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Emile M. Cioran,
La scrittura aforismatica

Di Roberto Taioli

Giugno 2019

 

Cioran (1911- 1955) è una delle figure più rappresentative ed anche più discusse nella vita culturale del Novecento, ove si colloca lottando contro le filosofie sistematiche che in quel secolo si sono affermate. Ma anche prima del Novecento, dato che un suo obiettivo polemico è Hegel. Nato in Romania, fece della Francia e di Parigi la sua vera dimora, scrivendo in francese la totalità delle sue opere.

Scrittore atipico, eccentrico, destrutturante, lontano da un ordine logico e compiuto delle sue riflessioni, affida in gran parte all’aforisma il suo detto ed anche il non detto che l’aforisma porta con sé. In ciò vicino a Nietzsche, di cui fu vorace lettore, ereditandone non solo la forma di scrittura, ma anche la visione apocalittica del mondo, con spunti che ritroviamo nella poesia di Leopardi, soprattutto nelle Operette Morali. Uno dei principi, o meglio una delle tracce che ci mettono sul suo pensiero è il cafard, termine di difficile traduzione in italiano, uno stato di malessere, di disagio ontologico che si impadronisce della mente e del corpo, lasciandoci in una condizione paradossale. Viviamo e soffriamo, ma non vorremo mai essere nati. Un termine che si avvicina alla noia esistenziale, ma ancor più radicale, se è vero che di esso non si riesce neppure a parlare. Eppure è nel cafard che lo scrittore vive e scrive la maggior parte delle sue opere, accompagnato, ma non oppresso, da questo grado zero, dell’animo. Si tratta quindi di un’espressione dell’anima che non può essere elusa e che ogni uomo che non vuol restare nel vuoto anonimo della ripetizione, deve provare. Esso, abbiamo visto, è anche “produttivo”, perché come una spugna cancella la pesante sedimentazione che ci permea si ci apre una via alla libertà e alla luce. Da grande distruttore apocalittico, con stile tagliente e chirurgico, lontano da ogni forma consolatoria, Cioran ipotizza una sorta di eutanasia della civiltà ammalata, ma non dice come. Essendo l’uomo un perdente di fronte agli enormi Leviatani che gli sorgono contro, con il volto anche ingannevole del bene, l’’uomo piò permettersi solo piccole, illusorie vittorie. Il suo nichilismo non dà scampo a chi cerca appigli o sponde per condividere una diversa soluzione. Inaugura una figura di filosofo solitario, quasi eremitico, lontano dalle correnti e dai flussi di idee più diffusi al suo tempo.

 

- Quei figli che non ho voluto, sapessero la felicità che mi debbono.

 

- Vado a zonzo attraverso i giorni come una puttana in un mondo senza marciapiedi.

 

- Siamo tutti in fondo ad un inferno, dove ogni attimo è un miracolo.

 

- Non tutti hanno perso l’ingenuità; così non tutti soni infelici. Color che sono vissuti e continuano a vivere aderendo alla vita, non per dabbenaggine o imbecillità - giacché l’ingenuità in quanto stato puro, esclude simile deficienze -, ma per un istintivo amore del mondo, alla cui seduzione l’ingenuità non manca mai di soggiacere, costoro pervengono a un’armonizzazione e a un’integrazione nella vita che non possono che essere invidiate o almeno ammirate da quanti si smarriscono al culmine di una disperazione.

 

- Con il passare degli anni diminuisce il numero di coloro con i quali ci si può capire. Quando non avremo più nessuno cui rivolgerci saremo finalmente quali eravamo prima di precipitare in un nome.

 

- Io sono uno straniero per la polizia, per Dio, per me stesso.

 

- Non c’è salvezza se non nell’imitazione del silenzio. Ma la nostra loquacità è prenatale. Razza di parolai, di spermatozoi verbosi, noi siamo chimicamente legati alla parola.

 

- Percepire la parte di irrealtà in ogni cosa, segno inconfutabile che si sta avanzando verso la verità.

 

- Nessuno ha amato la vita più appassionatamente di me, eppure sono vissuto come se non fosse il mio elemento.

 

- Io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Perché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, dalle mie sofferenze. Non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, mettere tutto in discussione.

 

   Roberto Taioli

 

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci. Membro della SIE - Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano. Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico. Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900.

Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

 

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