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Vecchio 12-03-2008, 16.24.56   #1
emmeci
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Una parola sfortunata: "progresso"

Chi osa ancora pronunciare questa parola? Chi osa credere nel miglioramento progressivo della storia, di fronte a ciò che leggiamo quotidianamente sui giornali o vediamo sugli schermi televisivi?
Un momento - potrà dire qualcuno - bisogna prima mettersi d’accordo su ciò che s’intende per progresso: forse non si può escludere che, quanto alle condizioni di vita, un certo progresso ci sia stato dall’epoca delle caverne all’epoca dei grattacieli, che almeno nelle scienze e nella tecnologia qualche cosa di valido si sia scoperto e inventato, e che perfino a livello sociale e politico…In fondo milioni di persone oggi credono che lo schiavismo sia un’usanza passata, che uomini e donne abbiano un cervello identico (per carità, solo il cervello!) e che una costituzione democratica sia qualcosa di meglio di un regime castale o tirannico o, come si suol dire, sia la soluzione meno peggiore di ciò che si può ottenere nel campo sociale e politico….Sì, ma se vogliamo andare più a fondo, cioè toccare il livello morale, forse molti non saranno pronti a un positivo verdetto. Altri poi non oseranno pronunciarsi e si rimetteranno al giudizio di Dio.
Sembra infatti – o sembrava – che le riserve contro l’idea di progresso dovessero provenire soprattutto dalla religione, visto il precedente della disobbedienza evo-adamitica e la conseguente condanna a una penitenza lunga quanto la storia. Ed effettivamente è dopo i secoli del medio evo che sembra nascere quest’idea di progresso che tocca il suo culmine (con l’eccezione del cocciuto Rousseau) nell’illuminismo dell’Enciclopedia, di Voltaire e di Kant, una fiducia in ciò che la storia dell’uomo può diventare, condivisa pariteticamente dall’idealismo e dal positivismo, e che trova una diffusione elitaria e borghese, se non popolaresca, alla fine dell’Ottocento e nella Belle Epoque, con l’espansione dell’industrialismo, i prodigi della scienza, la conquista europea dei tre continenti – ahi! Proprio qui incominciano le disavventure di quella parola, dapprima con i rimbrotti di Shopenhauer, Hartmann, e le cupe visioni di Spengler; poi con il dilagare della crisi e del nichilismo, il rimorso che gli etnologi cominciano a provare per il passato colonialista e la fissazione che la civiltà europea debba essere un modello per tutti, mentre la religione – già, la religione, che non può dimenticare la tradizione biblica di una storia che ci condanna a dolerci fino al ritorno fra le palme del giardino terrestre, ma deve pur credere nell’efficacia della parola evangelica e del compito missionario affidato agli apostoli, e quindi aver fiducia in un riscatto del genere umano, almeno fino alla tregenda dell’apocalisse.
Ma noi, oggi, lasciando da parte presupposti illuministici o religiosi, posti, come siamo quotidianamente, davanti a spettacoli di degradazione e di morte in tante zone del globo, e – d’altra parte – consapevoli dei miracoli della rete e di una globalizzazione che apre spazi impensabili all'affermazione dei diritti umani mentre i dati statistici indicano un continuo innalzarsi della nostra speranza di vita….che cosa possiamo dire? Sì o no al progresso del genere umano?
emmeci is offline  
Vecchio 12-03-2008, 16.51.18   #2
Noor
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Riferimento: Una parola sfortunata: "progresso"

Perchè ,c'è forse qualcosa di permanente che possa progredire?
C'è forse un Essere che è sempre uguale a se stesso e che quindi può produrre modificazioni?
L'uomo è impermanente..la storia e il progresso sono idee,e frutto di quell'impermanenza:
ovvero costruzione illusoria della mente..
Noor is offline  
Vecchio 12-03-2008, 17.03.10   #3
visechi
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Riferimento: Una parola sfortunata: "progresso"

Caro emmeci, complimenti davvero per la tua vivida capacità di riflettere con estrema cura e sottigliezza di questioni scottanti, proponendo sempre argomentazioni mai banali… Chapeau!

