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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 29-08-2009, 18.02.28   #1
emmeci
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Simili a Dio

Che l’uomo si creda la specie più evoluta e, per così dire, insorpassabile del pianeta è un fatto scontato per non dire addirittura banale: e non bastano a metterlo in dubbio i moniti dei pessimisti e dei moralisti, e tanto meno l’autorità della scienza che sembra impegnata a spegnere ogni nostra illusione e mania di grandezza, avvertendo che l’uomo è una fra le altre specie della natura, e come esse è nata per una combinazione di atomi, muterà nel tempo ed è destinata a finire.
Però la scienza può dire quello che vuole: noi ci comportiamo da padroni dell’universo, mentre i religiosi ci garantiscono uno stato speciale di figli di Dio, e antropologi e storici elencano le difficoltà ma anche i progressi che costellano la nostra storia. Eppure, se le altre specie del mondo sono descritte con sufficiente esattezza perfino su testi scolastici, possiamo dire qualcosa di definitivo riguardo a noi stessi? qualcosa che non si limiti all’anatomia e alla fisiologia ma tocchi ciò che per noi è davvero essenziale e riguarda il nostro valore e il nostro destino? Forse se ne sono occupate troppo le religioni, le scienze e le filosofie, complicando ciò che un semplice sguardo gettato dentro di noi potrebbe più facilmente svelare.
Dunque lasciamo da parte religione, scienza e filosofia, e visto che abbiamo la possibilità di riflettere su di noi, vediamo che cosa ci fa presumere di avere qualcosa di diverso, qualcosa in più degli altri esseri della natura. Ma proprio questo è il punto nevralgico, perché se qualcuno cerca di afferrare sé stesso, cioè di cogliere la sua identità, che cosa trova? Nulla, l’io sfugge misteriosamente alla presa, con buona pace di positivisti e idealisti. Eppure l’uomo è il solo, nella natura, ad avere un linguaggio, un pensiero, un ethos….e una ragione ci dev’essere in quell’impossibilità di coglierci che è nel fondo della nostra coscienza, e che non è né corpo né anima, né questo né quello, ma è forse l’ampiezza dello spettro che sembra aprirsi in noi.
L’uomo, infatti, è colui che spazia dal più profondo abisso alle altissime vette, dalla verità alla falsità, dal bene al male, dal paradiso all’inferno: in un avvicendarsi di eventi che sembrano rendere turbinosa e talvolta selvaggia la nostra esistenza. Ma è questo, proprio questo – potremmo dire - che rende impossibile rinchiuderlo in una formula, e quindi concepirne l’essenza. Ebbene, non è questo – qualcuno potrà forse dire - questo non essere nulla e nello stesso tempo tutto, ciò che ci fa simili a Dio?
emmeci is offline  
Vecchio 30-08-2009, 15.09.52   #2
Noor
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Originalmente inviato da emmeci
non è questo – qualcuno potrà forse dire - questo non essere nulla e nello stesso tempo tutto, ciò che ci fa simili a Dio?
Stai evidenziando con ciò,emmeci,che il Dio della cultura è null’altro che il contenitore dell’immaginazione e creatività dell’uomo:ovvero che è egli parto dell’uomo e non viceversa.
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Vecchio 30-08-2009, 15.23.53   #3
S.B.
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L'essenza dell'uomo, la nostra essenza, non possiamo coglierla con gli strumenti analitici che useremmo per classificare - tematizzare - piante o animali. Ciò che veramente riterremmo importante sapere sulla nostra essenza, sul nostro valore e sul nostro destino come dici molto bene, a mio avviso, ci sfugge.
Questo sentimento di diversità, unito alla difficoltà di determinarlo precisamente, ci rendono più simili a Dio? Io non lo so.

Sembra che la nostra essenza, con i suoi oscillamenti, sia in qualche modo irriducibile al nostro pensiero, potremmo allora forse immaginare non che questo ci renda più simili ad un Dio già dato dalla rivelazione, ma che questa condizione sia una delle molle (non pretendo di dire l'unica) che ci conducono alla credenza in Dio, in un 'garante' di questa nostra specialità. E proprio per questo forse abbiamo adottato ( riconosciuto, inventato? qui sta un grande problema) un Dio compassionevole, che patisca insieme a noi la condizione da te descritta.
Insomma, cosa viene prima?
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Vecchio 30-08-2009, 15.46.51   #4
S.B.
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Originalmente inviato da Noor
Stai evidenziando con ciò,emmeci,che il Dio della cultura è null’altro che il contenitore dell’immaginazione e creatività dell’uomo:ovvero che è egli parto dell’uomo e non viceversa.

