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Il libro della quiete interiore. Trovare l'equilibrio in un mondo frenetico

Di Gerd B. Achenbach

- Novembre 2018

Introduzione tratta da “Il libro della quiete interiore. Trovare l’equilibrio in un mondo frenetico” di Gerd B. Achenbach, Feltrinelli Editore, 2015.

 

Il libro della quiete interiore. Trovare l'equilibrio in un mondo frenetico

L’essere umano è da sempre alla ricerca della tranquillità. Eppure nella nostra epoca, in cui apparentemente non ci manca nulla, quello di cui in realtà avremmo più bisogno è proprio la tranquillità, la quiete, il tempo per pensare.

[…] è ancora possibile per noi, eredi del Moderno, riuscire a raggiungere la calma interiore? E se sì, come? Achenbach presenta una serie di riflessioni filosofiche sul tema della calma, che consiste sì nella tranquillità dell'animo, ma anche in una certa dose di indifferenza e di leggerezza, in un misurato equilibrio delle passioni e in una consapevole accettazione del proprio destino, così che proprio la calma interiore, intesa come assenza di turbamento (o euthimia, come la chiamavano i Greci antichi), diventa la condizione per la felicità, se non addirittura la felicità stessa. Un pensiero, questo, che ha origine nella Stoa, del cui spirito è impregnato tutto il libro di Achenbach, per il quale la filosofia stoica “è la saggezza di una coscienza che presta attenzione alla vita”, “uno sforzo teso alla riuscita della vita”, e ancora è “la moderazione degli affetti che solitamente ci spingono di qua e di là”, “la concentrazione sull’essenziale al posto della distrazione, la concentrazione su se stessi al posto della dispersione e della turbolenza dei passatempi irrequieti”. Sullo sfondo intellettuale dello stoicismo, che si rivela essere, quindi, il nostro filo conduttore, “partecipano” e contribuiscono a questo libro tanti altri e differenti pensatori: Schopenhauer, Nietzsche, Plutarco, Montaigne, ma anche romanzieri come Michael Ende, l’autore del celebre romanzo Momo, e Lewis Carrol, l’autore di Alice nel paese delle Meraviglie.

Il libro inizia significativamente con i consigli di Seneca all’amico Sereno. La situazione di Sereno è l'esempio in astratto della condizione di un individuo “comune”, nella media, di chi cioè non ha problemi eccessivamente gravosi, ma si lamenta in continuazione della vita, di chi non trova la sua strada e “va avanti” senza avere però un “centro di gravità”, di chi non accetta la propria situazione e si danna per cambiarla, di chi vuole sempre di più, di chi è insofferente perché insoddisfatto di ogni cosa nonché di sé stesso, di chi deve sempre essere in movimento per sentirsi vivo e non riesce a stare “senza far nulla”. Un'esistenza, insomma, che è caratterizzata da una profonda e insanabile irrequietezza, perché la fuga da sé stessi attraverso il "divertimento” o la “distrazione”, come diceva Pascal, è il modo migliore per evitare pensieri e verità che ci metterebbero in crisi o ci farebbero star male. Il problema, però, non sta tanto nella “distrazione” in sé, quanto nell'incoscienza che ci porta ad essa. In altri termini, se noi sapessimo, almeno qualche volta, pensare alla nostra vita, riflettere sulla nostra condizione, sul senso delle cose, se ci rendessimo conto dei motivi che ci spingono a non pensare, ben venga allora la distrazione come fuga; ma la maggior parte della gente sembra vivere la distrazione (e la vita) stessa senza porsi troppe domande, e una vita passata nell'incoscienza e nell'ignoranza è una vita che, come insiste Achenbach, “trascorre nella sua insignificanza, viene sprecata nella spensieratezza, viene vissuta al di sotto delle sue possibilità, scialacquata o consumata nelle piccole occupazioni quotidiane”. E soprattutto è motivo di inquietudine che, se è ed è da sempre stata la miseria dell’uomo, ancor di più, e in modo più acuto, lo è per noi contemporanei. La “malattia” moderna è, insomma, lo spunto che dà vita al libro sulla quiete interiore. La tesi di Achenbach è che il Moderno - l’epoca del progresso, delle macchine e, soprattutto, della velocizzazione - sia il tempo del tempo, che significa: Dio è morto e chi lo sostituisce è la divinità “tempo”, e che l’irrequietezza moderna sia causata da due misconoscimenti di esso, che 1) viene inteso come una scorta, un qualcosa che si possiede, come si possiede un oggetto e 2) viene, per così dire, invertito, per cui l’individuo contemporaneo vive con lo sguardo rivolto al futuro.

