percepire mentre lo vedo, e non è nemmeno un "vigile urbano" perchè un "vigile urbano" è un ruolo sociale che posso conoscere nelle sue caratteristiche solo facendo riferimento ad una serie di significati che ho precedentemente appreso (lavora per il comune, da le multe, fa attraversare la strada ai bambini e le vecchiette, tutte rappresentazioni che sono nella mia testa ma che non sono percepibili direttamente da quella figura blu che sto osservando). Credo che, riuscendo a mettersi in una posizione di osservatore fenomenologico (cosa piuttosto difficile, se non impossibile, da fare completamente, perché non è facile fare tabula rasa di tutto ciò che si conosce sul mondo, e che di solito gli “appiccichiamo sopra” automaticamente, finendo così per vivere in un mondo che non è solo apparenza percettiva ma una specie di apparenza percettiva a cui sovrapponiamo una serie di strati invisibili che sono le nostre idee, conoscenze sul mondo…così che, quando ci muoviamo nel mondo, quando lo percepiamo, quando decidiamo cosa fare, quando reagiamo emotivamente, non lo facciamo in diretta risposta al mondo-insignificante-percettivo, ma in risposta al mondo di significati che abbiamo costruito), dicevo che se riuscissimo a fare tabula rasa di tutte le nostre conoscenze sul mondo, restando così solo con un mondo di percezioni, allora a questo punto, non essendoci più nessuno “strato di idee” sovrapposto sul mondo a poter influenzare le nostre reazioni, ci potrebbe emozionare solamente ciò che è biologicamente destinato ad emozionarci.

Ma normalmente non viviamo in un mondo di percezioni, ma in un mondo di percezioni a cui abbiamo sovrapposto una bella serie di strati di significati, così che a scatenare le nostre reazioni non è sempre la biologia, ma la cultura che abbiamo, le nostre conoscenze, le nostre esperienze.
Ad esempio, una sedia in quanto “percezione primigenia” non credo mi possa suscitare grandi emozioni.
Ma una sedia in quanto sedia preferita da una persona amata e scomparsa, forse mi susciterà malinconia, mi commuoverà: a commuovermi non sarà la sedia, ma l’idea associata, come il fantasma di quella persona che m’immagino lì seduta, ma che in realtà so non esserci più.
E che dire del vigile, una figura blu, non mi dice niente di emozionante.
Ma se ho avuto esperienza di un sacco di multe ingiuste, forse il solo vedere quel vigile urbano mi irriterà molto. Ma non è il vigile urbano ad irritarmi, è la mia idea, la mia esperienza rievocata.

Per modificare queste emozioni bisogna capire cos’è che ci emoziona in quella persona, in quella cosa, e trovata l’idea associata, modificarla. La maggiorparte delle idee hanno una certa resistenza ad essere modificate, soprattutto se non c’è un buon motivo per farlo. Ma non è impossibile. Un po’ di fantasia aiuta.

Ecco perché ognuno vive un po’ nel suo mondo: ognuno si è costruito un proprio mondo di significati, e i suoi comportamenti, reazioni, dipendono dai suoi significati, non dal mondo, ma dal suo mondo.
Siamo sempre nel nostro mondo. Noi stiamo leggendo questo post su questo monitor con un certo atteggiamento complessivo, lo stiamo valutando, lo stiamo definendo in un particolare modo, gli attribuiamo dei significati che dipendono dalla cornice entro cui lo abbiamo collocato. Infinite altre cornici sarebbero possibili. Infinite altri nostri modi di essere davanti a questa cosa. Ne abbiamo uno, ma possiamo modificarlo. Serve fantasia, e credere nell’immaginazione. Tutto in fondo è immaginazione. Ma in qualche forma di immaginazione abbiamo completa fede, diamo per scontato che sia addirittura la realtà, mentre ad altre non gli attribuiamo questa caratteristica di realtà. Ma quest’ultima è necessaria se si vuole reagire a questa proiezione di significato sull’apparenza percettiva. Ad esempio, mentre tra me e me sto insultando il vigile urbano di prima, potrei anche immaginare che quel vigile urbano è in realtà simpatico e mi potrebbe offrire un aperitivo parlando della nostra squadra del cuore, ma potrei comunque continuare ad insultarlo perché in fondo in fondo non credo che quel vigile urbano potrebbe mai comportarsi nei miei confronti in quel modo. L’importante è crederci. Come fare a crederci, sinceramente devo ancora capirlo.