Penso che in realtà non sia necessariamente così, certo rimane aperta la possibilità che Dio sia il parto dell'immaginazione umana (e per certi aspetti secondari delle religioni lo è sicuramente). Ma è anche possibile che gli attori della commedia - Dio e l'uomo - abbiano agito in sincronia: ad un bisogno umano Dio si è mostrato, per cui non staremmo adorando semplicemente una creatura immaginaria, avremmo riconosciuto attraverso la sua manifestazione il Dio che noi stessi avevamo immaginato. E, inoltre, perchè non ipotizzare che la nostra stessa immaginazione sia stata la modalità del suo manifestarsi? Come del resto potremmo benissimo immaginare l'impostura di pochi chierici che hanno cinicamente sfruttato un bisogno connaturato all'uomo.

Ci sono, almeno così mi sembra, vari sentieri che si diramano, ma non dinnanzi a noi, per scorgerli tutti, giusti o sbagliati, dobbiamo volgerci indietro.
S.B. is offline  
Vecchio 30-08-2009, 18.38.38   #5
Noor
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Originalmente inviato da S.B.
Penso che in realtà non sia necessariamente così, certo rimane aperta la possibilità che Dio sia il parto dell'immaginazione umana (e per certi aspetti secondari delle religioni lo è sicuramente).
Mi son comunque riferito ad un "dio culturale",dunque frutto della mente e dei ragionamenti..non sarebbe comunque un dio reale costui..
Probabilmente anche emmeci ha giocato sul filo dell'ironia con quell'affermazione e che forse si sbaglia leggerla alla lettera (a cominciare dunque,proprio da me)..
Noor is offline  
Vecchio 30-08-2009, 20.24.14   #6
Giorgiosan
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Originalmente inviato da emmeci
Che l’uomo si creda la specie più evoluta e, per così dire, insorpassabile del pianeta è un fatto scontato per non dire addirittura banale: e non bastano a metterlo in dubbio i moniti dei pessimisti e dei moralisti, e tanto meno l’autorità della scienza che sembra impegnata a spegnere ogni nostra illusione e mania di grandezza, avvertendo che l’uomo è una fra le altre specie della natura, e come esse è nata per una combinazione di atomi, muterà nel tempo ed è destinata a finire.
Però la scienza può dire quello che vuole: noi ci comportiamo da padroni dell’universo, mentre i religiosi ci garantiscono uno stato speciale di figli di Dio, e antropologi e storici elencano le difficoltà ma anche i progressi che costellano la nostra storia. Eppure, se le altre specie del mondo sono descritte con sufficiente esattezza perfino su testi scolastici, possiamo dire qualcosa di definitivo riguardo a noi stessi? qualcosa che non si limiti all’anatomia e alla fisiologia ma tocchi ciò che per noi è davvero essenziale e riguarda il nostro valore e il nostro destino? Forse se ne sono occupate troppo le religioni, le scienze e le filosofie, complicando ciò che un semplice sguardo gettato dentro di noi potrebbe più facilmente svelare.
Dunque lasciamo da parte religione, scienza e filosofia, e visto che abbiamo la possibilità di riflettere su di noi, vediamo che cosa ci fa presumere di avere qualcosa di diverso, qualcosa in più degli altri esseri della natura. Ma proprio questo è il punto nevralgico, perché se qualcuno cerca di afferrare sé stesso, cioè di cogliere la sua identità, che cosa trova? Nulla, l’io sfugge misteriosamente alla presa, con buona pace di positivisti e idealisti. Eppure l’uomo è il solo, nella natura, ad avere un linguaggio, un pensiero, un ethos….e una ragione ci dev’essere in quell’impossibilità di coglierci che è nel fondo della nostra coscienza, e che non è né corpo né anima, né questo né quello, ma è forse l’ampiezza dello spettro che sembra aprirsi in noi.
L’uomo, infatti, è colui che spazia dal più profondo abisso alle altissime vette, dalla verità alla falsità, dal bene al male, dal paradiso all’inferno: in un avvicendarsi di eventi che sembrano rendere turbinosa e talvolta selvaggia la nostra esistenza. Ma è questo, proprio questo – potremmo dire - che rende impossibile rinchiuderlo in una formula, e quindi concepirne l’essenza. Ebbene, non è questo – qualcuno potrà forse dire - questo non essere nulla e nello stesso tempo tutto, ciò che ci fa simili a Dio?

Piuttosto banalmente: può un neonato capire ciò che sarà la sua adolescenza o un adolescente capire ciò che sarà la sua senescenza?
Cosi, può un essere umano in evoluzione capire quale sarà l'esito di quella?
Ogni tentativo di cogliersi in fieri sarà vano, proprio perché è in fieri
Se questo è vero, allora solo chi ha fatto tutto il cammino o ha percorso tutta l'evoluzione può dire all'essere umano quale possa essere l'esito ed il senso della sua esistenza.

