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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 10-09-2012, 21.34.25   #71
bobgo
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Riferimento: Il tempo esiste?

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Senza l'universale non può esserci il concetto e senza concetti addio filosofia.

L'idea di Jaspers, che il naufragio liberi dall'immutabile, il quale impedisce il divenire, è già presente in Hegel quando dice che la forza dell'intelletto è nel suo unirsi ed espandersi.
L'aggrapparsi ad un qualcosa di immutabile impedisce all'intelletto di affrontare la realtà del divenire, bisogna liberarsi del vecchio per poter fare spazio al nuovo.
Detto questo rimane che pur sempre a qualcosa ci si aggrappa, che si parli di universale o di naufragio o di coscienza assoluta, si tratta comunque di rappresentazioni che si propongono come permanenti di fronte al divenire.
O si pensa con Parmenide e Severino che il divenire non esiste, oppure a qualcosa bisogna pur aggrapparsi.
E la filosofia in quest'ottica mi si presenta come un continuo distruggere vecchi appigli per poi costruirne di nuovi, cui aggrapparsi nella corrente del divenire che, per riallacciarci al titolo del post, lo possiamo chiamare tempo.
Indubbiamente l’universale è necessario per la filosofia, ma non sufficiente. Occorre anche la fede nella Verità.

Il naufragio non può essere una scelta, non sarebbe autentico naufragio.
E’ pressoché inevitabile, nella ricerca della verità, finire col naufragare, ma senza con ciò volerlo, perché non avrebbe senso.
Al naufragio non ci si può infatti aggrappare, perché esso è il dissolvimento di ogni possibile appiglio.

L’esperienza del naufragio può tuttavia farci sperimentare l’Assoluto.
Ma non comprenderlo. Sarebbe infatti errato ritenere di poter in qualche modo intendere l’Assoluto, nell’esserci. Perché nell’esserci non vi è assoluto, e noi possiamo concepire solo quello che c’è, appunto esserci, mediante l’universale.

Di modo che l’aggrapparsi all’immutabile oppure al divenire è solo il vano sforzo di trascinare la Trascendenza nell’immanenza.

Quando tutto è perduto, può forse mostrarsi Dio. Ma potrebbe trattarsi invece dell’orribile abisso che annienta. Come nel grido di Gesu sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Che a mio parere significa: Dio è il Nulla assoluto?

Ultima modifica di bobgo : 11-09-2012 alle ore 14.23.41.
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Vecchio 12-09-2012, 10.44.37   #72
CVC
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Originalmente inviato da bobgo
Indubbiamente l’universale è necessario per la filosofia, ma non sufficiente. Occorre anche la fede nella Verità.

Il naufragio non può essere una scelta, non sarebbe autentico naufragio.
E’ pressoché inevitabile, nella ricerca della verità, finire col naufragare, ma senza con ciò volerlo, perché non avrebbe senso.
Al naufragio non ci si può infatti aggrappare, perché esso è il dissolvimento di ogni possibile appiglio.

L’esperienza del naufragio può tuttavia farci sperimentare l’Assoluto.
Ma non comprenderlo. Sarebbe infatti errato ritenere di poter in qualche modo intendere l’Assoluto, nell’esserci. Perché nell’esserci non vi è assoluto, e noi possiamo concepire solo quello che c’è, appunto esserci, mediante l’universale.

Di modo che l’aggrapparsi all’immutabile oppure al divenire è solo il vano sforzo di trascinare la Trascendenza nell’immanenza.

Quando tutto è perduto, può forse mostrarsi Dio. Ma potrebbe trattarsi invece dell’orribile abisso che annienta. Come nel grido di Gesu sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Che a mio parere significa: Dio è il Nulla assoluto?
Il naufragio di Jaspers è, io penso, il naufragio delle aspettative. Ciò che siamo non è soltanto qui e ora, è anche il passato psicologico che Bergson chiama slancio vitale e che è fatto di ricordi di fatti e sentimenti, così come di anticipazioni.
Questo passato psicologico io non credo sia necessariamente negativo, ossia un peso di cui liberarsi per poter accogliere una realtà trascendente. Il passato psicologico è anche ciò che ci guida attraverso l'intuizione creatrice, che sembra apparire dal nulla ed invece è lo svelarsi della nostra vita in termini di durata: non un pezzo di tempo ritagliato dal suo intero, bensì la percezione di quell'intero. Perchè la vita è una durata unica che va dalla nascita alla morte, la scomposizione della durata che chiamiamo tempo è solo un accomodamento che ci permette di controllare gli eventi.
La realtà è che non possiamo liberarci del passato se non facendolo confluire nel presente, il compimento di un progetto da senso e significato a tutto il lavoro che è stato fatto in sua funzione. Viceversa un progetto che non trova mai compimento lascia nella frustrazione in cui ci lascia il peso di un lavoro inutile.

