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Riflessioni Filosofiche

Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Il senso della parola

di Marco Calzoli - Aprile 2021


La parola è stata definita come un guado nel passato. La vita umana in questa dimensione terrena è per natura breve e transeunte. I giorni dell’uomo si accavallano l’uno sull’altro in fretta e presto dileguano del tutto. Gli anziani dicono che la loro vita è stata come un soffio.
Allora la parola scritta che rimane nel tempo può testimoniare della vicenda di persone oltre il limite fisico dei loro giorni. Cosa pensava un medioevale? Il basilisco, il rapporto con Dio, le concezioni del tempo di allora sono ancora testimoniate nelle opere. Cosa pensava un antico? Il fato, Zeus capo degli dei, la morte di Pan sono tutti racchiusi in quegli scrigni meravigliosi che sono le opere dell’antichità.
Di solito nelle scuole italiane si approfondisce la storia dei greci e dei romani. Siamo grossomodo nel I millennio a. C. Gli strumenti che lo storico ha per ricostruire quel lontano passato sono i dati archeologici e le fonti scritte assunti secondo metodi di ricerca ben formalizzati. Gli ittiti sono una popolazione di lingua indoeuropea stanziata in Anatolia dal II millennio a. C. Ricostruire una civiltà più antica è un lavoro minuzioso portato avanti dagli storici con metodi diversi rispetto al passato greco e a quello romano. Anche gli ittiti hanno lasciato testimonianze scritte, per esempio nelle tavolette in cuneiforme. È per certi versi terribilmente straordinario riuscire a capire mediante queste testimonianze l’antica lingua di quella antica popolazione. Per esempio l’ittita fa luce su fenomeni linguistici che il vedico non ha. È vero che la scrittura ittita è imperfetta, ma ci sono certi fenomeni più antichi del sanscrito vedico. Ad esempio, la vocale a sanscrita oscilla tra ō, ŏ, ĕ. Anche Pāṇini, il grande formalizzatore del sanscrito classico, diceva che la a sanscrita non era pronunciata come una vera a. Ora, l’ittita fa oscillare, in maniera del tutto evidente foneticamente, la pronuncia di questa vocale tra due vocali: a, e.
Già nella letteratura ittita vi sono temi ricorrenti nelle civiltà del Mediterraneo. Pensiamo solo all’ossequio verso la parola (in una Bilingue un certo Zāzalla viene detto “oratore imbattibile”, mekki memiškatalla- come forma di esaltazione in quanto alle sue parole nessuno del consiglio degli anziani di Ebla osava avanzare obiezioni) e al motivo dell’abbandono del neonato, della sua salvezza prodigiosa e quindi della sua ascesa al potere (molto diffuso nelle tavolette ittite, pensiamo al Testo di Zalpa), presente, quest’ultimo, da Mosè a Romolo. E così via. Ma gli ittiti non sono all’origine di questo patrimonio di temi, che deriva invece dalla letteratura mesopotamica. “Questi esempi offrono innumerevoli prove della intertestualità presente nella letteratura ittita; tale fenomeno è il frutto del sapere degli scribi, che, conoscendo più lingue, erano in grado di riprendere e rielaborare motivi ricorrenti nella letteratura accadica o hurrita”(1).
La decifrazione dell’ittita ha rivoluzionato gli studi di indoeuropeistica. Oggi la linguistica storica è basata anche sulla ipotesi indoeuropea, che spiega somiglianze tra lingue distanti geograficamente senza giustificazione storica documentata. Se parole sanscrite somigliano a parole latine, ipotizza la teoria, è perché in una fase preistorica vi era una lingua comune di cui non ci è rimasta traccia, il cosiddetto indoeuropeo, dalla quale sarebbero nate molte altre lingue, come il sanscrito e il latino. Ricordiamo che l’indoeuropeistica è totalmente su base congetturale, in quanto l’indoeuropeo non ci è giunto. È possibile ricostruirlo, cioè ipotizzarlo, con il confronto tra le lingue che sarebbero da esso derivate. Se in sanscrito “fuoco” si dice agni e in latino ignis, è ricostruibile una forma analoga della parola per “fuoco” in indoeuropeo. Ma la ricostruzione dell’indoeuropeo lascia molti dubbi irrisolti. Per esempio, l’indoeuropeo avrebbe consonanti sorde, sonore e sonore aspirate. Ora, di norma in un sistema linguistico l’elemento marcato implica che il sistema stesso abbia anche l’elemento non marcato. Quindi l’indoeuropeo dovrebbe avere anche le sorde aspirate. Come colmare questa evidente lacuna? C’è chi ha proposto la teoria delle consonanti glottali (Gamkrelidze, Ivanov, e poi Hopper), secondo la quale il sistema consonantico  tripartito riconosciuto nell’indoeuropeo sarebbe l’evoluzione di una situazione originaria diversa(2). In ogni modo molti studiosi, attraverso la ricostruzione linguistica, cercano di capire anche società e Urheimat (luogo di origine) degli indoeuropei. Nelle vaie lingue che si ritengono figlie dell’indoeuropeo c’è una buona attestazione del termine “padre” (molto usato in linguistica), questo significherebbe una cosa molto importante: la figura paterna era alla base della società indoeuropea.
Come il cinese si basa sul monosillabo, il semitico sulla radice triconsonantica(3), l’indoeuropeo si basa  su un modello di radice CVC, consonante-vocale-consonante. La definizione della teoria della radice indoeuropea la abbiamo con Benveniste, è stata poi reinterpretata da Miller, e in seguito sviluppata da nomi come Maurer, Ammer, Magnusson, Jucquois. In ogni modo la scoperta della lingua ittita ha evidenziato molti altri fenomeni fonetici prima non conosciuti. Se l’idea classica era che la radice indoeuropea non inizi mai per vocale, l’anatolico potrebbe far ipotizzare altrimenti(4).
L’ittita presenta “l’assenza di una distinzione tra maschile e femminile; un’economia di coniugazione abbastanza particolare, dove gli stessi elementi formali identificati altrove si presentano in rapporti diversi; la conservazione di certi fonemi, che considerazioni di tipo algebrico, in assenza di effettiva documentazione, avevano indotto ad anteporre nella ricostruzione”(5). Tutto questo induce gli studiosi a riconsiderare molti elementi della indoeuropeistica classica oppure a intendere l’ittita come una lingua a sé.
Secondo il Modello dell’Albero, storicamente le lingue si differenziano come i rami di una pianta, cioè c’è una lingua madre, che dà altre lingue, ognuna di queste produce ulteriori lingue. Oggi gli studiosi riconoscono che questo modello sia troppo semplicistico e vi sostituiscono la Teoria delle Onde, per la quale l’evoluzione linguistica è come un’onda che si propaga in uno stagno. Se si lancia un sasso in acqua, si produce un’onda, cioè da una causa si produce un mutamento linguistico, una legge fonetica. Ma se lanciamo altri sassi, ci sono altre onde che producono a loro volta altri mutamenti linguistici. Queste onde si possono intersecare e produrre quindi mutamenti tra loro complessissimi, tanto che non si possono identificare con precisione. Già Ascoli, il padre della linguistica italiana, diceva che quando qualcosa non avviene è perché ha agito un’altra legge fonetica che non conosciamo. In questa situazione che deve essere complessissima, per alcuni si pone la diversità dell’ittita: devono essere successi tanti e tali mutamenti che non conosciamo e che così giustificano questa “stranezza”.
Qual è la lingua più antica dell’umanità? Per molto tempo si è creduto che sia il sanscrito vedico, con il quale sono espressi i Veda, i testi sacri dell’induismo. Oggi molti però fanno anteporre l’ittita al vedico: sarebbe l’ittita la lingua indoeuropea di più antica attestazione. Quindi bisogna andare ancora più indietro nel tempo. Le civiltà più antiche dotate di scrittura (o perlomeno di segni grafici coerenti) si collocherebbero attorno al III millennio a.C. e sarebbero tre: quella egiziana, quella sumerica e quella della Valle dell’Indo. Il primo scrittore della storia di cui si abbia il nome è una donna, Enheduanna, figlia di Sargon, re degli Accadi, sacerdotessa a Ur, vissuta nel XXIV secolo a. C. Il suo componimento più famoso è in sumerico ed è conosciuto come L’esaltazione di Inanna.
