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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Credo credo
L'unico, il solo onnisciente, vuole e non vuole essere chiamato Zeus
di Mario Cialfi
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Mala fede

...ti disturba la mia affermazione che l’uomo non crede e non ha mai creduto all’esistenza di dio, che solo a questa condizione la fede è fede. Mi ricordi i Vangeli, canonici e apocrifi, quelli che portano all’estremo la testimonianza miracolistica riducendo all’aneddoto la verità di Cristo. Ma credevano veramente, costoro, ai miracoli? o era un arrendersi all’emozione e ai mormorii della gente – dunque un’opposizione alla trascendente realtà? Si suole riconoscere ai religiosi una forza che incendia la vita contro l’astrazione di ragionatori e filosofi, qualcosa che li distingue e colpisce al cuore: un grido nel glaciale silenzio. Forse questa è la religione degli spiriti forti, dei geni e degli eroi dell’idea: abbassando lo sguardo, la religione sembra divenire più semplice, se non è stimolata dagli altri e resa travolgente e alla fine assassina. Ma io parlo non di religione, di fede - fede come opposizione al vero, cioè non solo alla banale realtà delle cose ma al piacere e al terrore della nostra stessa esistenza, e la fede attraversa tutte le razze e le barriere della forza e del genio così che, in una considerazione più radicale e al di là di emozioni ed aneddoti, si può pensare che la fede si erge sulla certezza della sua inconsistenza. Allucinazione o delirio voluto? E tuttavia neppure in questo caso, neppure come mala fede, la religione sarebbe distrutta, anzi stimolata in un paradossale cimento, se alla follia dell’uomo risponde la follia di dio, al rito del fuoco il compiacimento di dio. Follia voluttuosa ed assurda: da una parte il benedire un mondo cattivo, dall’altra l’osannare il creatore – osannarlo anche se il dio non c’è. Si è detto che la salvezza sta nel sopprimere quella follia e far regnare la sola ragione, ma forse l’animo religioso è più temerario ed oscuro e la sua storia sembra percorrere un eccitante cammino, da questo ad un altro dio, dal paganesimo all’unico spirito in una coscienza progressiva di nullità e trepidante magia, finché in qualche lontano futuro, nel punto di un'estrema unzione, nella notte sacra, si potrà confessare: non tu hai fatto nascere me, io ho fatto nascere te; non esistevi e ti ho suscitato - e sarà il momento della buona fede, l’annunciazione invertita. Non eri, e ti ho trovato: se la fede, come l’amore, non richiede ma dà. E che importa se l’amato non c’è?

(Non vorrei farti credere, con queste utopistiche congetture, che io consideri la religione un’esperienza insensata e magari poetica. Certo essa è nemica dell’ironia – eccettuata la religione dei Greci. E forse proprio sull’esempio dei Greci, esorcizzando l’isterismo di una fede assoluta, si può arrivare a pensare che non solo l’arte ma la religione è una cosciente menzogna, e in tal modo una verità. La religione comune, ma anche la religione profetica, col suo spasimo di dover credere in ciò che non c’è).

 

Pro e contro

...ecco, se volessi riassumere ciò che ho pensato di dio, se volessi sottrarre dio alla sua logica ipnotica, che cosa potrei affermare:

  • contro un dio-fissazione un dio agile informe

  • contro un dio creatore un dio immaginato, ispirato o gettato nell’universo

  • contro un dio che è già stato un dio che sarà

  • contro un dio onnipresente un dio che può essere, come la semplice e inafferrabile eventualità delle cose

  • contro un dio definito un dio simbolo

  • contro un dio inizio un dio fine

  • contro un dio che è, un dio che non è, che fonda la sua verità sulla sua inesistenza e il suo potere sulla sua debolezza...

Tutte le visioni di dio richiedono una teodicea (cioè sono visioni imperfette). Se dio non è una fissazione, le cose sono travolte dalla sua leggerezza e rese forse migliori di quello che sembrano. Se è un dio creato da noi, l’ingiustizia è una nostra ingiustizia e noi possiamo tentare di trasformarlo, o di mutare il nostro concetto della giustizia. Se egli è futuro attraversa la storia e si sottrae all’oscuro passato, all’incoscienza orgiastica della generazione. La teodicea diviene più forte se dio è solo una possibilità, che nessun realismo potrà mai offuscare. Se è un simbolo la sua strana ombra, questo fiore della materia cela forse un significato inatteso e perfino paradisiaco. Se non è un principio ma un fine è del tutto incolpevole poiché appunto è soltanto un fine e il modo di raggiungerlo è nostro – nostro o dell’universo al quale si può attribuire, in questa fantastica ipotesi, la responsabilità di aver creato le proprie leggi e di non aver escogitato altro modo di evolversi che la voluttà e l’assassinio. Si potrebbe pensare alla trascendenza come a una fuga dalla vergogna o dalla contaminazione dell’essere. C’è una maniera più decisiva di assolvere dio: dio non si può accusare perché non c’è – è questa la formula ultima della teodicea?

