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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 3 - Cosa si oppone al miglioramento
Paragrafo 2 - Prima trappola: la finitezza
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Chiediamoci in cosa consisterebbe esattamente questa trappola in cui sarebbe caduta, senza rendersene conto, la razionalità e dalla quale sembrerebbe non esserci possibilità di uscirne.
In parte, ne abbiamo già fatto cenno. La razionalità è una possibilità conoscitiva che, come avremo modo di vedere più dettagliatamente nel quinto capitolo, non interfaccia direttamente le perturbazioni provenienti dall’esterno con le azioni muscolari mediante le quali si cerca di mantenere invariate determinate condizioni interne. Ma è come una grande officina dove si assemblano delle idee composte, utilizzando quelle più elementari costruite in altre parti del cervello, al fine di prevenire con un calco interno le trasformazioni future a cui sta andando incontro l’ambiente esterno e di conseguenza a cui deve uniformarsi quello interno.
Queste idee elementari possono essere immagini, suoni, e quant’altro che la razionalità si ritrova davanti come elementi isolati ma anche, evidentemente,  come moduli componibili.  Idee elementari che ovviamente si trovano “immagazzinate” all’interno, che sono “pezzi”, piccole composizioni neurali, che rimandano all’esterno e che appaiono alla razionalità come tante realtà concrete, a sé stanti. Enti delimitati da una propria forma, da un involucro concettuale, che serve a distinguerle tra loro ma anche a “comporle” secondo un utilizzo efficace già esperito in precedenti occasioni.
Per la razionalità il mondo è fatto così! Un insieme di elementi isolati e componibili. Un modo di presentarsi immediato, utile, che ci parla di oggetti, di cose, con le quali possiamo entrare in contatto, ma che nella realtà sono solo insieme di perturbazioni che hanno un loro corrispettivo isomorfo all’interno del cervello. Questo sguardo della razionalità sul mondo interno appare però gettato direttamente all’esterno: la razionalità non si rende conto di vedere idee ma crede di vedere direttamente le cose. In questo modo può anch’essa rivolgersi, sia pure indirettamente, all’esterno.  Da qui il nome di “realismo ingenuo”.  L’idealismo ha denunciato da tempo questo errore di valutazione, pur tuttavia la corrispondenza tra oggetto esterno e consapevolezza è rimasto pressoché lo stesso degli inizi. Questo fatto non deve scandalizzare perché per la maggior parte degli utilizzi pratici ci troveremmo in grosse difficoltà a non considerare certe idee come cose, come simulacri di realtà esterne. Questa “ritraduzione” di oggetti in idee, se così si può dire, è utile solo in alcune occasioni particolari.  Come quando, ad esempio, si deve cercare di capire come comporre le cose, gli oggetti, per ricostruire un’unità del tutto che il “realismo ingenuo” ha compromesso, con la sua visione spezzettata del mondo in singoli enti.
Potendoci però ritrovare davanti ad un mondo di idee piuttosto che ad un mondo di oggetti ci è possibile ritrovare una certa omogeneità e si può evitare di scervellarsi per comprendere come elementi eterogenei, cose materiali e idee, possono essere combinati insieme. Si elimina in questo modo l’”errore di Cartesio” che tanta confusione ha originato nell’utilizzo del pensiero.
Ritrovando l’omogeneità tra cose e idee si può comprendere perché per la ragion pura, come ha sostenuto Kant, è possibile costruire accanto alla casa dell’esperienza un palazzo riempito con puri essere di ragione, senza che possiamo avvederci di essere andati al di là del suo uso legittimo.
Le idee sono composte dalla razionalità per essere sperimentate come nuove possibilità reali, se ciò non accade possono rimanere pure idee e creare un mondo fantastico nel quale è facile perdere l’orientamento e illudersi.
Nella nostra mente razionale può, quindi, accadere di tutto. Corriamo così il rischio di ritrovarci di fronte a paesaggi interni costruiti arbitrariamente e nei modi più disparati, che pur tuttavia possiamo credere veri come vere ci appaiono le cose materiali.
Per evitare di cadere in questo stato confusionale dovremmo avere chiara la differenza tra enti costruiti come isomorfismi di insiemi di perturbazioni ed enti costruiti come costruzioni teoricamente possibili ma non verificate.
Cosa centra questo con la ipotizzata trappola della finitezza? Vi starete chiedendo.
Centra, perché le idee possono essere trattate come oggetti isolati anche quando così non sono e andrebbero invece utilizzate come elementi costitutivi per realizzare una realtà più complessa.
Un conto è formulare un giudizio e cercare di dare un senso a qualcosa che è valutato come un ente a sé, un altro conto è cercare di dargli un senso allargando il più possibile il contesto.
Riflettiamo per un attimo al modo in cui interpretiamo le nostre esistenze.
E’ nostra convinzione che in un dato momento veniamo fuori da un utero (o da un uovo se fossimo ovipari) e in quel preciso momento inizia la nostra esistenza. Possiamo anche credere, come fanno i cinesi, che la nostra vita ha inizio dall’unione dei due gameti e cominciare da lì a contare l’età.
Dalla nascita trascorre poi un certo lasso di tempo finché, con la morte, tutto viene azzerato.
E’ senz’altro un modo falso di mostrare le cose, di interpretarci. Severino su questo punto è ancora più critico. L’occidente ha sempre pensato che l’esistenza è quel tratto di vita delimitato da due punti: quello iniziale della nascita e quello finale della morte. Questa sostiene giustamente Severino è davvero l’estrema follia. Infatti, abituati a rappresentarci coscientemente l’esistenza come una realtà materiale inserita tra due punti che rappresentano il nulla dell’inizio e il nulla della fine, si finisce inconsciamente per identificare con il nulla anche l’esistenza.  In questo modo cadiamo in una contraddizione irrisolvibile e insanabile: attribuire consapevolmente un valore grande, assoluto, a qualcosa che dipingiamo, proponiamo al nostro inconscio come qualcosa di effimero. Per Severino, dunque, il mondo occidentale è il contenuto dell’errore che si produce quando si dice “Io” e ci si isola dal tutto (186).
La sua tesi è che il passato non è l’esser ormai nulla e il futuro non è l’essere ancora nulla, si che il passato e il futuro esistono come il presente (196).
Una tesi identica, come lui stesso afferma, a una delle tesi centrali della teoria della relatività. Tutto è eterno per Severino, perfino l’errore.

