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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 11-03-2014, 08.23.50   #41
sgiombo
Ospite abituale
 
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Data registrazione: 26-11-2008
Messaggi: 1,234
Riferimento: il senso de "il lavoro rende liberi"

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Dunque secondo voi il lavoro è una schiavitù di cui occorre al più presto liberarsi (magari affidandolo alle macchine) oppure un mezzo di cui riappropriarsi per potersi sentire autonomamente realizzati?

Secondo me esisterà sempre inevitabilmente in una qualche misura qualche attività ingrata, che si preferirebbe evitare ma necessaria per (soprav-) vivere e realizzare ciò che ci gratifica.
La proporzione di questo agire ingrato ma necessario nell' ambito delle vite individuali e la sua distribuzione fra i membri della scìocietà possono variare nel tempo e nello spazio ed essere percepite dai (diversi; e diversamente fra loro) membri della società umana come più o meno giuste, più o meno adeguate ad un ideale di giustizia effettivamente consentito di volta in volta dalla realtà oggettiva (nel linguaggio che preferisco: dallo sviluppo raggiunto dalle forze produttive).

Di fatto nel lavoro che ciascuno di noi svolge (il nostro mestiere ovvero la nostra professione; prescindendo ovviamente da chi non lavora proprio essendo un parassita integrale) questo "ineliminabile residuo di sofferenza" può essere più o meno preponderante (dal caratterizzarlo -al limite- nella sua integrità senza alcun "residuo gratificante" come nel caso di un servo della gleba, di uno schiavo o di un salariato particolarmente disumanizzati dal rispettivo signore, proprietario o padrone ovvero imprenditore ovvero "datore" di lavboro -che dunque solo nel "tempo libero dal lavoro", ammesso che ne abbiano e nella misira in cui ne abbiano- possono realizzarsi come persone, al ridursi fino al limite ad annullarsi come nel caso di un artista particolarmente fortunato; naturalmente questi due casi limite non si veridicano mai realmente nella loro integrita: la perfezione in generale in natura e in particolare nell' uomo non esiste mai, né nel bene, nè nel male).
Ovviamente anche il parassita integrale ha i suoi motivi di sofferenza per l' inesistenza della perfezione, ma per definizione al di fuori del lavoro.
sgiombo is offline  
Vecchio 12-03-2014, 01.04.21   #42
Mymind
Ospite
 
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Data registrazione: 20-08-2013
Messaggi: 67
Riferimento: il senso de "il lavoro rende liberi"

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Non credo Mymind che il lato positivo del lavoro sia solo nello svolgere l'attività che ci esprime in senso spirituale, pur essendo questo aspetto importantissimo per non sconfinare nell'alienazione, ma che consista pure nella capacità che offre il lavoro (qualsiasi lavoro) per una propria autosussistenza.
Se tutti i bisogni venissero soddisfatti, come in una sorta di perpetua meravigliosa infanzia, l'essere umano finirebbe con il perdere radicalmente il suo stesso senso esistenziale che è dato dal senso di poter sostenere da solo con le proprie capacità una dimensione di libera autonomia esistenziale.
In questo senso il lavoro ci rende liberi, perché a mezzo di esso ci scopriamo in grado di essere da soli capaci di soddisfare i nostri bisogni senza dipendere dalle concessioni di qualcun altro (o qualcosa d'altro come il progresso tecnico).

