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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

 

Un trattato sabbataista di magia sessuale

- Terza parte
Di Daniele Mansuino e Paolo Del Casale

Dicembre 2019

 

È questo il terzo dei nostri articoli dedicati al Va-avo ha-Yom el ha-Ayin (Sono venuto in questo giorno alla sorgente): uno dei principali testi alla base dell’azione magica con cui i Sabbataisti (o Sabbatiani) influenzarono il corso della storia.
Abbiamo già segnalato negli articoli precedenti alcuni degli obbiettivi che la magia del Va-avo si propone di realizzare sul piano sociale, come l’accrescimento dell’influenza della Shekinah (la Grazia di Dio nella Creazione) nei confronti di Dio; un processo al quale corrisponde un aumento dell’influenza dell’umanità (simbolicamente raffigurata nel Messia) sulla Creazione stessa.
Tra gli ostacoli che quest’ultimo processo dovrà spazzare via, molta importanza viene data a quella che Sabbathai Zevi considerava una delle più gravi ingiustizie della legge mosaica: la preclusione della via della salvezza ai non Ebrei. Sarà infatti soltanto prendendo su di sé il destino dell’umanità intera (equiparata qui simbolicamente all’intera manifestazione) che il Messia potrà, per così dire, calarsi nel ruolo della Shekinah ed impersonarla.
Possiamo riconoscere un simbolo di questo farsi femmina del Messia nelle stimmate di Cristo, manifestazione di vulnerabilità assoluta secondo la percezione dell’epoca in cui egli predicava.
Elementi consimili, recanti come tratto comune ferite profonde dell’anima o del corpo, sono comunque riscontrabili spesso nelle vite dei profeti e dei Messia (si veda ad esempio la diffusa tradizione secondo cui, quando un Santo viene toccato da Dio, il pieno contatto con lo spirito gli causa anche - nel contempo - un’infermità).
Nel Va-avo si fa riferimento a questo processo, sostenendo che il Dio Antico può penetrare il Dio Giusto se egli è in grado di rimuovere la propria pelle: ovvero, di offrirsi a Lui in piena ricettività.
A volte, però ... la pelle non può essere rimossa ... e in questo caso lui copula come attraverso un lenzuolo, come i nostri antichi rabbini hanno detto: “Fa un buco nel lenzuolo, ed attraverso di esso si accoppia”. Quello che fa è fare una ferita, una perforazione nella pelle, e poi copula - questo è il significato del versetto: “Cosa sono queste ferite? (Zaccaria 13: 6).
La ferita ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione della psiche, in quanto l’esperienza di una ferita aperta e pulsante è l’elemento formativo della nostra capacità empatica, quello che ci permette di entrare veramente in contatto con l’altro.
Jung sosteneva che solo il guaritore ferito fosse in grado di guarire il prossimo; e parimenti, solo chi abbia fatto esperienza delle tenebre interiori e sia riuscito ad uscirne vivo, e con l’animo non corrotto, possiede l’esperienza necessaria per guidare altre persone nello stesso processo.
Sulla base di queste premesse, una profezia della Discesa nella Montagna di Sabbathai viene localizzata dal Va-avo nientemeno che in uno dei principali passi messianici dell’Antico Testamento: l’Ascesa di Davide sul Monte degli Ulivi alla testa del popolo (2° Samuele, 15: 30).
Per essere più precisi: l’Ascesa raffigura la fase che precede la Discesa, con il Messia che si pone alla guida dell’umanità e la conduce sulla Vetta della Montagna (non molti anni dopo la stesura del Va-Avo, il simbolismo legato a questa importante funzione preparatoria della figura di Davide sarebbe stato introdotto anche in Massoneria, nella forma di un perfezionamento del grado di Maestro: il Secret Monitor).
Poi, quando Davide giunse in vetta al monte, dove si prostrò a Dio, ecco farglisi incontro Hushai l’Arkita, con la veste stracciata e il capo coperto di terra (2° Samuele 15: 32).
