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Animismo e società

Antoine Fratini lavora da oltre quindici anni come psicoanalista, è Vice Presidente dell'Associazione Psicoanalisti Europei e membro attivo dell’Accademia Europea Interdisciplinare delle Scienze. Egli ha scritto nel 1991 il saggio Vivere di fumo (Book Editore, Bologna) sul rapporto tra adolescenza e uso di stupefacenti leggeri, nel 1999 il saggio Parola e Psiche (Armando, Roma) sul collegamento tra gli indirizzi linguistico e archetipico in psicodinamica e decine di articoli su riviste e siti italiani e stranieri. Poeta e artista, egli ha fondato assieme all’Associazione Culturale C.G. Jung di Fidenza il Movimento per l’Arte Naturale, corrente artistica basata sul pensiero junghiano, e le sue poesie compaiono sui maggiori siti del settore. La sua ultima pubblicazione: Psiche e Natura, fondamenti dell'approccio psicoanimistico, Zephyro Edizioni, 2012.

(Il presente testo è la continuazione del saggio “Animismo e società” e ne rappresenta per così dire la pars construens. Essa si propone di passare dal piglio critico prevalentemente impiegato nella prima parte al fine di scalfire i luoghi comuni sacri al Dio Economia e fortemente radicati nella mentalità collettiva, ad un atteggiamento più propositivo sulle possibilità evolutive dell’uomo e dell’odierna società).

 

 

Proviamo ora a compiere un balzo nel futuro immaginando come potrebbe essere l’uomo se dovesse, come per miracolo, divenire finalmente saggio. Quando si cerca di sondare il futuro, viene spontaneo rivolgere il pensiero al passato nella speranza di cogliere qualche costante universale in quell’insieme di eventi umani che costituisce la Storia. In passato alcuni grandi pensatori teorizzarono un loro piano di evoluzione individuale e sociale dell’uomo. E’ il caso per esempio di Platone e della sua famosa Tetraktis raffigurante un triangolo alla base del quale vengono posti i plebei e nei piani superiori le categorie dei commercianti (coloro che aspirano ad un miglioramento materiale), dei guerrieri (coloro che anelano alla nobiltà delle armi) e alla sommità quella dei saggi (i politici dediti alla razionalità e al governo della polis). Ciascun uomo, secondo Platone, appartiene per forza a una di queste quattro grandi categorie, anche se a nessuno egli preclude la possibilità di elevarsi passando da una categoria all’altra seguendo le spinte del proprio daimon. Come si può notare, questa classificazione risente molto della filosofia di fondo del suo autore che vincola la realizzazione dell’individuo alla polis con le sue inevitabili classi sociali.

 

Lo schema junghiano della realizzazione umana, invece, risente meno del fattore sociale quanto di una suddivisione fondamentale di natura psicologica. L’uomo, secondo Jung, è composto da lati che si oppongo necessariamente, come per esempio materia e psiche, coscienza e inconscio, parte maschile e parte femminile, razionalità e irrazionalità... ed è anche e soprattutto un essere “in cammino”. La sua esistenza tende a tracciare un percorso che in sintesi procede da una coscienza circoscritta e divisa (l’ego) e approda ad un altra forma di coscienza che trascende gli opposti e i limiti personali (il Sé). Durante questo processo di individuazione, il personale si fonde con l’universale ricevendo senso dal rapporto con l’inconscio e i suoi archetipi. In questa condizione, che credo molti abbiano potuto provare anche solo per brevi attimi, si ha una sensazione di pace e di armonia con sé stessi e con il mondo, ci si sente parte integrante di un Tutto più grande e strumento attraverso cui i fattori eterni (archetipi) entrano nel tempo e si concretizzano.