Già in quei tempi remoti ci sono alcune linee guida che saranno comuni fino all’uomo d’oggi, anche se nello specifico le differenze sono più rilevanti delle somiglianze. Il concetto di dio e il suo culto. La scrittura. La tecnica magico-scientifica per influenzare la realtà. L’uomo nella comunità. Il concetto di fato e destino. Quest’ultimo è alquanto diverso da quello di dio. Prendiamo l’esempio della Mesopotamia. Il fato non è oggetto di culto e non ha un nome proprio, ma viene genericamente definito shimptu in accadico. È qualcosa di impersonale. E questo è evidente soprattutto nel concetto mesopotamico di ME, termine sumerico intraducibile che indica le forze impersonali che costituiscono la realtà, che la guidano e che è possibile controllare mediante tecniche particolari da parte degli dei ma anche da parte degli uomini. Nella concezione mesopotamica gli dei hanno la possibilità di dirigere il fato e in pratica lo rendono operativo e efficace(6). Gli accadi hanno mutuato il concetto sumerico di me e hanno anche semiticizzato la parola facendola diventare mŭ (la desinenza –u ne fa una forma semitica) o la hanno tradotta parsu, “ordine dei riti”. Ma si è persa la tradizione fino ai giorni nostri, quindi ogni tentativo odierno di comprensione adeguata del concetto di me è vana(7).
Altre parole intraducibile della religione sumerica che hanno a che fare in qualche modo con la nostra idea di forza impersonale sono: nam (la regalità è detta nam-lugal: come se il re fosse scelto proprio dal fato?) e giš-hur (letteralmente “disegno, piano”)(8).
La lingua di più antica vita sarebbe l’egiziano, che vanterebbe una storia di 5000 anni, cioè fino ad oggi: il copto è l’ultima fase dell’egiziano ed è ancora oggi la lingua usata nella liturgia di certe chiese cristiane orientali. Il copto è espresso in un alfabeto derivato da quello greco con alcuni segni mutuati dalla scrittura demotica.
I Testi delle Piramidi sono scritti in antico egiziano, mentre l’egiziano classico è la fase successiva, detta medio egiziano, la lingua di Ramses II. Segue il neoegiziano, una lingua profondamente diversa, quella di Amenofi IV. Poi viene il demotico. Solo il copto ha un sistema di scrittura alfabetico, mentre antico egiziano, medio egiziano e neoegiziano sono espressi in geroglifico, ieratico e demotico.
Champollion nell’Ottocento riuscì a decifrare il geroglifico. Egli era un profondo conoscitore della lingua copta e della scrittura copta e studiando la Stele di Rosetta entrò nella storia con questa grande scoperta.
La bibliografia sulla lingua egiziana e in genere sull’egittologia è di inusitata vastità. Gli studiosi hanno esaminato ogni aspetto del lessico, della morfologia, della sintassi, della semantica, della storia e della scrittura di questa lingua così affascinante ma anche così difficile. Sono necessari molti anni di impegno per saper decifrare e capire un testo in geroglifico. Poi gli studi sono così numerosi che un egittologo si specializza in un certo periodo della storia dell’antico Egitto(9).
L’egittologia moderna nasce con la riscoperta dell’Egitto con le campagne napoleoniche. Quegli antichi manufatti sono carichi di un mistero sacrale che affascina ancora oggi gli specialisti come il grande pubblico. Sin da bambini abbiamo visto nei film il rituale della imbalsamazione, il quale però è poco conservato nella vastissima letteratura egiziana che ci è giunta (il manuale egiziano di imbalsamazione più antico in nostro possesso è il Papiro Louvre-Carlsberg), mentre ne parlano diffusamente gli storici classici (pensiamo a Erodoto o a Diodoro Siculo). L’imbalsamazione del corpo era il prerequisito per la sua sopravvivenza dopo la morte, che poi nemmeno esisteva per il faraone e i suoi dignitari, era un passaggio ai mondi superiori. Non tutti sanno che i geroglifici presenti nella tomba o i papiri sepolti assieme al corpo avevano la funzione magica di assicurarne il passaggio. A volte la mummia è ricoperta non solo di stoffa ma anche di strisce di papiro scritte con parole magiche, che gli studiosi riescono a leggere dopo millenni mediante tecniche sofisticate. È significativo che il termine egiziano per “parola” è medu, espresso dal geroglifico del bastone, come a dire che la parola è lo strumento mediante il quale avviene il viaggio tra le stelle per raggiungere il mondo dei beati.
Quelle antiche piramidi che svettano dal deserto erano le tombe di personaggi illustri destinati alla immortalità, non per nulla il termine egiziano per “piramide” è mer, in sostanza “amore”, ma che andrebbe tradotto meglio con “attrazione”, perché indica l’unione tra poli opposti. La piramide quindi è l’incontro tra terra e cielo, tra il mondo materiale e quello spirituale in un abbraccio inscindibile.
Nei confronti delle divinità l’uomo si trova in una duplice modalità. Da una parte deve abbandonare ciò che Paolo chiama “uomo vecchio”: deve abbandonare la sua condizione meramente terrena, le sue pulsioni solo carnali. In ebraico la radice PLL indica la preghiera ed è etimologicamente collegata con l’arabo falla, “intaccare, rompere”, quindi la radice potrebbe indicare che chi prega mortifica la propria natura inferiore e solo così si eleva fino a Dio. Ma, dall’altra parte, l’uomo che incontra Dio porta a compimento la propria natura che, scevra della sola materialità, viene sublimata in qualcosa di superiore. È ciò che Paolo chiama “uomo nuovo”, per cui l’umano in Dio non viene annientato ma portato alla perfezione.
Tommaso d’Aquino ha un passaggio che racchiude in sé il senso dell’intero cristianesimo: … cum enim gratia non tollat naturam sed perficiat, “poiché infatti la grazia non toglie la natura ma la porta a compimento” (Summa Theologiae I, 1, 8 ad 2). Sono state le eresie a voler eliminare del tutto la materia, invece il vero senso cristiano dell’uomo è che il suo ambito materiale venga non annientato ma portato a sviluppo in un ambito superiore. Per cui l’amore non va cancellato ma trasposto dalle creature al Creatore.
Il sumerico è considerato una lingua isolata, come l’etrusco, il basco, il giapponese. In Mesopotamia dopo sorse anche l’accadico, che invece è la lingua semitica di più antica attestazione. Anche l’egiziano viene considerato da molti come una lingua isolata: ha notevoli somiglianze con le lingue semitiche e altrettante somiglianze con le lingue camitiche.
In Egitto tutto era sacro. La scrittura e l’arte erano funzionali alla trasmissione e alla esaltazione della religione. I sacerdoti egiziani erano a servizio degli dei e del faraone, considerato una divinità, figlio di Ra, il dio supremo del pantheon egiziano.
Questi sacerdoti rispondevano ad un archetipo antichissimo per cui il sacro è collegato alla conoscenza. Erano loro i depositari della scienza egiziana, alquanto progredita, infatti i medici, che esercitavano entro i templi, facevano anche operazioni chirurgiche al cervello. Secondo la testimonianza di Porfirio (Sull’astinenza IV, 6), il filosofo stoico romano Cheremone diceva che i sacerdoti egiziani erano anche filosofi e si erano scelti i templi egiziani come luogo per praticare la filosofia.
Nei Testi delle Piramidi appare come la parola sia usata anche in senso magico per cui le allitterazioni tra le parole egiziane e i giochi di parole conferivano al testo una particolare efficacia magica. Questo uso sacrale della parola compare anche nella Bibbia per cui i richiami fonici possono conferire forza magica al testo: in Ezechiele 21, 13 ss c’è il canto della spada, ove si dà forza magica alla spada mediante alcuni giochi di parole(10).
Questa concezione tipicamente orientale della parola si ritrova anche ai nostri giorni nella magia della Cabala. La Cabala ebraica è suddivisa in scuole anche molto diverse tra loro. Secondo certi maestri è possibile ottenere l’unione con il divino anche attraverso le 22 lettere dell’alfabeto ebraico.
La lingua ebraica è una lingua semitica attestata dal I millennio a. C.. È la lingua nella quale è scritta buona parte dell’Antico Testamento, la prima parte della Bibbia. All’inizio l’ebraico era scritto in caratteri fenici, poi dal IV secolo a. C in una scrittura derivata da quella aramaica e detta “ebraico quadrato”. I 22 segni dell’ebraico quadrato sono stati e sono tuttora oggetto di lavoro esoterico da parte della Cabala. Con essi è stata compiuta la creazione da parte di Dio, quindi le 22 lettere dell’alfabeto ebraico sono la chiave per capire tutto ciò che esiste, non solo ma anche lo strumento per risalire, dalla creazione, fino a Dio. Recitando la lingua ebraica è possibile contemplare l’Onnipotente. Ogni lettera ebraica ha un valore numerico, quindi zimmer, “cantare”, ha valore numerico di 247. Lo stesso valore numerico ha in ebraico la frase “Noè trovò grazia” (Genesi 6, 8). Allora i cabalisti concludono che chi canta la lingua ebraica è benedetto da Dio Onnipotente.