Il naufragio è necessario e inevitabile quando le nostre aspettative verso il futuro sono errate, ma ciò non comporta che le nostre aspettative siano sempre errate.
L'uomo è un animale capace, in una certa misura, di prevenire gli eventi. Non sono forse la filosofia e la scienza strumenti di previsione? Io credo di si.
L'uomo è un essere proiettato verso il futuro, e credo che ciò sia anche giustificato dal fatto che pure un uomo di 80 anni, sebbene cosciente della propria età, ha ancora l'impressione di un tempo indeterminato davanti a se, come se un solo giorno o una vita intera non facessero differenza.
L'uomo è un essere proiettato verso il futuro, ma perchè questo atteggiamento sia credibile esso deve avere la prosprettiva di un compimento concreto, io credo, e quindi immanente.
Ha senso chiedere di vivere un giorno in più pur sapendo che ciò che attendo non avverrà in ogni caso in questo mondo pure campando 100 anni?

Ultima modifica di CVC : 12-09-2012 alle ore 12.00.43.
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Vecchio 12-09-2012, 17.29.08   #73
bobgo
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Il naufragio di Jaspers è, io penso, il naufragio delle aspettative. Ciò che siamo non è soltanto qui e ora, è anche il passato psicologico che Bergson chiama slancio vitale e che è fatto di ricordi di fatti e sentimenti, così come di anticipazioni.
Questo passato psicologico io non credo sia necessariamente negativo, ossia un peso di cui liberarsi per poter accogliere una realtà trascendente. Il passato psicologico è anche ciò che ci guida attraverso l'intuizione creatrice, che sembra apparire dal nulla ed invece è lo svelarsi della nostra vita in termini di durata: non un pezzo di tempo ritagliato dal suo intero, bensì la percezione di quell'intero. Perchè la vita è una durata unica che va dalla nascita alla morte, la scomposizione della durata che chiamiamo tempo è solo un accomodamento che ci permette di controllare gli eventi.
La realtà è che non possiamo liberarci del passato se non facendolo confluire nel presente, il compimento di un progetto da senso e significato a tutto il lavoro che è stato fatto in sua funzione. Viceversa un progetto che non trova mai compimento lascia nella frustrazione in cui ci lascia il peso di un lavoro inutile.

Il naufragio è necessario e inevitabile quando le nostre aspettative verso il futuro sono errate, ma ciò non comporta che le nostre aspettative siano sempre errate.
L'uomo è un animale capace, in una certa misura, di prevenire gli eventi. Non sono forse la filosofia e la scienza strumenti di previsione? Io credo di si.
L'uomo è un essere proiettato verso il futuro, e credo che ciò sia anche giustificato dal fatto che pure un uomo di 80 anni, sebbene cosciente della propria età, ha ancora l'impressione di un tempo indeterminato davanti a se, come se un solo giorno o una vita intera non facessero differenza.
L'uomo è un essere proiettato verso il futuro, ma perchè questo atteggiamento sia credibile esso deve avere la prosprettiva di un compimento concreto, io credo, e quindi immanente.
Ha senso chiedere di vivere un giorno in più pur sapendo che ciò che attendo non avverrà in ogni caso in questo mondo pure campando 100 anni?
Il tuo pensiero è profondo.
Sono anch’io convinto che lo slancio vitale consista nella compresenza del ricordo e dell’aspettativa che rendono autentico il presente.
Condivido con te l’idea che il passato non sia negativo, e che sia viceversa essenziale. Perché ciò che è stato richiede la mia fedeltà: non posso rinnegare il mio passato se voglio essere me stesso.