Il primo errore del Moderno, il fatto di trattare il tempo come un oggetto e una materia da accumulare e da sfruttare, sfocia in quello che Achenbach chiama “il paradosso di Momo”, cioè la condizione per cui più tempo cerchiamo di risparmiare, attraverso l’accelerazione progressiva delle nostre attività (secondo il motto: “vai più veloce!”), più tempo, nei fatti, perdiamo e ciò che va perso è il tempo esistenziale, il tempo di vita. Si scatena così un circolo vizioso, nel quale siamo sempre più incastrati, per cui il perpetuo movimento che ci coinvolge si trasforma in un “permanente scomparire” e noi viviamo, trascorriamo i nostri giorni nell'indifferenza, invecchiamo, fino a quando la nostra esistenza giunge al suo termine senza che neanche ce ne rendiamo conto. Se una volta erano le campane a scandire il tempo, come memento mori, oggi è il ticchettio degli orologi il cui ritmo accompagna ogni nostra azione e i cui minuti ci invadono come oggetti e ci soffocano nel momento in cui temiamo di perderne di preziosi; è l’epoca dell’automobile, o come dice Achenbach, del “mezzo risparmia-tempo”, del telefono, di internet, di una serie di meccanismi, insomma, che tendono a velocizzare le nostre attività e, peggio, le nostre relazioni umane. Più tempo risparmiamo, meno ne abbiamo, mentre è vero proprio il contrario: è la lentezza che ci procura, ci concede e ci dona il tempo - ed esso esiste per noi solo nel momento in cui ce lo prendiamo e ce lo concediamo - la velocità, invece, ce lo ruba. La ricerca della quiete viene ostacolata da una società che ci impone velocità e accelerazione e ci mette in movimento, costruendo i presupposti per la nostra “distrazione” dalla vita: non abbiamo, insomma, tempo di pensare e cioè di sviluppare quella che è la nostra vera destinazione in quanto esseri umani razionali; persino dopo il lavoro, che costituisce per buona parte della giornata la nostra unica preoccupazione, “l’industria del divertimento”, come la chiama Achenbach, si prende la briga di distrarci ulteriormente la mente alienandoci e cacciando via lentezza e silenzio, le due condizioni per giungere alla tranquillità.

La descrizione del secondo errore del Moderno, l’inversione del tempo, farà tornare in mente a qualcuno la bella e significativa immagine dell’angelo della storia descritto da Walter Benjamin in Angelus Novus, a cui le argomentazioni di Achenbach, non a caso, si avvicinano: con lo sguardo rivolto al passato e le spalle rivolte al futuro, l’angelo procede a scatti verso il futuro che è - nota bene - anche il luogo da cui proviene, è la sua origine. Questo è il messaggio di Achenbach quando spiega che la nostra vera destinazione non è il futuro, che non possiamo conoscere, ma la ricchezza di un passato che costituisce il nostro patrimonio intellettuale, culturale, umano; dovremmo, cioè, tenere lo sguardo puntato sui nostri “predecessori” e prendere esempio da loro perché, paradossalmente, il luogo in cui noi “successori”, noi che “veniamo dopo”, andremo a finire dopo la morte, è il luogo in cui i nostri antenati ci stanno aspettando: il passato - la storia - è dunque la nostra origine ma è anche la nostra meta. Invece l’individuo contemporaneo si mette contro il tempo, ostinandosi a vivere in una costante tensione verso il futuro e lasciandosi il passato alle spalle, perché è “vecchio”, “finito”, “out”, anzi “mega out” e quindi, poiché non merita di essere più considerato, gli si affibbia l’etichetta spregiativa: “di ieri”.
L'oblio è allora la condizione di una società che, per usare una forte immagine benjaminiana, “asciuga le pareti dell'eternità”, cancellando i segni di un passato che ritiene ormai morto e sepolto, e rifiutandolo come fonte di autorità e di garanzia; si perde in questo modo ogni fondamento. Ed ecco allora la terza tesi di Achenbach: il Moderno è l’epoca che non accetta né riconosce alcun fondamento, ed è quindi “infondato”; i suoi valori, le sue credenze, i suoi giudizi vengono emessi con “la data di scadenza”, sono cioè “di oggi” e valgono solo “per oggi”, domani apparterranno già al passato e saranno, quindi, sostituiti da nuovi valori e nuovi ideali. Ribellandosi a ogni fondamento, il Moderno si è messo contro il principio di “anzianità” secondo cui valori e giudizi sono validi perché da tempo consolidati e accettati e ha proclamato, invece, il principio della novità: adesso nulla è più valido solo per il fatto che così è sempre stato, nulla ha anzi più valore e stabilità, poiché tutto è rimesso al giudizio dell'oggi.

