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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Tesi Magistrale: Merleau-Ponty, la fisica del XX° secolo (relatività di Einstein e meccanica quantistica) e l'antico pensiero orientale

di Giorgio Peri - Maggio 2016

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INTRODUZIONE

 

La tesi che mi propongo di dimostrare è la presenza di diverse assonanze fra il pensiero filosofico di Merleau-Ponty, la fisica del ventesimo secolo (principalmente la teoria della relatività di Einstein e la meccanica quantistica). La fisica è sempre stata una mia grande passione. Infatti, fin dal periodo delle scuole superiori e della prima esperienza universitaria risalente a oltre quaranta anni fa e riguardante studi di matematica statistica, il mio interesse per la fisica non è mai venuto meno: ho sempre letto con grande interesse i libri di divulgazione scientifica inerenti le varie tematiche della fisica antica, moderna e contemporanea. Tale tipo di lettura è continuato anche gli ultimi anni allorché ho conseguito la laurea triennale in filosofia. Anzi, l'interesse si è accresciuto grazie agli esami di Storia della scienza e di Filosofia della scienza.
Ma come potere conciliare questa passione con la tesi magistrale? Pareva cosa impossibile fino a quando, in occasione dell'ultimo esame di "Filosofia del linguaggio", ho incrociato il filosofo francese Merleau-Ponty e il suo interesse per la fisica del ventesimo secolo. Alcune pagine del suo libro La Natura mi hanno veramente conquistato al punto che, pur essendo già impegnato in un altro progetto di tesi, ho chiesto e ottenuto (grazie alla comprensione di un ottimo professore al quale chiedo ancora scusa) di cambiare obiettivo. Ora mi gioco la possibilità di far convivere la mia  passione per la fisica del ventesimo secolo (teoria della relatività e meccanica quantistica) con l'innovativo pensiero filosofico fenomenologico di Merleau-Ponty.
Il percorso mi sembra abbastanza interessante e, per di più, anche agevole grazie alla profondità e alla competenza dimostrate dal pensatore francese in una materia complessa come la moderna fisica. Un passaggio, in particolare, mi ha colpito aprendomi nuovi orizzonti. Mi riferisco a quanto scrive Merleau-Ponty nel libro Il visibile e l'invisibile: <<Oh Dialettica, dice il filosofo, quando si accorge che la vera filosofia si fa beffe della filosofia. Qui la dialettica è quasi qualcuno, come l'ironia delle cose, è il malocchio gettato sul mondo che fa si che le nostre attese siano volte in derisione, una potenza astuta, alle nostre spalle, che ci sconcerta, e che, per di più, ha il suo ordine e la sua razionalità; non solo un rischio di non senso quindi, ma molto peggio: la certezza che le cose hanno un altro senso da quello che noi siamo in grado di riconoscere loro>>(1). Subito mi sono ricordato che concetto simile viene ribadito, sin dal titolo, nell'ultimo libro pubblicato da Carlo Rovelli (fisico teorico nostro contemporaneo): La realtà non è come ci appare(2). Insomma, il senso delle cose tende a sfuggirci e, di conseguenza, la realtà si nasconde ai nostri occhi sia in filosofia che in fisica. Proprio partendo da questa considerazione può incominciare il nostro lavoro pensando a ciò che comunemente si intende per spazio, tempo, natura e uomo. Partiamo da un aneddoto.

 

LO SPAZIO, IL TEMPO, LA NATURA E L'UOMO.