Bergson ha colto, a mio avviso, il senso del presente come slancio vitale che racchiude in sé il passato e il futuro. Tuttavia, la sua visione non mi sembra vada oltre l’esserci, seppur sublimandolo. Qui si apre il discrimine tra “vitale” e “esistenziale”.

L’esserci, ossia il mondo immanente, è tutto quello che c’è. Di modo che, è nelle scelte concrete, in questo esserci, con la prospettiva di un fine da raggiungere, che l’uomo si realizza.
Tuttavia, queste scelte, queste decisioni prese a fronte della situazione presente, con i miei ricordi e le mie aspettative, non è che siano veramente “importanti” in funzione del fine da raggiungere (peraltro indispensabile nella sua serietà), perché il fondamento di queste scelte è la mia stessa origine.
Io decido qui e ora, senz’altro per un obiettivo (etico, economico, scientifico,…) da raggiungere in questo mondo immanente, perché in caso contrario la mia sarebbe pura illusione, ma allo stesso tempo con la mia decisione divento me stesso.

Per questo motivo, il naufragio di Jaspers non consiste nel semplice, seppur drammatico, fallimento delle aspettative, ma nel possibile annientamento di me stesso!
Le aspettative infrante è un naufragio nell’esserci, ossia un naufragio “vitale”. Mentre la perdita di me stesso è il naufragio esistenziale.
E’ lo sguardo della Gorgona che mi ritrovo ad affrontare, nell’autentico naufragio.

Nella decisione presente, vissuta come fedeltà storica che si proietta verso il futuro, io metto in gioco me stesso per l’eternità.
Il naufragio, perciò, non riguarda tanto le aspettative infrante, che riguardano solo l’esserci, magari pure la mia vita, ma me stesso! La mia origine!

Prova ne è che il manifestarsi dell’esistenza coincide con la consapevolezza della responsabilità di ciò che è stato. Inevitabile diventa pertanto la colpa. Io sono irrimediabilmente colpevole! Non posso eludere la mia colpa senza perdere me stesso.
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Vecchio 17-09-2012, 08.13.35   #74
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Il tuo pensiero è profondo.
Sono anch’io convinto che lo slancio vitale consista nella compresenza del ricordo e dell’aspettativa che rendono autentico il presente.
Condivido con te l’idea che il passato non sia negativo, e che sia viceversa essenziale. Perché ciò che è stato richiede la mia fedeltà: non posso rinnegare il mio passato se voglio essere me stesso.

Bergson ha colto, a mio avviso, il senso del presente come slancio vitale che racchiude in sé il passato e il futuro. Tuttavia, la sua visione non mi sembra vada oltre l’esserci, seppur sublimandolo. Qui si apre il discrimine tra “vitale” e “esistenziale”.

L’esserci, ossia il mondo immanente, è tutto quello che c’è. Di modo che, è nelle scelte concrete, in questo esserci, con la prospettiva di un fine da raggiungere, che l’uomo si realizza.
Tuttavia, queste scelte, queste decisioni prese a fronte della situazione presente, con i miei ricordi e le mie aspettative, non è che siano veramente “importanti” in funzione del fine da raggiungere (peraltro indispensabile nella sua serietà), perché il fondamento di queste scelte è la mia stessa origine.
Io decido qui e ora, senz’altro per un obiettivo (etico, economico, scientifico,…) da raggiungere in questo mondo immanente, perché in caso contrario la mia sarebbe pura illusione, ma allo stesso tempo con la mia decisione divento me stesso.

Per questo motivo, il naufragio di Jaspers non consiste nel semplice, seppur drammatico, fallimento delle aspettative, ma nel possibile annientamento di me stesso!
Le aspettative infrante è un naufragio nell’esserci, ossia un naufragio “vitale”. Mentre la perdita di me stesso è il naufragio esistenziale.
E’ lo sguardo della Gorgona che mi ritrovo ad affrontare, nell’autentico naufragio.

Nella decisione presente, vissuta come fedeltà storica che si proietta verso il futuro, io metto in gioco me stesso per l’eternità.
Il naufragio, perciò, non riguarda tanto le aspettative infrante, che riguardano solo l’esserci, magari pure la mia vita, ma me stesso! La mia origine!