Alla saggezza del passato torna invece Achenbach, attraverso pensatori come Marco Aurelio, Plutarco, Seneca, Epitteto, Montaigne e altri ancora, proponendo al lettore alcuni princìpi come regole e strumenti per raggiungere quella tranquillità dell’anima, quella quiete interiore necessaria per poter tornare ad ascoltarci, perché il silenzio non è dove non sentiamo nulla, ma proprio dove riusciamo a sentire, esso è la possibilità di tornare ad ascoltare e a percepire. E se trasponiamo tutto questo sul piano dell'interiorità, allora il silenzio (interiore) è la condizione per riflettere sulla nostra vita, sul senso delle cose, e, per usare un termine “tecnico” tanto caro al nostro Autore, per chiarificarci. Achenbach presenta e commenta, quindi, sei princìpi filosofici, rivalutando quelle che sono sempre state le regole della saggezza, che, se interiorizzate e applicate, possono costituire un valido aiuto per vivere meglio e per immunizzarci dal tumulto della società. L’intenzione dell'Autore non è dare al lettore “frasette per la meditazione” o “letture edificanti per la buona notte”, né fornire pensieri profondi o “ameni sedativi” per il dopo lavoro, né ci vengono banalmente offerti “consigli” o “pillole di saggezza”, il senso generale dei principi proposti è, invece, il “vivere filosoficamente”, cercando di valorizzare lo strumento che ci identifica come “esseri umani”, cioè la ragione, e, soprattutto, tenere presente che essi costituiscono la nostra tradizione: tornare al passato, alla nostra origine, significa ascoltare, o meglio, tornare ad ascoltare, quello che i nostri antenati avevano da dirci. Siamo, insomma, esortati a non dimenticare le nostre origini, che possono servirci da appiglio quando, a causa della debolezza e della fragilità umane, rischiamo di cadere, e a ribadire quei valori e quelle verità che ci vengono dal passato e che, come è stato detto, nel Moderno si trovano in uno stato di offuscamento e, conseguentemente, vengono persi di vista.

I princìpi che Achenbach propone ci ammoniscono essenzialmente a pensare con la nostra testa, perché, se è vero che attraverso Seneca o Epitteto ci rendiamo conto che il conformismo non è solo un problema della nostra società, tuttavia esso diviene sempre di più il tratto che la caratterizza rispetto a quelle di altri tempi. Quindi, la saggezza antica ci invita a tener conto dei nostri giudizi, a considerare un errore ciò che si pensa en masse e che la chiacchiera è prevalentemente un’insensatezza popolare: poiché nella folla si “sta comodi come gli animali nel branco”, ma il prezzo che per questo si deve pagare è la rinuncia a sé stessi e l’irrequietezza causata dal nostro continuo dipendere dall'opinione della massa che si sposta (e ci sposta) da una parte all’altra, a seconda di come soffia il vento. Bisogna allora dare una risposta apparentemente egoistica alla domanda “che cosa conta veramente” e cioè: per te stesso, sei tu quello che conta, scrive Achenbach, ammonendoci a non dare troppo peso a ciò che gli altri pensano di noi, a non farci condizionare troppo dal giudizio esterno: “per te, è importante che tu sia buono, che tu possa riconoscere te stesso, che tu possa giustamente essere fiero di te, che tu abbia motivo di rispettarti, che tu sia amico di te stesso e in quanto tale possa apprezzarti ed amarti e, quindi, gioire se prendi coscienza di te stesso e del tuo valore". Così Achenbach ripropone un antico principio stoico che è poi anche l’unico che permette di trovare la pace dell'anima e la calma interiore. In altre parole, quello che conta è vivere in modo tale da poterci osservare e fare in modo di stimarci, di poter essere soddisfatti di noi stessi e di non doverci, invece, solamente accontentare. Il fine è quello di vivere con sé stessi in armonia, cercando di trovare un equilibrio tra quelle “immagini dell’essere umano” che l’Autore passa in rassegna e che la filosofia ci ha tramandato, e quindi senza essere né troppo rigidi né troppo indulgenti con sé stessi. Tornare al passato significa ascoltare i grandi pensatori (o i grandi moralisti, come li chiamerebbe Nietzsche) Platone, Marco Aurelio, Epitteto che definiscono “indifferenti” quelle cose che in sé non sono né buone né cattive, poiché, come dice Seneca: “vita, salute, piacere, bellezza, forza, ricchezza, buona reputazione, origine nobile, così come anche i loro contrari: morte, malattia, dolore, bruttezza, debolezza, povertà, cattiva reputazione, e origini misere, tutte queste cose non sono dei beni in sé, ma cose indifferenti (adiaphora)”, che certamente, in certa misura, possono essere desiderabili, ma verso le quali dobbiamo comportarci come raccomanda il detto apostolico: “abbi, come se non avessi niente”. Ed è proprio questa la via verso la tranquillità: poiché ci preoccupiamo, ci leghiamo a ciò che sembra desiderabile, ma la maggior parte delle cose non ha alcun valore, perciò non vale la pena consumarsi a causa loro. Piuttosto, bisogna fare esattamente il contrario: “consuma tu le cose”, in modo che sarà poi più semplice affrontare le perdite a cui ci sottopone la vita. Il ragionamento dell’Autore culmina quindi nel sesto e forse più rigido principio: “devi volere quello che accade, così com’è” e cioè accettare il proprio destino e il corso degli eventi: il “fior della filosofia”, come lo definisce Achenbach, citando Montaigne, è la “conciliazione” del nostro spirito con ciò che è, con ciò che è stato e ciò che sarà. Questo pensiero, che nella sua profondità ci vuole ricordare che noi non siamo i “padroni del mondo”, è anche un'accusa di superficialità all’individuo contemporaneo per il quale il mondo ha perso il suo senso, la sua ragione, il suo logos, ed è concepito solo come materia da sfruttare. Se l’imperativo della nostra società è modificare le cose a nostra immagine e somiglianza, invece che accettarle, il risultato non può che essere l’irrequietezza.

