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Vecchio 01-02-2008, 14.52.38   #41
fallible
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Data registrazione: 27-10-2004
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Riferimento: Può il dubbio definire la Certezza?

Salve e buon pomeriggio!
Certo, è un bisogno soggettivo condiviso però da tutti gli umani (anche dagli altri esseri viventi), nessuno escluso. Il verbo plasmare traducilo, più semplicemente: “ricondurre ad un modello da lui esperibile, per lui intelligibile e da lui fruibile… ne va della sopravvivenza stessa. L’accettazione cui fate costante riferimento è il ritrarsi, il rifiuto di quanto la Vita può offrire, e non può trattarsi mai di un’accettazione totale, nel senso di totale estraneità all’imperativo di entrare in relazione preteso dal mondo

due sono i punti su cui abbiamo visioni differenti:
A) eventualmente non plasmare l'ambiente ma plasmarmi all'ambiente e anche questo volersi plasmare può essere inteso come egogità...ci può essere un passettino oltre!

B) perrchè coniughi allo stesso modo accetare e ritirare; si è immersi nella Vita , non giudicandola la si accetta, nonmici si ritira da qualcosa non giudicata

La dinamicità si esplica attraverso il dinamismo, suo peculiare, omofonico e tautologico attributo… prova a cercare sul vocabolario il significato di dinamismo, forse allora comprenderai che disputa e dinamismo, alla fin ]fine, non sono in antitesi, ma congeniali l’uno all’altra.
Dinamismo
1 qualità di chi o di ciò che è dinamico: un uomo pieno di dinamismo; il dinamismo della vita moderna
2 concezione filosofica o scientifica che considera la forza o l'energia come unica realtà sostanziale dell'universo.


DISPUTA
1 discussione, dibattito: disputa teologica, filosofica | contesa, diverbio: una disputa per motivi d'interesse
2 svolgimento di una...


volendo essere buoni posso essere daccordo ma il significato che diamo al termine "disputa" è il primo e nel dibattito scorgere dinamicità nel dibattito è giusto, ma quella di cui parlavamo era a parer mio una'altra claudio
fallible is offline  
Vecchio 04-02-2008, 09.04.11   #42
visechi
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Riferimento: Può il dubbio definire la Certezza?

Citazione:
Originalmente inviato da fallible
Salve e buon pomeriggio!
Certo, è un bisogno soggettivo condiviso però da tutti gli umani (anche dagli altri esseri viventi), nessuno escluso. Il verbo plasmare traducilo, più semplicemente: “ricondurre ad un modello da lui esperibile, per lui intelligibile e da lui fruibile… ne va della sopravvivenza stessa. L’accettazione cui fate costante riferimento è il ritrarsi, il rifiuto di quanto la Vita può offrire, e non può trattarsi mai di un’accettazione totale, nel senso di totale estraneità all’imperativo di entrare in relazione preteso dal mondo

due sono i punti su cui abbiamo visioni differenti:
A) eventualmente non plasmare l'ambiente ma plasmarmi all'ambiente e anche questo volersi plasmare può essere inteso come egogità...ci può essere un passettino oltre!

B) perrchè coniughi allo stesso modo accetare e ritirare; si è immersi nella Vita , non giudicandola la si accetta, nonmici si ritira da qualcosa non giudicata

La dinamicità si esplica attraverso il dinamismo, suo peculiare, omofonico e tautologico attributo… prova a cercare sul vocabolario il significato di dinamismo, forse allora comprenderai che disputa e dinamismo, alla fin ]fine, non sono in antitesi, ma congeniali l’uno all’altra.
Dinamismo
1 qualità di chi o di ciò che è dinamico: un uomo pieno di dinamismo; il dinamismo della vita moderna
2 concezione filosofica o scientifica che considera la forza o l'energia come unica realtà sostanziale dell'universo.