Qui, secondo il Va-avo, il prostrarsi di Davide si riferisce ad un congiungimento omosessuale da lui avuto con Husai, nel quale costui svolse il ruolo di Dio e Davide quello della Shekinah; e la ragione sarebbe stata di trasformare l’atto di adorazione in un gesto di magia teurgica, volto ad incrementare il processo di metamorfosi dal Dio Giusto al Dio Buono.
Al compimento di quell’atto sulla Vetta della Montagna fa seguito la caduta di Sabbathai nel Cuore della Montagna, per innescare e sprigionare la corrente destinata a recare la liberazione dell’umanità.
È estremamente interessante collegare questa sequenza di eventi al simbolismo di quelli che in Astrologia vengono chiamati i pianeti trans-saturnini: un’operazione che richiede però alcune spiegazioni preliminari.
Daniele Mansuino ha accennato, nel suo libro sulle Sette Torri del Diavolo di René Guénon, all’esistenza di un rapporto preciso tra le correnti del progetto dell’organizzazione e gli influssi delle stelle fisse: un tema troppo vasto perché questa breve serie di articoli possa affrontarlo compiutamente (e sul quale, peraltro, avremo occasione di ritornare), ma che possiamo citare per accennare ad alcune cose essenziali.
In breve, il progetto è fondato sull’azione di sette forze (o correnti) che, combinandosi tra loro in modi infiniti, danno origine alle forme materiali (e di questa teoria di base c’è riscontro nelle dottrine insegnate da molti suoi sottocentri esoterici: Filosofia Ermetica, Alchimia, Astrologia, ecc.).
In Astrologia, le sette forze sono simboleggiate dai cosiddetti pianeti tradizionali - Sole, Mercurio, Venere, Luna, Marte, Giove e Saturno; ulteriori varianti al sistema sono apportati dall’influsso delle stelle fisse e degli altri corpi celesti, nonché appunto dai pianeti trans-saturnini - Urano, Nettuno e Plutone.
Questi pianeti sono definiti generazionali perché la loro influenza governa lo spirito del tempo, comune ad intere generazioni, dando voce all’inconscio collettivo. Sono utili quindi a spiegare i meccanismi psichici che trascendono l’osservazione ordinaria del singolo individuo, e la loro influenza appare più chiara se la si considera in rapporto alla storia dell’umanità nel suo insieme.
Di Urano - scoperto nel 1781 - un grande astrologo, Ciro Discepolo, dice che nulla ci fu trasmesso di esso dalla tradizione, non essendo stato conosciuto prima dei fatti dirompenti sul piano sociale che accompagnarono la sua scoperta (...). Il suo linguaggio espressivo è molto simile a quello dell’inconscio individuale e collettivo: è “primitivo”, e dunque facilmente comprensibile.
È in sintonia con il principio rivoluzionario, i cambiamenti rapidi, le azioni improvvise, le svolte radicali, l’individualismo, l’originalità, l’eccentricità, la tecnica, il progresso, l’elettricità, il cinema, la psicologia, la psichiatria, l’astrologia, la fantascienza, l’aeronautica, i voli spaziali
Urano è la funzione mentale in grado di contrapporre a ogni idea il suo opposto, fino ad annullare entrambe; è il Matto dei Tarocchi, lo Zero che tramite la propria follia apre nuove possibilità dell’essere… ma anche il paradosso secondo cui concetti come Libertà, Uguaglianza e Fratellanza vengono talvolta utilizzati come paravento per ingiustizie e massacri, pur mantenendo intatto il proprio valore filosofico e sociale.
Sessantacinque anni dopo, nel 1846, venne scoperto Nettuno: pianeta legato al sentimentalismo ed al romantico idealismo dell’Ottocento, che fu in gran parte illusione - ai gas, alle nuvole, all’inconscio, al sonno, allo stordimento (nell’anno della sua scoperta venne eseguita la prima operazione chirurgica con anestesia - fu utilizzato l’etere), alla confusione, alle masse plasmabili ed inerti.
