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…e in principio fu il verbo

Di Gianni Maria Serughetti

- Settembre 2019

  1. Introduzione - Quadro Storico - Considerazioni - Conclusione
  2. Origine della parola
  3. Anatomia del linguaggio
  4. Linguaggio e genetica
  5. Linguaggio e cervello

Linguaggio e cervello

 

Oggi nel mondo esistono oltre quattromila lingue, e altre migliaia si sono perse con l’emergere di nuovi linguaggi.
Esistono ovviamente ancora più dialetti e variazioni stilistiche e formali in seno a ciascuna lingua. Noam Chomsky, indagando il campo delle varietà linguistiche, ravvisò una certa unità e ipotizzò l’esistenza di alcune caratteristiche comuni a tutte le lingue.
Grazie a questa sua ipotesi, oggi sappiamo che esse hanno effettivamente molte cose in comune. Ne consegue che alla base della fondamentale facoltà umana di produrre linguaggio debbano esistere dei meccanismi cerebrali che determinano le comunanze. Eppure, questa teoria contraddice clamorosamente la ricchezza e la complessità che percepiamo negli idiomi parlati. Come può esservi un ordine in tanta infinita varietà? E come è possibile che esso derivi da una facoltà comune ed emergente attraverso la selezione naturale, propria del cervello della nostra specie?
A sollevare dubbi in proposito sono stati Stephen Jay Gould e Noam Chomsky, i “giganti” rispettivamente della teoria evoluzionistica e linguistica. Ciascuno a suo modo, hanno entrambi affermato che il linguaggio non può essere il risultato della selezione naturale, ma che debba essersi sviluppato sfruttando l’evoluzione di una qualche entità preesistente.
Altri studiosi, come Steven Pinker, proprio partendo dalle ricerche di Chomsky e riconducendo il linguaggio in ambito biologico, sono stati in grado di elaborare una solida teoria linguistica e determinare come esso sia emerso per selezione naturale.
L’acquisizione del linguaggio è universale: tutti i bambini imparano a parlare. Il linguaggio è universale anche attraverso le classi sociali, nonostante i pregiudizi con cui spesso ascoltiamo le varietà regionali e culturali della nostra lingua. Il linguaggio di sottoinsiemi culturali quali la classe operaia o i ceti bassi non ha nulla a invidiare, quanto a complessità, al linguaggio parlato degli stessi linguisti. In altri termini, per tutti i parlanti di tutte le lingue, vi è un unico meccanismo soggiacente. A ciò si aggiunga che, a differenza di innovazioni quali l’invenzione dell’alfabeto o l’agricoltura, per le quali si riconosce un’origine ben definita e si può costruire una linea di trasmissione, non si è mai data popolazione umana che non possedesse un linguaggio. Né esistono testimonianze di gruppi di cacciatori-raccoglitori che fossero privi di lingua al momento della loro scoperta e l’abbiano in seguito acquisita dagli esploratori tecnicamente più progrediti.
Il linguaggio viene acquisito nei primi anni di vita. Già a un anno, il bambino comincia a pronunciare le prime parole e all’ incirca all’età di 18 mesi è in grado di combinare più parole fra di loro.
Verso i tre anni, quasi tutti i bambini imparano a conversare e parlare distintamente nella lingua usata intorno a loro. Ciò avviene senza un’istruzione formale, sebbene ogni cultura abbia, per tradizione, una propria teoria su come i bambini imparino a parlare.
Per noi, sono i genitori che insegnano la lingua ai figli, mito profondamente radicato nella nostra cultura. Inutile dire invece che i bambini non ricevono nessun insegnamento formale, esplicito, sul tipo di nozioni che possiedono inconsciamente già dall’età di tre anni. Il bambino non vieni corretto sistematicamente per gli errori di grammatica e ciò non crea affatto maggiore incomprensione fra genitore e bambino, di norma un genitore è in buona sintonia con le richieste del proprio figlio. In realtà, il bambino ha bisogno del linguaggio meno di quanto crediamo, per comunicare le sue esigenze. E molti degli errori grammaticali che commette parlando non gli impediscono affatto di farsi capire.
Tuttavia sembra che ci sia un’età critica per l’acquisizione del linguaggio. Tale età si situerebbe fra i 18 mesi e i sei anni.
In tempi recenti, Elissa Newport, dell’università di Rochester si è occupata di bambini affetti da sordità che non erano stati esposti al linguaggio mimico durante la crescita. Veniva suggerito ai genitori di insegnare ai loro figli di leggere sulle labbra altrui e a parlare, impresa molto difficile al punto che molti di loro finivano per non imparare nulla. Ma se un bambino sordo non acquisisce nessun linguaggio entro la fine dell’adolescenza, ricorrerà egli stesso al linguaggio mimico, e riuscirà ad apprenderlo se vi verrà esposto in quella fase. Tuttavia, confrontando come usa tale linguaggio chi lo ha imparato in età adulta con chi lo ha imparato da bambino, si osserva una notevole differenza quanto all’applicazione delle regole dell’“American Sign Longuage”.
Inoltre si è scoperto che gli immigrati imparano perfettamente l’inglese solo se arrivano negli Stati Uniti quando non hanno ancora sei anni, e che ciò prescinde dal numero di anni trascorsi nel paese. Anche la neurologia clinica conferma che bambini che presentano lesioni all’emisfero cerebrale sinistro in tenera età hanno buone probabilità di recupero e riescono ad acquisire un linguaggio abbastanza completo, presumibilmente grazie all’emisfero destro rimasto intatto. Tale capacità viene meno con la fine della pubertà, in pratica una tale lesione in un adulto non permette alcun recupero.
Talvolta si è tentati di pensare che il linguaggio sia solo una capacità di risolvere problemi, una sorta di mappatura elementare fra pensiero e parole. Ci sono tuttavia valide ragioni per ritenere che il linguaggio possa essere distinto dai normali processi cognitivi, è facile infatti trovare situazioni patologiche e non in cui vi sia cognizione senza linguaggio e linguaggio senza cognizione.

 

Gianni Maria Serughetti

 

4) Linguaggio e genetica

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