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“Conosci te stesso”
Viaggio dentro la conoscenza di se stessi passando per: Ramana Maharishi - Nisargadatta Maharaj - Douglas E. Harding di VanLag - novembre 2007
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Pagina 1 - Piccolo manuale per orientarsi nella ricerca
Pagina 1 - Ginnastica per scaldare i muscoli
Pagina 1 - Inizio del viaggio

Pagina 2 - Ramana Maharishi

Pagina 3 - Nisargadatta Maharaj
Pagina 3 - Torniamo in Occidente

Pagina 4 - Cosa possiamo vedere di noi?
Pagina 4 - Douglas E. Harding
Pagina 4 - Esperimento
Pagina 4 - Dalla teoria alla pratica

 

Piccolo manuale per orientarsi nella ricerca

Prima di inoltrarci in questo breve “viaggio” sulla ricerca di se stessi, ho stilato una “piccola guida dell’esploratore”, con  alcune informazioni o accorgimenti che possono aiutare ad orizzontarci.

Intanto questa ricerca contiene un paradosso perché lo scopo della ricerca è trasformare l’ego nel , ma la ricerca è iniziata normalmente dall’ego stesso, che cerca, nel cammino spirituale, dei benefici per accrescersi e non per trasformarsi. Ci sarà un punto nel percorso dove questo sarà più o meno evidente e saperlo in anticipo è bene.

I continui riferimenti al Sé e all’ego potrebbero fare credere che ci siano due entità dentro noi; due “io” ma è ovvio che non è così. L’io è uno e quello che varia è la modalità di percezione…. Non conosciuto l’”io” origina l’ego, una volta conosciuto l’”io” si “ricorda” di essere il Sé.

Per conoscerci dobbiamo accettarci, altrimenti non riusciremo a fare emergere i lati di noi che ci sono insopportabili, e per accettarci dobbiamo svestire non solo i pregiudizi ma anche i giudizi ai quali siamo avvezzi. Rammentiamo che il processo di conoscenza non è un processo di cambiamento. Il cambiamento può avvenire o meno dopo la conoscenza, ma per ora non è il nostro fine.

Occorre essere disponibili alla scoperta. Quello che troveremo potrebbe, secondo la mentalità comune, essere assurdo, impensabile o persino “pazzesco”. Non importa! Noi vogliamo conoscere, oltre ogni ragionevole dubbio, ciò che siamo. Analogamente non spaventiamoci se scopriamo di essere diversi da ciò che pensavamo e diversi dagli altri. Non siamo noi ad essere fuori posto ma è la nostra cultura che ragiona per stereotipi e per modelli. Il fatto che ci troviamo “diversi” in realtà può essere un buon segno, siamo in marcia verso la nostra originalità.

Facciamo appello a tutta l’umiltà che possiamo raccogliere. Abbiamo intrapreso un cammino umano e spirituale profondo ma non per questo siamo autorizzati a pensare di essere migliori di altri. Anzi, c’è un’avidità pazzesca in chi ha “ambizioni spirituali”. Il mio maestro soleva dire: - Siete pieni di avidità – oppure – Vedo solo avidità attorno a me –  e pure Nisargadatta diceva: - Nessuna ambizione è spirituale – o ancora - Il desiderio di un uomo per una donna è pura innocenza se paragonato alle ambizioni spirituali – Dobbiamo accettare che a muoverci sono motivazioni egoistiche, questo assieme all’umiltà ci aiuterà a “digerire il rospo” quando ciò che troveremo, non piacerà al nostro ego.

Impariamo a distinguere tra esperienza e sperimentatore. Le esperienze possono essere di innumerevoli tipi, dalle più sublimi alle più degradanti, ma lo sperimentatore è sempre e solo uno ed è quello sperimentatore che vogliamo conoscere indipendentemente dalle sue esperienze.

Ciò che troveremo potrà apparire semplice ed ovvio e la semplicità delle risposte potrebbe non appagare menti contorte come le nostre occidentali. Ma fidiamoci di ciò che troviamo, la Verità è  bella, agevole, semplice ed aperta a tutti.

Gli insegnamenti dei primi due maestri, in accordo a “certe” filosofie orientali, assimilano il Sé, (anche il nostro), al Divino, e, se non avete confidenza con questi concetti, un’affermazione del genere potrà sembrarvi improponibile. Il mio consiglio è di accogliere questo assioma almeno come un’ipotesi e vedere da voi se è vero o meno. In fondo, sinceramente, finché non arriviamo a conoscerci pienamente non possiamo sapere se quanto affermano sia vero oppure no.

 

Ginnastica per scaldare i muscoli

All’alba della conoscenza, a Delfi, sul frontale del tempio di Apollo, si trovava scritto: “gnôthi seautón”, la cui traduzione in italiano significa: “conosci te stesso”. Doveva essere un monito importante e solo l’opera capillare di cancellazione della cultura pagana, attuata dal cristianesimo, spiega la quasi totale sparizione nel mondo moderno di questo insegnamento. Se è rimasto qualche riflesso è solo perché Socrate ne fece il fulcro della sua filosofia. Per contro, la cultura occidentale si è intrisa, nel corso della sua storia, del teismo proprio delle religioni mediorientali, (ebraismo e cristianesimo). Da lì in poi tutta la ricerca spirituale ed umana dell’occidente si è rivolta a cercare la Divinità fuori dall’uomo e così facendo si è dimenticato assai, troppo il “cercatore” al quale veniva e viene chiesto, sempre più, non già di “essere se stesso”, bensì di “essere un “clone del divino”.

Bisogna arrivare alla psicologia moderna per ritrovare in occidente un cambio di tendenza e vedere riapparire l’importanza della conoscenza di se stessi e l’amore per tale conoscenza, anche se la psicologia persegue quella ricerca non tanto per seguire la via della trascendenza, ma per ridare all’uomo la sua integrità e la sua dignità, al fine di vivere una vita integrata e bella. Una vita integrata e bella è una delle conseguenze dell’auto-realizzazione la quale, rispetto alla psicologia, ha forse semplicemente un obbiettivo più alto, appunto trascendente.

Ne deriva che, tranne la psicologia, l’occidente non ha né “scuole” né maestri che guidino in questo percorso e, se vogliamo interapprendere un serio cammino verso la conoscenza di noi stessi, dobbiamo rivolgerci altrove, in modo particolare all’India. Nel subcontinente indiano, infatti, le cose sono andate diversamente, e quell’antica sapienza è stata preservata nella sua integrità e trasmessa da maestro a discepolo, così che ancora oggi la si può trovare viva e pulsante negli insegnamenti di maestri di diversi lignaggi. Dalle loro parole possiamo recuperare il senso di quella domanda, ma anche le tecniche di indagine e persino la suggestione a dove quella domanda punti.

 

Inizio del viaggio

Intanto è bene specificare che la conoscenza di se stessi non è una conoscenza tra le altre, diversificata dalle altre conoscenze, solo perché invece di cercare fuori di noi cerchiamo dentro di noi. Non è neppure comunanza col conoscitore, sebbene nel procedere passi attraverso questa simbiosi. Essa è più simile ad una pratica o un percorso, nel quale il processo di “conoscere” si tramuta in “essere” e conoscitore e conosciuto si dissolvono lasciando il posto solo alla conoscenza.

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