Per Discepolo, l’elemento di Nettuno è l’acqua (…) senza confini, caratterizzata dal caos, dalla dilatazione estrema, dalla mancanza di forze di coesione, dalla trasparenza che diventa torbidezza a mano a mano che si scende verso il fondo.
Nettuno è l’astro della grande sensibilità, normale e paranormale. (…) Le sue parole chiave sono: dilatazione, espansione, ricettività, passività, fecondità, transfert, oblio, sogno, immaginazione, fantasia, confusione, caos, disordine, nebulosità, buio, mistero, tradimento, pazzia, genio, precognizione, metamorfosi, fusione con il collettivo, identificazione con la massa.
Sull’onda di Nettuno venne al mondo Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi: un paradigma completamente diverso da quelli fino ad allora utilizzati per l’osservazione dei comportamenti umani.
Egli mostrò come il processo di produzione dei pensieri vada al di là della comprensione razionale, e come spesso le ragioni dei nostri comportamenti non abbiano niente a che fare con i nostri pensieri coscienti: fu questo un duro colpo all’ingenua speranza che la conoscenza della materia potesse da sola guidare l’Uomo alla presa di controllo del proprio destino.
In forte risonanza nettuniana è anche l’opera di Carl Gustav Jung, che nel 1912 pubblicò Simboli della Trasformazione e aprì la via dell’interpretazione dell'inconscio in chiave mitologica e archetipica.
Per terzo viene Plutone, che fu scoperto nel 1930. Come Urano, può esercitare sulla realtà un’azione distruttiva: ma se il dio del cielo semplicemente la annienta, quello degli inferi la gonfia e la inflaziona, fino a farla collassare su sé stessa.
Discepolo afferma che Plutone governa le tenebre e la profondità a tutti i livelli: quindi inconscio, passioni nascoste, energie sommerse, istinti animali, conflitti non affioranti.
La morte, con tutti i suoi attributi, è un’altra sua emanazione; ma non deve intendersi come la fine di ogni cosa, bensì come il punto di passaggio per la trasmutazione, per la rinascita. Attraverso Plutone si possono raggiungere vette apparentemente inviolabili, ma anche toccare il fondo di baratri di cui non si vede la fine.
Con esso si può realizzare l’ascesa spirituale, ma anche lo stato più bieco di depravazione.
Essendo la sua un’energia profonda, atavica, animalesca, non sempre si riesce a controllarla, ed una volta aperta la griglia se ne può essere sommersi - è quindi affine all’abisso di Nietzsche, riguardo al quale egli affermava chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro; e se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.
Plutone può essere associato anche alla carta dei Tarocchi chiamata Il Giudizio (e nei Tarocchi di Aleister Crowley, L’Eone): nella sua accezione tradizionale, essa descrive la fine del mondo e il relativo avvento del regno di Dio, mentre nella visione crowleyana rappresenta il passaggio tra un eone e l’altro, in cui la Terra deve essere bagnata con il sangue. Al di là dell’immagine cruenta legata alla guerra, in tale affermazione possiamo riconoscere chiaramente il carattere strabordante di Plutone, che aggiunge il genocidio al semplice conflitto bellico.
Ora, in un certo senso la stessa Apostasia di Sabbathai - per il suo significato storico veramente rivoluzionario - può essere considerata profetica dell’avvento di Urano, ed il mito della Discesa nella Montagna è un’interpretazione dello stesso evento in chiave nettuniana. Possiamo inoltre ipotizzare per esso una terza lettura fondata sul simbolismo di Plutone, e per afferrarla è necessario plutonicamente scavare a fondo nella struttura dell’Albero della Vita qabbalista.
Secondo Crowley, Urano corrisponderebbe alla cosiddetta non-Sephirah Daath (che si trova sul Pilastro centrale, subito prima dell’accesso alle tre Sephiroth superiori: salendo si trovano dunque Binah/Saturno in cima al Pilastro di sinistra, Chochmah/Nettuno su quello di destra e Kether/Plutone al sommo, principio iniziale dello schema.