Ultima modifica di r.rubin : 21-10-2005 alle ore 09.01.14.
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Vecchio 21-10-2005, 09.38.00   #25
klara
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Messaggio originale inviato da Naima
Temo che se arrivassi a non provare più nessun tipo di emozione non avresti nemmeno più stimoli per perseguire obbiettivi. A meno che tu non intenda solamente determinate emozioni e non altre. Pensiamo per assurdo di eliminarle tutte: diventeresti apatico e non ti servirebbe a nulla fare qualsiasi cosa.

...esatto...emozioni in essenza sono impulsi per agire...lat.motere (muovere)...tu probabilmente parli di controllo...qui serve il ragionamento che richiede piu' tempo...cervello emotivo e' velocissimo...e davanti ad un pericolo solitamente non c'e' tempo necessario per farlo...qui abbiamo bisogno di agire in un lampo, per esempio...trovare un equilibrio tra le emozioni ed il ragionamento e' una sfida per tutti credo...

,klara
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Vecchio 21-10-2005, 10.13.04   #26
ancient
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alcuni suggerimenti sulla meditazione li trovi qui (pag.5 e sgg.):

http://www.gianfrancobertagni.it/mat...ta/vedanta.pdf
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Vecchio 21-10-2005, 18.02.36   #27
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L'attribuire significati non significa però avere necessariamente una visione soggettiva, per esempio la sedia finchè la considero un dispositivo per sedersi o per raggiungere la lampadina sul soffitto posso comunque dargli un significato restando distaccato, se invece inizio a considerarla il ricordo della persona amata sicuramente ne ho una visione soggettiva.

Quello che distingue le due interpretazioni è che le prime sono fatte con la logica, la seconda con l' emozioni.

Ipotiziamo una situazione di pericolo, un combattimento per esempio, io vedrei tre attori, la rabbia, la paura la logica, la prima mi fa attaccare senza pensare alle conseguenze, la seconda mi fa scappare senza pensare alle conseguenze, solo la terza prende in considerazione le conseguenze delle mie azioni è mi fa fare la cosa giusta, purtroppo nella maggior parte dei casi è offuscata dalle altre due. Quello che io considero un traguardo è non avere del tutto le prime due sensazioni è basarmi solo sulla logica per fare la mia decisione. E da quel che so in passato ci sono state persone che hanno raggiunto traguardi simili (si pensi ai samurai).

La stessa cosa si può applicare a situazioni molto più quotidiane, supponiamo che io stia facendo un lavoro, passa una bella ragazza, anche se non mi metto a seguirla e non interrompo il mio lavoro, comunque costituisce una distrazione, perchè nei momenti successivi parte della mia concentrazione svia dal lavoro che sto facendo e per motivi certamente non dettati dalla logica.

Se uno riesce a non avere del tutto quel tipo di pensiero come si fa a non definirlo un traguardo? Delle statistiche dicono che i maschi pensano in media ogni 7 secondi al sesso, non me la sento di dissentire da questa affermazione perchè probabilmente è corretta, riuscire a stare un ora senza sessualità sarebbe già un traguardo abmizioso, figuriamoci giorni mesi o anni.

Ora il punto è che molti obbiettano che raggiungere un tale traguardo non sia possibile, io però non ne sarei del tutto sicuro, so che sono stati fatti dei test su come variano le pulsazioni cardiache su persone che stanno per fare un lancio col paracadute, queste dovrebbero essere in forte correlazione con la paura, sorprendentemente certe persone al loro primo lancio erano meno allontanate dal loro valore di pulsazioni medio rispetto ad altre ed altre ancora non erano proprio influenzate dalla paura.

