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 Riflessioni sul Senso della Vita - Commenti sugli articoli della omonima rubrica presente su WWW.RIFLESSIONI.IT - Indice articoli rubrica
Vecchio 19-12-2012, 03.50.20   #11
acquario69
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

Ci credo poco ad un amore senza sofferenza, si tratta di averne il meno possibile(di sofferenza).
Perchè l'amore è un arte di equilibri dinamici, dove bisogna capire anche i silenzi e le mancanze dell'altro e viceversa; così come gli stati umorali, i problemi esistenziali. E' una condivione di presenze ed assenze.


..io non penso che sia una questione "quantitativa"..


La mancanza fisica di una persona amata(la morte) è una definitiva scomparsa senza appelli. Non voglio entrare su fatti personali.
Ma comunque crea sofferenza, è quel che viene definito dalla psicologia "elaborazione del lutto".


..anche se non avresti voluto,ci sei entrato lo stesso nei fatti personali..intendiamoci,assolu tamente niente in contrario; se fosse cosi non l'avrei nemmeno postato il mio intervento dall'inizio.
ad ogni modo se ritieni che non esistono risposte compiute e definitive allora non dovrebbe fare eccezione nemmeno la tua.
per me e' stato,ed e',esattamente come ho descritto in precedenza.


Non esiste amore senza attaccamento, o si ama o non si ama, il problema è non eccedere.
Ma è come parlare di "buon senso": cos'è, come quantificarlo?
Non esistono penso risposte compiute e definitive.



non lo credo in assoluto..l'amore prescinde l'attaccamento e il possesso.
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Vecchio 19-12-2012, 04.02.28   #12
acquario69
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

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Originalmente inviato da 0xdeadbeef
Io credo che la sofferenza si origini, in radice, dal senso di insensatezza di tutto quel che ci circonda.
Come ci ricorda Sartre, nel meraviglioso romanzo "La Nausea", quando un bel (...) giorno usciamo di casa e
prendiamo consapevolezza della "gratuità" (cioè dell'instabilità) del mondo che ci circonda e di noi stessi,
allora un irrefrenabile senso di "nausea" ci assale: quella consapevolezza che tutto, in noi ed attorno a noi,
è "finito", e che non esiste nulla di infinito (nemmeno quell'amore che così tanta parte del romanzo ottocentesco
ha "cantato" come infinito).
La condizione umana come la condizione dell'essere-gettati-nel-mondo (riprendendo ancora Sartre); come la
condizione in cui tutto è possibile, anche la cosa più atroce, è a mio avviso la radice ultima della sofferenza.

non l'ho letto il libro,prendo spunto dal tuo intervento.

…quella consapevolezza che tutto, in noi ed attorno a noi,
è "finito", e che non esiste nulla di infinito..


forse (secondo la mia interpretazione) lo spartiacque sta proprio qui..credere così che la vita in se non abbia alcun senso poiche finita,dunque inutile ed essendo tale,la radice stessa della sofferenza.
a mio avviso esiste in contrapposizione anche un altra visione,ossia,detto in in modo semplicistico, pensare-credere-sentire che la vita non sia finita e che la morte altro non e' che un passaggio a un altra dimensione..forse,sempre secondo il mio punto di vista la sofferenza ultima risiede in questa inevitabile nostalgia "dell'infinito" a una condizione umana di "finito".
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Vecchio 19-12-2012, 08.48.06   #13
paul11
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

Citazione:
Originalmente inviato da jador
da acquario69

E se la sofferenza fa parte dell'amore, come intende paul11, qualsiasi tipo di amore esso sia, e' un amore malato.


Non è che l'amore quando porta con sè sofferenza sia malato.Perchè anche nel momento della gioia( altr ostato emotivo) si sa che non durerà. Si dice:" partire è un poco come morire".
La sofferenza è parte dell'amore, è intrinseca ; è una condizione umana ( e forse anche animale se lo vediamo e interpretiamo come fondamento istintivo). Il sentimento, l'aspetto emotivo , ha ben poco di logico/concettuale nel suo fondamento.
E non è che l'odio sia il contrario dell'amore, perchè è ancora sentimento emotivo.
Il distacco emotivo è l'indifferenza: questa è la morte del sentimento.
Finisce il sentimento, ma muore la vita.