Ora, dal punto di vista del simbolismo planetario, l’operazione compiuta da Davide con Husai fu svolta in Binah (Saturno): ovvero con l’intento di congiungersi al Dio Giusto, che in quell’occasione consacrò il Messia in qualità di Shekinah attraverso l’emissione dei suoi effluvi controllati (ci porterebbe fuori strada, ma è comunque da tener presente, l’analogia tra l’emissione saturnina e gli anelli di questo pianeta, dei quali è stato detto possano costituire un apparato di trasmissione).
Fa seguito poi la repentina caduta/Apostasia/Urano nel Cuore della Montagna, ovvero nella nebbia tenebrosa generata dalla Rottura dei Vasi (o dal Diluvio): l’espressione imperfetta ed incontrollata della volontà divina.
Si passa poi al il catartico incontro/scontro tra Sabbathai e Samael, ovvero con Nettuno in persona: - non a caso, Samael è anche l’Arcangelo che governa i fluidi e i veleni.
Il lasciarsi fecondare da Samael vuol dire anche assorbire in sé i residui del Dio Buono: Plutone, lo straripante generatore dei flussi incontrollabili che il Dio Giusto/Saturno non riusciva a purificare.
Volendo sintetizzare queste sorprendenti corrispondenze (delle quali, per non dilungarci, abbiamo citato solo una minima parte), è il caso di far notare come la Discesa nella Montagna possa essere considerata un’allegoria del passaggio dai pianeti tradizionali (di cui Saturno, il settimo pianeta, è il tipo o la figura) ai pianeti trans-saturnini: ovvero dalla dimensione individuale della vicenda umana a quella collettiva, di cui l’amalgama a cui tende il progetto dell’organizzazione è destinato a rappresentare la piena espressione.
Con la consumazione dell’atto di sesso anale tra Dio e il Messia, trova il proprio compimento la profezia di Osea 11:1: Quando Israele (il Messia) era giovinetto l’ho amato, e dall’Egitto (ovvero dal Cuore della Montagna) ho chiamato mio figlio.
Ha chiamato suo figlio anche se, nel Cuore della Montagna - dove tutto si ribalta - il ruolo del maschio non è più rivestito da Dio, ma dal Diavolo/Samael; per questo fu scritto che il Messia entrerà in Gerusalemme cavalcando un Asino (che nella versione originale, se vogliamo dar retta ad alcuni commentatori neognostici, suonerebbe cavalcato sessualmente da un Asino; ma non ci sembra necessaria l’adesione a questa interpretazione estrema perché il simbolismo dell’immagine risulti comunque chiaro), ovvero affidandosi passivamente ad un animale che non è simbolo soltanto di virilità ma anche di povertà (ed in questo caso di povertà spirituale, che - a seconda di come si voglia interpretare questa espressione - può significare tanto il massimo avvicinamento a Dio, quanto l’estremo allontanamento da Lui).
A quale scopo tutto questo? Con l’inoculare il Veleno delle proprie qualità negative nel corpo passivo del Messia, Samael - il Gran Serpente - fa di Lui il più povero degli uomini: così si adempirà alla parola dello Zohar, la preghiera del più povero sarà quella che salirà più in alto.
Il rotolo della Torah caduto nella latrina, l’espressione di Dio più lontana dalla propria fonte, è quella destinata a svolgere il ruolo più fondamentale nel piano divino (volendo guardare all’aspetto… meritocratico del simbolo: perché più meritevole è il mantenersi fermi nella Grazia di Dio quando se ne è lontani).
Del resto, l’idea che ogni essere - per quanto inferiore e tenebroso - racchiuda in sé una scintilla divina non è soltanto il cardine della metafisica sabbataista, ma di qualunque sistema iniziatico fondato su un legame di base con le religioni del Libro (quindi, sia ebraico che islamico che cristiano) - varia l’approccio, nel senso che da questo presupposto si può dedurre ciò che si vuole, ma il punto di partenza è lì comunque.