Nel Salmo 81, 17 si legge: “Lo nutrirai con grano, lo sazierai con miele dalla roccia”. I cabalisti ebrei vedono in questo versetto un messaggio criptato di Dio Onnipotente. Grano, miele, roccia sono tre parole magiche che indicano l’evoluzione dell’uomo dalla schiavitù della materia all’incontro personale con Dio.
Grano è in ebraico chittà e ha valore numerico di 22, quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico. Come il grano permette il sostentamento dell’uomo materiale, così le lettere ebraiche permettono all’anima di vivere perché collegano l’uomo a Dio.
Roccia è in ebraico tzur. Questa parola ebraica può permutarsi in rutz, “corri”: attraverso le lettere ebraiche si corre verso Dio, cioè si procede verso l’infinita sua onnipotenza, liberandosi dalla schiavitù dell’Egitto (la dimensione materiale) e quindi ottenendo l’unione mistica con Lui.
Miele è in ebraico devash, che ha valore numerico 306, come la parola ebraica isha, “donna”. Quindi il miele allude all’incontro mistico con Dio. Come la donna permette l’estasi sessuale, la declamazione delle lettere ebraiche permette l’estasi spirituale con Dio, la salvezza, la liberazione dal mondo materiale e il ritorno nella Gerusalemme ultima.
L’importanza enorme tributata alla parola si riscontra particolarmente nelle civiltà orientali. C’è un hapax in Qoelet 12, 9: “Qoelet oltre ad essere sapiente, insegnò anche la scienza al popolo e ‘yzen molte sentenze”. Il verbo ebraico ‘yzen ricorre una sola volta e quindi non si sa con certezza cosa significhi. Gli studiosi ipotizzano il significato “pesò” per via della connessione etimologica con la medesima radice araba. “Pesare le sentenze” equivale a dire misurarle metricamente, quindi proferirle?(11) In ogni modo sembra che questo verbo indichi la grande attenzione degli ebrei nei confronti della parola (“soppesata” attentamente), come è tipico di una civiltà orale, nella quale tra l’altro in un giudizio la testimonianza orale valeva molto di più di quella scritta.
Se la parola è una entità importante e potente, allora può operare efficacemente nella realtà. L’ebraico dabar significa sia “parola” sia “cosa” sia “azione” sia “progetto”. Secondo una teoria, l’ebraico dabar avrebbe la stessa radice dell’arabo dubr, “schiena”: chi accetta questa connessione sostiene che in ambito semitico la parola significhi una entità dinamica di movimento (dal dietro in avanti) tesa a realizzare qualche cosa. Il Dio della Bibbia crea con la parola. Isaia 55, 11: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano più senza aver irrigato la terra ... così sarà la parola che esce dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver realizzato quanto volevo e senza aver compiuto ciò per cui l’ho inviata”.
In base a questo campo semantico, la parola può anche nuocere assai gravemente, può fare male. In CD 10, 17 risulta che ai membri della comunità di Qumran era vietato di sabato “dire una parola stolta o cattiva o empia”, ‘l jdbr ‘jš dbr nbl wrq. Nella iscrizione aramaica di Panamuwa I a Hadad si legge questa frase: w’nk ḥrb w-lšn, “eliminai la spada e la lingua” dalla casa regale. Il verbo w’nk è una integrazione di Tropper: questa parola della iscrizione si legge male e ogni integrazione è congetturale. Il sostantivo aramaico antico lšn è “lingua”, quindi il significato della frase è che il re Panamuwa ha eliminato intrighi e maldicenze all’interno del palazzo. Del resto, altrove in aramaico e anche in ebraico lšn ha altresì un uso metaforico nel senso di “calunnia”. È significativo che la lingua venga messa sullo stesso piano della spada, ḥrb, e quindi della sedizione e della guerra (in siriaco ḥarbā significa sia “spada” sia “guerra”). La lingua tagliente o velenosa, come diciamo noi oggi, può fare molto male perché in sé è potente(12).
Quando pensiamo al mondo vicino orientale, ebraico, aramaico, mesopotamico, e così via, la letteratura e i diversi usi della parola non erano qualche cosa di privato, ma avevano sempre una funzione sociale, e per di più assai rilevante. Questo aspetto della parola era presente in parte anche nell’antica Grecia e nell’antica Roma. Nella Dedica in greco a Erode il Grande a Sī’ (Auranitide, regione della Transgiordania settentrionale che costituì la provincia greco-romana ricordata con questo nome da Giuseppe Flavio) si può leggere: “Al Re Erode Signore, io Obaisatos figlio di Saodos posi la statua a mie spese”(13). Il termine che abbiamo tradotto con “signore” è nell’originale greco della Dedica: kurios. All’inizio, per i sovrani orientali, come era Erode, il titolo “signore” non aveva valenza religiosa, come dimostrato a sufficienza da Cerfaux. In seguito venne applicato alle divinità per indicare la loro sovranità sulle persone: e diventerà quindi anche un termine tecnico del Nuovo Testamento riferito al Cristo. Nell’età antica con le parole e i titoli non si andava per la leggera. Appellare Cristo “signore” proprio con quel termine significava, in una società della parola, eleggerlo a tutti gli effetti davanti a tutti gli ebrei: capo politico. Quindi il potere effettivo romano non gradiva. Ad una attenta analisi dei vangeli, risulterebbe che Cristo sia stato ucciso come terrorista antiromano, cioè come zelota: fu crocifisso in mezzo a due “malfattori”, che era un termine di allora per indicare questa categoria di oppositori del potere romano.
Non solo la Cabala, ma anche la tradizione musulmana ha sviluppato una autentica mistica della parola. In Corano 51, 56 è scritto: “E’ solo perché mi adorassero che ho creato i demoni e gli uomini”, wamā khalaqtu l-jina wal-insa illāliya’budūni. Quindi il fine ultimo della esistenza degli uomini poggia nella adorazione di Dio. In Corano 2, 30-32 è scritto che Dio diede alle cose i nomi e all’uomo la conoscenza di questi nomi delle cose. La tradizione islamica ha iniziato a vedere in questo celebre passo coranico un senso ulteriore: Dio insegnò all’uomo non solo la conoscenza dei nomi delle cose, ma anche dei Nomi di Dio (asma’ al-haqq). Se all’apertura del Corano si dice “In nome di Dio Clemente e Misericordioso” e non solo “In Dio”, questo significa che Dio ha dato al suo Nome un particolare valore. In Corano 77, 1 è scritto: “Glorifica il Nome del tuo Signore, l’Altissimo!”. La parola araba “glorificazione”, tasbih, è sinonimo di tanzih, che significa anche “trascendenza”: quindi la glorificazione del Nome di Dio è l’atto mediante il fedele riconosce la Trascendenza assoluta di Dio rispetto a tutte le creature(14). Nella tradizione mistica islamica è sorta anche una scienza delle lettere, ‘ilm al-huruf, all’interno del sufismo(15). Ci sono infiniti commenti riguardo al valore di certe lettere isolate che compaiono all’inizio di alcune sure del Corano. Ad esempio in apertura della sura seconda ci sono queste tre lettere isolate: A, L, M. Secondo un sapiente islamico, esse nascondono un senso segreto: il Nome di Dio, Ana ALlaH a’laM, “Io, Dio, Il Più Sapiente”. Ricordiamo che l’arabo Allah non è il nome proprio di una divinità, come Zeus o Atena, ma significa genericamente Dio. È formato infatti dalla radice semitica della divinità (‘el/’al) assieme all’articolo determinativo arabo al-, quindi Allah di per sé vuol dire “il Dio”, “Iddio”, nel senso di Dio Supremo. Secondo un’altra etimologia, Allah deriva dalla voce siriaca alaha, “divinità”. È una possibile etimologia degna di nota, in quanto l’arabo coranico presenta molti prestiti dalla lingua siriaca.