 

Immaginiamo un grande palcoscenico sul quale viene messa in scena una rappresentazione (tragedia e farsa fuse insieme) di innumerevoli atti e con molti attori alla presenza di una folla di spettatori in platea, delle autorità sul palco d'onore e degli dèi sull'Olimpo (o in altri luoghi sacri similari).
Per semplicità diremo che il palcoscenico è lo spazio, gli attori che recitano sul palco sono gli enti naturali (la natura), gli spettatori sono gli uomini e gli atti della tragedia-farsa indicano il tempo. Il tutto, l'insieme di questi elementi (spazio, tempo, natura, dèi e mente umana) può forse essere chiamato, approssimativamente, l'Essere.
Dunque, secondo la più antica concezione del mondo, quella classica, accade che: il palcoscenico è piatto, finito, fisso, al centro del mondo con sopra il cielo (siamo all'aperto), gli atti della tragedia-farsa si susseguono, gli attori recitano la loro parte secondo copione sotto lo sguardo vigile degli spettatori, delle autorità e degli dèi. Così è sempre stato e così sempre sarà.
E invece no! Si alza uno spettatore ribelle che dice: "Il palcoscenico non è piatto ma rotondeggiante mentre il cielo non è solo sopra ma anche sotto e da tutti i lati". Stupore generale del pubblico, brusio: "Questo è pazzo!" "No, peggio, è blasfemo perché vuole stravolgere l'ordine da sempre vigente perché sancito dagli dèi" dicono le autorità.
Passa parecchio tempo prima che altri due spettatori abbiamo il coraggio di alzarsi per prendere la parola quasi contemporaneamente. Il primo si limita a proporre l'ipotesi che il nostro palcoscenico potrebbe non essere il centro del mondo mentre il secondo è ben più ardito affermando: "Esistono infiniti palcoscenici finiti (come il nostro) nell'universo infinito". Le autorità religiose, ricordiamoci sempre che ci sono anche loro e sono molto influenti, decidono di bruciare vivo, senza indugi, quest'ultimo blasfemo.
Un terzo spettatore dice poi che il palcoscenico non è fisso ma si muove: scandalo assoluto. "Se non ritratta, bruciamo anche lui" dicono le solite autorità religiose.
Ecco alzarsi un quarto spettatore che afferma che ogni attore sulla scena condiziona ed è condizionato da tutti gli altri attirandoli a sé in proporzione alla sua corporatura e, inversamente, alla loro distanza. Stranamente quest'ultima affermazione non viene perseguitata forse perché quasi nessuno la capisce o forse perché viene messa sotto l'egida del dio vigente.
Udite ora cosa dice un quinto spettatore: "Per un attore che si muove velocemente il tempo si fa piccolo piccolo e, quindi, l'attore invecchia meno rispetto a quello che sta fermo. Il palcoscenico stesso poi diviene simile a una grossa medusa che si muove contraendosi e dilatandosi". Nessun commento dal pubblico e dalle autorità (gli dèi tacciono ormai da tempo immemorabile). Forse viene reputato semplicemente pazzo.
Il sesto spettatore osa poi affermare che guardando un attore … lo si modifica, che l'attore ha solo probabilità di esistere e mai certezza, che il tempo non esiste essendo originato solo dalla ignoranza degli spettatori intorno alla realtà, e via di seguito con altre simili "assurdità". Anche qui le autorità si tacciono probabilmente per incompetenza conclamata.
Ora però sentite le argomentazioni dell'ultimo spettatore che parla: veramente uniche! Il soggetto che osserva e l'attore-oggetto osservato non sono più totalmente distinti ma tendono a fondersi in una unica struttura: il campo, l'insieme, la stringa. A sua volta l'essere (cioè, nel nostro caso, lo spettacolo) è intrinsecamente polimorfo, multivoco e non può essere ridotto all'univocità, l'essere è articolazione di dimensioni diverse, non è mai semplicemente identico a se stesso, ma è sempre anche altro da sé. Quindi, più vedute, più prospettive che noi non abbiamo il compito di riunire in una sintesi; esse sono aspetti della reversibilità che è verità ultima.
Tutto ciò avviene oramai nella più completa indifferenza dei più: degli dèi muti, delle autorità incompetenti e delle persone sedicenti normali che continuano a vivere e pensare come se il palcoscenico fosse piatto, finito, fisso, al centro del mondo con sopra il cielo, e come se gli atti della tragedia-farsa si susseguissero, gli attori recitassero la loro parte sotto lo sguardo vigile degli spettatori, delle autorità e degli dèi. Così è sempre stato e così sempre sarà. Forse però, l'assolutismo che porta ad affermare "così è sempre stato e così sarà sempre", è solo ignoranza. Ma così gira questo nostro piccolo mondo terrestre ove si crede ancora che un "solido io assoluto" osservi dall'alto, a volo di aquila, un altrettanto "solido oggetto assoluto".