Si può per esempio scegliere se prendere in considerazione o meno il fatto che la scintilla presente in ogni forma (e sull’ogni, già esistono parecchi approcci diversi) è attiva nei confronti del mondo manifestato, ma passiva nei confronti di Dio; e questo concetto - se sviluppato a fondo come avvenne per il rapporto tra Dio e Shekinah nella qabbalah, ed ancora di più nella metafisica sabbataista - introduce spontaneamente il concetto di una Shekinah bisessuale, attiva o passiva a seconda del punto di vista da cui la si consideri.
Per questo Davide, figura del Messia, copula con Dio sul Monte degli Ulivi, e Dio scarica il suo sperma in lui: ovvero non lo disperde, ma lo include nel mondo della manifestazione, così come in ogni forma sono incluse le Sue scintille.
Quest’ultimo passaggio è forse il più fondamentale per la definizione del ruolo messianico: in quanto evidenzia come l’offerta del deretano al Signore da parte del Messia non possa essere considerato un atto di lussuria, bensì un gesto magico volto a scongiurare l’errore divino di disperdere il Suo seme/scintille nel creato.
Il senso taciuto del discorso è la sconfessione dell’atto creativo imperfetto che il virile Dio Giusto ha perpetrato; nonché l’affermazione che l’impotenza e la passività del Messia, in connubio con l’esaltazione della metà femminile del mondo, sono destinate a produrre una nuova creazione migliore.
Per quanto, come abbiamo accennato, la contrapposizione tra le figure del Dio Giusto e del Dio Buono non possa essere considerata una peculiarità del Va-avo (la prefigura la contrapposizione stessa tra l’Antico e il Nuovo Testamento - basti pensare a Marcione, che ravvisava tra l’immagine di Dio degli Ebrei e quella dei Cristiani differenze tanto enormi da non aver scrupolo a considerarle due persone distinte), la novità portata dal nostro testo è che il ternario delineato dai due opposti e dalla loro somma trova la sua soluzione in una sintesi del tutto peculiare, nella quale non è più l’elemento attivo, bensì quello passivo, ad essere esaltato.
Un’ultima novità senza precedenti (che ritroviamo, al giorno d’oggi, anche nella teologia cristiana) è che, nel Va-avo, per la prima volta il Dio Buono non si limita ad essere una novità portata nella storia dal Cristo: Egli incarna piuttosto la vera e primigenia natura di Dio, dalla quale il Dio Giusto irascibile e crudele dell’Antico Testamento era solo una deviazione.
Il Nome col quale si parla del Dio Buono nella Torah è Edom, in quanto questo termine deriva dalla radice che significa silenzio (a significare quell’Assoluto che è silenzio in quanto non manifestato: nel senso che di esso, a differenza di tutto ciò che si riferisce al mondo delle forme, non si può parlare).
Assume quindi un significato del tutto nuovo il famoso Genesi 36: 31, questi sono i Re che regnarono in Edom prima che regnasse un Re degli Israeliti: non erano costoro miscredenti, bensì i legittimi trasmettitori della tradizione primordiale.
Questo concetto, del resto, era già stato anticipato da Sabbathai, che aveva detto: Edom l’Antico è un essere di pura grazia, libero dalla sottomissione alla Torah ed ai suoi comandamenti che legano Israele.
Nella genealogia che segue a Genesi 36: 31, l’ultimo discendente dei Re di Edom ad essere citato non è Giacobbe, ma suo fratello Esaù, sebbene questi avesse venduto a Giacobbe la propria primogenitura per un piatto di lenticchie; citando lui invece di Giacobbe, la Genesi ci informa che di quell’episodio non bisogna tenere conto, in quanto a partire da Giacobbe incominciò la deviazione dal Dio Buono primordiale al Dio Giusto (anche se il Va-avo ne ravvisa i segni premonitori già ai tempi del Diluvio).