Prova ne è che il manifestarsi dell’esistenza coincide con la consapevolezza della responsabilità di ciò che è stato. Inevitabile diventa pertanto la colpa. Io sono irrimediabilmente colpevole! Non posso eludere la mia colpa senza perdere me stesso.
Non sono d'accordo. Il senso di colpa può benissimo derivare da una errata cognizione degli eventi, io posso riflettere sulla situazione e reinterpretarla attraverso i caratteri della mia intelligenza e della mia percezione, in modo da avere una concezione più razionale di ciò che è stato e che non mi faccia più sentire in colpa.
Accettare il senso di colpa come realtà alla luce della quale diventa necessario perdere se stessi, questo è quello che stai dicendo.
Parli di esistenza riferendoti esclusivamente all'accezione universale del termine. L'esistenza come fatto universale è solo un concetto, la realtà concreta è fatta di accidenti e lo stesso senso di colpa è un accidente. La nostra consapevolezza dipende dai nostri giudizi, e i nostri giudizi sono accidentali e abbiamo consapevolezze accidentali fin tanto che non giudichiamo alla luce della ragione.
Io credo che se c'è una cosa che accomuna le più disparate fra le filosofie, è che esse cercano di insegnare all'uomo come essere felice. Se la filosofia cui alludi tu insegna a perdere se stessi, io non posso fare a meno di pensare che perdendo se stessi si perde tutto: felicità, infelicità e quant'altro. E se anche perdendo me stesso andassi incontro alla felicità, sarebbe comunque una felicità che dovrei di nuovo perdere, perchè chi può dire fino a quando dovrò continuare a perdere me stesso?
Io credo al contrario che bisogna ritrovare se stessi, e con ciò intendo la parte migliore di me stesso. Perchè nessuno nella parte migliore di se stesso è cattivo, ma non tutti sono in grado di trovarla quella parte migliore di sè.
Mi chiedi quale sia quella parte migliore? E' quella in cui l'uomo non sente più il bisogno di nulla, o perlomeno sente bisogno di poco, e in cui può contemplare la sua coscienza con soddisfazione.
Non ti parlo come uno che ha già raggiunto il meglio di sè, ma come uno che non sa se potrà mai raggiungerlo. Ma pure nella mia miseria cerco di avere chiaro nella mente quello che è il giusto proposito: andare in contro alla virtù e non fuggire da me stesso.
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Vecchio 17-09-2012, 21.04.03   #75
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Non sono d'accordo. Il senso di colpa può benissimo derivare da una errata cognizione degli eventi, io posso riflettere sulla situazione e reinterpretarla attraverso i caratteri della mia intelligenza e della mia percezione, in modo da avere una concezione più razionale di ciò che è stato e che non mi faccia più sentire in colpa.
Accettare il senso di colpa come realtà alla luce della quale diventa necessario perdere se stessi, questo è quello che stai dicendo.
Parli di esistenza riferendoti esclusivamente all'accezione universale del termine. L'esistenza come fatto universale è solo un concetto, la realtà concreta è fatta di accidenti e lo stesso senso di colpa è un accidente. La nostra consapevolezza dipende dai nostri giudizi, e i nostri giudizi sono accidentali e abbiamo consapevolezze accidentali fin tanto che non giudichiamo alla luce della ragione.
Io credo che se c'è una cosa che accomuna le più disparate fra le filosofie, è che esse cercano di insegnare all'uomo come essere felice. Se la filosofia cui alludi tu insegna a perdere se stessi, io non posso fare a meno di pensare che perdendo se stessi si perde tutto: felicità, infelicità e quant'altro. E se anche perdendo me stesso andassi incontro alla felicità, sarebbe comunque una felicità che dovrei di nuovo perdere, perchè chi può dire fino a quando dovrò continuare a perdere me stesso?
Io credo al contrario che bisogna ritrovare se stessi, e con ciò intendo la parte migliore di me stesso. Perchè nessuno nella parte migliore di se stesso è cattivo, ma non tutti sono in grado di trovarla quella parte migliore di sè.
Mi chiedi quale sia quella parte migliore? E' quella in cui l'uomo non sente più il bisogno di nulla, o perlomeno sente bisogno di poco, e in cui può contemplare la sua coscienza con soddisfazione.
Non ti parlo come uno che ha già raggiunto il meglio di sè, ma come uno che non sa se potrà mai raggiungerlo. Ma pure nella mia miseria cerco di avere chiaro nella mente quello che è il giusto proposito: andare in contro alla virtù e non fuggire da me stesso.
E’ davvero difficile comunicare.
Ho scritto: “Non posso eludere la mia colpa senza perdere me stesso”. Ossia non posso trascurare, negare, scansare la mia colpa, perché in tal caso perderei me stesso.
Quindi tutto il contrario di quanto mi pare tu abbia compreso.