In sintesi: non penso che possiamo essere esenti, purtroppo, dalla sofferenza. la ritengo una condizione umana e forse, estremizzando il concetto, nasce dallo stesso istinto della "continuità della specie"

E chiudo dicendo che non è il Nirvana (indifferenza) la soluzione della condizione umana, perchè è una contraddizione in termini: essere umani e non accettare la conditio sine qua non dell'essere umano, cioè la relazione con il mondo, l'esistere, il vivere.

paul11 is offline  
Vecchio 19-12-2012, 14.37.39   #14
0xdeadbeef
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

@ Acquario69
La morte come passaggio ad un'altra dimensione è però la visione propria della religione, non della filosofia
(che semmai assume la religione solo "entro i limiti della sola ragione", come ci ricorda Kant).
In realtà, la filosofia ha sempre provato ad ergersi oltre i limiti della finitezza. L'esempio a noi più vicino
è quello dell'Idealismo (che ha spaziato dall'"io infinito" di Fichte fino all'"Iddio Reale" di Hegel). Ma, dal
mio punto di vista, inutilmente e con esiti a dir poco fallimentari (anche per quel che riguarda l"ubermensch"
nietzscheiano).
Cosa ci resta? Ci resta quel che Camus chiamava "tragicità dell'esistenza", e che consiste nella consapevolezza
dell'inevitabile scacco cui è destinato quell'essere finito che anela all'infinito: l'uomo. Ci resta solo
quell'"essere-per-la-morte" che Heidegger definiva "vita autentica" (e che contrapponeva all'inautenticità
di una vita vissuta nell'oblio e nella dimenticanza della realtà "ultima" di tutte le cose e di tutte le creature.
un saluto
mauro
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Vecchio 19-12-2012, 22.57.15   #15
acquario69
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

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Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Acquario69
La morte come passaggio ad un'altra dimensione è però la visione propria della religione, non della filosofia
(che semmai assume la religione solo "entro i limiti della sola ragione", come ci ricorda Kant).
In realtà, la filosofia ha sempre provato ad ergersi oltre i limiti della finitezza. L'esempio a noi più vicino
è quello dell'Idealismo (che ha spaziato dall'"io infinito" di Fichte fino all'"Iddio Reale" di Hegel). Ma, dal
mio punto di vista, inutilmente e con esiti a dir poco fallimentari (anche per quel che riguarda l"ubermensch"
nietzscheiano).
Cosa ci resta? Ci resta quel che Camus chiamava "tragicità dell'esistenza", e che consiste nella consapevolezza
dell'inevitabile scacco cui è destinato quell'essere finito che anela all'infinito: l'uomo. Ci resta solo
quell'"essere-per-la-morte" che Heidegger definiva "vita autentica" (e che contrapponeva all'inautenticità
di una vita vissuta nell'oblio e nella dimenticanza della realtà "ultima" di tutte le cose e di tutte le creature.
un saluto
mauro

sinceramente non ho mai pensato a un ipotetico passaggio a un altra dimensione in termini religiosi o filosofici,o altro ancora,oppure nell'esprimere un pensiero,un esperienza o una sensazione o qualsiasi cosa classificandola in qualche modo,(etichettandola forse?)
piu semplicemente mi pongo delle domande,come credo tutti del resto..la verita non ce l'ha nessuno,io non sono da meno ovviamente,ognuno tenta di dare le proprie risposte,forse ad ognuna ce' un pezzettino di verita,un po come un pezzettino di un enorme mosaico..un sassolino di per se e' piuttosto insignificante,messi insieme,tassello dopo tassello ne viene fuori un immagine..magari un messaggio (un archetipo?)
per me questo ha un senso..che poi si voglia chiamarla filosofia,religione ecc non credo sia la cosa piu importante anzi,a mio modo di vedere sarebbe come un interporre qualcosa,un po come indossare un paio di occhiali scuri di notte.
perche mettere limiti alla propria curiosita intellettuale?

Ultima modifica di acquario69 : 20-12-2012 alle ore 06.07.55.
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Vecchio 20-12-2012, 08.41.00   #16
jador
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

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Originalmente inviato da 0xdeadbeef
Io credo che la sofferenza si origini, in radice, dal senso di insensatezza di tutto quel che ci circonda.
Come ci ricorda Sartre, nel meraviglioso romanzo "La Nausea", quando un bel (...) giorno usciamo di casa e
prendiamo consapevolezza della "gratuità" (cioè dell'instabilità) del mondo che ci circonda e di noi stessi,
allora un irrefrenabile senso di "nausea" ci assale: quella consapevolezza che tutto, in noi ed attorno a noi,
è "finito", e che non esiste nulla di infinito (nemmeno quell'amore che così tanta parte del romanzo ottocentesco
ha "cantato" come infinito).
La condizione umana come la condizione dell'essere-gettati-nel-mondo (riprendendo ancora Sartre); come la
condizione in cui tutto è possibile, anche la cosa più atroce, è a mio avviso la radice ultima della sofferenza.