Esaù, detto Edom (Il Rosso) anche per il colore dei suoi capelli (come anche Adam vuole dire nato dalla terra rossa), prima di perdere la primogenitura era stato il prediletto del padre Isacco. In gematria, il suo nome ha lo stesso valore numerico della frase Il Serpente vive; laddove il Serpente di cui si tratta è Nahash, il Padre dei Serpenti, quello che tentò Eva.
Nelle rappresentazioni grafiche di questo simbolo, Nahash si morde la coda (come l’Ouroboros gnostico ed ermetico, che da lui è derivato): egli è figura del ciclo spaziotemporale avviato dalla Caduta, nel quale è scritto che ogni cosa debba ritornare al suo posto d’origine.
Per questo Esaù/Edom è destinato a riavere la sua primogenitura, come è anche sentenziato dall’equivalenza gematrica del suo nome con il termine integrità (in questo caso: reintegrazione nel proprio diritto), nonché dalla sua seconda possibile etimologia: Colui che soppianta.
Questo significa che Esaù è destinato a soppiantare Giacobbe nella grazia di Dio, ovvero: l’opera di Gesù, avviando le basi per il processo di rivalutazione teologica del Dio Buono, ha restituito ai Gentili/Edom il favore di Dio, sottraendolo agli Ebrei.
Con grande spregiudicatezza, l’autore del Va-avo non ha scrupoli a porre in evidenza quella che è la conseguenza più appariscente di questo ritorno dei Re di Edom al timone della storia: la netta affermazione della superiorità del Cristianesimo sull’Ebraismo (che è quella dell’1 sul 2, tanto considerando la cosa dal punto di vista strettamente gematrico quanto da quello dello Schema 1-2-1): così come il Santo Antico, antecedente e superiore al Dio di Israele, corrispondeva al Dio Buono, così il nuovo mondo generato in Occidente dal Cristianesimo apre le porte per il ritorno dell’umanità alla sorgente della tradizione primordiale.
È utile, a questo punto, fissare alcune idee concrete riguardo queste differenti concezioni di Dio; per dovere di sintesi saranno forse incomplete, ma comunque utili a seguire meglio il discorso.
Il concetto di Dio Giusto comprende sì il Dio di Israele, ma anche le divinità proprie di ogni culto organizzato e religioso; per esempio, anche il pantheon induista può essere considerato alla stregua di una Sua manifestazione. Ne consegue che il dialogo tra i differenti culti del Giusto sia quasi impossibile, ostacolato da differenze culturali e teologiche.
Il Dio Buono si riscontra invece in tutti i movimenti di riforma del culto ufficiale, come fu il Cristianesimo per l’Ebraismo, oppure i Tantra per l’Induismo. Come il Dio Giusto, ha una natura religiosa; eppure non è limitato dalle influenze culturali proprie del luogo in cui si sviluppa, ma tende piuttosto ad una forma di sincretismo, e per questo ha spesso la funzione di rinnovare il Dio Giusto assimilando nuovi elementi al culto.
Possiamo inoltre cogliere in esso tra le righe la presenza (o la non-presenza) di una concezione radicale di Dio, che trascende la manifestazione (ed è per questo, crediamo, che assai raramente viene apertamente discussa). Questa concezione precede, oltre alle manifestazioni culturali, anche lo spirito religioso, ed è per questo in grado di destabilizzare dalle fondamenta ogni idea sacra o filosofica: Esso è il “Dio” degli sciamani, il mondo degli spiriti o degli Antichi, dal quale solo pochissimi eletti possono attingere, per breve tempo, e spesso a carissimo prezzo.
Eppure, questa crediamo sia la Sorgente a cui fa riferimento il Va-avo, e che esista un modo per vivere la sua esperienza uscendone totalmente rinnovati, invece che annientati - o meglio ne esistono parecchi, ma possono essere riassunti nel termine iniziazione.
