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Vecchio 28-02-2014, 21.13.28   #1
maral
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il senso de "il lavoro rende liberi"

"arbeit macht frei", la scritta all'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz non era lì per derisione. Lo spiegò il comandante del campo, Rudolf Hoss, che ne rimase molto colpito quando la lesse nel campo di lavoro di Dachau ove prestò servizio fino al 1938 e fu per quello che poi la volle pure ad Auschwitz. Il campo di lavoro non era un campo di concentramento, ma un posto ove venivano rinchiusi gli antisociali, gli omosessuali, i comunisti, i Testimoni di Geova, tutti coloro che, in quanto pericolosi per la società, andavano rieducati dalla fatica. Non c'era alcuna scadenza temporale alla detenzione, i prigionieri dovevano lavorare nel campo a tempo indeterminato finché non fossero stati giudicati guariti dai loro difetti dal comandante del campo, dimostrando così che la dura fatica del lavoro manuale li aveva ripuliti da ogni fallacia mentale ed esistenziale consentendone il reinserimento sociale.
Lo stesso concetto rieducativo della fatica del lavoro è stato applicato innumerevoli volte nel secolo scorso in ogni regime tirannico ogni volta in cui si è trattato di "guarire" qualcuno da un modo di pensare o di essere diverso e certo qualcuno lo applicherebbe volentieri anche a chi passa il suo tempo a vagare con la mente dietro inconcludenti questioni filosofiche anziché darsi più concretamente da fare. Dello stesso slogan si innamorò persino alcuni anni fa un presidente di Provincia che si era dimenticato delle origini di quella frase, tanto da proporla con entusiasmo per una campagna per l'impiego, suonava bene.
Vorrei proporvi se volete una riflessione filosofica sul senso del lavoro e della libertà e della schiavitù a esso connessi: quale lavoro rende liberi e da cosa?
E se il lavoro viene sempre più a mancare ci ritroveremo domani più liberi o più schiavi di prima? Qual è il senso del lavorare?
maral is offline  
Vecchio 01-03-2014, 00.04.23   #2
donquixote
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Riferimento: il senso de "il lavoro rende liberi"

Il lavoro è un mezzo, e solo la modernità lo ha trasformato in fine, ritenendolo un valore talmente alto da fondarci addirittura le costituzioni degli stati.
Se dunque questo è un mezzo qual è il fine? il soddisfacimento dei bisogni.
Quanti più bisogni avrà un uomo tanto più lavoro sarà necessario per soddisfarli.
I bisogni possono essere di due tipi: fisici o psicologici. Quelli fisici sono indirizzati al mantenimento della sopravvivenza e della buona salute del corpo, mentre quelli psicologici sono legati a quella che la gente chiama genericamente "felicità".
Per soddisfare i bisogni fisici basta poco, poichè in generale per procurarsi da mangiare, bere e dormire la fatica è molto relativa. Diverso è per i bisogni psicologici, poichè non essendoci una cultura condivisa che definisca il concetto di felicità questo può elevarsi individualmente ad un punto tale da dipendere da bisogni che non potranno mai essere soddisfatti.
Vi è inoltre un'altra importante questione da considerare. Praticamente tutti i bisogni psicologici degli uomini moderni dipendono dal possesso di beni materiali o di mezzi - leggi denaro - per procurarseli.
Un tempo il bisogno di felicità (e di "senso") veniva soddisfatto con beni spirituali, che non è facile acquisire in misura tale da rendere serena ed equilibrata la propria vita, ma una volta adempiuto questo compito il lavoro (o in questo caso lo studio, che è pur sempre un lavoro) era finito, poichè i beni spirituali sono per loro natura incorruttibili e possono inoltre essere donati a chiunque senza che colui che ne è in possesso perda qualcosa.
Se invece si fa dipendere la propria felicità da beni materiali (e nota bene che beni materiali non sono solo oggetti che si toccano, ma anche il potere, la carriera, il successo, i "diritti" eccetera. Beni materiali sono tutti quelli che non possono essere posseduti da chiunque contemporaneamente e nella massima misura) bisogna tenere presente che questi, come tutti i beni materiali, sono corruttibili, decadono, vengono a noia, passano di moda, possono essere sottratti da altri, e quindi non potranno mai costituire un fondamento certo e sicuro su cui basare la propria esistenza. Il lavoro per procurarseli, o per mantenerli, o per aumentarne il possesso sarà sempre maggiore e non avrà quindi mai fine.
Il lavoro, inteso in senso moderno di occupazione finalizzata a produrre reddito, essendo un mezzo non rende in sè liberi o schiavi, ma sono invece i bisogni che si intendono soddisfare attraverso il lavoro a renderci schiavi di questo. Ogni bisogno che dipenderà da beni materiali per essere soddisfatto è ricorrente, come la fame e la sete, e quanti più bisogni avrà una persona per raggiungere l'anelata "felicità" tanto più lavoro sarà necessario per soddisfarli in maniera ricorrente, e quindi tanto più schiavo costui sarà dei suoi bisogni e di conseguenza del lavoro necessario a dar loro soddisfazione.
donquixote is offline  
Vecchio 01-03-2014, 00.50.42   #3
paul11
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Riferimento: il senso de "il lavoro rende liberi"