Come spiegare un risultato simile? Secondo me nella risposta c'è anche come raggiungere quel distacco di cui parlo.

Ultima modifica di Solitario : 21-10-2005 alle ore 18.06.00.
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Vecchio 21-10-2005, 22.09.36   #28
r.rubin
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E’ il cosiddetto “sangue freddo”.
Condizione ottimale per decidere al meglio delle proprie potenzialità cognitive.

Considera comunque che la paura e la rabbia che citi sono emozioni utili alla sopravvivenza. Anche se erano certamente più utili “nelle foreste” che nella metropoli, può ancora succederci di essere aggrediti in un vicolo buio di periferia. E in questo caso l’emozione che scatta in modo automatico, rapidissimo, non agisce solo a livello mentale, ostacolando il ragionamento logico, ma soprattutto (e lì sta la sua vera ragione) a livello di attivazione fisiologica: una scarica di adrenalina che aumenta in modo normalmente inimmaginabile la potenza e la reattività fisica.

Ma è certamente vero che non si tratta di situazioni in cui ci si imbatte quotidianamente, mentre al contrario le emozioni irrompono spesso a infrangere la lucidità mentale. Capisco bene cosa intendi.
Per ragionare bene occorre concentrazione, che è attenzione focalizzata, potenzialità cognitive del tutto disponibili. E gli oggetti che suscitano emozioni risucchiano energia mentale.
Freud sosteneva che l’energia mentale, psichica, è la libido, ossia l’energia sessuale. Io la trovo una buona concezione. Non so se sia vera, ma perlomeno la trovo utilizzabile pragmaticamente.
Ogni persona ha un tot di questa energia a disposizione, e per svolgere qualsiasi sua attività deve incanalarne un po’ verso gli oggetti\obiettivi verso cui dirige la sua volontà. Gli obbiettivi possono essere sessuali, ma anche intellettuali, o di qualsiasi altro tipo.
Quando vedi passare una bella ragazza è come se passasse una calamita che attrae un po’ della tua energia. Se parte del tuo pensiero resta fissa sull’immagine di quella bella ragazza ormai scomparsa dietro l’angolo, quell’immagine è bersaglio di parte della tua energia, che di conseguenza è distolta, non può essere applicata al compito razionale a cui ti stai dedicando.
Freud dice anche che l’energia psichica può essere diretta verso oggetti altri da sé, come ad esempio nell’amore per una donna, ma anche su di sé, portando al cosiddetto “narcisismo”, che è un normale amore di sé nella maggioranza dei casi, ma a volte convoglia tutta l’energia a disposizione privando il mondo esterno di qualsiasi investimento affettivo. Così il narcisista è come chiuso in una calda sfera di autocompiacimento, al di fuori della quale si trova il mondo con gli altri, paesaggio desolato su cui cade la neve.

Ora, il narcisista spesso è una persona che ha dei problemi, ma a me interessa il caso del narcisismo per avanzare l’esempio di alcuni individui molto creativi. Non è affatto raro che la persona creativa sia narcisista un po’ più della media. E non credo sia un’associazione casuale, il narcisismo, e la tipica indipendenza dagli altri propria di questo tipo di persone. Mi è capitato di vedere Oliviero Toscani a Matrix, classico esempio di narcisismo d’artista: autocompiacimento collegato alla quasi nulla considerazione degli altri, se non come oggetti su cui ironizzare. Nulla considerazione degli altri (bilanciata da una grande considerazione di sé) implica una certa indifferenza per gli altrui sentimenti, emozioni, ci si permette di ferirli o di maltrattarli come se niente fosse. Questo perché l’empatia, cioè la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” per provare le emozioni che lui prova, è resa possibile dall’aver reso tale persona oggetto delle proprie energie. Queste energie creano una sorta di ponte che permette di raggiungere l’altro, di identificarsi in lui, e di provare le sue emozioni (non si provano mai le sue emozioni, è un esagerazione.. comunque adesso non ci importa analizzare l’empatia). Se questo ponte non c’è, ognuno sta dalla sua parte, nettamente separato. Se un po’ di energia c’è, qualcosa passa. Se non c’è n’è, la persona in questione ci risulta indifferente. L’identificazione è il processo psicologico che agisce anche nella visione di un film: ci identifichiamo col protagonista o con il personaggio che troviamo più affine, e vibriamo all’unisono con le sue emozioni. Se non ci fosse questa identificazione, guarderemmo lo schermo con freddezza e razionalità, probabilmente con molto più senso critico personale. Senso critico personale, ossia giudichiamo come ci sentiamo, personalmente di giudicare, fregandocene del luogo comune.. altra analogia con la personalità originale, fuori dal comune, dell’artista (o perlomeno di alcuni artisti).

