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Erich Fromm - Psicanalisi e Religione (1950)

Edizioni di Comunità, Saggi di cultura contemporanea n. 3, Milano

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- Biografia di Erich Fromm

 

Non interessa sapere se l’uomo crede in Dio, ma se vive con amore e se pensa secondo verità.

 

Scheda editoriale di “Psicanalisi e religione”

In questo suo libro sui rapporti fra religione e psicanalisi, l’autore si propone di mostrare che è errato sia concepirle come due discipline inconciliabilmente opposte, sia pretendere di identificarle del tutto. Entrambi questi punti di vista sono semplici e comodi: mentre un esame approfondito e imparziale rivela che i rapporti tra la religione e la psicanalisi sono molto più complessi. Spero tra l’altro - egli scrive - di poter mostrare che non è vero che se non si accettano i dogmi religiosi si deve rinunciare a occuparsi dell’anima.” Lo psicanalista è in grado di studiare sia la realtà umana che è presente nella religione, sia quella che è presente nei sistemi simbolici non religiosi. Dal suo punto di vista non interessa sapere se l’uomo torna alla religione e crede in Dio, ma se vive con amore e pensa secondo verità. Se la risposta è sì, i sistemi che adopera hanno poca importanza. Se la risposta è no, non ne hanno alcuna.
“Se non è dato all’uomo di affermare con certezza qual è la natura di Dio, gli è pur dato di descrivere la natura degli idoli; se il positivo è ineffabile, del negativo si può certo parlare. Non sarebbe ora di smettere di disputare sull’esistenza di Dio, e di unirci invece per smascherare le varie forme di idolatria contemporanea? Non sono Baal e Astarte che minacciano oggi la più preziosa eredità spirituale dell’uomo, ma nei paesi autoritari la deificazione dello Stato e del potere, e nella nostra cultura la deificazione della macchina e del successo. Non importa che si appartenga a una delle vecchie religioni, o che si creda alla necessità di una nuova; importa che si badi alla sostanza e non all’involucro, all’esperienza e non alle parole, all’uomo e non alle chiese. Questo dovrebbe bastare a unirci in una recisa negazione dell’idolatria: in essa potremo forse trovare una fede comune, e certamente un po’ più di umiltà e d’amor fraterno”.

 

1. Il problema

L’umanità sembra oggi più vicina che mai a realizzare alcune delle sue più care e antiche aspirazioni. Le scoperte della scienza e i trionfi della tecnica ci fanno già intravedere il giorno in cui la tavola sarà imbandita per chiunque abbia voglia di mangiare, e l’umanità, non più suddivisa in gruppi separati, costituirà finalmente una comunità unica. Ci sono voluti millenni per arrivare a questo punto: un lungo tirocinio per imparare a sfruttare appieno la nostra intelligenza, a organizzarci socialmente, a concentrare le nostre energie. L’uomo ha creato un mondo nuovo, con leggi proprie e un proprio destino. Se si volge a guardare l’opera sua, può ben dire anche lui, come il Dio biblico, che in verità è cosa buona.
Ma se invece ci fermiamo a guardare noi stessi? Ci siamo forse avvicinati, anche di poco, alla realizzazione di quell’altro antico sogno dell’umanità, quello della perfezione interiore dell’uomo? Come stiamo oggi in fatto di amore del prossimo, senso di giustizia, passione per la verità, e insomma tutto ciò che potrebbe farci diventare quello che siamo in potenza, un’immagine di Dio?
Basta porre la domanda per sentirsi in imbarazzo: la risposta è insieme ovvia e penosa. Abbiamo creato cose meravigliose, ma non siamo riusciti a fare dell’uomo una creature degna di possederle. La nostra vita non si svolge sotto il segno della fraternità, della felicità, della pace spirituale, anzi è un vero e proprio caos dello spirito, uno stato di smarrimento troppo simile a una forma di pazzia: non la pazzia isterica del Medioevo, ma piuttosto una specie di schizofrenia, in cui il contatto con la realtà intima va perduto, e si verifica una frattura tra i pensieri e gli affetti.


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