Adae vero dixit: Quia audisti vocem uxoris tuae, et comedisti de ligno, ex quo praeceperam tibi ne comederes, maledicta terra in opere tuo: in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae. [18] Spinas et tribulos germinabit tibi, et comedes herbam terrae. [19] In sudore vultus tui vesceris pane, donec revertaris in terram de qua sumptus es: quia pulvis es et in pulverem reverteris

E' tratta dalla Bibbia La Vulgata : Genesi 16, 18 scritto in latino.

Il motivo è capire l'etimo della parola lavoro, labor e la Biibbia nella traduzione latina lo pone come fatica. Quì il passo è la cacciata di Adamo ed Eva dalla beatitudine del paradiso terrestre alla mortalità della vita.
Sul concetto di libertà coniugato al lavoro, ci sono varie interpretazioni in questo passaggio. La mia personale è che l'uomo perde il paradiso, ma guadagna in libertà, se nel paradiso era Dio l'artefice di tutto, nel mondo con fatica e nella finitezza l'uomo trasforma e crea ,certo nel sudore e nella finitezza dell'esistenza temporale, ma aristotelicamente dalla potenza passa all'atto e inizia la sua storia nel mondo.

Quindi agli antipodi due definizioni ,o meglio interpretazioni, il lavoro come fatica e il lavoro come libertà.


Si passerà all' "ora e labora" dei bendettini cioè al prega e lavora,interpretabile come fatica dell'esistenza nell'accettazione del proprio destino pregando Dio, sperando nella clemenza divina.

Max Weber fondatore della sociologia è famoso per un trattato sull'influenza del protestantesimo e calvinismo sugli aspetti della vita della cultura anglosassone. Essendoci delle interpretazioni bibliche diverse, il lavoro diventa fonte di soddisfazione materiale e di ascesa sociale si fonda con il nascere delle scienze , delle tecnologia applicate all'agricoltura, industria, commercio.

Ricordo qualche decennio fa che si discuteva se "si vive per lavorare" o " si lavora per vivere". Quindi se socialmente dal punto di vista emancipativo fosse più giusto ritenere liberarsi dal lavoro o il dovere di lavorare; questo è valso soprattutto con l'emancipazione femminile, dove un tempo non lontano la donna era deputata al ruolo di casalinga e di educatrice dei figli a tempo pieno, poi se fosse giusto per la donna con la conquista della parità ritenere il lavoro fonte appunto di crescita nel ruolo sociale.
Non si può d'altra parte non aver la relazione lavoro con economia e fonte di reddito. Questo concetto è divenuto sempre più essenziale.
Laddove non esiste possibilità di scelta e quindi finisce la libertà e diventa obbligo economico di sopravvivenza. il lavoro diventa necessità.

Quando il lavoro diventa creazione senza necessità impellente economica e quando non bisogna rendere conto a nessuno in particolare della propria creazione ,allora forse siamo nella soddisfazione, nell'autogratificazione che porta al sentirsi liberi.Trovo che l'artista sia su questa logica. Può anche essere un poveraccio economicamente, ma il suo lavoro inteso come trasformazione di una materia in una sua personale visione creativa allora diventa libero.

Ritornando soprattutto al concetto protestante della cultura anglosassone il lavoro diventa socialmente utile proprio come morale, come etica sociale.
E' un concetto fondamentale in quanto se socialmente forte significa che la ricchezza di un popolo diventa in uno Stato il "bene comune" gestito dal "buon governo". Quando all'individualismo personale si riesce a dare un'etica per cui il proprio lavoro, la propria ricchezza prodotta, "fa girare soldi per tutti", allora il lavoro diventa socialmente utile perchè dà a sua volta lavoro ad altri.
Infatti il concetto di Welfare state e i diversi modelli di socialdemocrazia che la sposano nascono da queste culture.