  • contro un dio da adorare un dio da respingere, un dio che lascia libero il mondo e si annulla davanti alla storia, così che l’inesistenza lo assolve e sostiene.

  • contro un dio salvatore un dio che salviamo, al quale il mondo dà vita aprendosi infinitamente e che potrà sorgere dalla piaga della pietà. Pietà del mondo o di dio? Chi ama è già stato amato e quando il tempo si sarà aperto e tutto si sarà raggiunto, allora la fine è il principio e il creato diventa il creatore.

Ma resta un sospetto, un’ombra di ostinata mania: se quell’ideale che ci fa varcare ogni limite è ancora un inganno, se il sangue fluisce nel sangue e tutto rimane qui dentro, l’amore non va oltre quest’universo privo di aureole e che non si può né lodare né biasimare. L’assoluto è il tutto nel senso più semplice e più banale, e non solo l’amore ma la pazzia non porta fuori di esso: pazzia lirica o pazzia religiosa, essa si illude di vincere il torpore terrestre come lo stratagemma estremo del genio o la furia di un cervello rapito. Dio o universo? Sarà su questi spalti la battaglia finale.

 

Logica della pietà

...Non credo che si possa considerare il problema della giustizia come problema di dio: se essa sottintende una valutazione quantitativa (in certo modo economica) e rimanda forse alle leggi stellari non a chi è sopra di esse. Richiedere a dio una giustizia vuol dire richiedergli di sottostare a una logica elementare, quella che incanta i selvaggi e colorisce gli apologhi. Ma dio, almeno il dio dei credenti, non si regge né cade con la giustizia, come dimostrano il caso di Giobbe e la frivolezza di tutte le teodicee. Significa riconoscere a dio una giustizia più alta? Lo sconfessano il caso di Giobbe e l’orrore della creazione.
L’orrore della creazione non lambisce dio: non solo il dio dei credenti, che non vedono il morso degli squali marini e terrestri e la disperazione racchiusa nel più tenero seme, ma anche di coloro per cui, straziati dal male del mondo, dio  non c’è e non ci sarà mai, ed è questa l’unica teodicea, per questo la fede non muore, per questo tutti credono in dio – la fede si regge su questa Bibbia di tenebre, ed è una scommessa, un urlo, un delitto. Sì, dio non è mai esistito, anche se questo non significa nulla per quanto tocca la sua verità, anzi è la condizione di essa. Non solo la giustizia, l’esistenza è affare degli uomini o meglio del mondo, e se la fede non è ipocrisia, è la logica dell'impossibile. Sarebbe un paradosso questo affidare la fede a un’abiura? e l’amore a una violazione della purezza.
La verità si libra sopra l’errore ed è superiore a tutto: ma c’è qualcosa che la lega a noi, che ci spinge nel baratro e ci attrae come un’offerta serafica. Un dio cancellato dalla pietà, cioè da quel disseminarsi dell’essere, quel perdersi nella vita degli altri, quello sparire che è l’unica giustificazione dell’atto creatore e trova un etereo riflesso nella nostra agonia, in quella carità della morte che ci versa nel tutto. E’ come se il mondo rovesciasse i suoi argini cancellando la macchia d’origine e aprendosi all’infinito, ed è come se dio imitasse la nostra morte sacrificandosi nella creazione finché nessun’altra giustizia restasse che la nostra giustizia e nessun’altra pietà che la nostra pietà. Certo questa conciliazione potrebbe essere ancora un arbitrio, un guizzo delirante del nostro cervello: dopo tutto sono possibili apologhi della pietà oltre che apologhi della giustizia. Ma è la conclusione che mi permette di credere, cioè di credere anche se non vedo e proprio perché non vedo. Benvenuto vangelo della pietà. Passando oltre le individuali pretese il mondo pare stranamente trasfigurato: perché nessuna sventura dura per sempre, e se ogni morte è un’esecuzione, è pur sempre un colpo di grazia. La logica della pietà è superiore a ogni altra, perché si apre alla sua stessa contraddizione: a un mostro, un errore, un non-senso; perfino a un dio che non c’è.