Di fronte a quella che Io chiamo la “trappola della finitezza”, Severino, si preoccupa giustamente cercando di far rilevare che sostenere consapevolmente che siamo qualcosa tutto sommato di grande e importante, che poi però finisce inesorabilmente per diventare un nulla. Questo perché si finisce per valutare esclusivamente l’ontogenesi, un pezzettino di storia, di  mondo, a cui non si riuscirà mai a dare in questo modo un senso compiuto.
E’ chiaramente la trappola terribile nella quale è caduta la razionalità: la trappola della finitezza.
La stessa razionalità ci dice, ad esempio, che il sole sorge ad est, attraversa il cielo come un viandante, e poi  termina ad ovest per ritornare nuovamente l’indomani a risorgere di nuovo. Non sono i sensi, come si è sempre affermato che ci dicono questo; ma una razionalità primitiva. Una razionalità che poi ha dovuto ritrattare, affermando che è la terra a girare su se stessa e intorno al sole. Non è che prima la razionalità si sbagliasse. Per i nostri scopi di un tempo oramai lontano quella rappresentazione era utile, più utile di quella odierna che sembrerebbe affermare il contrario.
La verità in fondo è quella rappresentazione che ci permette di allargare i nostri orizzonti, in maniera che certe azioni possono essere portate positivamente a termine. La rappresentazione del sole che sorge e si muove nel cielo è certo una verità più ristretta di un uomo che rimane con l’immaginazione sulla terra e non può permettersi di andare da qualche altra parte. Per inviare sonde ed astronavi ci vuole sicuramente una visione allargata da cui si possa vedere la terra, la luna e il sole in uno scenario diverso, molto più allargato.
La vecchia idea, la rappresentazione iniziale della razionalità che ogni ente è un sistema isolato, tanto nello spazio quanto nel tempo, è un’idea che ci è stata indubbiamente utile per fare tante cose; in primo luogo per mettere in atto un riduzionismo che ci ha permesso di  “vedere” più finemente le cose. Un riduzionismo che ha fatto però sorgere l’insana speranza che si potesse arrivare a capire come fosse fatto l’”ingranaggio ultimo”, la tessera più piccola  di questo grande puzzle che sembrerebbe essere l’universo.
Una volta arrivati però a quello che sembrerebbe essere il limite invalicabile ci siamo resi conto che non c’è modo di ricomporre il tutto in maniera certa, determinata; che non esiste (o comunque che non la possiamo trovare) un sola e univoca  possibilità di costruire l’intero universo partendo da quella particella. Per molto tempo la meccanica classica ce l’ha fatto credere finché non ci siamo resi conto che le tessere non hanno i contorni netti così netti come credevamo, univoci come quelle di un puzzle. Per cui in pratica le “tessere” si possono comporre in una miriade di modi: tutto dipende da come le si interpreta e dal disegno finale che riesce a farsi strada nella mente.  Così il problema di ricostruire il tutto in maniera esatta, partendo dal più piccolo mattone esistente, è andato, come si suol dire, a farsi friggere.
Un mondo spezzettato però non ci dice assolutamente niente e la razionalità avrebbe bisogno di risalire all’unità, alla verità più ampia che possiamo padroneggiare, per capire proprio che tipo di azioni dobbiamo mettere in atto per soddisfare il bisogno di senso.
Come ipotizzato, già dal VI secolo avanti Cristo si è probabilmente intuito che qualcosa non andava nel nostro modo di intendere la verità e si è cercato il “ritocco”, l’aggiustamento, per ritornare in carreggiata, per riprendere una corretta direzione di sviluppo. Qualunque ritocco si è dimostrato però insufficiente perché alla base è sempre rimasta l’idea che ogni elemento della realtà fosse finito, circoscritto nello spazio e nel tempo e così anche qualsiasi realtà composta. Possiamo dire che fin dal primo momento in cui abbiamo acquisito la razionalità è scattata la trappola della finitezza che ha messo fuori uso ogni possibilità per interpretare correttamente il mondo.
Per ritrovare un senso accettabile si è dovuto introdurre l’eterno, l’incorruttibile. Si è così pensato all’anima, allo spirito, alla rex cogitans e quant’altro. Tuttavia è servito a poco se non a ingarbugliare ulteriormente le cose o a renderle, come dice Morin, troppo semplici perché possano suggerirci davvero un quadro veritiero della realtà.
Tuttavia l’”aggiustamento religioso” sembrerebbe almeno fino ad oggi, quello che è stato più gettonato, quello che ha avuto più successo. Certamente non si può però dire che abbia risolto il problema. Primo, perché al suo seguito sono nate innumerevoli religioni che sono diventati sistemi di poteri che hanno preso a combattersi tra loro piuttosto che farla all’idea chiusa e limitata che l’uomo ha sempre avuto razionalmente di sé stesso. Secondo perché questo aggiustamento ha significato tenere fermo una caducità materiale che ci ha impedito di porre il giusto accento sulle reali necessità dell’individuo. Si pensi per un attimo alla religione islamica, dove più forte è divenuta l’idea di anima rispetto all’esistenza materiale circoscritta. La vita è ritenuta, più che altrove, un evento passeggero da sacrificare volentieri ai vantaggi di una vita eterna da trascorrere in Paradiso.
Da come sono impostate le religioni si capisce che, essendo l’idea della finitezza materiale una realtà che non può essere messa in discussione, gli si deve necessariamente accoppiare un’essenza, una realtà immateriale che possa continuare anche dopo la morte corporale.
Un’anima che può andare in paradiso o all’inferno, che può reincarnarsi finché non trova  il suo assetto finale, è dunque la soluzione che i più (oltre cinque miliardi di credenti rispetto ai poco più di un miliardo di atei) hanno adottato per risolvere un problema che è posto soprattutto dall’inconscio ma che è stato sicuramente fatto proprio anche dalla razionalità più recente.
Chi non ha accettato di aggiustare in senso “religioso” l’originale visione razionale, ha dovuto ripiegare necessariamente su altre soluzioni che possiamo definire edoniste perché rimandano all’idea del tanto peggio tanto meglio, nel senso che accettando pienamente la finitezza ci si può dedicare senza remore alla realizzazione dei piaceri. Almeno quello! Sostengono in tanti. In questo modo si riesce a dare comunque un senso anche ad un’esistenza che si considera limitata e che, prima o poi,  finirà per sfumare nel nulla.
Se ci riflettiamo intensamente possiamo comprendere che  le possibilità che abbiamo ereditato dal passato possono essere messe in due grandi contenitori, in due grandi insieme, che molti vedono “separati” ma che moltissimi  altri vedono “intersecanti”.
Questi contenitori sono quello religioso, appunto, e quello edonistico, che possono essere sommati tra loro per creare anche un unico insieme edonista-religioso nel quale collocarsi tranquillamente e opportunamente.
E’ la trappola collettiva nella quale la nostra razionalità è caduta compromettendo uno sviluppo coerente e sensato dell’uomo. Abbiamo coniato l’Io, identificandolo, sovrapponendolo a quella conoscenza razionale che, per l’appunto, inizia a formarsi ad ogni nascita e finisce inesorabilmente per resettarsi ad ogni morte. E’ solo la conoscenza razionale, in effetti, che si trova confinata tra due punti che rimandano all’idea del nulla e non la conoscenza totale, con quale dovremmo identificarci.
Purtroppo, una volta che il mondo interno delle idee, è divenuto enormemente più grande e complesso del mondo delle perturbazioni esterne, la razionalità ha quasi del tutto sommerso l’emotività: quella conoscenza anteriore che si rinnova pressoché identica (se non con qualche lieve cambiamento) di generazione in generazione.
L’idea dell’eternità, del “qui ed ora”  permanenti che possiamo ritrovare ancora nel resto del mondo animale o al di sotto della nostra consapevolezza, che possiamo anche ritrovare con opportune tecniche, come ad esempio quelle Yoga.