Un popolo con il 12% di disoccupazione, ma soprattutto con un basso tasso di occupazione su circa 60 milioni di persone quale è l'Italia è una civiltà già in decadenza, privo di quella libertà economica per cui il lavoro potrebbe diventare scelta, ma così necessario da far diventare il lavoro per chi lavora una schiavitù economico-sociale e per chi lo cerca un non poter progettare il proprio futuro, una propria indipendenza economica, per cui dipende e allora ne è schiavo.
paul11 is offline  
Vecchio 01-03-2014, 01.22.06   #4
acquario69
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Riferimento: il senso de "il lavoro rende liberi"

in effetti ogni epoca storica ha avuto da parte del potere vigente un concetto o per così dire "una massima" che racchiudeva in se tutti quei pseudo-valori da inculcare alle masse per orientarle più o meno inconsapevolmente a proprio vantaggio.

quante volte ci siamo sentiti dire…il lavoro nobilita l'uomo,e in un certo senso e' verissimo,la differenza pero che ne e' stato completamente stravolto il senso stesso della frase che probabilmente si poteva avere prima dell'avvento della tecnica…o meglio della tecnologia.
anzi credo proprio che prima ancora alle persone non gli veniva nemmeno in mente..questo genere di frasi nascono appunto in precisi contesti,conseguenti a trasformazioni di mentalità e modi di vedere.
da parte mia ce' una certa insistenza a mettere a fuoco questo aspetto perché ritengo che per cambiare bisogna arrivare alle radici delle cose per poter vedere poi dove tutto ha avuto origine,altrimenti si danno per scontate delle cose che scontate non lo sono affatto e si finisce per abituarsi,credendo normale qualcosa che per sua natura non lo e' affatto,riproducendo così più o meno inconsapevolmente lo stesso meccanismo che ci tiene intrappolati!

si pensi al lavoro degli artigiani (ormai quasi completamente scomparsi) ..credo proprio che veniva naturale il fatto che una sedia doveva essere ben fatta,perché era l'artigiano stesso che aveva un rapporto reciproco con la sedia,diretto e senza intermediari..(quel manufatto aveva un anima!) non si lavorava in funzione di qualcos'altro a lui completamente estraneo…un macchinario per esempio,il lavoro in serie,lo stesso denaro in funzione di tutto..

scrive un certo Raimon Panikkar

Non bisogna però confondere tecnologia e tecnica: la tecnica è un'arte (poietikê technê), nella quale l'intelligenza umana si integra nella materia per produrre un artefatto (ceramica, musica, poesia, un edificio, ecc.) che migliori il benessere e la bellezza della vita umana. Si deve essere ispirati per produrre qualsiasi tipo di attività tecnica, è necessario il pneuma (spirito). La tecnologia sorge quando allo spirito si sostituisce la ratio, cioè il logos, nel suo senso più ristretto di razionalità discorsiva. A questo punto nella technê si introduce l'aritmetica, cioè un ritmo (il risultato di una mens, mensura), e allora il risultato della tecnica può essere riprodotto indefinitamente quando se ne conosca la sigla numerica
Ogni artefatto ha il suo stile e, in un certo senso, è unico, anche quando se ne producano più esemplari. Però c'è un momento in cui il cambiamento quantitativo introduce un mutamento qualitativo. Questo mutamento avviene attraverso l'utilizzo di macchine, cioè strumenti di secondo grado, che finiscono poi per imporre all'uomo le proprie
regole. La tecnologia, da strumento, giunge a trasformarsi in fine: l'uomo cessa di essere un artigiano, la cui arte è caratterizzata dalla creatività, e diventa un lavoratore; non lavora più ad una sua opera per il proprio benessere, ma per qualcuno che non conosce e con cui probabilmente non andrebbe d'accordo, al prezzo di un salario



l'argomento e' vastissimo..ad ogni modo a me sembra che il lavoro (ma solo per come e' stato trasformato) ci fa sentire solo più alienati e infine schiavi.
forse quello che i nazisti non sono riusciti a finalizzare -cosi come era nella frase all'entrata dei lager- oggi il rischio,ma forse già di per se una realtà presente,in maniera più o meno subdola e' molto più concreto e per di più esteso in tutto il mondo

http://www.youtube.com/watch?v=pg8cdmTusHk
acquario69 is offline  
Vecchio 01-03-2014, 09.54.57   #5
CVC
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Riferimento: il senso de "il lavoro rende liberi"