La riflessione sulla perdita di senso del mondo ci conduce verso quell’idea che, forse, più di tutte turba la nostra esistenza: il pensiero della morte, l’idea di dover sopportare il dolore, la malattia, la perdita di persone care; di fronte a tutto ciò il Moderno, ancora una volta, reagisce attuando un “programma” mirato a eliminare dolore e sofferenza, poiché, avendo perso il senso del mondo, ha perso anche il senso della sofferenza, che, diventata conseguentemente “assurda”, non si accorda con l’utopia di un cosmo che si crede ideato e disegnato apposta per noi: “in relazione alla sofferenza l’uomo contemporaneo non si sente tanto chiamato alla compassione, aiutando per esempio a sopportare il dolore, quanto all’azione che si propone di impedirlo. Così non deve guardare il sofferente negli occhi. Il suo sguardo viene distolto dal sofferente e rivolto, invece, ai fatti e, soprattutto, ai colpevoli. Cioè, non si considera tanto il sofferente, quanto invece si cerca di percepire la “causa” della sofferenza, visto che il principio è: la sofferenza non va sopportata, tollerata o accettata, ma va eliminata”. Cosa succede allora? Che la competenza per la sofferenza viene delegata agli organi sociali, alla professionalità tecnico-scientifica di dottori e terapeuti e all’impegno di una politica assistenziale; ma allora al singolo, cioè a colui che soffre, rimane solo la triste prospettiva di vedere sé stesso come vittima. La conseguenza è che non comprende il proprio destino, perché comprenderlo significherebbe già, in qualche modo, accettarlo, né comprende il mondo che gli impone un tale destino. Il Moderno ha eliminato l’antichissima domanda “perché soffriamo?”, sostituendola con la spiegazione delle cause e con ciò ha anche smesso di ricercare il senso della sofferenza. Per poterla combattere, la sofferenza va vista come un'insensatezza. E Achenbach, ancora una volta, ripropone il ritorno al passato e alla saggezza degli antichi, quelli che un tempo sapevano patire la sofferenza, sapevano prenderne su di sé il peso e il fardello, e l’infelicità che li coglieva si trasformava nel momento in cui la pensavano come una volontà, come il loro destino. Così, sopportandola come la loro sofferenza, non la sopportavano solamente, ma impararono ad esercitarsi nella valorosa pazienza.

 

Raffaella Soldani

Introduzione tratta da “Il libro della quiete interiore. Trovare l’equilibrio in un mondo frenetico” di Gerd B. Achenbach, Feltrinelli Editore, 2015.

 

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