Così noi uomini siamo divenuti, come correttamente ammette Le Deux, sostanzialmente le nostre sinapsi. Il nostro errore è quello di identificarci con quella conoscenza che ci deriva dal “cablaggio” di neuroni dovuto all’esperienza e trascuriamo quello strutturale che ereditiamo fin dal concepimento, dal Crossing over. La consapevolezza è dovuta in massima parte a tutta quella messe di sinapsi che circuitano elementi preesistenti, responsabili della conoscenza istintiva  e della  quasi totale emotività. Non è quindi corretto vederci in questo modo! La consapevolezza è solo la punta di un iceberg che affiora. Al di sotto di essa c’è la parte più notevole che costituisce la sua insostituibile base e che concorre a formare la nostra vera, completa  identità. Alla consapevolezza dobbiamo quindi sommare il sub-conscio, tutte quelle procedure automatiche che sono, senza alcun dubbio, già conoscenza. Solo rendendoci conto di essere oltre alle nostre sinapsi anche i neuroni che esse collegano, che determinano l’architettura neurale, possiamo guardare al tutto con la speranza di togliere la trappola nella quale ci troviamo oggi imprigionati e impotenti. Finché persistiamo nella convinzione che ognuno di noi è solo un insieme di moduli assemblati dall’esperienza, se non riusciamo a renderci conto che, invece, oltre ad essere realtà culturali siamo anche realtà biologiche, continueremmo a precluderci la possibilità di  costruirci autopoieticamente in modo corretto.