 

CHI SONO I PERSONAGGI?

 

Vediamo ora di individuare i vari personaggi di questo piccolo aneddoto ripercorrendo, in un rapido excursus, la storia della filosofia e della fisica dalle origini fino al ventesimo secolo.
La prima concezione, quella con il cielo sopra di noi e la terra sotto di noi è quella antica ove si parlava di tartarughe sopra tartarughe che reggevano la terra piatta. Poi è arrivato Anassimandro che ha stravolto la visione del mondo. Infatti, il cielo non è solo sopra la terra ma è anche sotto e da tutti i lati. La prima grande rivoluzione scientifica.
Al proposito Rovelli cita Karl Popper che scrive: << Secondo me questa idea di Anassimandro [che la Terra è sospesa nello spazio] è una delle idee più audaci, delle più rivoluzionarie e delle più portentose dell'intera storia del pensiero umano>>(3).
Il secondo e il terzo personaggio del nostro aneddoto sono Copernico e Giordano Bruno. E' pur vero che nel frattempo sono trascorsi duemila anni, però non mi pare che alcuno, in questo lungo lasso di tempo, abbia proposto qualcosa di veramente nuovo e innovativo nel campo fisico-filosofico. Copernico ha il merito di essere il primo a ripresentare l'eliocentrismo dei pitagorici. Il vero innovatore è però il nolano che si mette a discorrere di "infiniti mondi finiti" quali costituenti dell'universo che, ricordiamolo, alla sua epoca, sedicesimo secolo, era ancora rigidamente aristotelico-tolemaico con la terra saldamente al centro. <<Soggetti di infinito moto locale, gli atomi producono composizioni e figurazioni innumerabili, in un ritmo senza fine, coincidente con il ritmo della "materia" infinita>>(4).
Entra in scena poi Galileo Galilei con il suo splendido Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Egli riteneva che il libro della natura fosse scritto in termini matematici. Era anche dedito ad esperimenti che lo portavano a considerare più realistica l'ipotesi copernicana rispetto a quella tolemaica. "E pur si muove!" è la famosa frase entrata ormai nel lessico italiano che però Galileo, probabilmente, non ha mai pronunciato. Ma l'Inquisizione vigilava. Galileo fu quindi costretto a ritrattare per non correre il rischio di "fare la fine delle caldarroste" (come aveva insegnato ai suoi allievi Pietro Pomponazzi grande pensatore  e filosofo mantovano del sedicesimo secolo).
Dopo Galileo ecco Newton il quale concepisce che, nell'universo, ogni corpo attrae ogni altro corpo con una forza che è direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza. Newton però non ebbe problemi con la religione forse perché ebbe l'accortezza di chiamare lo spazio (da lui ritenuto assoluto così come il tempo) il "sensorium Dei".
Siamo così giunti ad Einstein e alla sua legge della relatività che ci chiede "di rinunciare al concetto della simultaneità assoluta degli eventi"(5). Infatti, avendo già rinunciato al tempo e allo spazio assoluti di newtoniana memoria, risulta che, nell'universo, il tempo di una corpo dipende dalla sua velocità: se un corpo si muovesse a velocità prossime a quelle della luce (300.000 Km/secondo) il tempo, per lui, tenderebbe ad azzerarsi così come lo spazio mentre la sua massa tenderebbe a diventare infinita. Di fronte a tali affermazioni che, comunque analizzeremo più dettagliatamente in seguito, il determinismo di Laplace (e del senso comune) svanisce. Ci troviamo infatti di fronte a una vera rivoluzione fisica e filosofica rispetto a tutto il precedente modo di pensare. Non siamo più in presenza del Kosmotheorós(6), del contemplatore del mondo(7) che osserva un oggetto assoluto in un mondo con geometria euclidea e con un tempo comune al soggetto e all'oggetto. <<La teoria della relatività ha mutato profondamente le nostre concezioni sulla struttura dello spazio e del tempo […] Prima della teoria della relatività sembrava assolutamente ovvio che degli eventi potessero venir ordinati nel tempo indipendentemente dalla loro posizione nello spazio>>(8). Insomma, siamo in presenza di tempi multipli e di più sistemi di riferimento spaziali: geometrie euclidee e non euclidee. Incominciamo così a familiarizzare con il polimorfismo della fisica del ventesimo secolo. Polimorfismo tanto caro a Merleau-Ponty che infatti scrive <<Non si può dire che il nostro spazio sia riemanniano né che non sia riemanniano, tutt'al più si può parlare di tendenza a curvare lo spazio. Lo spazio percettivo è polimorfo>>(9).
