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Erich Fromm - Psicanalisi e Religione (1950)

Edizioni di Comunità, Saggi di cultura contemporanea n. 3, Milano

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Proviamo a leggere qualcuna delle notizie che ci portano mattina e sera i giornali. A Nuova York manca l’acqua: nelle chiese si consiglia di pregare, e contemporaneamente i rainmakers tentano di far piovere con mezzi chimici. Si avvistano in cielo dischi volanti: alcuni non ci credono, altri affermano che sono veri e reali, e fanno parte degli armamenti nostri o di qualche potenza straniera, altri ancora che sono macchine partite da un pianeta abitato. A sentire i giornali, l’America non ha mai avuto davanti a sé un avvenire così splendido come in questi anni centrali del secolo ventesimo; ma poi, magari nella stessa pagina, c’è un articolo sulle probabilità di guerra, o una polemica scientifica sulla questione se le armi atomiche siano o no in grado di distruggere il mondo intero. La gente va in chiesa e sente predicare i princìpi dell’amore e della carità; ma finita la predica ciascuno torna ai suoi affari, e si guarda bene dal domandarsi, per esempio, prima di vendere un certo articolo, se il cliente possa veramente permettersi di comprarlo. Sarebbe da stupidi avere simili scrupoli. I bambini vanno al “catechismo” e vi imparano che i criteri fondamentali a cui bisogna ispirarsi nella vita sono l’onestà, la rettitudine e gli interessi dell’anima; ma poi la pratica della vita ci insegna che chi segue quei pricìpi è, per non dir peggio, un sognatore con la testa nelle nuvole. Abbiamo a nostra disposizione i più straordinari mezzi di comunicazione, come la stampa, la radio, la televisione; ma quello che tali mezzi ci portano in casa, e di cui ci nutriamo quotidianamente, è una dieta di stupidaggini che offenderebbe l’intelligenza di un bambino (lasciando che i nostri bambini ci sono avvezzati fin dal latte materno e non si offendono più).
Da molte parti si sente proclamare che la nostra way of life ci rende felici. Ma quanti sono quelli che sono effettivamente felici? Tempo fa c’era una fotografia nella rivista “Life”, una scenetta stradale. Si vedeva un gruppo di persone ferme a un incrocio in attesa del segnale verde. Era un’immagine straordinaria e sconvolgente, non tanto per l’espressione stravolta e spaventata delle facce, quanto perché non si trattava di un crocchio di persone che avessero appena assistito a qualche orribile disgrazia; si trattava soltanto (e ci voleva la didascalia per spiegarlo) di passanti intenti ai fatti loro.
Naturalmente noi ci ostiniamo a credere e a dire che siamo felici; ai nostri bambini spieghiamo che non c’è mai stata una generazione progredita come questa nostra, e che un bel giorno tutti i desideri saranno esauditi e non ci sarà più nulla di impossibile. Questa convinzione è fondata su certe apparenze, e viene continuamente reiterata e ribadita.
Chissà poi se i nostri figlioli udranno una voce che gli dica dove andare e per che cosa vivere? Anch’essi sentono, come ogni altra creatura umana, che la vita deve pure avere un significato: ma quale? Possiamo davvero credere che lo trovino nelle contraddizioni, nelle ipocrisie, nella cinica rassegnazione che incontrano da ogni parte? Anche loro hanno sete di felicità, di verità, di giustizia, di amore; hanno bisogno di dedicarsi a qualche cosa. Possiamo dire di essere in grado di appagarli?
La verità è che noi stessi non sappiamo che fare. Non siamo in grado di suggerire le risposte giuste, perché non ci ricordiamo nemmeno più di formulare le relative domande. Noi fingiamo di credere che la nostra vita poggi su fondamenta solide, e cerchiamo di non pensare alle ombre di inquietudine, angoscia e confusione che ci seguono dappertutto.
Per alcuni la soluzione è tornare alla religione, non come atto positivo di fede, ma per sfuggire al dubbio che riesce insopportabile. E’ una decisione ispirata non dalla devozione ma dal bisogno di sentirsi protetti. Naturalmente un osservatore del mondo contemporaneo, che s’interessi non alle sorti delle chiese ma all’anima dell’uomo, non può non vedere in questo atteggiamento un nuovo sintomo del collasso generale.
Il ritorno alla religione tradizionale è spesso influenzato dall’opinione di certi scrittori religiosi, che bisogni rassegnarsi a scegliere tra religione da una parte , e la vita dei sensi e degli istinti e dei conforti materiali dall’altra. In altre parole, chi non crede in Dio non avrebbe né motivo né diritto di credere a ciò che si suol chiamare l’anima, né alle sue peculiari esigenze. I preti e i ministri del culto sarebbero i soli gruppi professionali a cui compete occuparsi dell’anima; e dunque i soli a cui spetti di parlare degli ideali di amore, verità e giustizia.
Storicamente parlando, le cose non sono sempre andate così. In certe civiltà e culture, come quella egiziana, i “medici dell’anima” furono bensì i preti; ma altrove, in Grecia per esempio, tale funzione fu assunta, almeno in parte, dai filosofi. Socrate, Platone, Aristotele non parlavano e non intendevano parlare in nome di una rivelazione divina, ma con l’autorità della ragione, ispirati soltanto dalla propria sollecitudine per la felicità e lo sviluppo spirituale dell’uomo. Il loro argomento di studio era l’uomo in quanto fine a se stesso; e questo era considerato il più importante di tutti gli studi. I trattati filosofici e morali degli scrittori greci sono al tempo stesso opere di psicologia; e questa tradizione classica fu continuata nel Rinascimento.

 

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