Certamente questa “colpa” è passibile di mutarsi nel tempo, in quanto il passato psicologico consiste in una continua revisione. Tuttavia, ciò non toglie che in un certo momento di vita sia valido un certo passato, e in quel passato si veda una colpa.
Una delle caratteristiche più nefaste del nostro tempo è di voler minimizzare le proprie colpe, fino a scordarle del tutto. Ciò è nefasto tanto quanto farsi paralizzare dalla propria colpa.
Con la colpa occorre conviverci, e riuscire a trarne lo stimolo per migliorare.

La contemplazione della propria coscienza è quanto di più pernicioso possa capitare. Perché è la tentazione di riposare sugli allori. Vana speranza, perché l’Essere è un Essere in tempesta!
Occorre perciò lottare, sì andare incontro alla virtù, e cos’è questo se non cercare di essere me stesso?

Ultima modifica di bobgo : 18-09-2012 alle ore 17.49.40.
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Vecchio 20-09-2012, 07.19.03   #76
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E’ davvero difficile comunicare.
Ho scritto: “Non posso eludere la mia colpa senza perdere me stesso”. Ossia non posso trascurare, negare, scansare la mia colpa, perché in tal caso perderei me stesso.
Quindi tutto il contrario di quanto mi pare tu abbia compreso.

Certamente questa “colpa” è passibile di mutarsi nel tempo, in quanto il passato psicologico consiste in una continua revisione. Tuttavia, ciò non toglie che in un certo momento di vita sia valido un certo passato, e in quel passato si veda una colpa.
Una delle caratteristiche più nefaste del nostro tempo è di voler minimizzare le proprie colpe, fino a scordarle del tutto. Ciò è nefasto tanto quanto farsi paralizzare dalla propria colpa.
Con la colpa occorre conviverci, e riuscire a trarne lo stimolo per migliorare.

La contemplazione della propria coscienza è quanto di più pernicioso possa capitare. Perché è la tentazione di riposare sugli allori. Vana speranza, perché l’Essere è un Essere in tempesta!
Occorre perciò lottare, sì andare incontro alla virtù, e cos’è questo se non cercare di essere me stesso?
Sul fatto che comunicare sia difficile sono d'accordo con te, non sul resto.
Cito due tue frasi testualmente: "Una delle caratteristiche più nefaste del nostro tempo è di voler minimizzare le proprie colpe " e "La contemplazione della propria coscienza è quanto di più pernicioso possa capitare. "
Io vedo delle difficoltà nel fare convivere le due cose: o mi soffermo sulla mia coscienza, quindi la contemplo; oppure mantengo una minima consapevolezza della mia coscienza, quindi minimizzo anche le colpe.


Io penso che qualsiasi cosa che avviene fuori o dentro di me, avviene tramite la mia coscienza.
Se anche esiste un tutto avvolgente al di fuori di me che mi può insegnare qualcosa riguardo alla realtà del mio esserci, questo potrà avvenire soltanto mediante la coscienza. Vale a dire che l'altro da me può entrare in me soltanto per mezzo della mia coscienza, e una volta che l'altro da me è diventato coscienza esso non è altro che coscienza appunto, e non è più altro da me.
La chiave di tutto non è ne nella coscienza ne in ciò che le è esterno, ma nel processo in cui l'altro da me diventa coscienza. Possiamo chiamare questo processo intelligenza o, in termini più generali, adattamento.
Ma in ogni caso c'è sempre un io che guida la mia intelligenza o il mio adattamento.
Il dire di voler perdere se stessi non ha per me nessun significato, perchè tutto ciò che siamo è coscienza. Certamente esiste un mondo esterno alla coscienza, ma la coscienza ricerca e s'interessa solo di se stessa. Il mondo esterno ad essa ha importanza per la coscienza solo nella misura in cui entra in rapporto con l'io.