Il giudizio razionale e personale è ingannato dalle emozioni che ci suscitano le persone. Se una persona ci appare simpatica, tutto quello che dice lo filtreremo attraverso quest’aura di simpatia, col risultato che, qualsiasi cosa dica, anche la più idiota, ci apparirà sicuramente migliore di quello che è. I politici mediatici lo sanno bene…

Cosa bisogna fare quindi?
Ritirare le energie dagli oggetti esterni, persone o cose.
Ritirarle dentro di sè, richiudendosi come in una specie di sfera: la sfera della propria coscienza.
Quando le energie si slanciano verso altre persone o cose, è come se forassero la sfera della propria coscienza, lasciando che la attraversino le emozioni e tutto quanto ne consegue.
Quel vetro dietro cui stare per osservare razionalmente il mondo non è altro, secondo me, che la superficie della propria coscienza, consapevoli che si tratta di una superficie ermeticamente chiusa, superficie di vetro che lascia che le cose vi si riflettano sopra, per portarle alla considerazione del suo abitante.

E la chiusura della superficie, secondo me, è provocata dalla convinzione che gli altri non siano in grado di farsi causa di proprie reazioni emotive. Non siano capaci di essere “cause”, cioè non siano capaci di essere soggetti d’azione e in quanto tali in grado di provocare reazioni in quello che è il loro oggetto intenzionale, ossia se stessi, in questo caso… qui è il narcisismo, perché il narcisismo, togliendo le energie dagli altri, è come se li uccidesse in quanto “soggetti”: è così che gli altri possono diventano “oggetti” da osservare con ironico distacco, oppure oggetti che ci si diverte a stuzzicare per provocarne reazioni senza la minima considerazione per la loro sensibilità: perché la loro sensibilità ci riguarda solo quando siamo in empatia con loro, ossia quando sono centri focali della nostra energia, e quando sono centri della nostra energia li riconosciamo come soggetti, perché ci mettiamo nei loro panni portando con noi ciò che noi sappiamo di noi stessi in prima persona, ossia di essere dei soggetti, cosa che attribuiamo agli altri solo per analogia con noi stessi. Ovviamente non dico di maltrattare le persone, ma dico solo che, secondo me, per non essere oggetti di emozioni provocati da altri, bisogna che gli altri non siano soggetti in grado di provocare queste sensazioni, e che se vogliamo che gli altri siano oggetti della nostra attenzione razionale come un qualsiasi campione di materiale per uno scienziato, bisogna che gli altri non siano più dei soggetti, cioè diventino degli oggetti, e per fare questo bisogna disconoscere gli altri in quanto soggetti, oppure non renderli più certo dei nostri flussi energetici, che è la stessa cosa. Anche qui, non ci sono ricette facili, bisogna riuscire a far propria questa visione della realtà degli altri.

Allora, quando ci sarai riuscito, ti sentirai solo in mezzo a chiunque.




