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…e in principio fu il verbo

Di Gianni Maria Serughetti

- Settembre 2019

  1. Introduzione - Quadro Storico - Considerazioni - Conclusione
  2. Origine della parola
  3. Anatomia del linguaggio
  4. Linguaggio e genetica
  5. Linguaggio e cervello

Origine della parola

 

5.5 milioni di anni fa i nostri antenati vivevano sui grandi altopiani dell’Africa orientale coperti da una sola foresta pluviale popolata da uno sterminato mondo animale, un mondo felice: cibo abbondante, la sicurezza e la protezione dei grandi alberi, scarsa competitività intraspecifica.
Vivono in orde (come le proscimmie) dominata probabilmente da un maschio adulto, in una organizzazione sociale simile a quella dei nostri cugini scimpanzé, con un livello intenso di comunicazione interna fatto di gesti, di posture, suoni, che è pura vocalità emozionale. Ma intanto giganteschi eventi meteorologici mutano il clima con conseguenze durissime per il pacifico habitat dell’acrocoro etiopico. Per le specie animali della foresta è la catastrofe. Ma una specie di Australopitechi resiste e i suoi membri superstiti vanno incontro a trasformazioni genetiche che li rendono adatti al nuovo ambiente la più importante delle quali è la modificazione delle strutture respiratorie.
Quasi tutti i mammiferi sono in grado di respirare ed inghiottire contemporaneamente grazie alla conformazione della laringe, alta sul collo e ampia, dotata di vie d’accesso separate per aria ed alimenti (i “seni piriformi”). La faringe, che è lo strumento che consente di modulare i suoni prodotti dalla laringe, è piccola e quindi scarsamente in grado di fungere da variabile cassa di risonanza. Nei nostri antenati questa situazione si trasforma: la laringe si abbassa, allargando considerevolmente lo spazio faringeo. Le vie respiratorie e digestive si incrociano al di sopra della laringe: rischiamo sempre di rimanere strozzati da un bolo di cibo, ma la vasta camera faringea che così si forma ci mette in grado di modulare i suoni emessi dalla laringe, come nessun altro essere vivente è in grado di fare.
Una rivoluzione: da quell’ “errore” genetico nasce il linguaggio articolato. Un animale già fortemente predisposto, sia per spinta genetica che per necessità ambientali, a una intensa comunicazione di gruppo, si trova a poter arricchire enormemente la gamma dei suoni che può emettere.
Nella nostra specie i nostri piccoli sono a lungo e fortemente dipendenti dalle cure parentali. Forse il linguaggio umano è nato proprio dagli scambi tra madre e figlio, le prime parole dalla comunicazione dei bisogni elementari: fame, sete, sonno, paura, piacere, tenerezza, desiderio.
I suoni si articolano, si fissano, divengono patrimonio dell’orda. E le grandi possibilità di modularli consentono di estenderli al mondo esterno, di “dare nome” alle cose.
La ricchezza fonetica ricopre così poco alla volta il difficile e pericoloso mondo della savana dove questo essere esile e traballante comincia la sua marcia nel mondo; diviene uno strumento potente di coesione del gruppo, arricchisce le possibilità di prendere possesso dell’ambiente e di scambiare esperienze. In questo processo i nostri antenati realizzano conquiste di cui ancora oggi beneficiamo. La prima è la capacità di astrazione: il passaggio cioè dalla designazione (con un suono arbitrario) di un singolo oggetto alla descrizione di una classe di oggetti simili. La seconda, l’espansione della denominazione a classi di eventi non attuali.
Nei “linguaggi” animali i segnali (sonori, olfattivi, gestuali) hanno un referente immediato: la presenza di cibo, il desiderio sessuale, la minaccia o la necessità di fuga. In alcune specie i segnali di allarme si spingono anche in una dimensione temporale più dilatata rispetto all’immediato presente: ma questo alone temporale non va molto aldilà del “presente”.
E’ possibile che già in epoca abbastanza remota i nostri antenati divenuti nel frattempo HOMO HABILIS, padroni di una estesa capacità di fonazione, abbiano cercato di estendere la comunicazione coi propri simili anche a ciò che non ricade sotto l’immediata evidenza dei sensi, ma che e’ pure di vitale importanza per la sopravvivenza del gruppo: “inventando” cioè il modo di parlare di spazi collocati  fuori dal campo visivo (terreni di caccia, aree ricche di cibo, luoghi infestati da pericolosi predatori) e anche di avvenimenti e situazioni collocati nel passato o possibili nel futuro.
È su questa strada che si forma il linguaggio come lo intendiamo noi uomini: un flusso sonoro costituito da segni arbitrari ma convenzionalmente significativi, che introduce al suo interno il mondo oggettuale, lo ricerca e lo estende nel tempo.
È l’origine dei verbi, dell’articolazione del tempo.
Un processo di questo tipo non poteva non avere un poderoso feed-back sulla stessa architettura cerebrale umana. L’astrazione, la generalizzazione, la verbalità nella comunicazione degli ominidi deve avere innescato un nuovo durissimo processo selettivo.
Il dominio del gruppo ricadeva necessariamente nelle mani di chi era in grado più degli altri di “verbalizzare” cioè di utilizzare il nascente linguaggio per costruire mappe territoriali e temporali tali da assicurare il successo del gruppo stesso. E il dominante, maschio o femmina, era portato logicamente a scegliersi i partner sessuali più simili a lui, con i quali fosse possibile un’intesa più ricca, riducendo così le possibilità riproduttive dei suoi compagni meno dotati.
Ovviamente il possesso di queste capacità comportava un volume maggiore di neocorteccia cerebrale, e quindi la specializzazione nella produzione linguistica di aree estese e sempre più complesse del cervello. Sono nati così i centri cerebrale del linguaggio, frutto della confluenza tra i processi di memorizzazione e quelli di dominio dei processi fonetici.
Grazie al linguaggio, alla forza creatrice della parola, dalla rozza scorza dell’uomo Habilis sbuca, oltre 1.5 milioni di anni fa l’uomo in grado di esplorare, progettare, inventare.
È l’uomo ERECTUS: che, armato della parola, abbandona il suo Eden africano per andare a impadronirsi del mondo.

 

1) Introduzione - 3) Anatomia del linguaggio

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