(Non si può vivere di pietà – dice l’immoralista ma anche chi lotta per costruire, chi tenta imprese ragionevoli e perfino sante. L’idea di identificare nella pietà l’unica legge può sembrare assurda o vanamente ideale, ma la potenza della pietà sta in ciò che essa può vivere contro di sé, anzi vive sempre contro di sé, perché il suo augusto orizzonte, la sua esigenza di vastità, la rende inferiore a sé stessa, più arcaica di ciò che può essere. Per vivere, si dice, bisogna non avere pietà: ed è questo che la pietà insegna. La pietà non può che violarsi e non è una moralità impossibile e astratta ma lo sforzo di esserlo contro tutto e contro sé stessi, violenti contro violenza, eroici contro gli eroi. Impossibile, perciò da tentare. Dal primo all’ultimo giorno, una stessa empietà, uno stesso strazio. Pity counter pity: il fondamento delle tragedie).

 

Grazia mortale

...per quanto riguarda l’espressione “carità della morte”, che sembra non incontri la tua approvazione (certo non sarebbe gradita a chi maledice la morte, come Elias Canetti) vorrei far notare il significato attivo della preposizione: alludente a un valore morale della mortalità, sia o non sia riconosciuto dall’individuo colpito, ricevuto come destino o cercato come via di liberazione.
Dai tempi più antichi l’ambiguità della morte non ha cessato di tormentare, così come il fantasma divino. L’oblio della morte, da alcuni considerato il sintomo della salute, è in realtà solo un velo sovrapposto all’orrore, ma non credo che l’orrore riguardi solo il fatto che, come dice Heidegger, “si tratta di me”. L’atrocità è più profonda e più ambigua,  richiamando l’enigma che la tragedia ha colto in maniera emblematica e che si potrebbe tradurre così: uccidere è colpa, morire è salvezza e purificazione. L’eroe tragico vive questo conflitto perché è contemporaneamente condannato per le sue azioni e redento attraverso la morte: e, d’altra parte, è da questo conflitto che sorge la sua fatale grandezza, da questo mistero che è la schiuma e la tersità della storia. Non è necessario che l’individuo si renda conto di questo: egli è sempre inferiore all’eroe e questo, d’altra parte, ignora l’esemplarità del suo ruolo, che appare piuttosto a coloro che gli stanno intorno e ne contemplano il rovinoso ardimento: il coro eterno delle tragedie.
Non c’è bisogno di averne coscienza per essere toccati dal favore mortale: noi siamo in un certo senso condannati alla redenzione; la morte – si dice – è sempre una liberazione, ma si dovrebbe dire una grazia. Forse una tale grazia è per noi troppo astratta? siamo sensibili solo a ciò che ci tocca come esseri vivi? vorremmo qualcosa di più di un paradiso che non esiste? Eppure, che è un dio se non un inesistente almeno per tutto il tempo che la storia sarà, non ci avviciniamo morendo a una vertiginosa purezza? Non è la morte l’unica opposizione al potere, senza di cui il potere, ossia il male, sarebbe assoluto: per questo dio è morto, dio muore?
Tutto si può sopportare – si dice – se c’è una speranza di sopravvivere, e qualcosa deve pur accontentare il nostro egoismo. Ma è questo un presentimento comune: che la morte non cancella tutto, che è un passare a più vasti spazi, un fluire nei secoli. Essa sembra rievocare l’antica catarsi. E un annuncio più dolce ci viene da quel lugubre evento, se osserviamo che la morte di uno è vita degli altri, che la morte è un’allegoria luminosa. Così, la morte riscatta la nostra violenza e la catena inestinguibile delle forme, l’infinità della storia diventa l’incarnazione della pietà, ciò a cui il singolo non arriva con la sua persona ma arriva l’intero universo: universo di morti, universo di resurrezioni.

 

Perché accusarlo?