Ho letto la tua nuova proposta di riflessione.
Come sempre molto accurata, oltre che sintetica - ah, la sintesi, qualità che proprio a me difetta -.
Nulla da eccepire, se non un piccolissimo particolare, forse un bruscolino, ma che penso faccia un po’ la differenza. Non è il progresso il vulnus. Shopenhauer, Nietzsche ed altri pensatori dell’Ottocento, sollecitati dalla cultura positivista che per troppo tempo ha intriso gli animi e le menti dell’uomo, hanno forse solo presagito l’affermarsi di quel che oggi definiamo Teckne, e al rischio che questa Idra fagocitante si trascina appresso hanno rivolto i loro strali, quasi fossero degli aruspici ante litteram, o post litteram (fai tu). La morte di Dio, cui Nietzsche ha solo prestato la propria voce come cassa di risonanza all’annuncio di Voltaire, ha determinato una caduta di senso. Quest’eremia del significato dall’orizzonte esistenziale dell’uomo, era presumibile che lasciasse campo libero ad altre risposte. Forse la filosofia dell’Ottocento, quella particolare filosofia, ha solo presagito quel che oggi s’impone con tutta la sua virulenza. Quindi, sintetizzando: non il progresso, ma la tecnologia è la vera parola sfortunata.

Ciao
visechi is offline  
Vecchio 12-03-2008, 17.29.41   #4
TheDruid
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Riferimento: Una parola sfortunata: "progresso"

Purtroppo l'idea di progresso, a mio avviso, è malata all'origine, lo dico per preconcetto mio, che penso che non vi possa essere un progresso senza un equivalente spinta di regresso.
Questo mio concetto, evidentemente trafugato alla fisica, metterebbe forse in pace gli animi,ma restringendo il nostro giudizio solo al secolo appena passato, si viene a ritrovare un legame più intimo e collaborativo tra morale e evoluzione tecno-sociologica.
Purtroppo le due parti sono distinte non solo filosoficamente, ma anche fisicamente,la morale è l'animo di una società mentre la tecnologia i risultati tangibili di essa.
Ma siamo in grado di valutare entrambe le cose in modo individuale?
Mettiamo esempio: la bomba atomica. Essa dal punto di vista tecnologico potrebbe essere vista come un prodigio, motivo per il quale emeriti scienziati vi hanno partecipato; ma dal punto di vista etico e morale?
Relativisticamente parlando, l'idea di progresso perde forza, in fondo come appena detto bisogna capire da che punto lo guaradiamo.
Ciò che però si nota con facilità è il prezzo del progresso, o meglio ancora, il costo di una tale velocità di progresso.
Nel secolo scorso dobbiamo ricordare che alcune generazioni nell'arco della propria vita hanno allevato piccioni viaggiatori e comprato cellulari.Questa velocità ha necessariamente avuto un prezzo, un prezzo pagato in spirito,
come quasi un tacito compromesso;sul mercato non si trovano solo pomodori e patate, ma l'intero zeitgeist del secolo.
Penso che il questito che hai posto difficilmente troverà una risposta, se non nell'idea di progresso stesso,e si finirà col cadere sempre sulle stesse domande incapaci di produrre verità, essere o avere? mezzi o fini?
TheDruid is offline  
Vecchio 13-03-2008, 11.20.16   #5
emmeci
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Riferimento: Una parola sfortunata: "progresso"

Sì, TheDruid, non solo l’idea di progresso ma l’intera storia dell’uomo può essere considerata illusione (che sarebbe già un progresso rispetto all’idea biblica di una storia assegnataci come condanna fino a un molto improbabile ravvedimento o una più probabile apocalissi finale): però noi viviamo in questa storia, e a meno di essere proprio convinti di essere anche noi e non solo Adamo ed Eva i colpevoli, mi pare che possiamo cercare di vivere meglio, forse autorizzati dallo stesso Dio della Bibbia che, almeno fino alle vicende del XX secolo, ha fatto del bene al suo popolo – al di là di episodi che possono sempre essere interpretati allegoricamente, come quello dell’ordine impartito ad Abramo di uccidere il figlio e della lebbra di cui è stato coperto Giobbe a solo scopo dimostrativo….Bene, lasciamo stare i sacri testi delle religioni, in cui facciamo ormai fatica a credere completamente, e lasciamo anche i prodigi della tecnologia che, d’accordo con Visechi, mi pare di poter guardare con qualche sospetto, ma un pizzico di progresso lo vedo proprio nella politica cioè in quella che mi è sempre parsa come l’attività più arcaica e più restia a migliorare fra le attività umane, perché sembra che sia un’attività che "deve" essere immorale per poter funzionare, e che comunque è quella rimasta più primitiva: e qui bisogna trovarne una spiegazione per poter rimediare agli errori commessi. Ebbene, se nella politica possiamo riconoscere, come ho detto, qualche miglioramento (chi vorrà negarlo se compariamo una moderna democrazia con i regimi tribali e castali?) e se si sono verificati, tali miglioramenti, non per decisione dei politici cioè degli uomini di potere, ma quasi contro di loro e contro il loro volere, ebbene forse c’è voluto un intervento soprannaturale, ma un miglioramento morale c’è. A meno di diffidare proprio di tutto, e ritenere che sia illusione anche questo oscillante lume della ragione, questo ideale del bene comune che potrebbe essere considerato ancora come il fine della politica, almeno ricordando Platone e, sì, anche ciò che dicono i religiosi, sia pure senza averla messa in pratica sempre, costi quello che costi.
emmeci is offline  
Vecchio 13-03-2008, 14.57.27   #6
Noor
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Riferimento: Una parola sfortunata: "progresso"