Anche i vari maestri della Cabala parlano abbondantemente del valore mistico del Nome di Dio, che per gli ebrei è: YHWH. In Esodo 3, 14 Dio si rivela come “Io sono Colui che sono”, ‘Ehyeh asher ‘Ehyeh. Ma non solo la Cabala: tutta la tradizione ebraica si è soffermata sul mistero ineffabile del Nome di Dio. Ci sarebbe un collegamento tra Dio e le middot dell’uomo, cioè le sue azioni. Dio può essere percepito a seconda di quanto l’uomo è capace di percepirlo. Dio si manifesta severo con i peccatori e misericordioso con i giusti. Su questa linea un midrash recita: “Io sono chiamato ‘Ehyeh asher ‘Ehyeh secondo le mie azioni”.   Dio si manifesta secondo l’azione dell’uomo. Per i chassidim del XVIII secolo, un’altra corrente mistica ebraica, Dio regola il comportamento a seconda di quello dell’uomo. Quindi Shem Tov spiega il Nome di Dio ‘Ehyeh asher ‘Ehyeh sulla base del Salmo 121, 5 in cui si rivela: “Dio è la tua ombra”(16).
Ma da un punto di vista strettamente filologico la locuzione ebraica ‘Ehye asher ‘Ehyeh può essere intesa in diversi modi:

  1. La traduzione greca dei LXX la rendono come “Io sono colui che è”, vale a dire “Io sono l’Esistente”, in greco egō eimi o ōn.

  2. La traduzione italiana “Io sono colui che sono” pone l’attenzione su un modo di essere di Dio. Mosè chiede a Dio chi sia e Dio risponde in questo modo, dicendo di essere indicibile e incomprensibile per l’uomo.

  3. Nell’Antico Testamento il verbo essere all’imperfetto, prima persona, compare 65 volte assieme al passo di Esodo 3, 14: prescindendo dalle 22 attestazioni con W consecutivo e da alcuni passi dubbi, il verbo coniugato in questo modo ha sempre un significato futuro (o perlomeno ottativo), quindi andrebbe tradotto “Sarò colui che sarò”. Già le versioni antiche di Aquila e Teodozione rendono in greco esomai os esomai.  Il senso sarebbe uguale all’espressione “sarò con te”, ‘ehyeh ‘im, che compare poco sopra (Esodo 3, 12).

Il nome YHWH deriva dalla radice consonantica ebraica “essere, diventare” (nella sua forma arcaica) con un prefisso di terza persona maschile. Non presenta la vocalizzazione, quindi non sappiamo pronunciarlo. Gli ebrei ancora oggi non lo pronunciano e nei passi biblici in cui ricorre pronunciano al suo posto la parola Adonai, “Signore”. È evidente che YHWH sia collegato al nome “Io sono colui che sono” di Esodo 3, 14. I maestri della Cabala insegnano che meditando il Nome di Dio YHWH si può entrare in estasi e incontrare il Creatore. È significativo che nella Torah (i primi cinque libri della Bibbia) questo Nome compare 1820 volte, un numero che è pari a 70 volte 26. Il numero 26 è pari al valore numerico delle lettere del Nome: Y (10), H (5), W (6), H (5). Mentre 70 è il valore numerico della parola ebraica sod, “segreto”.
Come abbiamo detto, esistono differenti scuole di Cabala ebraica. Essa è stata rivisitata anche dai cristiani in modi assai diversi, esiste altresì un pensiero cabalistico ermetico. Ci sono anche sistemi iniziatici occidentali che si rifanno alla Cabala. Secondo uno di essi, esistono corrispondenze tra le Sephirot della Cabala e i chakra. Le 10 Sephirot assieme a Daat si dispongono in una configurazione detta Albero della Vita. Daat corrisponde al chakra della gola, invece Yesod al chakra dei genitali. Se si rovescia l’Albero della Vita e si sovrappone ad uno regolare, avvengono dei fenomeni indicativi di verità esoteriche. Daat si sovrappone a Yesod. Questo significa che il culmine della iniziazione è una Parola energizzata dalle energie sessuali. Daat (gola) viene energizzata da Yesod (genitali)(17). È la Parola Ritrovata dopo averla Perduta. È il superamento del Peccato Originale. È il Resurrezione Cristica. La nuova creazione. Il Risveglio della Kundalini con l’apertura del Terzo Occhio.
Altresì le concezioni indiane pongono in essere una vera e propria mistica del suono. I molteplici mondi emanano dal Principio divino mediante il suono AUṂ, quindi ripetendo questo mantra fondamentale è possibile risalire i mondi e ritornare alla Divinità primordiale. Allora gli dei, gli uomini e le cose derivano da quella vibrazione originaria, la quale costituisce tanto la loro essenza spirituale quanto il loro nome, ragion per cui conoscendo il nome degli dei, degli uomini e delle cose si ha un grandissimo potere su di essi. Il sanscrito ha 54 lettere, che costituiscono le 54 manifestazioni della Potenza divina, detta Shakti. Queste 54 lettere sono altrettanti parti del corpo di Shakti sparse nel mondo e presenti sia in vari territori dell’India meta di pellegrinaggio sia all’interno del corpo sottile dell’essere umano, il lingasharira, come centri di potenza, e alcuni di essi costituiscono i sette chakra(18).
In India si insegna che recitando i Nomi di Dio si può avanzare spiritualmente fino alla liberazione. Il dio Kṛṣṇa viene nel mondo per rivelare e diffondere il suo Nome per il vantaggio della umanità. Sri Caitanya Mahaprabhu nacque sulla terra nel 1486 e viene considerato una incarnazione del Dio Assoluto, che come dicono le scritture sacre può decidere di prendere la forma anche di un essere umano. Dedicò la sua vita alla diffusione dell’amore e dei Nomi di Dio. Sin da piccolo era sensibile a questi Santi Nomi del Signore: quando in fasce li sentiva, smetteva di piangere.
Nella mitologia vedica si parla di un nome segreto all’origine della creazione. Ṛg-Veda X, 55, 2: mahat tan nāma guhyam puruspṛg yena bhūtaṃ janayo yena bhavyam, “questo è il grande, molto desiderato nome segreto dal quale hai generato tutto ciò che è divenuto e per cui (creerai) tutto ciò che sta per divenire”. Atharva-Veda XVII, 1, 29: mā mā prāpat pāpmā mota mṛtyur antar dadhe ‘haṃ salilena vācaḥ, “non mi colpisca né il maligno né la morte. Io vi interpongo l’oceano della parola”. Ci sarebbe quindi in filigrana una connessione tra il nome e l’elemento acquoreo: questo binomio sarebbe all’origine della creazione(19).
Per la mitologia indiana il principio assoluto della realtà è il Brahman e la sua prima manifestazione è Vāc, Parola.  Invece per la Scuola dello spanda, al principio di tutto vi sarebbe spanda (vibrazione, movimento). Secondo il trattato Yogavāsiṣṭha, c’è sì una entità assoluta che però emette una vibrazione (spanda) e questa determina svatā. Attraverso un processo graduale, come un accumulo di vibrazioni, si forma l’intero universo. Si tratta di una serie di vibrazioni o movimenti del pensiero di questa entità suprema, detti bhāvanā, propri del manas, la sua mente. È insomma un po’ come la divinità suprema del mazdeismo, Ahura Mazda, il cui nome significa “Signore che crea con il pensiero”. Questo trattato indiano sembra intendere lo spanda come il prāṇa dei śivaiti, il quale per l’appunto vibra. Questa energia che vibra dà origine alla mente dell’uomo e, dato che i pensieri umani sono a loro volta all’origine del mondo fenomenico, dà origine anche alle percezioni(20).
Qualcosa di analogo è presente pure nella mitologia norrena. L’abisso primordiale prima della creazione è detto Ginnungagap. In esso ad un certo punto emergono tre vibrazioni, tre camere sonore, rappresentate da tre esseri mitologici che formano il triangolo Valknut. Sono il suono collettivo da cui emersero le linee oscillanti, stav, della vibrazione sonora che ha creato l’universo(21).
Schneider si spinge a dire che nelle varie culture sempre all’inizio c’è vibrazione, suono, parola, musica. Ecco le sue parole: “La fonte dalla quale emana il mondo è sempre una fonte acustica. L’abisso primordiale, la bocca spalancata, la caverna che canta, il singing o supernatural ground degli Eschimesi, la fessura nella roccia delle Upanisad o il Tao degli antichi Cinesi, da cui il mondo emana ‘come un albero’, sono immagini dello spazio vuoto o del non essere, da cui spira il soffio appena percepibile del creatore. Questo suono, nato dal Vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare il Nulla e, propagandosi, crea lo spazio. È un monologo il cui corpo sonoro costituisce la prima manifestazione percepibile dell’Invisibile. L’abisso primordiale è dunque un ‘fondo di risonanza’, e il suono che ne scaturisce deve essere considerato come la prima forza creatrice, che nella maggior parte delle mitologie è personificata negli dei-cantori. Nei miti, la materializzazione di questi dei, nella forma di un musicista, di una caverna nella roccia o di una testa (umana o animale) che grida è, evidentemente, soltanto una concessione fatta al linguaggio più concreto e immaginoso del mito(22).