Ps: una volta chiesi ad una prof. di psicologia sociale se fosse possibile vedere il mondo come realmente è. Lei mi disse “chissà se esiste un mondo”, ma che se esiste c’è un percorso spirituale da fare, per raggiungerne una visione pura, un percorso molto difficile, centra con l’oriente, forse col buddismo. Sicuramente è più sano di quello che stiamo proponendo. Informati.
r.rubin is offline  
Vecchio 22-10-2005, 00.27.21   #29
lobelia
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non sapevo che i maschi pensassero al sesso in media ogni 7 secondi...allora l'ho chiesto a mio figlio. Ci ha pensato un attimo e poi mi ha risposto: più o meno...sì, è vero.
Capperi! Posso capire che qualcuno si possa stancare.
Ma una domanda. La pulsione sessuale è un'emozione?
E pure un'altra. Solitario non proverà forse un'emozione profonda, quasi orgasmica, il giorno che riuscirà a fare transitare davanti a sè una bella ragazza senza distrarsi dal suo compito del momento oppure quando un altro giorno per un attimo riuscirà a sentirsi solo in mezzo a chiunque?
E questa emozione, non lo distrarrà inficiando paradossalmente la sua ricerca?
E non è doveroso per un ricercatore del genere, oltre che far sì chè l'altro oltre sè diventi oggetto, diventare esso stesso oggetto? Perdere quindi quella soggettività che implica tanti sommovimenti interiori anche di fronte ad un semplice oggetto?
E cosa farebbe allora pensare ad un oggetto non più soggetto, che sia meglio dedicarsi ad un compito qualsiasi altro, piuttosto che farsi distrarre da una pulsione sessuale?
Per fare una considerazione di questo tipo occorre che l'oggetto torni per un attimo ad essere soggetto e realizzi una valutazione utile per sè.
L'oggetto infatti non ha emozioni, ma non bada nemmeno a se stesso.
No, caro solitario. Senza emozioni saremmo estinti da mo'
Gli stati emotivi non sono una malattia. E la razionalità non è affatto la loro terapia. Servono gli uni agli altri per fare continue sintesi della nostra esperienza e conoscenza ed indicarci la strada.
Se non avessimo provato certi dolori, non sapremmo come muoverci in molte situazioni e commetteremo errori madornali anche contro la nostra e l'altrui incolumità, perchè non sempre la razionalità ci fa agire per il meglio, ad esempio quando non abbiamo alcuna esperienza in una determinata situazione.
La razionalità a volte si arrotola su se stessa, si incarta e non ci fa mai giungere a prendere decisioni.
La prudenza, per esempio, invece è spesso un'ottima sintesi tra paura dell'ignoto, curiosità e raziocinio.
Non siamo onniscenti, non lo potremmo mai essere, e quindi abbiamo bisogno delle emozioni anche per questo.
Ma soprattutto ne abbiamo bisogno per il desiderio, la speranza del domani.
Senza desideri e la sensazione di piacere nel perseguirli e realizzarli e quella di dolore della perdita, saremmo ancora nelle caverne e, senza paura, saremmo già tutti morti.
E chi ce lo dice poi che senza emozioni, in preda ad una razionalità assoluta, non agiremmo esclusivamente per soddisfare solo micragnosissime, noiosissime, ridondanti, pulsioni vitali? Lo dici tu?
L'unica fatica da fare è mantenere un equilibrio. E non è cosa da poco. Qualsiasi tentativo di sbilanciarci privilegiando una parte o l'altra crea appunto squilibrio.
L'unica perfezione possibile è l'equilibrio tra tutti gli elementi. Nessuno escluso.
Mi dispiace, è molto difficile. Lo so.
Ma credo sia inevitabilmente il nostro destino. E' la natura.
Io aggiungo, fortunatamente. Ma questo è un giudizio personalissimo

Buona notte a te e sogni d'oro
lobelia is offline  
Vecchio 22-10-2005, 00.40.37   #30
Mistico
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Citazione:
Messaggio originale inviato da Solitario
...Delle statistiche dicono che i maschi pensano in media ogni 7 secondi al sesso, non me la sento di dissentire da questa affermazione perchè probabilmente è corretta, riuscire a stare un ora senza sessualità sarebbe già un traguardo abmizioso...

Ma davvero? Ogni 7 secondi?

...

...Questa statistica l'avranno fatta attorno ad un copertone accesso in strada di notte...

Non c'è altra spiegazione.

Ma chi frequenti, Solitario?!?!?
Mistico is offline  

 



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