J. P. Sartre, La Nausea: Riflessioni di Monica - pagina 1/2.: pagina successiva
Prima di addentrarci
nelle complessità irrisolte di un romanzo come La Nausea,
è doveroso chiarire anzitutto cosa l'autore
intenda con il termine Nausea.
La Nausea è una dimensione metafisica ed un
atteggiamento psicologico nei confronti
dell'esistenza, che ci pervade completamente,
al punto che le cose, l'in-sé, hanno
un'incidenza enorme sulla coscienza, il per-sé:
le sensazioni suscitate dalle cose sono
anzitutto ribrezzo e disgusto, giustificati
dal fatto che ciò che ci circonda ci tocca,
nostro malgrado, e ci opprime. Gli oggetti che
quotidianamente osserviamo intorno a noi
costituiscono un "troppo", posseggono una tale
pienezza e "gonfiezza" da risultare soffocanti
e ributtanti; a proposito di ciò, qualche
studioso molto attento ha voluto ravvisare una
qualche analogia con La metamorfosi
di Kafka, anch'essa pervasa da un senso di
orrore per tutto quello che ci tocca e ci
opprime. Ecco come il protagonista del
romanzo-diario, Antoine Roquentin, stabilitosi
per tre anni a Bouville - ove si svolge la
vicenda - per completare le sue ricerche
storiche sul marchese di Rollebon, vissuto in
epoca settecentesca, sperimenta per la prima
volta la Nausea, e la descrive così: «(...) La
Nausea m'ha colto, mi son lasciato cadere
sulla panca, non sapevo nemmeno più dove
stavo; vedevo girare lentamente i colori
attorno a me, avevo voglia di vomitare. (...)
Da quel momento la Nausea non m'ha più
lasciato, mi possiede» . In queste poche righe
si nota molto chiaramente come questo tipo di
sentire coinvolga sia la parte sensibile (i
sensi, cioè) sia la parte razionale (la
consapevolezza) della coscienza
dell'individuo. La condizione umana viene a
configurarsi, dunque, come un solitario ed
angoscioso sperimentare le cose che
sono intorno a noi, giungendo sino a provare
ciò che l'autore chiama "orrore di esistere" .
A questo punto la Nausea non si configura più
come uno stato doloroso transeunte, «non è più
una malattia né un accesso passeggero: sono io
stesso», scrive Sartre;
nella scena seguente, che si svolge nel
giardino pubblico, Roquentin osserva la radice
di un castagno e solo in quell'istante si
rende conto di aver compreso la vera natura
delle cose, vale a dire la loro insensatezza e
la sensazione di soffocante ingombro che esse
suscitano. Soltanto la solitudine in cui è
immerso il protagonista consentirà a quest'ultimo
di prendere le distanze dall'inautenticità
del mondo altrui e dal comune
divertissement. Dal momento che il
soggetto centrale dell'intero romanzo è la
contingenza, l'ingiustificabilità degli
oggetti intorno a noi, chi non comprende tutto
ciò appartiene alla schiera dei Salauds,
gli Sporcaccioni, ossia coloro che
mentono a se stessi ed agli altri al solo
scopo di dare un senso, il più alto e nobile
possibile, alla propria esistenza: è
l'atteggiamento che altrove Sartre chiama
malafede. Quest'ultima si differenzia
dalla bugia
in quanto mette a repentaglio la struttura
stessa della coscienza. La malafede è, in
altre parole, menzogna verso se stessi e su se
stessi; infatti, colui che mente deve
conoscere la verità per potere dissimularla e
colui al quale si mente deve credere a questo
inganno. Parafrasando Sartre ne
L'essere e il nulla,
«perché sia possibile la malafede, occorre che
la sincerità stessa sia in malafede».
A questo punto credo di essere riuscita a
definire, sia pure in modo sommario, il
concetto di Nausea; l'individuo appare dunque
solo, sperduto, disgustato dal mondo in cui
vive e non sa come comportarsi. Ma esiste un
comportamento che impedisce, almeno in parte,
alla Nausea di paralizzarci nel disgusto e
nell'orrore: avvalersi della propria libertà
ed assumersi la responsabilità di ogni azione.
Libertà e responsabilità sono dunque, insieme
alla solitudine ed allo spaesamento ,
due delle categorie fondamentali che meglio
descrivono la "condition umaine"
contemporanea. L'individuo è solo in
ogni istante, sebbene viva in società, e
proprio per questo è condannato a decidere
come agire; egli è quindi libero di scegliere,
libero di vivere - pur essendo condizionato
dagli altri - e libero persino di non essere
libero, ossia libero di lasciarsi vivere, nel
senso che la sua esistenza viene manipolata e
decisa dagli altri (è chiaro che, in questo
caso, si tratta di esistenza inautentica, non
voluta e non scelta in piena autonomia).
In queste poche righe è racchiuso, a mio
avviso, il dramma dell'esistenza, tragedia,
questa, che genera un'intollerabile
angoscia, causata dall'imprevedibilità
della propria libertà, ossia la certezza che
ogni decisione è revocabile e che ogni regola
stabilita può essere infranta perché
liberamente scelta. Per "angoscia" l'autore
intende il continuo mettersi in gioco, lo
scoprire se stessi come fonte inesauribile di
infinite possibilità, che si scontra, in
ultima analisi, con un solo limite
invalicabile: la morte. Essa, però,
contrariamente a quanto sostenuto da
Heidegger,
non riguarda e non appartiene all'orizzonte
umano della libertà ; si configura invece come
un fatto assurdo che rende assurda ogni scelta
di vita; al di là di ciò, comunque, siamo
perfettamente liberi.
Tornando al concetto dell'angoscia, è
opportuno precisare che essa si differenzia
nettamente dalla paura: quest'ultima, infatti,
consiste nel temere questo o quell'altro
oggetto in quanto minaccia la posizione o la
vita del per-sé. L'angoscia, al contrario, è
il sentimento provato dalla coscienza che teme
per la sua libertà.