Il problema di Dio è stato affrontato da tutte le grandi civiltà. Per Girard tutte le religioni nascono dalla paura della morte. Eliade osservava che nelle civiltà antiche lo spazio di una città era organizzato secondo una precisa simbolica del centro, cioè attorno al tempio. Tuttavia sin dai tempi più remoti vediamo che gli dei e gli antenati erano venerati anche dentro la propria abitazione, pensiamo al culto dei numi tutelari presso i romani. L’abitazione richiama l’idea della famiglia e del clan di appartenenza. Tutti gli avvenimenti importanti di una famiglia romana avvenivano alla presenza delle effigi di questi numi tutelari, come se fossero realmente presenti. Come la divinità protegge dalla morte, così il parentado ha una funzione antropologica di sopravvivenza. Anticamente vi era un confine più sottile di oggi tra il mondo divino e la funzione familiare. Non per nulla nei popoli primitivi il linguaggio della parentela ha stretti collegamenti con il linguaggio del corpo, forse come se la parentela sia qualcosa di costitutivo della vita fisica e quindi della sua sopravvivenza(23). Nell’antica Grecia vari ambienti della abitazione erano santuari dedicati a qualche divinità: per esempio le stanze negli angoli del salone (muchoi) erano dedicate a quelle divinità che proteggevano il guadagno, al quale la famiglia doveva la propria sussistenza. La stessa funzione di aiutare nella sussistenza ha, sul piano materiale, la famiglia e il clan. Anticamente presso i greci gli Eroi avevano la stessa funzione dei Lari romani, protettori: per Nietzsche il greco ērōes deriverebbe da sarv, servare, “proteggere”, pertanto la S iniziale cade con acquisizione dello spirito aspro, quindi abbiamo erFōes, il F cade e per allungamento di compenso otteniamo la forma ērōes(24).
Per altri la trascendenza è una tendenza innata in ogni uomo e quindi di riflesso in ogni civiltà. Per Tommaso d’Aquino l’uomo possiede una naturale tendenza a vedere Dio. In tutte le cose l’uomo cerca un Oltre. Ha una intelligenza che vuole arrivare alle cause delle cose, quindi in ultima istanza vuole arrivare a Dio. Ha una volontà intesa come appetitus boni, tendenza al bene, cioè in definitiva a Dio, che è il Sommo Bene. L’uomo lo cerca in tutto ciò che fa, ma nella materia non lo trova e non può mai giungere con le proprie forze a vedere Dio, anche vi tende sempre. L’incontro con Dio è, per Tommaso d’Aquino, una grazia concessa dall’Onnipotente.
Esiste una vaga spiritualità in ogni persona, che è il rispetto per il bello, per il bene, per la grandezza. È l’amore per l’arte, l’amore per una donna o un figlio. C’è in tutto questo sempre qualcosa di sacro. La religione fa un passo in più e formalizza il sacro in una Persona divina, che vuole determinati riti. Il Dio di una religione chiede segni esteriori: andare in sinagoga per gli ebrei, andare a Messa per i cristiani, partecipare alla preghiera del venerdì per i musulmani. In ebraico “segno” si dice ‘ot, parola formata dalla prima lettera dell’alfabeto ebraico (Aleph) e dall’ultima (Tav). Quindi il segno esteriore deve essere, per l’uomo, il sigillo che accompagna tutta la vita, dall’inizio alla fine, come prova di fedeltà entro il rapporto sponsale tra Dio e l’uomo, sulla falsariga della rivelazione del profeta Osea.
Non stupisce quindi che nelle religioni ogni atto importante dell’uomo viene assunto come simbolo per l’unione con Dio. Nella Messa si offre pane e vino, elementi essenziali della vita umana. Nei culti di Shiva si rappresenta un grande fallo, segno della generazione umana.
Tutte le religioni hanno nel culto l’elemento della parola, tratto distintivo dell’uomo rispetto agli animali: il testo sacro, il rito orale. Abbiamo visto la Cabala, che esalta la parola come strumento di unione con Dio.
Spesso nei miti fondatori di una religione gli dei creano mediante la parola. Nell’antica Mesopotamia l’Enuma Elish è un’opera in accadico che mostra la creazione dell’universo come una grande battaglia tra potenze divine. Il testo era molto importante, quindi veniva declamato durante l’Akitu, il capodanno babilonese. L’uomo viene creato dagli Annunaki(25), esseri provenienti dal cielo mediante dei veicoli volanti. Il dio Marduk crea le costellazioni del cielo parlando. Su questa base babilonese forse è sorto il racconto della Bibbia ebraica per cui Dio nomina le cose e queste acquisiscono esistenza. All’inizio del Vangelo di Giovanni si dice che in principio era il Logos, cioè la Parola, e mediante il Logos tutto è stato fatto. Ma il potere creativo della parola è presente anche nel dio creatore egiziano Ptah e, se vogliamo risalire forse all’archetipo, in un famosissimo inno sumerico, dove la divinità è invocata come Lugal-an-ki, cioè Signore (lugal) del cielo (an) e della terra (ki), il quale è definito Parola Efficace (inim kal), in quanto dalla sua parola si squadernano e si accrescono tutte le cose esistenti. I filosofi stoici usavano il termine Logos per indicare il principio creatore; per il neoplatonismo era un essere reale; del Logos ne parlava anche Filone.
Spesso nei racconti mitici dei popoli antichi si parla dell’origine del mondo come di una battaglia tra dei, presente anche per affermare la supremazia nell’ambito della regalità divina. Pensiamo altresì al grande ciclo epico hurrita del dio Kumarbi, di cui abbiamo una versione ittita oggetto di indagine meticolosa da parte degli ittitologi. Una sua sezione è il Canto di Ullikummi, nel quale si fronteggiano questo dio e il dio Tarhunta. Quest’ultimo chiede aiuto al dio Ea, il quale riesce a sconfiggere Ullikummi. Il testo ittita è molto chiaro. Ea informa: “Ecco, ho stroncato (hullanun) Ullikummi, il Basalto. Andate e continuate a colpirlo (zahhisketten) ulteriormente”. Sembra che sia il contrasto bellico tra il Caos, rappresentato da Ullikummi, e l’Ordine, infatti Ea è definito in ittita hattannas hassus, “re della sapienza”(26).
Quindi qualche fatto legato alla violenza pare essere presente anche nei racconti della creazione indoeuropei.  Lo sostiene pure Lincoln, il quale ipotizza sulla base delle testimonianze mitiche che il mito originario indoeuropeo della creazione prevedeva questo: il primo sacerdote officiò il primo sacrificio uccidendo suo fratello (e primo re) e il primo bovino. Pensiamo solo al Ṛg-Veda X, 30, 11-14, nel quale si narra che il mondo nasce dallo smembramento dell’Uomo Cosmico o Puruṣa(27).
Nel mondo antico la divinità concede i benefici all’umanità attraverso il sovrano, che è il suo rappresentante in terra. La Giustizia non è mai concepita come una entità laica, ma attiene alla sfera religiosa. La giustizia è un attributo della divinità, la quale mantiene l’ordinamento sociale, dispensa ogni tipo di beneficio alla comunità, rende a chiunque ciò che si merita. Nell’antico Egitto la dea Maat ha il nome che in egiziano significa “ordinamento, giustizia, verità”. In accadico la “giustizia” è detta misarum, da una radice semitica ben attestata in queste lingue: per esempio nella iscrizione fenicia di Ieḥimilk compare l’espressione mlk jšr, “re giusto”, ma è altrettanto significativo che nella Bibbia Samuele, uomo Dio, vuole guidare i connazionali be-derek haṭṭoba we-haješāra (1 Samuele 12, 23), “nella via buona e giusta” (si tratta sicuramente di una endiadi).
In questo senso la preghiera verso le divinità ha necessariamente un intermediario di primo livello: il sacerdote. Ma altresì un altro intermediario: il sovrano, che realizza quanto vuole la divinità, quando la divinità non interviene in maniera diretta. Nella Cina antica l’Imperatore nel corso dell’anno compiva una circumambulazione in senso solare attorno al Ming-Tang, il Tempio della Luce, ove egli risiedeva. Anticamente la Cina era costituita di 9 Province, simbolo dell’Universo, quindi la Cina era Terra Santa. Questa figura dell’universo era presente anche nel Ming-Tang. Ragion per cui l’Imperatore, evolvendosi attorno al Tempio della Luce, era il reggitore dell’armonia dell’universo(28).