Veniamo ora a parlare della meccanica quantistica che sconvolge ancor di più il modo comune di ragionare e di pensare rispetto alla già rivoluzionaria teoria della relatività. La teoria quantistica fu talmente innovativa che lo stesso Einstein, pur essendo tra i padri fondatori di questa nuova branca della fisica, non la accettò mai. <<Egli espresse la sua obiezione con la frase: "Dio non gioca ai dadi." Il senso di questa affermazione è che il gioco dei dadi poggia sulle leggi del caso, e Einstein riteneva che quest'ultimo concetto trovasse il suo significato scientifico soltanto nelle limitazioni epistemologiche della mente conoscente finita nella sua relazione con l'oggetto della conoscenza scientifica>>(10). Invece non era così: l'indeterminismo, la probabilità sono il cuore stesso della meccanica quantistica che si basa sul principio di indeterminazione di Heisenberg: di una particella subatomica non si possono misurare insieme velocità e posizione come si era fatto fino a poco prima per i corpi cosi detti normali in quanto ad alto numero quantico. O si conosce la velocità della particella o si conosce la sua posizione. Più aumenta la precisione di uno dei due dati e più si riduce la precisione dell'altro. Di conseguenza, Merleau-Ponty scrive al proposito: <<La meccanica quantistica ha sconvolto le nostre categorie fondamentali ancora più della teoria di Einstein, il quale, a malincuore, si è messo contro l'antica ontologia>>(11). Nel campo della quantistica non esiste mai una unica soluzione, come eravamo abituati dalla precedente fisica classica, ma ne esistono tante "possibili" alcune delle quali più probabili di altre. L'oggetto quantico non ha un'esistenza reale, attuale ma sembra invece ridursi a una nuvola di possibilità, a un'onda di probabilità.
Ovviamente l'ultimo spettatore che parla nel nostro aneddoto è proprio il nostro filosofo di riferimento: il fenomenologo francese Merleau-Ponty. Questi espone la sua filosofia prospettivistica affermando che le varie vedute non sono da riunire in una sintesi perché esse sono aspetti della reversibilità che è verità ultima: <<E reciprocamente, tutto il paesaggio è invaso dalle parole, non è più, ai nostri occhi, se non una variante della parola, e parlare del suo "stile" significa per noi fare una metafora. In un certo senso, come dice Husserl, tutta la filosofia consiste nel restituire un potere di significare, una nascita del senso o un senso selvaggio, una espressione dell'esperienza attraverso l'esperienza che illumina specialmente la sfera particolare del linguaggio. E in un certo senso, come dice Valery, il linguaggio è tutto, perché esso non è la voce di nessuno, perché è la voce stessa delle cose, delle onde, di boschi. Si deve altresì comprendere che, dall'una all'altra di queste vedute, non c'è rovesciamento dialettico, noi non abbiamo il compito di riunirle in una sintesi: esse sono due aspetti della reversibilità che è verità ultima>>(12). Ciò significa che tutte le varie prospettive illustrate nel nostro aneddoto, da quella di Anassimandro a quella della fisica quantistica, sono tutte accettabili senza bisogno di opera di sintesi, senza bisogno di eleggerne una a verità più di quanto lo siano le altre. Ricordiamo al proposito il concetto di Geometrale tipico di Leibniz (fatto proprio anche da Merleau-Ponty) quale insieme di tutte le infinite prospettive possibili di un dato oggetto. Prendiamo, ad esempio, una casa e osserviamola da diverse prospettive: chi da vicino, chi dalla riva destra del fiume, chi dall'aereo. <<La casa stessa non è nessuna di queste apparizioni ma è, come diceva Leibniz, il geometrale di queste prospettive e di tutte le prospettive possibili>>(13).