Ultima modifica di CVC : 20-09-2012 alle ore 14.40.30.
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Vecchio 24-09-2012, 17.10.52   #77
bobgo
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Sul fatto che comunicare sia difficile sono d'accordo con te, non sul resto.
Cito due tue frasi testualmente: "Una delle caratteristiche più nefaste del nostro tempo è di voler minimizzare le proprie colpe " e "La contemplazione della propria coscienza è quanto di più pernicioso possa capitare. "
Io vedo delle difficoltà nel fare convivere le due cose: o mi soffermo sulla mia coscienza, quindi la contemplo; oppure mantengo una minima consapevolezza della mia coscienza, quindi minimizzo anche le colpe.

Io penso che qualsiasi cosa che avviene fuori o dentro di me, avviene tramite la mia coscienza.
Se anche esiste un tutto avvolgente al di fuori di me che mi può insegnare qualcosa riguardo alla realtà del mio esserci, questo potrà avvenire soltanto mediante la coscienza. Vale a dire che l'altro da me può entrare in me soltanto per mezzo della mia coscienza, e una volta che l'altro da me è diventato coscienza esso non è altro che coscienza appunto, e non è più altro da me.
La chiave di tutto non è ne nella coscienza ne in ciò che le è esterno, ma nel processo in cui l'altro da me diventa coscienza. Possiamo chiamare questo processo intelligenza o, in termini più generali, adattamento.
Ma in ogni caso c'è sempre un io che guida la mia intelligenza o il mio adattamento.
Il dire di voler perdere se stessi non ha per me nessun significato, perchè tutto ciò che siamo è coscienza. Certamente esiste un mondo esterno alla coscienza, ma la coscienza ricerca e s'interessa solo di se stessa. Il mondo esterno ad essa ha importanza per la coscienza solo nella misura in cui entra in rapporto con l'io.
Vorrei precisare che non ho mai detto di voler perdere me stesso.

Tutto il tuo discorso mi pare sia incentrato sulla coscienza: < tutto ciò che siamo è coscienza > a cui contrapponi un mondo esterno che consideri comunque irrilevante.

Ciò significa propendere, tra i due poli soggetto-oggetto, per il soggetto.
E’ infatti difficile mantenersi a distanza da entrambi i poli. Anch’io sono stato tentato dall’identificarmi nella coscienza.
Poiché non si regge alla tensione del dover restare in sospensione, si sceglie il polo che risulta essere il più “vero”.

Tuttavia, se prescindiamo dalla coscienza assoluta, che è certezza dell’essere, e che appare come Nulla, ciò che chiamiamo “coscienza” può assumere il suo più pregnante significato come “coscienza morale”.
Probabilmente la coscienza morale è infallibile, ma è altrettanto impossibile coglierla per noi nella sua essenza, in modo da essere noi stessi infallibili.
Inoltre, tale coscienza esprime se stessa solo nell’azione. Il lavorio della coscienza morale ha valore solo come preparazione per l’azione che ne consegue. E’ perciò nel Mondo Esterno che la coscienza si realizza.

La semplice contemplazione della coscienza morale, se non è un temporaneo ristoro tra un’azione e l’altra, è fuga dall’esserci. In questa fuga è compresa la minimizzazione delle colpe.

Penso che il nodo gordiano della situazione-limite soggetto-oggetto non si possa tagliare, semplicemente optando per uno dei due poli, ma occorra viverci dentro, magari cercando pian piano di dipanarlo…
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Vecchio 25-09-2012, 07.29.53   #78
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Vorrei precisare che non ho mai detto di voler perdere me stesso.

Tutto il tuo discorso mi pare sia incentrato sulla coscienza: < tutto ciò che siamo è coscienza > a cui contrapponi un mondo esterno che consideri comunque irrilevante.

Ciò significa propendere, tra i due poli soggetto-oggetto, per il soggetto.
E’ infatti difficile mantenersi a distanza da entrambi i poli. Anch’io sono stato tentato dall’identificarmi nella coscienza.
Poiché non si regge alla tensione del dover restare in sospensione, si sceglie il polo che risulta essere il più “vero”.