DISPUTA
1 discussione, dibattito: disputa teologica, filosofica | contesa, diverbio: una disputa per motivi d'interesse
2 svolgimento di una...


volendo essere buoni posso essere daccordo ma il significato che diamo al termine "disputa" è il primo e nel dibattito scorgere dinamicità nel dibattito è giusto, ma quella di cui parlavamo era a parer mio una'altra claudio

Sia la disputa che il dinamismo si rivelano attraverso il movimento: più tumultuoso per la disputa, meno irruente nel dinamismo. Quel che distingue l’una dall’altro, non è tanto la contrapposizione più o meno accesa, poiché la disputa non implica necessariamente che ve ne sia, potendosi svolgere anche in assenza d’agonismo (la nostra è una disputa fra tesi non conformi, che non si amalgamano, presumibilmente alternative, ma in noi non mi pare di rilevare animosità o agonismo), è bensì proprio il moto, più specificamente la qualità e quantità di movimento insito nel colloquiare, quindi l’enfasi, l’accento posto su un punto anziché su un altro, la lente d’ingrandimento che colpisce differenti aspetti del medesimo tema, fra loro non convergenti… anche il termine dialogo, da dia-logos fra (dia) discorso (logos), implica un confronto. In ciascuno dei tre vocaboli è dunque rilevabile l’esistenza di un confronto, ovvero due tesi che, vicendevolmente, si pongono l’una di fronte all’altra: il dinamismo – dal greco dynamis, che significa forza, evocante appunto il movimento - s’esprime nel movimento originatosi da una base di staticità, anche se non necessariamente d’immobilità. Ovvero è la somma algebrica (ipotetica) fra lo stato attuale e quello che lo precedette a fornire, nella differenza teoricamente misurabile, il gradiente del dinamismo, cioè il grado e livello di dinamicità verbale o motoria. La disputa accentua il moto, sia esso verbale o motorio, ma è anch’essa, in sostanza, un fattore di movimento misurabile, sempre teoricamente ed astrattamente. Nel dialogo il moto, più o meno accentuato, avviene a fasi alterne, sua caratteristica peculiare che lo distingue dagli altri due.

Dialogo, disputa e dinamismo comportano l’esistenza di due termini di raffronto da cui sia possibile estrarre, come differenza, proprio l’essenza o l’elemento significato da ciascuno dei tre termini. Mi riferisco alla necessità di porsi di fronte, l’uno al cospetto dell’altro. Se ciò è facilmente rilevabile per quanto riguarda la disputa e il dialogo, la recherche si complica nel caso del dinamismo. Ma se è valido l’assunto che dia-logo significhi, al lato pratico, movimento, è indispensabile che questo elemento di moto sia attinto da un confronto, da uno stare di fronte di due termini che lo definiscono. E’ proprio nel moto della Vita, che io giudico spasmodico e rapsodico, che sono rilevabili tanto il dinamismo quanto la disputa.

Definire dinamica la Vita è un altro modo, forse edulcorato, di dire che essa è disputa, che – a parer mio – non calca l’accento sull’accesso di moto e sul suo eccedere in forme e modi dirompenti.

IL moto, non la contrapposizione, ben presente invece nella con-tesa, è dunque l’elemento costante in tutti e tre i significati.
Noi siamo abituati a leggere i termini in un’accezione più diretta ed utilitaristica, senza avvederci che in entrambi i casi stiamo solo indicando una differente gradazione, quantità e qualità del moto, comunque presente in tutti e tre i vocalizzi (vocaboli).