 

Si tratta forse qui di un primo avvicinamento a quei valori che caratterizzano la saggezza. In effetti questa, alla pari di altre qualità complesse come per esempio l’intelligenza, non saprebbe essere concepita come valore semplice, ma come un insieme di ingredienti psicologici. Tutti questi ingredienti però verrebbero, sempre secondo Jung, combinati e stimolati in maniera originale dal rapporto attivo che l’Io è in grado di costruire con il Sé. In linea generale, quindi, possiamo affermare che nell’uomo saggio che ci sforziamo di immaginare e che ci auspichiamo possa un giorno concretizzarsi, i valori legati ad una psicologia incentrata sui desideri dell’ego debbono lasciare posto ai valori propri di un modo di essere nel mondo legato al Sé. In parole più semplici, si potrebbe anche dire che il passaggio è quello dai desideri superficiali alla sfera delle esigenze interiori. Per esempio, se oggi la psicologia dell’uomo rimane ancora fortemente ancorata alla volontà di dominio e all’autoaffermazione che trasformano inevitabilmente l’Altro in oggetto o in occasioni da sfruttare, nel nostro ipotetico futuro l’uomo si mostrerebbe maggiormente interessato al raggiungimento di un rapporto armonioso con l’Altro; un rapporto che permetta e anzi possibilmente incentivi le tendenze individuative di tutti. In quel caso, uno dei principali criteri per l’agire consisterebbe nel senso prodotto da un genuino confronto con il proprio inconscio.

 

Tale differenza è anche una delle più fondamentali esistenti tra le macrosocietà e i popoli tribali. In generale questi ultimi, come abbiamo già affermato in precedenti paragrafi, hanno una percezione animistica delle cose e della vita che si distingue e si oppone alla nostra visione materialistica del mondo. Se per loro ogni cosa è “animata” e quindi contiene vita emotiva, nessuna cosa può essere modificata alla leggera, sfruttata né tanto meno distrutta.

 

“I giovani uomini del mio popolo non dovrebbero mai lavorare. Gli uomini che lavorano non possono sognare e la saggezza viene dai sogni. Voi mi chiedete di rivoltare il terreno? Potrei forse prendere un coltello e straziare il seno di mia madre? Se lo facessi, quando sarò morto ella non mi accoglierebbe più nel suo seno. Volete che vanghi e scavi le pietre? Dovrei forse lacerare la sua pelle fino alle sue ossa? Non potrei più, allora, rientrare nel suo corpo per rinascere a nuova vita. Voi mi chiedete di tagliare l’erba, di farne fieno e di venderlo al fine di arricchirmi come fanno i bianchi? Ma come potreitagliare i capelli di mia madre?” (1)

 

In Papua Nuova Guinea è successo di recente (2) una cosa terribile: i popoli tribali che fino ad allora non avevano mai patito la carenza di cibo perché i territori di caccia erano da sempre temuti erispettati in quanto luoghi sacri, dall’incontro-contaminazione con l’uomo occidentale e la sua cultura fondamentalmente materialista, questi luoghi sono stati trasformati in semplici zone di caccia, provocando in pochi anni la scomparsa di varie specie animali autoctone che lì vivevano da millenni, mettendo in crisi la stessa sopravvivenza di quelle tribù. Per i popoli animistici le cose e i luoghi vanno rispettati non solo per sano principio o per tabù, ma prima di tutto perché l’anima di questi luoghi è collegata e agisce sulla nostra. Non c’è niente di più logico per loro. Si tratta infatti di un semplice dato della loro esperienza. L’anima di mia nonna, benché questa sia defunta da anni, continua ad agire su di me. Qualcuno può sostenere che questa influenza derivi semplicemente dal tempo che ho passato con lei nel periodo della mia infanzia. Queste esperienze precoci hanno di certo inciso sul mio carattere. Inoltre, anche solo il ricordo di mia nonna è in grado di agire su di me in certi momenti. Il sogno, però, è cosa diversa rispetto al ricordo e all’esperienza passata. Continuamente, gli indigeni vengono visitati in sogno dalle anime dei loro defunti e di norma questi sogni sono per loro portatori di messaggi saggi e fecondi, atti per lo meno a completare il loro punto di vista cosciente su certe tematiche molto concrete da affrontare nel presente. Ecco, dunque, un eccellente esempio di saggezza derivante da un rapporto positivo e vitale con l’inconscio. Come si può notare, pensare ad una umanità saggia non è poi così utopistico, tenendo fermo naturalmente che “saggio” non significa “perfetto”.

 

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