Ma penso che se, presa questa consapevolezza di insensatezza, non cercassimo di dare noi un senso alla vita,

non resisteremmo a tante nausea.

Come una tela bianca per un pittore. Lasciata li' così non ha nessun senso.

E se ci assale la nausea per la consapevolezza che non esiste nulla di infinito, dovremmo provare ad immaginare cosa sarebbe una vita eterna su questa terra per miliardi e miliardi e miliardi di persone sempre in aumento!

Altro che nausea...

Certo ci spaventa tutto quello che ci potrebbe succedere, e perdere una persona cara è all'apice di ogni dolore, ma nonostante tutte le frasi citate, nella testimonianza di acquario69 trovo (ma solo io?) la risposta che contiene la soluzione al superamento del dolore.

Ed è in questo senso che l'amore che si lascia in eredità, e chi lo riceve a sua volta lo lascia in eredità, rimane infinito.

Sarà spiritualità mica solo credere al trascendente?

Ultima modifica di jador : 20-12-2012 alle ore 11.07.49.
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Vecchio 21-12-2012, 23.00.43   #17
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

@ Acquario69
A mio avviso, non è questione di "etichettare"; ma è bene distinguere subito, in radice, alcuni concetti-base.
La filosofia nasce (come canonicamente ammesso, ma io sono d'accordo) come il tentativo di rispondere a certe
domande senza appoggiarsi al "mythos"; un "mythos" che corrisponde, in radice, a quella che viene definita
"credenza". La filosofia è, ovvero, il tentativo di rispondere "razionalmente".
Quindi no, e sono d'accordo: nessun limite alla propria curiosità intellettuale. Ma la curiosità, per essere
davvero intellettuale, dev'essere filosofica, e non religiosa.
Tutto questo, naturalmente, senza minimamente voler squalificare in alcun modo la religione come "conoscenza"
(né mancargli del dovuto rispetto); ma è bene essere consapevoli della differenza che sussiste, appunto, fra
la credenza e la conoscenza.
ciao
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Vecchio 22-12-2012, 05.28.57   #18
acquario69
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

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Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Acquario69
A mio avviso, non è questione di "etichettare"; ma è bene distinguere subito, in radice, alcuni concetti-base.
La filosofia nasce (come canonicamente ammesso, ma io sono d'accordo) come il tentativo di rispondere a certe
domande senza appoggiarsi al "mythos"; un "mythos" che corrisponde, in radice, a quella che viene definita
"credenza". La filosofia è, ovvero, il tentativo di rispondere "razionalmente".
Quindi no, e sono d'accordo: nessun limite alla propria curiosità intellettuale. Ma la curiosità, per essere
davvero intellettuale, dev'essere filosofica, e non religiosa.
Tutto questo, naturalmente, senza minimamente voler squalificare in alcun modo la religione come "conoscenza"
(né mancargli del dovuto rispetto); ma è bene essere consapevoli della differenza che sussiste, appunto, fra
la credenza e la conoscenza.
ciao

intanto grazie per aver risposto e per l'esposizione molto chiara.
premesso che non parto dal presupposto dettato da una mia personale fede religiosa,in sostanza non aderisco a nessun tipo di fede religiosa e di conseguenza non mi muovo partendo da un suo ipotetico preconcetto.
detto questo,mi domando una cosa..la filosofia (dunque la conoscenza attraverso la razionalita) se non ho capito male,perche escluderebbe a priori un dialogo sull'irrazionalita? non sarebbe anche questa una contraddizione in termini?.. possibile che sia tutto ma proprio tutto riconducibile alla sola razionalita?...non vi corre il rischio di incartarsi su se stessa,precludendosi a nuovi modelli interpretativi?
non per questo religiosi...in fisica (quantistica) ad esempio mi sembra che le cose tanto "razionali" non sono,almeno secondo l'attuale "concetto" di razionalita..in fondo si potrebbe anche cominciare ad obiettare questo,sulla definizione stessa di razionalita,se e' vero e dimostrato scientificamente che l'universo ha "logiche" completamente diverse dalle nostre..

porsi domande ad esempio e' cosa razionale o al contrario irrazionale?

non credo che si arrivi a un certo punto e si dica;...bene,siamo arrivati fin qui,oltre non e' possibile andare,la razionalita ha comunque svolto il suo compito e la sua funzione.PUNTO
il resto non e' di nostra competenza a prescindere.

grazie ancora
saluti
acquario69 is offline  
Vecchio 22-12-2012, 23.48.16   #19
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