La Natura – o la Vita, se preferite - non dialoga con l’uomo, non gli offre troppi spazi per esprimere i suoi fievoli lamenti, quindi non credo sia appropriato affermare che si tratti di un ‘fra’ (dia) ‘discorso’ o ‘parole’ (logos). Volendo essere ottimista, potrei dire che nel discorso che s’instaura fra i due, le parole dell’uomo hanno un peso notevolmente inferiore a quelle pronunciate dalla Vita, la quale, incurante dell’interrogare del suo interlocutore, prosegue il proprio moto… il dialogo è sempre troppo sbilanciato e non equipollente. La Vita, però, ha in sé, o sicuramente è una costante dinamica, poiché il suo moto, io sostengo anche piuttosto accelerato, certamente non uniforme ma più che altro eterogeneo, ricusa quasi del tutto la stasi. Ben più accortamente potremmo, però, affermare che la Vita disputa all’uomo, nel suo frenetico e cogente dinamismo, lo spazio vitale e il tempo d’esistere. Voglio dire che la Vita si nutre d’umanità, disputando ad essa la dimensione spaziale geografico tridimensionale (altezza larghezza e profondità, quindi nel vero senso topo(s-geo)grafico), che l’evento della nascita assegna a ciascun individuo, basta provare a pensare ad alcune lande disperate della terra e la lotta serrata che certe popolazioni devono condurre per strappare alla Natura l’assenso alla propria sopravvivenza (qui i termini Natura e Vita sono utilizzate in modo scambievole senza che il loro diverso utilizzo debba produrre l’impressione di due forze distinte). La tecnologia, che tanto incanta, diversamente da quel che si crede normalmente, è uno strumento che la Vita utilizza per questa sua opera, poiché nel contrasto che oppone alla natura, di fatto la desertifica, impoverendola ed inaridendola, offrendo ancor più occasioni alla Vita di cibarsi d’umanità (in questo caso, i due termini, invece, li ho utilizzati volendo suggerire la sensazione di due enti differenti, l’una soccombente, l’altra trionfante). La Vita è intrisa d’essenza umana fin quasi indossare le vesti tenebrose di un antropofago impenitente.

Ciao
visechi is offline  
Vecchio 04-02-2008, 11.50.51   #43
Noor
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La Natura – o la Vita, se preferite - non dialoga con l’uomo, non gli offre troppi spazi per esprimere i suoi fievoli lamenti, quindi non credo sia appropriato affermare che si tratti di un ‘fra’ (dia) ‘discorso’ o ‘parole’ (logos). Volendo essere ottimista, potrei dire che nel discorso che s’instaura fra i due, le parole dell’uomo hanno un peso notevolmente inferiore a quelle pronunciate dalla Vita, la quale, incurante dell’interrogare del suo interlocutore, prosegue il proprio moto…
Integrità totale sembra quasi mancanza;
la usi:non ti logora mai.
Pienezza totale sembra quasi vacuità;
la usi: non ti estenua.
Grande rettitudine sembra quasi ingiustizia,
grande abilità sembra incapacità;
un discorso eloquente sembra cauto.
L’agitato trionfa sul freddo,il quieto,invece, sul caldo.
La pura quiete è la misura del mondo.
Lao-Tse
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Vecchio 04-02-2008, 16.30.24   #44
visechi
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Integrità totale sembra quasi mancanza;
la usi:non ti logora mai.
Pienezza totale sembra quasi vacuità;
la usi: non ti estenua.
Grande rettitudine sembra quasi ingiustizia,
grande abilità sembra incapacità;
un discorso eloquente sembra cauto.
L’agitato trionfa sul freddo,il quieto,invece, sul caldo.
La pura quiete è la misura del mondo.
Lao-Tse


Arrivare a spiegarne addirittura il significato, sarebbe davvero un di più? Soprattutto in relazione al contesto in cui collochi queste frasi.


Ciao
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Vecchio 04-02-2008, 18.18.03   #45
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Arrivare a spiegarne addirittura il significato, sarebbe davvero un di più? Soprattutto in relazione al contesto in cui collochi queste frasi.
Il testo è dal Tao-te-Ching e forse lo conosci.Propone una visione non dualistica,ove non si contrappone l'uomo e la Natura,l'ego e il Mondo.Il Tao è ineffabile è non può essere definito,sempre in perenne equilibrio al di là gli opposti e ove ciò che chiamiamo Natura,che non è proprio ciò che si osserva in natura.Lo so che il brano che ho postato sembra fuori contesto,ma non lo è,nel senso che parla dell"uomo virtuoso,saggio" e del suo essere nel mondo,modellato seguendo le leggi del Tao.Considera pure che è' stato scritto al tempo di Eraclito,con il quale non ha pochi punti in comune secondo me..e ne conserva la medesima "oscurità oracolare".
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Vecchio 05-02-2008, 11.22.26   #46
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Avevo intuito che si trattasse di un’ode alla ‘quiete’. Non domandavo che fosse chiarito il significato generale, ma quello di ciascuna strofe. Per esempio:
Integrità totale sembra quasi mancanza;
la usi: non ti logora mai.