Tuttavia, se prescindiamo dalla coscienza assoluta, che è certezza dell’essere, e che appare come Nulla, ciò che chiamiamo “coscienza” può assumere il suo più pregnante significato come “coscienza morale”.
Probabilmente la coscienza morale è infallibile, ma è altrettanto impossibile coglierla per noi nella sua essenza, in modo da essere noi stessi infallibili.
Inoltre, tale coscienza esprime se stessa solo nell’azione. Il lavorio della coscienza morale ha valore solo come preparazione per l’azione che ne consegue. E’ perciò nel Mondo Esterno che la coscienza si realizza.

La semplice contemplazione della coscienza morale, se non è un temporaneo ristoro tra un’azione e l’altra, è fuga dall’esserci. In questa fuga è compresa la minimizzazione delle colpe.

Penso che il nodo gordiano della situazione-limite soggetto-oggetto non si possa tagliare, semplicemente optando per uno dei due poli, ma occorra viverci dentro, magari cercando pian piano di dipanarlo…
Allora soggetto e oggetto....
... diciamo così: per sopravvivere devo mangiare. Io sono il soggetto, che deve sopravvivere, il cibo è l'oggetto, che è fuori di me.
Adesso ho davanti a me il cibo, lo tocco lo osservo, decido di mangiarlo. Il cibo entra nella mia bocca, viene masticato, si muove verso il percorso che lo conduce al mio stomaco per poi venire digerito, in un processo che estrarrà le proteine e le altre sostanze che serviranno al mio organismo dividendole dalle altre che verrrano scartate ed eliminate.

Alla fine di tutto questo processo io rimango sempre soggetto, come all'inizio, mentre ciò che prima era oggetto, il cibo, è stato assimilato da me ed ora è anch'esso soggetto.

Non si può pensare che accada qualcosa di simile fra l'io e l'oggetto del pensiero?
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Vecchio 25-09-2012, 15.49.47   #79
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Allora soggetto e oggetto....
... diciamo così: per sopravvivere devo mangiare. Io sono il soggetto, che deve sopravvivere, il cibo è l'oggetto, che è fuori di me.
Adesso ho davanti a me il cibo, lo tocco lo osservo, decido di mangiarlo. Il cibo entra nella mia bocca, viene masticato, si muove verso il percorso che lo conduce al mio stomaco per poi venire digerito, in un processo che estrarrà le proteine e le altre sostanze che serviranno al mio organismo dividendole dalle altre che verrrano scartate ed eliminate.

Alla fine di tutto questo processo io rimango sempre soggetto, come all'inizio, mentre ciò che prima era oggetto, il cibo, è stato assimilato da me e ora è anch'esso soggetto.

Non si può pensare che accada qualcosa di simile fra l'io e l'oggetto del pensiero?
Sì, questo esempio penso renda l’idea del soggetto che si “ciba” dell’oggetto.
Tuttavia, è anche pur vero che niente diventa mai “veramente” soggetto.
Rimanendo nella metafora, ciò che è stato assimilato non può che ritornare, prima o poi, nel mondo esterno.

Mondo “esterno” che a voler però ben guardare… comprende anche il mio corpo.

Difatti, non è che se perdo una mano non sono più io, e neppure mi ritrovo in tal caso a essere un io ridotto. Sono sempre io!
Anche se una malattia debilita il mio cervello, che a fatica e solo a momenti mi rendo conto di esistere, forse che non sono più io?
E lo stesso pensiero, che consideravo talmente parte di me stesso da identificarmici, è davvero me stesso?

Mi sa tanto di no.
Sia perché il pensiero che fa capolino nella mia mente lo posso accettare oppure rifiutare, e nel secondo caso devo magari ingaggiare una lotta con lui per scacciarlo (più oggetto di così…)
Ma anche perché il pensiero è entità squisitamente dialettica, ossia non è “cosa” ma comunicazione. Tant’è vero che perché si realizzi, il pensiero, io devo essere sia uno sia bino: uno per l’unità del pensiero, bino per il suo manifestarsi.

Vi è poi un altro motivo per cui il pensiero non coincide con me stesso, e cioè per il fatto che lo posso arrestare: fermare la mia mente! Un’esperienza che però non consiglio né auguro a nessuno: è l’esperienza del Nulla assoluto.

