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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


La distanza del nome.

Conversazione con Stefano Verdino
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - giugno 2005
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E fu una grossa sorpresa per me e per tutti, al pomeriggio, vederlo d’improvviso comparire tra il pubblico, allora di giovani del teatro del Falcone, in via Balbi. Cominciò allora un’intesa e una simpatia, che ho vissuto e vivo come un grande privilegio. L’anno dopo Luzi, a Siena, al primo convegno che si svolgeva su di lui, mi apprezzò come relatore su Onore del vero e in seguito cominciò una frequentazione più stretta. In quei primi anni Ottanta Luzi frequentò non poche volte la mia città, in particolare nel 1983, quando il teatro Stabile di Ivo Chiesa mise in scena, in prima assoluta, il nuovo dramma in versi che andava scrivendo, ed era Rosales. Più volte fui con lui alle prove con Albertazzi e Orazio Costa, intanto andavo quasi mensilmente a Firenze, a casa sua, e presi agio nel muovermi tra il “magma” caotico delle sue carte, come un occasionale uomo delle pulizie. In quei brevi soggiorni periodici cominciai a ordinare minimamente le recensioni ai libri, le collaborazioni, le interviste. Poi ebbi un nuovo grande privilegio, la lettura in anteprima dei testi che si andavano configurando come Per il battesimo de nostri frammenti. Fu una grossa emozione entrare così intimamente nell’officina e assistere agli ultimi ritocchi di un libro che comportava un nuovo grande salto nella sua storia di poeta. Ero ormai catturato all’interno della rete di quei versi.

Lei ha studiato a lungo Torquato Tasso: è una figura ancora molto amata dagli studenti? E può spiegarne le ragioni?
Non credo che Tasso sia “naturalmente” amato dagli studenti. Patisce il generale calo di audience dei Classici della Letteratura italiana, ma in più nel Novecento ha perso la sua secolare contesa con l’
Ariosto, che lo vide vincitore per quasi tre secoli. Se infatti fino all’ottocento romantico e oltre Tasso divenne un mito europeo (sia come autore sia come personaggio), nel novecento abbiamo avuto la grande rivincita dell’Ariosto così cruciale per Borges, Calvino, Sanguineti e Ronconi. Ed anche i giovani studenti si trovano più a loro agio con l’ironia e il gusto narrativo del Furioso che non con le ambiguità e complessità della Liberata. Tasso è un poeta estremista e conformista, un connubio poco digeribile nel nostro tempo, che ama la trasgressione eclatante oppure il conformista rassicurante. Od anche il disincanto ironico, genialmente orchestrato dall’Ariosto.
Io sono dal liceo un tassiano sfegatato, ammaliato dalla grana musicale del verso, dalla sonda sottile nei territori del “non so che”, dall’effetto di malinconia. E per tanti anni insegnando al liceo ce l’ho messa tutta nello spiegare i termini della sua grandezza (pur senza nulla detrarre all’Ariosto). Devo dire che spesso riuscivo a convincere gli studenti a gustare l’antica bellezza dei suoi versi.

Le piace Dino Campana?
Dino Campana è un grandissimo poeta. Con Sbarbaro Rebora e Saba per me appartiene al quartetto di testa dei nostri primi poeti della piena modernità. La sua capacità di trasfigurazione in immagini e ritmi è straordinaria, ancora oggi di incredibile freschezza e fragranza dopo quasi un secolo. Periodicamente torno a rileggere Genova (anche per orgoglio campanilistico) e tutte le volte rastrello qualche meraviglia, come ad esempio l’immagine della prostituta seminuda alla finestra, in quella soglia tra visibile e buio:

“Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
ai capezzoli
l’ombra rinchiusa”.

Stupendo.

Conosce ed ha amato la lettura dei “Canti Orfici” fatta da Carmelo Bene?
La domanda mi coglie impreparato. Ho sempre ammirato
Bene lettore di Dante e di poesia del Novecento, ma non conosco ancora questa sua performance.

A quali altri poeti italiani del Novecento ha prestato attenzione?
Ho già parlato di Luzi e
Caproni. Ma nel Novecento ho una mia personale squadra, che costituisce il mio canone: Palazzeschi, Saba, Rebora, Sbarbaro, Campana, Ungaretti, Montale, Penna, Sereni, Luzi, Caproni, Zanzotto, Erba, Giudici, Rosselli, Porta e poi i miei quasi coetanei sopra elencati.
Su alcuni di questi ho scritto, soprattutto su Sbarbaro e Montale, con saggi su specifici aspetti anche marginali, ma sempre suggestivi. Altre note su Zanzotto, Giudici, Erba, Porta.
Mi piacciono molto anche le figure marginali, ovvero nitide voci poetiche, rimaste fuori del canone. Tra questi ricordo la stagione strozzata dei simbolisti, mozzati da
D’Annunzio e dai Futuristi, che ne erano i figli.

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