E’ abbastanza esoterica, il significato non emerge. Pur con tutto il rispetto dovuto alla filosofia orientale e in specie a Lao-Tse,, non riesco proprio a far a meno di pensare che si tratti di un intreccio di parole che in sé hanno uno scarso significato, se non addirittura nessuno.

Prova a ‘trasdurre’ la strofe che segue trasferendola dal piano letterario o filosofico a quello pratico:
Pienezza totale sembra quasi vacuità;
la usi: non ti estenua.

Insomma, non se ne viene a capo di nulla.
Io, invece, ti lascio alcune strofe di un poeta dell’Ottocento che aveva in sé ben vivo il senso della Natura… lascio a te anche l’interpretazione di questo bellissimo canto.


[…] A queste piagge
venga colui che d'esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all'amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell'uman seme,
cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell'umana gente
le magnifiche sorti e progressive.

[…]

Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest'orbe, promettendo in terra
a popoli che un'onda
di mar commosso, un fiato
d'aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì, che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.

Nobil natura è quella
che a sollevar s'ardisce
gi occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
fraterne, ancor più gravi
d'ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de' mortali
madre è di parto e di voler matrigna.



Ciao
visechi is offline  
Vecchio 05-02-2008, 12.49.50   #47
Noor
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Originalmente inviato da visechi
Avevo intuito che si trattasse di un’ode alla ‘quiete’. Non domandavo che fosse chiarito il significato generale, ma quello di ciascuna strofe.
Suvvia, non fare il pignolo
Alla luce del significato generale,non mi sembra difficile capirne il senso,e cioè che Il Tao è Energia creatrice e che
se se ne è "strumento cavo,vuoto",non se ne è sommersi,nè carenti.
Se si è (nel) Flusso ,senza nulla trattenere ,l'Energia scorre per come deve, senza disequilibri .

Questo Equilibrio è la Quiete.
PS Grazie per avermi riproposto "La Ginestra" :quando la poesia compensa i limiti della mente.
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Vecchio 05-02-2008, 14.34.18   #48
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Riferimento: Può il dubbio definire la Certezza?

…Lanciati con il Leopardi vorrei allora inserire in codesta discussione un pezzo tratto dalle “operette morali”. E’ una parte del dialogo fra Tristano e un suo amico che gli chiede sull’infelicità della vita!
Il pezzo è lungo però, per chi non lo conoscesse bene o non se lo ricordasse, merita veramente di essere letto attentamente in quanto è a mio avviso il sunto, anche ironico e divertente, delle “beghe” spirituali che leggiamo tutti i giorni su questa meravigliosa sezione del forum…
Yam e Atisha…il pezzo è pure per voi

Alla domanda se la vita sia infelice, Tristano risponde così:


“No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dico. E n'era tanto persuaso, che tutt'altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità: anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e così fanno; anche quando la metà del mondo sa che il vero e tutt'altro. Chi vuole o dee vivere in un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. Nessun filosofo che insegnasse l'una di queste tre cose, avrebbe fortuna né farebbe setta, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono coraggio e fortezza d'animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita; prontissimi a render l'arme, come dice il Petrarca, alla loro fortuna, prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi con qualunque condizione a qualunque sorte più iniqua e più barbara, e quando sieno privati d'ogni cosa desiderabile, vivere di credenze false, così gagliarde e ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del mondo. Io per me, come l'Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl'inganni non dell'immaginazione, ma dell'intelletto. Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano. Io diceva queste cose fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse d'invenzione mia; vedendola così rifiutata da tutti, come si rifiutano le cose nuove e non più sentite. Ma poi, ripensando, mi ricordai ch'ella era tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità umana; e chi di loro dice che l'uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore in giovanezza, ed altri altre cose infinite su questo andare. E anche mi ricordai che da quei tempi insino a ieri o all'altr'ieri, tutti i poeti e tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un modo o in un altro, avevano ripetute o confermate le stesse dottrine. Sicché tornai di nuovo a maravigliarmi: e così tra la maraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo: finché studiando più profondamente questa materia, conobbi che l'infelicità dell'uomo era uno degli errori inveterati dell'intelletto, e che la falsità di questa opinione, e la felicità della vita, era una delle grandi scoperte del secolo decimonono. Allora m'acquetai, e confesso ch'io aveva il torto a credere quello ch'io credeva.”