...Il caso di Giobbe è la pietra d’inciampo delle teodicee, ponendo dio di fronte a un giudizio che sembra confutare qualsiasi giustificazione. Mi si consenta, per quanto possibile, questo avvicinamento certamente eretico – ma non ironico – alla millenaria questione: che è poi una ricerca dell’ultima teodicea.
Diverse soluzioni sono possibili per chi vuol credere in dio. La prima è di invalidare il processo. Chi cerca di giustificare dio giustifica solo sé stesso: poiché, chi ti obbliga a concepire un dio così fatto? L’assurdo non sta in dio ma nel tuo concetto di dio, che dovrebbe trascendere questa caricatura d’umano, queste presunzioni morali, queste mostruosità e delicatezze terrestri. Dio è ingiusto perché il tuo pensiero è ingiusto e tu non hai da lamentarti se lo pensi così.
Un passo ulteriore ci fa rovesciare il concetto di dio, che come tale non è il signore ma il servo, l’alibi che ti sei creato per sostenere i tuoi piani, per poter uccidere impunemente, per rimandare il massacro a cause misteriose e solenni, sublimando in un apologo le ignominie del mondo. La storia intera è percorsa da questa fede stravolta, da quest’estasi di crociati, che ci fa benedire le armi e vede nella nostra stessa morte il riflesso di quella che ci piace di infliggere a chi si crede felice: un delirio tribale e un’invidia che si esalta ed irride, mentre l'appello al divino non giustifica l'azione dell'uomo ma la rende ancora più invereconda. Il furore di un dio della Bibbia come maschera di quello che freme dentro di me.
Il terzo passo attacca il concetto stesso di dio. Si è potuto infatti rovesciare l’argomento ontologico e asserire che soltanto se non esiste dio è il perfettissimo, solo se è un’utopia, uno sbaglio, un non-senso, qualcosa che esige la sua stessa scomparsa. Terribile – e forse allettante – è che un dio così puro ed immune dall’esistenza sarebbe ancora simile a noi nella sua aureola – seppure vuota – di perfezioni: ancora una vanità dei cieli. E’ arduo perfino a Giobbe di rinunciare a quella piccola ebbrezza che potrebbe venirgli dal ripudiare la fede e credere nella bontà del suo essere, quasi trovasse nell’inesistenza di dio un abissale perdono. Si può pretendere che Giobbe abbia osato questo pensiero e confidato nell’irrealtà del signore? Solo se dio non esiste puoi crederti puro – anzi puoi credere nella purezza di dio. Forse è una verità troppo romantica.
Resta la possibilità ipotetica (ma di fronte ai supremi problemi chi può vietare al pensiero di spiegare tutte le sue facoltà e le sue forze espressive?), la possibilità che quella scomparsa sia in qualche modo cercata da dio, quasi si trattasse non di vergogna ma di sacrificio, un rispetto per queste creature straziate e per la dignità di una forma che è lasciata libera di godere o patire, risplendere o prostituirsi, inventare le proprie ragioni e le proprie ingiustizie. Così dio sarebbe un aprirsi alla verità degli altri, un silenzio davanti agli eroi della storia. Questo vorrebbe significare che le piaghe di Giobbe sono in qualche modo prodotte da lui e che egli non è tradito da dio. L’orrore di Giobbe è un orrore del mondo, se sono trafitti i suoi figli sono trafitti dal mondo. In questo teatro si odono soltanto le nostre strida.
In tal modo, attraverso quest’assunzione di colpa, io libero dio e ne scorgo la spaventosa innocenza – mentre la leggenda biblica esibisce questo meccanismo spavaldo, questo finale da farsa, questo dio-burattino al quale si aggrappa la  nostra viltà e che resterà intatto fino all’apocalisse. Perché in quell’esaltazione di dio, in quel lasciargli l’ultima voce e la chance di un trionfale mistero, io esalto ancora me stesso, la mia presunzione, la mia vanità, tutte le mostruosità della terra, ed ecco che cosa sono le teodicee: non è possibile scagionare dio perché ciò vuol dire scagionare l’uomo consentendogli quest’ultima, istrionica trasfigurazione del suo pensiero.
Ma c’è qualcosa in questa tragedia che nessuna logica può penetrare. Forse, dopo tutto, è davvero dio che chiede pietà attraverso queste torture, questo processo e le impossibili prove: e in questo rovesciamento di parti, in questa domanda di grazia è l’ultimo passo che scioglie l’universale catena. Sì, forse la sola giustificazione possibile di una religione è ormai questa. Soltanto la nostra pietà può salvarlo. Soltanto la pietà è un assoluto giudizio. Soltanto la pietà può farci ancora credere in dio.

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