Ma di chi fidarci? Perché sono state date, e sono date, molte e diverse indicazioni della meta.
Giorgiosan is offline  
Vecchio 30-08-2009, 23.14.07   #7
Il_Dubbio
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Originalmente inviato da emmeci
Ma è questo, proprio questo – potremmo dire - che rende impossibile rinchiuderlo in una formula, e quindi concepirne l’essenza. Ebbene, non è questo – qualcuno potrà forse dire - questo non essere nulla e nello stesso tempo tutto, ciò che ci fa simili a Dio?

L'impossibilità di cogliere l'essenza dell'uomo, è una realtà! Ciò, giustamente, è sempre da mettere in evidenza.
Se questa essenza è però simile a Dio non è scontato; è scontato invece che come per Lui, nemmeno per noi esiste alcuna descrizione (padre di qual si voglia conoscenza) in grado di imbrigliare l'essenza con la logica (o come dici tu bene, con una formula).

Però, mi permetto, sarebbe un passo verso l'ignoto quello fatto da chi crede fermamente nell'Ente fuori dalla materia.
Ma ciò che tu sostieni (sarai tu stesso a obiettare se lo vorrai) è che se Dio esiste, noi saremmo, in quanto enti fuori della materia, i primi testimoni... simili a Lui.

Da qui la domanda: siamo noi enti fuori della materia? O è la stessa materia un Ente, o l'uomo una formula?
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 31-08-2009, 13.41.36   #8
S.B.
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Originalmente inviato da Noor
Mi son comunque riferito ad un "dio culturale",dunque frutto della mente e dei ragionamenti..non sarebbe comunque un dio reale costui..
Probabilmente anche emmeci ha giocato sul filo dell'ironia con quell'affermazione e che forse si sbaglia leggerla alla lettera (a cominciare dunque,proprio da me)..

Però potremmo ammettere la possibilità di una intuizione iniziale (magari anche sostenuta da ragioni e non solo mistica, non lo escludo a priori) in cui 'riceviamo' un'idea del tutto abbozzata di Dio, un'idea vera, mentre il "dio culturale" che poi vi subentrerà sarà modellato in base all'immaginazione, alle suggestioni e ai ragionamenti tipicamente antropomorfici, nel bene e nel male.
Queste incrostazioni dunque nascondono una comune intuizione iniziale, magari nascondendola a tal punto da renderla difficilmente riconoscibile nelle varie religioni, filosofie, etc.

Non so se emmeci fosse parzialmente ironico, la sua osservazione mi pare comunque sensata.

Citazione:
Originalmente inviato da Giorgiosan
Se questo è vero, allora solo chi ha fatto tutto il cammino o ha percorso tutta l'evoluzione può dire all'essere umano quale possa essere l'esito ed il senso della sua esistenza.

Ma di chi fidarci? Perché sono state date, e sono date, molte e diverse indicazioni della meta.

La metafora del cammino è una delle tante possibili, come sarebbe anche possibile immaginare qualcuno che, senza cammino o evoluzione stia in un punto d'osservazione privilegiato rispetto agli altri. Questo solo per dire che il problema dell'esistenza, del destino, etc., credo, si ripresenta anche immaginando una situazione statica.

Il problema è proprio in chi devo riporre la mia fiducia: nella mia ragione, in qualche filosofo, in un prete, in Dio? Potrei riporla in tutti e in nessuno...
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Vecchio 31-08-2009, 16.50.11   #9
Noor
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Originalmente inviato da S.B.
Queste incrostazioni dunque nascondono una comune intuizione iniziale, magari nascondendola a tal punto da renderla difficilmente riconoscibile nelle varie religioni, filosofie, etc.
Concordo:
incrostazioni-maschere illusorie che giocano con gli specchi..e che nascondono un fondo di verità.
"La natura ama nascondersi" diceva Eraclito, ed è lo stesso principio del Maya degli Indiani.
Dunque è un lavoro di svelamento che, pur servendosi della parola-logos, punta sempre oltre lo stesso..
Noor is offline  
Vecchio 31-08-2009, 23.37.17   #10
Giorgiosan
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Originalmente inviato da S.B.
La metafora del cammino è una delle tante possibili, come sarebbe anche possibile immaginare qualcuno che, senza cammino o evoluzione stia in un punto d'osservazione privilegiato rispetto agli altri. Questo solo per dire che il problema dell'esistenza, del destino, etc., credo, si ripresenta anche immaginando una situazione statica.

Il problema è proprio in chi devo riporre la mia fiducia: nella mia ragione, in qualche filosofo, in un prete, in Dio? Potrei riporla in tutti e in nessuno...

Sono convinto che quando ipotizzi una situazione statica tu sappia a cosa o a chi ti riferisci.

A me non riesce di trovare nella realtà alcunché che possa dirsi statico anche se non mi sento di escluderlo.

In tutti o nessuno...o in te stesso: non è tutti e non è nessuno
Giorgiosan is offline  

 



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