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Vecchio 05-02-2008, 15.48.55   #49
visechi
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Riferimento: Può il dubbio definire la Certezza?

Eh sì, caro compagno di sventura, mi pare proprio che certe posizioni – intellettuali, eccessivamente intellettuali – stiano lì imperiture a confermare la finzione che l’uomo, per sua natura, pur di acquietare il proprio animo, ricerca, costruisce e s’impone, vivendoci ancor più immerso, quanto maggiore è l’avvertimento che la natura stessa lancia in ordine alla falsità di cui sovente egli – forse inconsapevole - ama attorniarsi.
Ama! Il verbo è appropriato e coniugato al tempo e al modo corretti. Poiché si tratta di una vera passione, la vostra; un amorazzo adolescenziale per un eterno presente – come suol dire con sussiego l’uomo del ‘Risveglio’ -.
La finzione che egli si è edificata, come un turrito castello dalle alte e spesse inviolabili mura, lo protegge e, al tempo stesso, lo imprigiona. La natura, se correttamente interrogata, non mente, esprime la verità circa la sua essenza: “Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato, e con franca lingua, nulla al ver detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte, e il basso stato e frale;”. Eppure, l’uomo ‘Ridestato’ – da che? -, nonostante il richiamo voltogli dalla natura, incapretta il sentimento, pur di non udire, segrega le emozioni, pur di non vedere, perché ogni lampo esterno è un’insinuarsi del dubbio e del sospetto che quel muro titanico edificato intorno a sé (al Sé), per proteggere la recondita profondità dell’animo, sia lì lì per sgretolarsi.
Il mare, che furente s’ingrossa, suscita meraviglia, stupore, incanto in chi lo ammira con sguardo estatico dall’alto della torre. I mulinelli spumosi infranti sugli scogli, appaiono dipinti dalla mano di Dio (del Tutto). Al caldo, vicino al camino che, ardendo, crepita, non s’avverte neppure il graffiare del vento. Sì, forse si tratta d’angolo di visuale, di differente grado di partecipazione, di dissonanza nel coinvolgimento: lo spettatore attonito non potrà che tributare il suo compassato Alleluia a quel mare e a quel vento che dipinge davanti ai suoi occhi un mirabile quadro bucolico; ma se fosse partecipe? Non spettatore, se fosse per necessità all’interno di un sughero, magari per strappare a quella forza della natura il sostentamento quotidiano per sé e la sua famiglia? Forse lo sguardo ammirato trasfigurerebbe in una smorfia di terrore, forse il sereno battito del suo cuore quieto e benedicente, s’impennerebbe in un singulto, un tumulto il cui ritmo sarebbe dettato e imposto da quello fragoroso della forza imperiosa che lo avvolge.
Forse! Non so… il mio è un auspicio che mi fa anche ben sperare che il sentimento, il loro sentimento, non sia del tutto anestetizzato, non sia completamente soggiogato dal terrore di perdere le uniche certezze che si è costruite ed assuefatto all’urgenza di rabberciare i possenti muri mentali che, stringendo l’animo, lo proteggono dall’insolenza di madre natura.

Ciao
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Vecchio 05-02-2008, 16.01.56   #50
Noor
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… la felicità della vita, era una delle grandi scoperte del secolo decimonono. Allora m'acquetai, e confesso ch'io aveva il torto a credere quello ch'io credeva.(Leopardi)
Difatti la felicità è una credenza della mente,come qualsiasi altro desiderio.
Noor is offline  

 



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