La Bibbia demitizza la figura dei sovrani, riconoscendo un’unica divinità, il Dio di Israele, YHWH. Il re Davide viene considerato da molti il primo personaggio reale della letteratura: gli autori della Bibbia lo presentano con le sue mancanze, caratterizzandolo come una persona e come tale un personaggio sottomesso a Dio. La critica artistica degli ultimi tempi riconosce nell’arte un invito costante a trasformare il fruitore, nello specifico nella letteratura a trasformare il lettore. In senso religioso tale trasformazione si chiama conversione. Anche la letteratura biblica vuole convertire il fedele, quindi il fine ultimo della Bibbia non è quello di fare una cronaca della figura storica di Davide, ma di mostrare come Dio si serva dei suoi servitori umani per illuminare, guidare e salvare il popolo eletto e tutta l’umanità. Pertanto anche nella Bibbia i sovrani sono gli intermediari di Dio, pur mantenendosi questa differenza con le letterature vicine. I re della Bibbia, infatti, venivano unti, cioè consacrati per la missione.
Nella letteratura storica un autore informa su alcuni fatti storici, invece nella letteratura d’arte presenta una storia per far sorgere delle intuizioni nel lettore. Quando le intuizioni si accumulano, avviene la trasformazione. Quindi la figura di Davide viene presentata dalla Bibbia per far vedere come Dio agisce nella storia pubblica cosicché il lettore abbia l’intuizione di come Dio agisca nella storia personale.
Il faraone egiziano era celebrato quale dio vivente sulla terra con rituali compiuti da sacerdoti a questo preposti. Rituali per il re erano presenti anche nel mondo ittita. Sono i rituali detti “per il labarna-re”. Un testo ittita così recita: “Soltanto lui è labarna. Ed il pane suo, del labarna re, noi mangiamo e la sua acqua beviamo. Puro vino noi berremo sempre dall’aura coppa. Il labarna re di Hattusa sia la nostra fortezza …”. Queste benedizioni sono state interpretate come collegate agli editti. Questi ultimi sono l’atto normativo, il quale trova forza nella celebrazione del re quale entità divina(29).
Mora ipotizza tre livelli nella organizzazione dell’impero ittita: I (Gran Re e principe); II (re di Kargamiš, al quale il Gran re diede particolari privilegi con lo scopo di aiutarlo nel potere); III (re vassalli)(30). Anche l’Egitto faraonico aveva una struttura piramidale, con il faraone al vertice della piramide e i dignitari decrescendo. Strutture del potere così gerarchizzate presuppongono sempre una adorazione o quasi del capo umano, considerato in grado di comunicare con il potere divino, che così giustifica quello in terra.
La preghiera è nelle religioni antiche spesso ad alta voce, quella silenziosa è recente e deriva dalla ruminatio dei monaci Medioevali, cioè dalla lettura silenziosa del testo sacro. In 1Samuele 1, 13-14 Anna prega sotto voce e per questo il sacerdote pensa che si sia ubriacata. Le dice: “Liberati dal vino che hai bevuto!”, che nell’originale ebraico suona più icastico, hasiri ‘et ienek mechalayik. Il termine Corano deriva dal verbo arabo qara’a, “leggere, recitare”, probabilmente un calco dall’aramaico qeryana, usato sia dagli ebrei che dai cristiani dell’Arabia per indicare la lettura liturgica solenne ad alta voce dei testi sacri, che però i fedeli dovevano solo mormorare, ritualità espressa in arabo con un termine onomatopeico: zamzama. L’antico egiziano al mattino esprimeva verso il Creatore tutta la sua gioia mediante delle invocazioni ben attestate nei templi. Ci soffermiamo su una espressione tipica dei templi tolemaici, che in egiziano suona: hy hnw, espressione intraducibile che unisce parola e gesto nella espressione della gioia verso Dio. Indica l’esprimere preghiere a voce accompagnate da gesti di adorazione per dire a Dio quanto si è gioiosi di essersi svegliati e stare alla sua presenza. Nello specifico hy indica il grido di gioia, la preghiera cantata, mentre hnw è un moto di giubilo nel quale il saluto a Dio si coniuga con la musica e una gestualità tipica, nelle raffigurazioni vediamo un uomo con un ginocchio a terra, la mano sinistra chiusa a pugno sul petto, mentre il braccio destro con il pugno chiuso descrive un arco di cerchio sopra la testa. A File, nella stanza ipostila che si affaccia sul cortile da dove entra la luce dell’alba, è scritto nei confronti di Iside: “Signora della stoffa rossa, nbt ins, felicità e gesti gioiosi di hnw in Hut-Khenet e a File, hy hnw m ht-knt iw-rk”. L’espressione egiziana hy hnw che unisce parola e gesto per esprimere la gioia a Dio si è conservata ancora oggi nel sufismo, che è una corrente mistica dell’Islam. Precisamente nella nozione di zikr, dall’arabo dikr, che ripete in qualche modo quella antica cerimonia egiziana e indica nell’Egitto contemporaneo l’evocazione del nome del Creatore e la ripetizione ritmica di un gesto con l’obiettivo di accrescere il cuore e di riempirlo della luce divina assieme al volto(31).
Non esiste un solo Islam, così come non esiste un solo ebraismo. Si dice spesso che le tre religioni monoteiste sono ebraismo, cristianesimo e Islam(32). Agli inizi gli ebrei credevano a più dei, traccia di questa concezione si trova nel termine ebraico per “Dio” che è Elohim, che è di per sé un plurale maschile. Il monoteismo negli ebrei sorse solo in seguito e fu ripreso dai cristiani. Nell’Arabia pre-islamica vi era tutto un pantheon di molteplici divinità: nel suo insieme questi culti sono tacciati dai musulmani come jāhiliyya, “ignoranza”: Maometto rivelò la vera fede nei confronti del Dio unico, in arabo Allah ahadun.  In ogni modo anche le varie correnti islamiche credono in entità intermedie come angeli, demoni e ginn. Nei molti secoli di storia del pensiero e delle pratiche musulmane il concetto di dikr è vastissimo, indicando la presenza di Dio nel cuore, le molteplici pratiche devozionali, e altro. Il primo trattato completo relativo al dikr lo abbiamo con un’opera di Ibn Ata’ Allah (morto nel 1309) intitolata Chiave della salvezza e lampada degli spiriti. Questo importante autore musulmano dà un taglio onnicomprensivo alla nozione di dikr non intendendo solo le infinite pratiche devozionali del sufismo ma anche la costante presenza di Dio nel cuore del musulmano. Chiunque ha nel cuore Dio, pratica dikr, quindi anche il teologo, il giurisperito, l’insegnante, il mufti, il predicatore, chiunque mediti sulla gloria di Dio. Ma per questo autore la gloria e unicità di Dio non sono in contrapposizione con le varie esistente create, che non vanno intese quali illusione, esistendo realmente, proprio perché create da Dio. Il mistico con la preghiera deve perdersi dapprima in Dio annullando tutto ciò che lo separa da Lui e poi ridiscendere nel mondo creato per trovare in esso la traccia sempre presente di Dio. È il concetto islamico di fana’, “estinzione” in Dio. Ma la piena realizzazione si chiama baqa’, caratteristica di chi non resta assorbito del tutto nella contemplazione di Dio ma ridiscende nel mondo con cuore e occhi nuovi, trovando in esso Dio(33).