@ Acquario69
Mi pone delle domande intelligenti ed interessanti, che meriterebbero pagine e pagine di approfondimento.
Cercando di sintetizzare al massimo (in verità ben oltre il lecito...), io credo che il termine "razionalità"
potrebbe portarci fuori strada (la razionalità riguarda l'efficacia dei mezzi scelti in vista di un determinato
fine, ed è quindi più concetto economico che altro) se non considerassimo quanto sostiene Nietzsche a proposito
della nascita della filosofia. Secondo Nietzsche, infatti, la filosofia nasce come tentativo di rispondere
"laicamente" alle stesse questioni che pone la credenza (e la credenza più tipica è la religione).
Dunque, e riprendendo quel concetto di razionalità che prima dicevo, la filosofia sarebbe, o dovrebbe essere,
un modo più efficace della religione per raggiungere quello che è sostanzialmente lo stesso scopo.
Senonchè, si è "scoperto" che, sì, i mezzi potranno essere pure razionali, ma lo scopo lo potrebbe essere ben poco,
visto che non presenta evidenze o dimostrabilità empiriche.
Dunque, quel che ne ricavo è che la filosofia non può, dal punto di vista teorico, darmi quelle risposte che
cerco. Come comportarsi allora? Dal mio punto di vista, il comportamento da tenere è in conseguenza di questa
premessa: mi comporterò "credendo" ad un qualche scopo ma essendo consapevole della sua radicale irrazionalità.
Questo mi eviterà di tenere alcuni atteggiamenti che, sulla base di quanto ho esposto, potrebbero condurmi
ad un comportamento "pratico" fondato sul dogmatismo, che è quel qualcosa da cui scaturisce l'intolleranza.
In definitiva, direi, è solo la conoscenza dell'irrazionalità "ultima" che può evitarci l'intolleranza.
Mentre non lo può evitare la credenza; che è, radicalmente, credenza di una razionalità ultima dello scopo.
un saluto e grazie a te.
0xdeadbeef is offline  
Vecchio 23-12-2012, 06.49.41   #20
acquario69
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Riferimento: l'esistenza della sofferenza

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Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Acquario69
Mi pone delle domande intelligenti ed interessanti, che meriterebbero pagine e pagine di approfondimento.
Cercando di sintetizzare al massimo (in verità ben oltre il lecito...), io credo che il termine "razionalità"
potrebbe portarci fuori strada (la razionalità riguarda l'efficacia dei mezzi scelti in vista di un determinato
fine, ed è quindi più concetto economico che altro) se non considerassimo quanto sostiene Nietzsche a proposito
della nascita della filosofia. Secondo Nietzsche, infatti, la filosofia nasce come tentativo di rispondere
"laicamente" alle stesse questioni che pone la credenza (e la credenza più tipica è la religione).
Dunque, e riprendendo quel concetto di razionalità che prima dicevo, la filosofia sarebbe, o dovrebbe essere,
un modo più efficace della religione per raggiungere quello che è sostanzialmente lo stesso scopo.
Senonchè, si è "scoperto" che, sì, i mezzi potranno essere pure razionali, ma lo scopo lo potrebbe essere ben poco,
visto che non presenta evidenze o dimostrabilità empiriche.
Dunque, quel che ne ricavo è che la filosofia non può, dal punto di vista teorico, darmi quelle risposte che
cerco. Come comportarsi allora? Dal mio punto di vista, il comportamento da tenere è in conseguenza di questa
premessa: mi comporterò "credendo" ad un qualche scopo ma essendo consapevole della sua radicale irrazionalità.
Questo mi eviterà di tenere alcuni atteggiamenti che, sulla base di quanto ho esposto, potrebbero condurmi
ad un comportamento "pratico" fondato sul dogmatismo, che è quel qualcosa da cui scaturisce l'intolleranza.
In definitiva, direi, è solo la conoscenza dell'irrazionalità "ultima" che può evitarci l'intolleranza.
Mentre non lo può evitare la credenza; che è, radicalmente, credenza di una razionalità ultima dello scopo.
un saluto e grazie a te.

condivido il tuo pensiero,secondo il mio punto di vista e' proprio il superamento del dogmatismo procedendo cosi alla conoscenza dell'irrazionalita "ultima" che puo far fare un balzo in avanti...sapere in verita che non puo esserci nulla di razionale se non nella misura in cui non considerassimo in anticipo l'esistenza della sua stessa irrazionalita.

Ti confesso che per me sono parole gigantesche e pero,come dire,ci provo lo stesso a capire; in fondo provare a chiedersi come stanno le cose puo ad ogni modo portare qualche frutto anche inaspettato...quanto meno ci si prova!
acquario69 is offline  

 



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