Il problema di integrare convenientemente le differenti tipologie conoscitive che ognuno può ritrovare in sé stesso sarebbe facilmente risolvibile o addirittura  non sussisterebbe nemmeno, se potessimo portarci appresso, sotto forma di ricordi, le esperienze vissute dai nostri genitori. In teoria potremmo nascere con i circuiti neurali già attivati dalle loro esperienze e possedere fin dalla nascita ricordi che non sarebbero “nostri” in senso stretto. Ci renderemmo meglio conto, forse,  di essere una sorta di enti eterni anche se mortali, come dice giustamente Severino, e non enti finiti,  isolati nello spazio e nel tempo, che alla fine possono essere assimilati al nulla. Sostenere che siamo eterni pur essendo mortali significa rendersi conto delle contraddizioni a cui è andato incontro il pensiero, della trappola in cui siamo caduti e dalla quale dovremmo cercare di uscire.
Spezzettando la vita in tante singolarità non rimane che una grande angoscia a testimoniare l’inutilità dell’esistenza. Spezzettando l’esistenza in tanti tronconi li si riduce alle possibilità che rappresentano e si toglie loro ogni possibilità futura. E’ come porre loro davanti un muro insuperabile, che ci ricaccia sempre indietro, come direbbero gli esistenzialisti.  Questa è oggi, purtroppo la nostra disgraziata condizione solo perché la razionalità non riesce a dare un senso ai legami sentimentali perché non riesce a vedere un disegno, un progetto in formazione, che cerca di autodefinirsi.
E così rimaniamo nella trappola! Ma da essa si può uscire. Basta rendersene conto  e ritrovare la strada pre-razionale sulla quale abbiamo camminato felici, anche se tra mille difficoltà. Finché non la si troverà e non diventerà un patrimonio comune, non potremo aspettarci niente di meglio delle meschinerie, delle nefandezze. Pigiati come siamo in una sorta di girone infernale dantesco, in un crogiolo, la pelle ci è diventata più dura del diamante per permetterci di compiere azioni in grado di affermare la nostra singolarità, la nostra soggettività.
Con la finitezza abbiamo smarrito il senso stesso del vivere comune, del trasformarci collettivamente in una nuova struttura unitaria. Ognuno così si ritrova solo con la propria idea limitata da perseguire fino in fondo.  Il vincolo di partecipazione emotiva anche se non è stato sciolto, perché non si può, è stato sicuramente sotterrato sotto montagne di interessi personali che si accumulano come immondizia in una discarica.
E’ per questo che ci riesce difficile accettare il vicino nella giusta maniera. E’ per questo che nei suoi confronti si finisce per agire con “furbizia” e cinismo. Se non capiamo che dobbiamo trascenderci in una nuova struttura “biologica”, in una vera società, tutto quello che ci rimane è continuare ad essere diversi gli uni dagli altri e aspettare, aspettare….aspettare.
La trappola della finitezza ci inchioda a rimanere essere autopoietici di secondo ordine e intanto che rimaniamo di quella convinzione non possiamo far altro che accrescere a dismisura il nostro egoismo. Ci è vietato addentrarci razionalmente nella sperimentazione di una nuova possibilità: quella di esseri autopietici di terzo ordine.