Il passaggio più importante è però quello inerente il superamento, da parte di Merleau-Ponty, della divisione, consolidata nel pensiero occidentale, fra soggetto e oggetto e il conseguente annuncio di fallimento della fisica cosiddetta  "oggettivistica". Non esiste più un soggetto della conoscenza che sorvola l'oggetto per studiarlo, capirlo. Soggetto e oggetto interagiscono uniti in un campo, una struttura unica. <<Non si può porre un dualismo assoluto tra il soggetto e l'oggetto: soggetto e oggetto sono l'uno nell'altro e non è mai possibile separarli […] Il soggetto non è un osservatore assoluto, distaccato dal mondo; l'oggetto non è una realtà trascendente, distaccata dal modo con cui gli uomini lo percepiscono>>(14). Così scrive Enzo Paci nella prefazione di Senso e non senso e prosegue dicendo: <<Il modo d'essere dell'uomo è ambiguo nel senso che non è né soggettivo né oggettivo>>. Ricordiamo che l'ambiguità non è per Merleau-Ponty assimilabile alla confusione ma significa che senza soggetto non vi è oggetto percepito e senza oggetto percepito il soggetto perde la sua specifica funzione: quella di percepire. "Essere è essere percepito o percepire" come direbbe George Berkeley(15). <<Ecco perché, in ultima analisi, non possiamo concepire una cosa che non sia percepita o percepibile. Come diceva Berkeley, anche un deserto inviolato ha perlomeno uno spettatore cioè noi stessi quando lo pensiamo, quando facciamo esperienza mentale di percepirlo. La cosa non può mai essere separata da qualcuno che la percepisca, non può mai essere effettivamente in sé perché le sue articolazioni sono quelle stesse della nostra esistenza>>(16).
Vorrei infine ricordare, sempre a proposito del rapporto soggetto-oggetto, la posizione di Merleau-Ponty nel campo della meccanica quantistica. L'oggetto quantico è solo un'onda di probabilità. Questa onda, se interrotta da un intervento del soggetto che, appunto, osserva tramite uno strumento, diviene un corpo esistente, un oggetto. <<Infatti, l'oggetto, al quale il sistema classico assimila il sistema fisico, è un'onda di probabilità; il ruolo dell'osservatore non è quello di far passare l'oggetto dall'in-sé al per-sé (come in Descartes): l'oggetto quantico è un oggetto che non ha un'esistenza attuale. Il ruolo dell'osservatore sarà quello di interrompere la catena delle probabilità statistiche, di dar vita a una esistenza individuale in atto. Ciò che da vita a tale esistenza non è l'intervento di un per-sé, ma un pensiero che si annette un apparecchio. L'operazione di misurazione, nella meccanica ondulatoria, è un'operazione "impegnata". Ogni operazione della nuova meccanica è un'operazione nel mondo, che non è mai estranea all'azione del misurante>>(17). Potremmo dire che il soggetto, osservando l'oggetto, lo modifica. Strettissimo comunque il legame fra soggetto e oggetto: non sono più due realtà assolute e ben distinte ma due realtà che vivono una vita in reversibilità dialettica. Quanta è la differenza con la concezione cartesiana delle "mere cose", della "res cogitans" e della "res extensa" assolutamente separate. Con Laplace poi, l'abisso si fa ancora più profondo. Questi scriveva: <<Dobbiamo quindi considerare lo stato presente dell'universo come l'effetto del suo stato anteriore e come la causa del suo stato futuro. Un'Intelligenza che, per un dato istante, conoscesse tutte le forze da cui è animata la natura e la situazione rispettiva degli esseri che la compongono […] abbraccerebbe nella stessa formula i movimenti dei più grandi corpi dell'universo e dell'atomo più leggero: nulla sarebbe incerto per essa e per l'avvenire, come il passato, sarebbe presente ai suoi occhi>>(18).  Dunque, si è totalmente oltre Cartesio e Laplace. Non vi è più un mondo oggettivo di fronte a noi. Viene meno anche il soggetto distaccato. "Cosa ci resta?" verrebbe da chiederci. Ci resta moltissimo se sapremo imparare a vedere il mondo con occhi nuovi, con mente aperta e senza l'assillo costante del fantasma dell'onnipossente EGO che, ricordiamolo ancora una volta, non è più, secondo la nuova ontologia di Merleau-Ponty nonché secondo la meccanica quantistica, nettamente separabile dal mondo esterno.
<<La vera filosofia consiste nel reimparare a vedere il mondo, e in questo senso una storia raccontata può significare il mondo con altrettanta "profondità" che un trattato di filosofia>>(19).