Harnack definisce l’Islam una trasformazione della religione ebraica, già trasformata nel giudeo-cristianesimo gnostico, che si compie nell’arabismo. In certe correnti islamiche si trova qualcosa dello gnosticismo giudeo-cristiano, specialmente nella gnosi ismaelita. Gli ismaeliti sono una corrente dell’Islam sciita. La visione di Dio non è qualcosa di esterno, ma è una visione che avviene dentro l’anima, che quindi varia al variare della maturità dell’anima che vede. Per questo Origene diceva che Cristo è uomo per gli uomini, angelo per gli angeli. Un’anima di basso profilo vede cose materiali, e più si innalza nella purezza più vede cose spirituali. Esiste un solo Dio, ma la qualità della visione dipende dal grado di maturità dell’entità che vede. Nello gnosticismo cristiano il Dio cristiano si rivela, in questo senso, attraverso varie forme: Enoch, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Gesù. Sono i sette pilastri del mondo, le Sette Colonne della Casa della Saggezza. Insieme con Adamo sono gli otto Cristo tra gli uomini menzionati dal profeta Michea, ossia le otto visioni che gli uomini hanno di Dio o Adamo-Christos. Il manicheismo ha una analoga successione. Il Corano presenta una successione di Profeti, ma dal numero diverso. Si tratta di concezioni analoghe. Ma è la gnosi ismaelita che si collega meglio con la gnosi cristiana riguardante la visione di Dio: questo avviene precisamente nella dottrina ismaelita della successione dei grandi Imam della storia. La successione degli Imam che è stata percepita nella storia non dipende da incarnazioni divine (holūl, tajassod) diverse, ma si tratta di un’unica incarnazione divina che è stata percepita dalle anime in maniera differente nel tempo, vale a dire in quanto maẓhar, Forma epifanica (come uno specchio in cui è sospesa l’immagine)(34). Queste linee di pensiero non sono accettate dal cristianesimo non iniziatico, ma si tratta di tesi gnostiche. Il culmine della visione gnostica di Cristo lo abbiamo con la identificazione di Cristo e l’Arcangelo Gabriele. Il cristianesimo non iniziatico, invece, dà valore reale alla incarnazione di Dio in Cristo perché la realtà è realmente esistente per volontà di Dio. Invece le correnti esoteriche del cristianesimo tendono a eliminare la materia e a volerla trasfigurare in qualcosa di spirituale. La profetologia coranica diciamo così costituita dagli ortodossi non accetta in toto la visione ismaelita: i vari Profeti hanno una esistenza storica e non sono visioni diverse di Dio. A detta delle correnti più ortodosse dell’islam, il Corano presenta una visione reale della storia, perché la realtà è la creazione voluta da Dio.
Esistono differenti tipi di preghiere e di riti, da quelli per chiedere qualcosa a quelli per ringraziare. Il rito principale del cristianesimo è la Santa Messa, nel quale il pane e il vino si transustanziano nel corpo e nel sangue di Cristo. Cristo si offre “vittima” di questo sacrificio, è tale il significato latino della parola “ostia”. Poi Cristo risorge da morte. Si pronunciano queste parole: “Mistero della fede! Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”. Dal sacrificio della Santa Messa si riversano sulla chiesa e sul mondo intero tutte le grazie offerte da Dio. Pertanto la Santa Messa ha il duplice significato di richiesta di grazie e di ringraziamento per averle ricevute. La parola Eucaristia deriva dal greco con il significato di “ringraziamento”: il suo parallelo è la preghiera ebraica detta Berakà. Giovanni al capitolo 6 del suo vangelo usa una espressione significativa: “pane di vita”, che in greco suona artos tēs zōēs. Dato che, come proclama Paolo, Dio ha scelto di ricapitolare in Cristo tutte le cose, nel Santo Pane e nel Santo Sangue consacrati vi sarebbe per alcuni la quintessenza stessa di tutto quanto esiste. La liturgia della chiesa pellegrinante sulla terra si unisce a quella della chiesa salvata in Cielo, quindi un altro mistero della fede cristiana è quello per cui la Vergine Santissima, gli angeli e i santi si uniscono dal Cielo alle nostre voci qui sulla terra.
Secondo la teologia, Cristo è la Parola di Dio, quindi l’Eucaristia, essendo il corpo di Cristo, è anche Parola di Dio. È buona cosa, anche se non tassativa, partecipare alla comunione eucaristica dopo aver udito il vangelo della santa Messa. Maria ha concepito la Parola di Dio prima nella fede e poi nel suo grembo. La Parola di Dio prima di divenire carne, è stata il messaggio pronunciato dall’Angelo. La tradizione cristiana orientale e occidentale ha scritto cose mirabili sul corpo di Cristo. Nel Vangelo di Giovanni questo apostolo, definito Amato, riposa sul seno di Cristo, cioè vicino al cuore. Una antica omelia cristiana, la Seconda Lettera di Clemente, diceva che possono risposare sul seno di Cristo tutti coloro che osservano i suoi comandamenti. Anche qui c’è una forte unione tra il corpo di Cristo e la sua Parola o meglio il suo essere Parola di Dio. Forse il riferimento giovanneo al seno di Cristo trae la sua origine dal fatto che il neonato si addormenta sul seno della madre o del padre, e la tradizione cristiana ha parlato di questo sonno di Giovanni come preludio all’estasi divina. Ma nell’Egitto ellenizzato era diffuso anche il bacio sul petto. Oppure pensiamo anche al bambino che succhia il latte dal petto della madre. La tradizione cristiana allora ha parlato del credente succhia al petto di Cristo il latte della verità che abilita alla contemplazione del suo Volto(35).
Dio è visto da alcuni autori cristiani come un giudice che emette sentenze di condanna o di assoluzione. La parola quindi ha connotati anche negativi perché Dio può pronunciare due tipi di sentenza. È una immagine tipica dell’antichità classica, persino Aristotele riferisce il mito per cui dopo la morte le anime saranno giudicate dagli dei. L’Asclepio è un libro ermetico scritto in latino nel IV secolo d. C., è una libera traduzione di un testo greco perduto, il Teleios Logos. Nell’Asclepio vi è la sintesi e lo sviluppo delle concezioni mitiche antiche riprese spesso dai filosofi greci. Dopo la morte l’anima viene guardata e così giudicata da un Demone dell’oltretomba il quale, sulla base delle azioni viste leggendo dentro, dà tre destini: una pena eterna o una beatitudine oppure una nuova incarnazione sulla terra per purificarsi. Qualcosa del genere è presente anche in Platone (Gorgia 523B-524A), il quale riferisce il mito per cui l’anima dopo la morte va o nel Tartaro o nell’Isola dei Beati(36).
Molto si è discusso sulla origine della filosofia greca e in passato si credeva che essa si fosse affermata come discorso razionale di contro al discorso mitico. Ma oggi gli storici della filosofia non sono sempre d’accordo con questa tesi. In Platone c’è molto di mitico e il ricorso al mito non è solo un vezzo di erudizione, ma è spesso fondativo del suo pensiero, così come avviene in Aristotele. Nell’antichità l’apologetica giudaico-ellenistica e  quella cristiana propugnavano l’origine non greca della filosofia: Mosè e la Bibbia precedevano i filosofi greci, i quali mutuarono le loro dottrine da queste fonti religiose. Cheremone diceva che la filosofia greca era nata su imitazione di quella egiziana. Filone di Biblo sosteneva che la cultura greca nacque da quella fenicia. In quegli anni dell’antichità in cui fioriva questo dibattito, comparve un discorso di Dione di Prusa (Discorso 36) nel quale egli utilizza un mito di origine iranica per confermare una dottrina della filosofia greca stoica. Ramelli ipotizza che Dione procede in questa maniera sottintendendo anche lui che la filosofia greca sia derivata da un archetipo non greco, nello specifico iranico(37).
In ogni modo, visto l’innegabile ricorso al mito dei filosofi greci, non stupisce che anche in Parmenide nel prologo della sua opera Sulla natura ci sia un riferimento al giudizio operato da Dike sulle anime. Infatti Parmenide nel suo viaggio iniziatico viene condotto nel mondo divino: “Là è la porta dei sentieri di Notte e Giorno … di cui Dike, che molto castiga, detiene le chiavi”. L’avverbio locativo greco entha, “là”, ricorre nella tradizione epico-teogonica in relazione all’Ade. Abbiamo tradotto “la porta”, ma nell’originale greco c’è il plurale pulai: alcuni autori traducono letteralmente con “piloni”, cioè i due pilastri che sorreggono l’architrave di una porta, volendo indicare quindi una sola porta; altri riferiscono il plurale a due porte distinte, una in faccia all’altra, per esempio Coxon, rifacendosi alle letture neoplatoniche di Simplicio e di Numenio, argomenta che si tratti delle due porte celesti nelle quali le anime dopo la morte sono condotte ora alla nuova incarnazione sulla terra ora al mondo celeste.