Di questa trappola, tuttavia, non possiamo incolpare nessuno. Ce la siamo trovata semplicemente sul nostro cammino. La sperimentazione può proporre anche soluzioni catastrofiche. Non è detto che tutte le ciambelle debbano riuscire col buco.
Da questa trappola però possiamo sicuramente provare ad uscire, affinando ulteriormente la razionalità. Parafrasando Nietzsche possiamo dire che dovremmo imparare a camminare sulla corda tesa tra l’animale e il superuomo, evitando però di cadere come il suo funambolo.
Da Nietzsche, però, ci differenzia nettamente l’idea di superuomo, che sicuramente per noi non è un super essere autopoietico di secondo ordine, non è il singolo individuo capace di accettare il destino, l’amor fati, la sfida della finitezza. E’, invece, un individuo capace di autostrutturarsi in modo nuovo, accogliendo consapevolmente e potenziando quei desideri  naturali che lo spingono verso l’altro, verso la realizzazioni di “sinapsi culturali” talmente performanti da essere capaci di realizzare una realtà completamente nuova, rivoluzionaria. Il superuomo è la società che si allaga in ognuno di noi per occuparvi uno spazio importante, determinante.
In questo modo, la morale può essere identificata con la scelta di “osare” ad andare oltre, di aprirsi con l’intento di potersi “incontrare” a profondità mai conosciute. Morale è ritornare con una scelta consapevole al dividuum delle origini e non rimanere assurdamente l’individuum di sempre che non può andare da nessuna parte.

Nella trappola purtroppo è difficile avvedersi di quale meravigliose realtà potremmo diventare partecipi. Come ha sottolineato E. Morin, il potenziamento della soggettività si impone al centro del software egocentrico e letteralmente soggioga l’individuo che si trova allora posseduto all’interno di sé stesso. Il soggetto autonomo tende a svanire nel soggetto dipendente quando il Super-Io dello Stato, della patria, del Dio o del Capo si impone all’interno del software di inclusione.
Così la soggettività invece di diventare elemento costitutivo di una realtà superiore, diventa, al più, possibilità di ritrovarsi in un unico gregge, di costituire una massa informe e senza armonia alcuna. Senza legami l’individuo non può considerare assolutamente la possibilità di svilupparsi insieme agli altri, di concatenarsi con loro, e finisce così per diventare un gregario o  un capo.

Lo scadimento in una di queste due condizioni, che sono pur sempre entrambe limitate,  è il prezzo che abbiamo pagato fino ad oggi per avere acquisito un potente modo di essere come la razionalità. L’abbiamo pagata e finalmente possiamo considerarla nostra, liberi di poterla utilizzare al meglio.
Per fortuna, lo smarrimento del senso originario sembrerebbe rimasto custodito dalla conoscenza emotiva. E’ per questo che occorre guardare all’emotività, al sentimento, alla poesia che, come ha sostenuto Heidegger, è la casa dell’essere.
Come custode dell’essere la poesia cerca quindi incessantemente di portare in superficie le emozioni, di sbatterle in faccia alla razionalità, per mostrarle un’evidenza della conoscenza  profonda che continua ancora oggi a venire ignorata. Così la poesia lancia le sue urla sempre più strazianti di fronte al saccheggio che la “casa dell’essere” subisce ogni giorno.
Per Leopardi la poesia è rimasta l’ultima possibilità per riuscire a sopportare l’idea del nulla che oramai incombe tremendo.
Al pessimismo Leopardiano può, per fortuna, far eco l’ottimismo della stessa ragione che si ravvede e chiede di ascoltare e interpretare correttamente l’emotività. Percorso iniziato sicuramente da Goleman con il suo noto libro l’intelligenza emotiva.
Solo se la ragione riuscirà a guardare nelle profonde gole del sentimento riuscirà a far emergere in superficie, alla luce, quello che masse di individui dediti alla meditazione riescono a scorgere con grande concentrazione nelle oscure profondità dell’animo.

 

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Bibliografia

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