Il Dio Buono è quindi Colui che sta correggendo l’errore del Dio Giusto, il quale si masturbava perché erroneamente supponeva così di non corrompersi, e proprio in seguito a questo errore di valutazione eiaculò senza freni fino alla Rottura dei Vasi; perciò non è il Dio di Giacobbe (Dio Giusto) che va pregato, se non si vuole ricadere nel suo errore, ma pregate il Dio di Gesù (Dio Buono), che riporta l’armonia nel mondo.
Tuttavia (e qui l’autore del Va-avo ha-Yom el ha-Ayin, con un altro lampo di creatività, ribalta ancora le carte in tavola), al Cristianesimo non è finora riuscito di concretizzare la propria superiorità nella storia: infatti il cammino della civiltà occidentale è contrassegnato da una sequela pressoché infinita di guerre, stragi e atrocità, in stridente contrasto con la purezza del suo messaggio d’amore.
In verità, è proprio la sua maggiore elevatezza a rendere il Cristianesimo sublime ma impossibile: al punto che, per correggere le sue imperfezioni, è stato necessario che Edom cambiasse pelle, incarnandosi in Sabbathai sulla base dell’equivalenza Nahash/Mashiah - Serpente/Messia.
In virtù di questo passaggio, diventa molto più chiaro come la Discesa nella Montagna fosse stata fin dalle origini concepita con l’obbiettivo di conferire al Sabbataismo presenza duratura nell’occidente cristiano, e la forza per reintegrarlo.
Potrebbe quindi sembrare paradossale che Sabbathai si fosse convertito all’Islam, e non al Cristianesimo, per realizzarla; ma anche questo ha il suo senso.
Intanto, va notato come per qualsiasi religione ogni altro da sé sia Satana (tant’è vero che nell’Ebraismo Samael, il Satana/Serpente, viene appunto definito L’Altro); e proprio il fatto che la Discesa nella Montagna di Sabbathai equivalesse ad immergersi in ciò che più era percepito come l’Altro -satanico, oscuro e indifferenziato - è senza dubbio uno dei principali concetti che il suo gesto voleva sottolineare.
Bisogna poi considerare come la copula del Messia col Dio Buono sia anche figura della Crocifissione, sia storica che mitologica.
In seno al cattolicesimo, secoli prima di Sabbathai abbiamo avuto il fulgido esempio di Francesco d’Assisi (1181/82 - 1226), il quale - opportunamente provvisto di stigmate - è stato uno dei più grandi rinnovatori della Chiesa; non stupisce quindi che una delle leggende più note che lo riguardano sia quella in cui mette pace tra un lupo e gli abitanti di un villaggio.
È questo è il tema che in psicologia è definito reintegrazione dell’ombra, e le sue affinità con la Discesa nella Montagna ci sembrano chiare, proponendoci anche una delle chiavi di lettura più fondamentali dell’Apostasia di Sabbathai.
Come migliaia di Cristiani dei primordi si offrirono alla Crocifissione per riprodurre nella propria persona il sacrificio di Cristo, atto salvifico supremo, così migliaia di Sabbataisti negli ultimi tre secoli si sono convertiti all’Islam o al Cristianesimo per entrare nell’Altro, rafforzando a livello di eggregore il gesto rituale che consentirà al Santo Antico di riprendere il timone della storia - una possibilità, è da notare, che se Sabbathai si fosse convertito al Cristianesimo e non all’Islam sarebbe rimasta preclusa ai credenti dei Paesi islamici.
Anche da tutto ciò possiamo vedere come il nuovo Cristianesimo postsabbataista ed edomita sia destinato a diventare qualcosa di ben diverso da ciò che fu il Cristianesimo storico nel primo millennio e mezzo della sua era.
Nel prossimo ed ultimo articolo, chiuderemo cercando di analizzare l’eredità del Va-avo nella dottrina esoterica moderna che più chiaramente porta i segni della sua influenza: la magia crowleyana.

Daniele Mansuino e Paolo Del Casale

 

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