Un detto latino formula nomen omen, il nome ha un significato nella persona, è un presagio del suo destino. Nell’antichità il nome di una persona era scritto nelle defixiones, delle lamine di metallo con maledizioni, le quali erano sotterrate e quindi consegnate agli dei inferi per nuocere alla vittima: la presenza del nome dava particolare efficacia al rito di magia nera. In un noto testo egiziano Iside, quando vuole sconfiggere il dio avversario, si fa dire il nome con uno stratagemma: quindi per opera magica lo costringe ai suoi ordini. Nell’antico Egitto il nome era quasi una parte anatomica della persona e la più grande condanna era cancellare il nome, come i posteri fecero con il faraone Amenofi IV. Nell’Esodo 3, 14 Dio non rivela il proprio nome, ma si fa indicare mediante una locuzione: in ebraico suona ‘Ehyeh asher ‘Ehyeh, “io sono colui che sono” (che per Mendelssohn significa “Essere Eterno”, Ewiges Wesen). Nell’antica Roma anche Macrobio testimonia del rito della evocatio, per il quale i romani per sconfiggere una città assediata, come successe per Cartagine, evocavano le divinità protettrici della città nemica invitandole ad uscire e a venire a Roma, dove avrebbero continuato ad essere onorate. C’era certamente un aspetto di rispetto, ma lo scopo ultimo era di farsi aiutare dalle divinità a completare l’assedio. Per questo il nome della divinità protettrice di Roma era segretissimo, così come il nome alternativo della città. Era questo il motivo del successo militare incontrastato di Roma su tutto il mondo. Il nome della divinità compare nelle fonti che noi abbiamo, anche se sono contrastanti: Iuppiter, Luna, Angerona, Ops Consivia, e altri. Ma il nome alternativo di Roma è rimasto sconosciuto. Valerio Sorano pagò con la vita la colpa di aver rivelato il nome segreto di Roma(38). In verità non sappiamo nemmeno l’etimologia di Roma, ci sono varie ipotesi. Una tra le tante la fa derivare dal greco romé, “forza”: del resto, secondo la leggenda Roma sarebbe sorta per opera di profughi greci.
La parola ha una grande forza. Parlando esprimiamo noi stessi e possiamo guardarci dentro con maggiore perspicacia. Molti psicologi contemporanei sostengono che il pensiero cosciente umano è discorsivo, cioè si fonda sul linguaggio. Invece quello inconscio si fonda sulle immagini. Pascal diceva che i problemi dell’uomo nascono perché questi non è in grado di meditare su sé stesso e sulla vita. Una tecnica psicoanalitica prevede di scrivere un diario con i propri pensieri: in questa maniera questi sono più chiari al soggetto e permettono anche all’analista di intuirne l’esatto significato. La parola quindi è strettamente connessa al nostro animo, tanto che i miti antichi favoleggiavano che conoscere il nome equivalesse a dominare la persona. È questa l’origine di tanti miti? In ittita il verbo mema/i significa di per sé “parlare”, assieme a appa in funzione avverbiale significa “parlare nuovamente”. Ora, è probabile che il verbo ittita in questione unito alla particella pronominale –za (che indica soggettività), al nome per “animo” in dativo-locativo (in ittita sono un caso solo: -za Zi-ni) e con appa, significhi “riflettere, pensare”(39).
Per millenni nelle società precristiane il divino era sperimentato attraverso il suono: la declamazione delle sacre scritture delle varie religioni, il canto, il lamento, la musica. La storia delle religioni dimostra che in questo scenario in cui il ritmo avvicinava al divino occupava un posto di primo piano il tamburo, che era suonato dalle donne, le quali quindi occupavano un posto preminente nel mondo magico-sacrale di allora. Solo in seguito con l’affermarsi del patriarcato la donna fu declassata dalla società e, mentre la parola e il canto continuavano ad essere una evocazione del divino dentro il fedele, il tamburo perse il suo valore di illuminazione sacrale, come sostiene Redmond. In buona sostanza, all’eclissarsi della funzione sacrale originaria della Dea e al conseguente affermarsi del patriarcato, le donne, i tamburi e quindi la evocazione del sacro subirono ferite devastanti(40).
Nel mondo semitico le divinità si manifestano di notte, invece in quello greco-romano si manifestano di giorno. La dea semitica Lilith, protettrice della magia, ha un nome che richiama l’oscurità. Invece il greco Zeus deriva da una radice indoeuropea che significa “giorno”: la radice indoeuropea è *djew-, ora per la legge di Lindeman la semivocale j, stando tra consonante e vocale, acquisisce una vocale prima di sé, pertanto deriva la forma greca Zeus. Da un punto di vista psicoanalitico, la musica è collegata nel nostro inconscio ai suoni che sentivamo nel periodo intrauterino. Il suono quindi richiama la figura materna, stiamo nell’ambito del femminile. Non è quindi casuale che nell’antichità la musica fosse associata alla donna. Alla donna pertiene anche l’ambito della notte, della luna, della magia. La notte richiama l’utero, la luna la passività e il ciclo mestruale, la magia l’incanto per cui dal suo grembo vede la luce una nuova vita.
Secondo molti popoli antichi alcune divinità, come Lilith, possono assumere forma di uccelli. Per l’antichità classica “sono tremendi gli dei se si mostrano visibili”, chalepoi de theoi phainesthai enargheis (Iliade XX, 131), quindi le divinità si manifestano spesso servendosi di altre forme, come anche la voce degli uccelli per dare oracoli: e solo gli auguri e i poeti possono capirla. Auguri e poeti pertanto sono gli intermediari tra divinità e uomini altresì attraverso la interpretazione del canto degli uccelli. Questo era visto come una vera e propria lingua: nel suo trattato di zoologia Aristotele sostiene che gli uccelli hanno e lingua sviluppatissima (glōssa) e una phonē molto articolata(41).
Ancora oggi la Bibbia ebraica e il Corano vengono declamati in maniera ritmica rispettivamente da ebrei e musulmani. Si parla di cantillazione. Il Corano, dettato a Maometto dall’Angelo Gabriele, non è solo ispirato ma è considerata vera Parola di Dio. Il Corano non è solamente una somma di credenze religiose né unicamente un testo di spiritualità, ma esso statuisce tutta la vita, personale e sociale, dei credenti. Contrastare quanto scritto nel Corano equivale a tacciare Maometto di menzogna (kufr). Accusare una persona di kufr significa estrometterla dalla comunità dei credenti. Per i sunniti Maometto è il Sigillo dei profeti e il Corano è tale e quale lo ha trasmesso, invece gli sciiti ritengono che i primi califfi abbiano falsificato il Corano distruggendone parti fondamentali. Il vero Corano sarebbe stato trasmesso da Maometto a ‘Alī, e da lui stesso tramandato ai successivi Imam.
Anche per lo sciismo Dio crea mediante la parola. Dio ha una intenzione (irāda) e un volere (mashī’a), i quali danno luogo all’ordine divino KUN, “sii”. Da ciò deriva innanzitutto il Principio Femminile, Luce, Kūnī, detto anche “calamo”, qalam. Da esso origina il Principio Maschile, Qadar, detto anche “tavoletta”, lawḥ. Si producono al-hurūf al-‘ulwiyya, le sette “lettere sublimi” (K, W, N, Y, Q, D, R), da cui origina tutto il mondo.
Mentre i sunniti proclamano i califfi entro gli uomini più pii della comunità, gli sciiti vogliono rispettare il legame di sangue. Fortissimi dissidi dottrinali si formarono già dopo la morte di Maometto. Gli sciiti ritenevano che il legame di sangue assicurasse ad ‘Alī la stessa conoscenza concessa da Dio a Maometto. Perciò essi credevano che la comunità dovesse essere guidata dopo la morte di Maometto dagli Imam, di cui ‘Alī era il primo, che conoscono il “messaggio nascosto” della Rivelazione. Ciò implica storicamente la separazione tra califfato e imamato.
Ora i sette grandi Imam della storia traggono la loro autenticità di messaggio dal fatto che sono espressione delle sette “lettere sublimi”. Esse sono gli archetipi dei sette Imam.
Il sacrificio è l’atto sacrale mediante il quale l’umanità offre agli dei le proprie sostanze per nutrirli, ingraziarli, ringraziarli. Le religioni sorgono di solito mediante sacrifici. Tutte le civiltà hanno eretto monumenti che sono rimasti nel tempo: eccezion fatta per quella vedica, che ha fondato la propria ragion d’essere esclusivamente sul sacrificio, considerato come base dell’intero universo. Il popolo ebraico è stato quasi sempre sottomesso e non ha lasciato nulla di importante davanti alle logiche del mondo, se non la religione e la Bibbia, il libro più venduto al mondo.
Anche la parola può considerarsi un sacrificio se pensiamo che lo scrittore sacro la usa per parlare di Dio. I musulmani non hanno sacerdoti, che offrono il sacrificio, perché Maometto non li ha voluti, ma hanno il Corano, il quale è Parola di Dio. Leggendo i testi sacri, si offre il proprio tempo a Dio come atto di sacrificio. Il tempo migliore è quello speso al cospetto di Dio.

Marco Calzoli

NOTE

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Marco Calzoli è nato a Todi (PG) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha dato alle stampe 32 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.


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