Bhè, sì, da questo punto di vista concordo sul fatto che il lavoro in società renda indipendenti nel senso più superficiale del termine, poichè si dovrà tener conto di un ambiente dipendente dalla società in cui si vive. E per vivere in società bisognerà sottostare ai suoi equilibri, ponendo anche dei compromessi alla propria libertà pur di viverci. E' il valore di questo compromesso secondo me il punto cardine, ovvero, ciò che distingue il lavoro dalla dipendenza. Se un artigiano si fa il mazzo per 10 ore al giorno con il Suo lavoro per raggiungere un'autosufficenza e indipendenza societaria ha un valore diverso da chi al posto d'eseguire un mestiere che gli aggrada è costretto ad essere un dipendente di una società molto più grande (di cui non condivide l'ideale) perchè non ha altro modo di sostenersi in società. Questo lo reputo un compromesso ben maggiore alla propria libertà è indipendenza ed il confine tra lavoratore e schiavo è facile da valicare, soprattutto in una società scevra dalla scelta d'un lavoro consono e meritocratico che quasi obbliga ad esser dipendenti, complice il monopolio del mercato in quasi ogni settore che uccide la piccola concorrenza. Si denota un movimento del mercato e del denaro in un moto piramidale, dove i veri e propri clienti e consumatori comprano dal miglior offerente (poichè ha la facoltà di comprare più merce e far abbassare il prezzo al dettaglio) portando il denaro solo in poche casse, uccidendo il piccolo "bottegaio" (che nei peggiori casi sarà costretto a prendere un prestito che non potrà ripagare, alimentando la crisi).
Questo per evidenziare il fatto che c'è lavoro e lavoro ed a volte il compromesso per l'indipendenza è essere dipendenti. Ciò che infine distingue il lavoratore dallo schiavo, non è tanto la posizione che ricopre, quanto il compenso che percepisce con cui potrà professare la propria indipendenza.
Anche se le cause che hanno portato a questa dualità son da ricercare in tutt'altra sede. Che sia dal calvinismo di Weber o dalla teorie di Marx sul capitalismo, ciò che sta ancora più a fondo è la debole e difettosa psicologia umana e quella volontà di potenza direzionata verso orizzonti limitati.

A grandi linne comunque condivido anche ciò che dice Silvano Agosti: http://www.youtube.com/watch?v=Qb-mxzpT2OA

Mymind is offline  
Vecchio 12-03-2014, 11.32.58   #43
donquixote
Moderatore
 
Data registrazione: 23-05-2007
Messaggi: 241
Riferimento: il senso de "il lavoro rende liberi"

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Dunque secondo voi il lavoro è una schiavitù di cui occorre al più presto liberarsi (magari affidandolo alle macchine) oppure un mezzo di cui riappropriarsi per potersi sentire autonomamente realizzati?

Un breve e sintetico excursus storico sulla variazione del concetto di lavoro dovrebbe rendere evidente che agli albori della rivoluzione industriale si auspicava appunto la liberazione dal lavoro attraverso l'utilizzo delle macchine, cosa che lungi dall'essere avvenuta ha reso il lavoro sempre più ambito anche da categorie che prima ne erano esenti.
Addirittura questo ha perso sia la funzione "biologica" di procurare i mezzi di sussistenza (che eseguono anche tutti gli animali e non chiamerei propriamente lavoro) che quella sociale e spirituale che aveva ad esempio nel Medioevo ove ognuno eseguiva un "mestiere" (dal latino ministerium) e quindi non una mera occupazione ma una funzione sociale che in molti casi presiedeva alla propria realizzazione spirituale (basta guardare ancora oggi i gradi della massoneria come sono strutturati). Svincolato dal procurare quanto serve per la mera sussistenza (che occuperebbe molto meno tempo di quello impiegato attualmente per lavorare) il lavoro é diventato quindi un sostegno del sistema a favore del consumo del superfluo. Una volta si produceva e si lavorava per poter consumare il necessario, oggi si deve consumare sempre più il superfluo per poter consentire al sistema di produrre e quindi di mantenere il "lavoro", in un circolo vizioso che non ha fine. Il lavoro quindi è più necessario al sistema che non all'uomo, e l'uomo è solo uno strumento che il sistema coopta aumentando i suoi bisogni e rendendolo schiavo del lavoro necessario per soddisfarli. Lavoro che è sempre più alienante perché sempre più spersonalizzato, standardizzato e massificato, come due film famosi come "luci della città" e soprattutto Metropolis mostravano già un secolo fa.
donquixote is offline  

 



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