Citazione:
Originalmente inviato da emmeci
A meno di diffidare proprio di tutto, e ritenere che sia illusione anche questo oscillante lume della ragione, questo ideale del bene comune che potrebbe essere considerato ancora come il fine della politica, almeno ricordando Platone e, sì, anche ciò che dicono i religiosi, sia pure senza averla messa in pratica sempre, costi quello che costi.
Beh..allora poi non prendiamocela con gli idealismi religiosi che dicono in fondo la stessa cosa ..
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Vecchio 13-03-2008, 15.08.40   #7
TheDruid
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Riferimento: Una parola sfortunata: "progresso"

Ah no emmeci, se non ricordo male è la prima volta, ma questa volta devo proprio contraddirti.
Naturalmente la relatività permea anche questo dibattito, eh si, dalla tribalità ad oggi il progresso è assicurato. Volendo però distaccarci dall'evoluzione e dalla cronologia, siamo convinti che la politica odierna sia "progredita" rispetto a esempi dei più vari schemi sociali disparati nel tempo? Già in "cultura e società" ho espresso molto volgarmente la mia protesta contro l'italiana democrazia,o meglio ancora contro il "progresso"
di questa.Mettendo il naso fuori dal confine potremmo intravedere attualità molto più avanzate rispetto alla nostra,che so io la Canadian Way of Life, ma ancora non mi convinco del fatto che progresso sia la parola giusta per apostrofare la situazione.
Molte volte ho ripetuto che se proprio dobbiamo parlare di un concetto così confutabile quanto il progresso, bisogna avvedersi dal confoderlo con la complessità o con la vastità di ciò che è giudicato.
Il mio giudizio negativo deriva quindi da una visione in assoluto della storia antropologica, e cronologicamente parlando? Idem, o meglio, a mio avviso siamo al culmine di una fase ascendente che ha caratterizzato il secolo morto da poco, e ci prepariamo ad un brusco calo qualitativo; la speranza è che ancora una volta si possa risorgere dalla sconfitta con nuovo vigore e nuovi ideali, anche se ancora non capisco perchè esso sia necessario periodicamente.
E con la logica dell'eterno ritorno, dovè il progresso? Nella fase culminante di un ciclo?Mah....
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Vecchio 14-03-2008, 09.10.05   #8
emmeci
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Riferimento: Una parola sfortunata: "progresso"

