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Auschwitz e la filosofia. Una questione aperta

Di Giuseppe Pulina - Luglio 2015

Da: Auschwitz e la filosofia. Una questione aperta di Giuseppe Pulina, Diogene Multimedia, Bologna, 2015.

 

 

Auschwitz e la filosofia. Una questione aperta di Giuseppe Pulina Ci sono temi che in filosofia godono di un’attenzione speciale, tanto da poterli considerare come l’oggetto di un’inesauribile attualità. Uno di questi è il male. Nell’ultimo libro di Giuseppe Pulina Auschwitz viene inteso come la declinazione del male nelle forme della contemporaneità. Per farcene un’idea, proponiamo ai lettori una selezione di brani tratti da “Auschwitz e la filosofia”, dove l’autore imbastisce un discorso filosofico sul male, chiamando in causa Derrida, Ricoeur, Wiesel, Bauman, Amery, Hannah Arendt, Anders, Jonas, Adorno e tante altre autorevoli voci della storia della filosofia.

 

Tema dominante del libro è la memoria.
“La memoria non è sempre e solo qualcosa da ricordare, ma molto più sottilmente è ciò che ci chiede di ricordare. Non è solo un contenuto o una funzione, ma anche un monito, un imperativo su cui fondiamo la nostra identità. È vero o no che quando temiamo di dimenticare qualcosa di molto importante chiediamo ad altri di ricordarcelo? Un nodo al fazzoletto non scongiura la labilità della memoria. Fluida e impalpabile, la memoria è per sua natura sostanza deperibile. La memoria è un bene così prezioso che la principale angoscia dell’uomo dovrebbe essere la paura di perderla. Viene veramente difficile immaginare una forma più subdola e mortificante di sradicamento (déracinement, direbbe, sotto altri riguardi, Simone Weil) della nostra condizione di uomini”.

 

Si può fare memoria e, per così dire, tesoro del male?
«L’incomparabilità di Auschwitz non ammetterebbe eccezioni e nessun tentativo di comprendere ciò che è accaduto può essere messo in pratica, perché - si perdoni il gioco di parole - comprendere l’incomprensibile può confondere i termini della questione. Ma se, come spesso accade, preferiamo non pronunciarci su ciò che non comprendiamo, per Auschwitz è diverso, perché Auschwitz è stato l’incomprensibile, l’inaudito che ha fatto irruzione nella storia».

 

Se il male esiste, quale colpa potrà avere il Dio che non ne ha impedito la proliferazione? Leibniz, si sa, scagionerebbe Dio da qualsiasi responsabilità. Ma come la mettiamo con l’eredità di Auschwitz?

«Ma perché Leibniz e la memoria della Shoah? Siamo consapevoli del rischio contenuto in accostamenti tanto estremi e dobbiamo riconoscere, con Susan Neiman, che paragonare il terremoto che distrusse Lisbona verso la metà del ‘700 alla tragedia di Auschwitz “può sembrare non sbagliato ma mostruoso, perché rischia di concepire il secondo come una catastrofe più o meno naturale, esonerandone così gli autori; oppure perché rischia anche di mettere sullo stesso piano il Creatore e i criminali della peggior specie. Difficile dire cosa sia peggio: contemplare una possibilità di redenzione per il comandante di Auschwitz o una violazione di quelle rappresentazioni di Dio che perfino gli atei vogliono conservare”.
«Perché Leibniz, allora? Perché, malgrado lo scarto di tempo che lo separa dagli anni dell’affermazione della Germania nazista nel vecchio continente, è un punto di riferimento obbligatorio. Una delle possibili risposte alla ricorrente domanda sul perché ciò sia mai stato possibile (perché Auschwitz? perché Hitler? Perché proprio gli ebrei?) chiama in causa Leibniz e la sua visione del mondo in cui il male, nelle sue varie forme, sembra avere il posto che gli spetta».

 

Perché Auschwitz non appartiene al passato?

«Duole dirlo ma, rispetto all’europeo della fine degli anni Venti (quello che conobbe il fascismo e che mai avrebbe pensato che il primo conflitto mondiale si sarebbe ripetuto con modalità e dimensioni ancora più devastanti), noi avvertiamo ciò che si può chiamare futuro con un minore senso di fiducia e sicurezza, e ciò non si traduce necessariamente in una forma più evoluta di consapevolezza. Forse – osiamo chiederci – riteniamo tutto così compromesso da ritenere inutile valutare gli effetti che le nostre scelte e azioni avranno in un futuro più o meno prossimo? Se questo interrogativo esprimesse anche in piccola parte le nostre angosce, potremmo dire che Auschwitz ha davvero avuto ragione di noi, piegando la nostra resistenza e divorando la nostra capacità di immaginare e progettare il futuro».

 

Che cosa è allora Auschwitz?
«Auschwitz non è una semplice pagina di storia, e l’elaborazione di una possibile risposta alla domanda ci ha spinto a chiamare in causa diverse voci del dibattito contemporaneo sulla Shoah, in particolare quelle di Celan e Levi. E la risposta è stata: “No, non si può non insegnare la memoria; non possiamo sottrarci al compito di farcene garanti e testimoni”. Saremo forse solo delle staffette, ma il compito che ci siamo assegnati, superiore alle nostre forze, nobiliterebbe i nostri tentativi. Che cosa può esserci, in effetti, di più frustrante del tentativo di comprendere ciò che non può essere compreso? Pensare Auschwitz, soggetto altamente destabilizzante, è possibile solo in uno stato di permanente crisi del pensiero. Pensare Auschwitz significa fare di questo lager simbolo uno dei paradigmi della crisi della contemporaneità».

 

 

Giuseppe Pulina è insegnante di filosofia e giornalista, si occupa di comunicazione e di pensatori mitteleuropei. Ha all’attivo diversi saggi sulle filosofie personalistiche, sul rapporto tra etologia e filosofia e su argomenti epistemologici, pubblicati per le case editrici Zona, Giunti, Meditando, Interlinea e Plus. Ha dato recentemente alle stampe Rigor cordis. Per una filosofia del cuore (Zona, 2013).

 

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