Nella polarità soggetto-oggetto, vi è poi da considerare l’amore. Che è sempre amore per un oggetto (chi ritiene di amare Dio, ma non ama niente di oggettivo, non ama nessuno).
E quest’amore cos’è se non perdersi nella cosa amata?
In questa prospettiva è il soggetto che svanisce di fronte all’oggetto.

Di conseguenza, penso sia meglio sforzarsi di restare in sospensione, tra il soggetto e l’oggetto, cercando la comunicazione esistenziale, che proprio in quella scissione si situa.
Comunicazione come quella che cerca di manifestarsi ora tra di noi.
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Vecchio 26-09-2012, 08.41.27   #80
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Sì, questo esempio penso renda l’idea del soggetto che si “ciba” dell’oggetto.
Tuttavia, è anche pur vero che niente diventa mai “veramente” soggetto.
Rimanendo nella metafora, ciò che è stato assimilato non può che ritornare, prima o poi, nel mondo esterno.

Mondo “esterno” che a voler però ben guardare… comprende anche il mio corpo.

Difatti, non è che se perdo una mano non sono più io, e neppure mi ritrovo in tal caso a essere un io ridotto. Sono sempre io!
Anche se una malattia debilita il mio cervello, che a fatica e solo a momenti mi rendo conto di esistere, forse che non sono più io?
E lo stesso pensiero, che consideravo talmente parte di me stesso da identificarmici, è davvero me stesso?

Mi sa tanto di no.
Sia perché il pensiero che fa capolino nella mia mente lo posso accettare oppure rifiutare, e nel secondo caso devo magari ingaggiare una lotta con lui per scacciarlo (più oggetto di così…)
Ma anche perché il pensiero è entità squisitamente dialettica, ossia non è “cosa” ma comunicazione. Tant’è vero che perché si realizzi, il pensiero, io devo essere sia uno sia bino: uno per l’unità del pensiero, bino per il suo manifestarsi.

Vi è poi un altro motivo per cui il pensiero non coincide con me stesso, e cioè per il fatto che lo posso arrestare: fermare la mia mente! Un’esperienza che però non consiglio né auguro a nessuno: è l’esperienza del Nulla assoluto.

Nella polarità soggetto-oggetto, vi è poi da considerare l’amore. Che è sempre amore per un oggetto (chi ritiene di amare Dio, ma non ama niente di oggettivo, non ama nessuno).
E quest’amore cos’è se non perdersi nella cosa amata?
In questa prospettiva è il soggetto che svanisce di fronte all’oggetto.

Di conseguenza, penso sia meglio sforzarsi di restare in sospensione, tra il soggetto e l’oggetto, cercando la comunicazione esistenziale, che proprio in quella scissione si situa.
Comunicazione come quella che cerca di manifestarsi ora tra di noi.
E' la ragione che ci permette di fare una sintesi fra soggetto e oggetto, fra mondo interno e mondo esterno.
Nel pensiero esistenzialista la ragione non è sufficente a rappresentare l'uomo, per cui il significato dell'uomo viene cercato nel contingente, in ciò che è accidentale
Per questo si pensa ad una realtà esterna alla coscienza, perchè la coscienza è il regno della razionalità. Ma ciò che tiene legato il nostro io alla realtà esterna sono i nostri sensi, ed i nostri sensi sono limitati quantitativamente, il mio campo visivo può avere al massimo un certo raggio, il mio udito può percepire non più di una certa estensione di frequenze, ecc.
Al contrario, come rileva Piaget, le potenzionalità della ragione sono praticamente illimitate, grazie al suo meccanismo continuo di organizzazione e strutturazione.
A me pare che l'esistenzialista non si renda conto della propria contraddizione, nel momento stesso in cui nega alla ragione il ruolo di essenza dell'uomo, sta usando la propria ragione per ordinare la propria vita secondo una propria struttura razionale.
Il fatto che si sostenga che non ci sono universali, che bisogna cercarsi nel particolare, è solo un'inversione del percorso effettuato con lo stesso mezzo: la ragione.
Si tratta di invertire il processo da top down a bottom up
Io penso che l'irrazionalismo nel senso letterale non esista, e che sia soltanto un uso non convenzionale della ragione.
Per trovare l'irrazionalismo vero e proprio bisogna varcare i muri di qualche istituto di cura.
CVC is offline  

 



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