Beh,TheDruid, mi pare d’aver manifestato seri dubbi anch’io sulla parola progresso, tanto che, se ho dovuto riconoscere che qualcosa come un progresso si può intravedere in campo socio-politico, (raffrontando le tribù trogloditiche alle moderne società democratiche), ho però avvertito che ogni miglioramento in questo campo sembra essersi realizzato contro la volontà dei politici cioè per una sorta di provvidenza…..ciò che può ricordare, lo riconosco, il proverbio “peso el tacon del buso” visto che rende proprio nullo in questo caso lo sforzo dell’uomo. Vorrei inoltre ricordare che ho detto che la politica sembra non possa fare a meno dell’ipocrisia o addirittura dell’immoralità: che è un’attività rimasta per così dire allo stato arcaico se non primitivo, nonostante gli sforzi dei filosofi che, dall’antica Grecia (e forse dall’antica Cina), da una parte hanno cercato di chiarire gli scopi della politica proponendo ideali di bene comune, dall’altra hanno cercato di dare alla politica un valore in sé, descrivendola come un’attività dotata di proprie leggi, perfino di leggi scientifiche, che non sono identificabili con le leggi morali.
Proseguendo su questa linea, è però evidente che non solo andiamo contro alla tradizione classica e religiosa, ma contro al comprendonio dell’uomo della strada, cioè dell’uomo senza potere o povero nello spirito, che si domanda perché mai il re deve avere una morale diversa dalla sua…Come in fondo è ribadito dalla stessa chiesa cristiana quando dice: date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, mettendoli in tal modo sullo stesso piano, cioè sul piano della regalità, mentre forse a Dio potrebbe essere riservato uno status – chi sa mai? – diverso se non più spirituale.
(Quanto al tema dell’eterno ritorno, ha e ha avuto tante interpretazioni che è meglio lasciarlo da parte, visto che è stato perfino preso come il regale sigillo di un potere inamovibile ed assoluto).
emmeci is offline  
Vecchio 14-03-2008, 13.53.53   #9
TheDruid
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Mi dispiaccio di non conoscere il significato del proverbio da te citato, ma mi compiaccio del fatto che avevo evidentemente travisato le tue parole, trovandomi quindi ancora una volta in accordo con te.
Eh si, i filosofi ci propongono sempre valori di indubbio pregio, non si può certo affermare che un uomo amante della conoscenza non ami con lo stesso fervore l'umanità tutta.
Ho sempre pensato che la pecca dei filosofi fosse riconoscersi tali, perchè da quel dì greco le loro affermazioni furono etichettante come utopiche e abbandonate alla deriva.
E non faccio a meno di notare, quanto la coniatura della professione del politico abbia corrotto la politica stessa.In quanto all'eterno ritorno hai perfettamente ragione, cercavo solo di racchiudere
in uno schema ciò che sembra essere la vera nemesi del progresso. Sarà forse utopico credere che se v'è progresso, esso deve seguire un andamento lineare, ma è distopico notare come la storia
ci insegni che la più grande forza negatrice dell'evoluzione sociale è l'anacronismo storico che attanaglia chi in questa società ha il potere di fare.
Ricordo che in una discussione sull'evoluzionismo, venne fuori il fatto che gli scienziati ci rivelavano che la nostre abitudini sociali avrebbero modificato(vista da oggi, mutilavano)perfino la morfologia umana.
Evoluzione e regressione, persero lentamente significato per me, anche in un ambito nel quale non era impossibile discernerli, e qui il progresso mi da la stessa idea..
Voglio dire, se se conosco la meta del mio viaggio, è facile per me dire se i mie passi vanno avanti, oppure in direzione opposta; a qual'è la meta dell'uomo? o ancor più difficile, qual'è la meta dell'umanità?
Alla prima domanda abbiamo avuto tante risposte, sopratutto da scienza e filosofia, ovviamente nessuno conosce la verità, ma almeno possediamo possibilità; ma l'umanità cosa anela?
Non ci sono moire o superuomini a indicarci la meta, e ci ritroviamo ancora una volta all'astrazione di un bivio, fato o volontà?Sempre che poi non vogliamo criticare il fatto, che i 3 tempi percepiti dall'uomo siano per così dire, una sua peculiarità.Tanta carne al fuoco.....e veramente poco arrosto.
TheDruid is offline  
Vecchio 15-03-2008, 07.36.19   #10
emmeci
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Voglio proprio essere, almeno per una volta, possibilista, anche senza arrivare a pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili: possibilista nei riguardi non solo della politica (che è già una difficile impresa!) ma perfino della religione, cioè, in particolare, della religione cristiana…..Sì perché effettivamente, se mettiamo a confronto passato e presente, un miglioramento pare si possa vedere anche qui. Dove sono infatti, oggi, i roghi pronti a bruciare gli eretici e magari anche coloro che, come Giordano Bruno, pensavano che la terra non fosse il centro dell’universo o, come Martin Lutero, che Dio non dovrebbe avere particolari ragioni per guardare benevolmente le colpe dei papi riconoscendo in loro i suoi incriticabili plenipotenziari? E non solo: i “no” della chiesa contro le teorie scientifiche non sono più così drastici, ma per così dire sfumati, limitandosi all’accusa di un generico relativismo rispetto alla fede inconcussa dei religiosi, mentre è passata di moda l’abitudine di ricorrere al termine dogma e, quanto al decalogo, forse si pensa che dopo tutto non basta di fronte a problemi che sono sorti a tanta distanza da Abramo e Mosé…..Dunque un progresso c’è, proprio nel campo più ostile alla storia, che è quello della religione. Purtroppo però questo avviene solo in una parte del mondo, e non c’è nessuna muraglia o cortina di ferro a dividerci dall’altra parte.
Allora, per riassumere: niente progresso per quanto riguarda la vita di tutti i giorni – la propensione ad assassinii, frodi e rapine, cioè la quantità di lupinità presente negli individui - e un miglioramento (dovuto però non tanto a noi uomini quanto a una specie di provvidenza superiore a pontefici e re) in ciò che riguarda politica e religione, almeno nella parte di geografia che ci è stata concessa. Alla fine, è un progresso o no?
(Quanto al problema fondamentale che poni, TheDruid, cioè che per rispondere alla domanda se c'è o non c'è progresso, bisognerebbe conoscere quale è la meta dell'uomo, vorrei suggerire un momento di pausa come ho fatto, un po' furbescamente, a proposito del problema dell'eterno ritorno).
emmeci is offline  

 



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