 

 

NOTE

1) Maurice Merleau-Ponty, Il visibile e l'invisibile, trad. it. di Andrea Bonomi, Bompiani, Milano 2009, p. 114.

2) Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare, Cortina Editore, Milano 2014.

3) Carlo Rovelli, Che cos'è la scienza, Mondadori Università, Milano 2011, p. 63.

4) Michele Ciliberto, Giordano Bruno, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 119.

5) David Oldroyd, Storia della filosofia della scienza, trad. it. di Libero Sosio, Il Saggiatore, Milano 1986, p. 357.

6) Maurice Merleau-Ponty, La natura, trad. it. di Maddalena Mazzocut-Miss e Federica Sossi, Cortina Editore, Milano 1996, p. 152.

7) "Colui che domina il mondo con l'aiuto di un sistema di leggi eterne". M. Merleau-Ponty, La natura, cit., p. 167. 

8) Werner Heisenber, Fisica e filosofia, trad. it. di Giulio Gnoli, Il Saggiatore, Milano 1982, pp. 150-151.

9) M. Merleau-Ponty, La natura, cit., p. 156.

10) Filmer Stuart Cuckow Northrop, Introduzione, in Werner Heisenber, Fisica e filosofia, cit., p. 11. 

11) M. Merleau-Ponty, La natura, cit., p. 131.

12) M. Merleau-Ponty, Il visibile e l'invisibile, cit., p. 170.

13) Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, trad. it. di Andrea Bonomi, Il Saggiatore, Milano 1965, p. 113. 

14) Enzo Paci, Introduzione in, Maurice Merleau-Ponty, Senso e non senso, trad it. di Paolo Caruso, Il Saggiatore, Milano 2009, p. 11.

15) Mario Manlio Rossi, Introduzione a Berkeley, Laterza,  Roma-Bari 2000, pp. 58-60.

16) M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, cit., p. 418.

17) M. Merleau-Ponty, La Natura, cit., p. 139.

18) M. Merleau-Ponty, La Natura, cit., p. 130.

19) M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, cit., p. 30.

 

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