E' un pò difficile generalizzare il concetto di lavoro. C'è il lavoro del contadino che vive del frutto della terra e della sua fatica. C'è il lavoro del dipendente inserito nella struttura economica come una rotella inserita nell'organismo di un orologio. C'è il lavoro di un presidente di una grande potenza che definisce 'lavoro' l'andare a bombardare un pò di territorio e carne umana, come disse George W Bush: 'Dobbiamo finire questo lavoro'
Per quanto riguarda l'esempio dei lager, mi sembra evidente che si tratti di sarcasmo.
Diceva Adam Smith che il lavoro è la misura reale del valore di scambio: 'Ciò che ogni cosa costa all'uomo che vuole procurarsela è la fatica e l'incomodo di ottenerla, ciò che ogni cosa vale per l'uomo che se l'è procurata è la fatica e l'incomodo che può imporre agli altri, ciò che è acquistato con beni e moneta è acquistato con il lavoro, la ricchezza è potere di acquistare lavoro,...'
Quando le grandi imprese, che più di ogni altra cosa dovrebbero produrre lavoro, si dedicano invece in primo luogo alla finanza e quando una repubblica basata sul lavoro non riesce a produrre nessuna riforma a favore del lavoro (stanziare milioni alle banche però sì), ovviamente tutta l'impalcatura etica che sostiene il concetto di lavoro vacilla
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Vecchio 01-03-2014, 13.03.47   #6
maral
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Riferimento: il senso de "il lavoro rende liberi"

La condanna alla fatica per aver ceduto alla tentazione di diventare come Dio, inflitta dal Creatore all'uomo nel passo della Genesi citato da paul11 in effetti non promette alcuna libertà, ma solo dilaziona il ritorno dell'uomo alla polvere da cui è stato tratto, una dilazione scandita dallo scorrere duro e faticoso del tempo. Nel campo di lavoro ove il Creatore confina l'uomo per la sua disubbidienza non vi è alcuna prospettiva di libertà, il dono originario è stato per sempre perso, resta solo la possibilità di un ritardo frapposto al ritorno all'insignificanza della polvere. ritardo da conquistare giorno dopo giorno con dolore e fatica. Ancora lontano è il riscatto cristiano offerto all'uomo che volle farsi Dio da un Dio che volle farsi uomo. Sarà alla luce della fede in questo riscatto che anche il lavoro come necessità schiavizzante di sopravvivenza potrà diventare momento che accompagna la preghiera, preghiera esso stesso che libera l'uomo e la capacità realizzativa che l'individuo mostra impegnandosi potrà essere segno della benevolenza a priori concessa dal Creatore, poiché il riscatto dalla colpa originaria è già stato pagato e non vi è più nulla da emendare. Ecco allora che la dura fatica del lavoro diventa mezzo individuale di libertà, ove libertà viene a significare realizzazione di una piena autonomia esistenziale, indipendenza da ogni Padre Creatore che si allontana sempre di più, assumendo i contorni di una trascendenza sempre più astratta, troppo lontana per potere ancora udire e rispondere a delle preghiere.
Il lavoro che rende liberi è la maturazione di un io bambino che può giungere a riconoscersi come un io adulto responsabile, capace a mezzo del proprio saper fare di badare a se stesso e anche di offrire la propria opera agli altri trascendendo il proprio egoistico bisogno, grazie alla propria riconosciuta capacità tecnica che trova riscontro nell'apprezzamento di ciò che si è fatto. Il lavoro diventa così diritto di emancipazione e di riconoscimento di una maturità pienamente autonoma e perderlo significa perdere questa maturità e precluso ogni diritto a essa, significa ritrovarsi nella polvere.
Ma come nota giustamente acquario69 quando questa capacità tecnica da misura di individuale autonomia diventa misura di profitto preso in modo del tutto astratto e per la cui produzione l'uomo si ritrova a essere solo ingranaggio e terminale di una catena produttiva che mira a un'efficienza totalmente disumanizzata per ragioni di potenza tecnologica autoreferenziale, di nuovo ci si ritrova prigionieri in un campo di lavoro da cui non c'è scampo, prigionieri del dolore e di una fatica sempre meno fisici e sempre più esistenziali, ove il lavoro che rende liberi è solo uno slogan retorico che suona penosamente sarcastico, ma a cui è necessario dover credere seriamente per dilazionare per un altro giorno la propria angoscia, per avere ancora la dilazione di un po' di tempo prima di ritrovarsi polvere.
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Vecchio 01-03-2014, 13.17.11   #7
maral
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E' un pò difficile generalizzare il concetto di lavoro. C'è il lavoro del contadino che vive del frutto della terra e della sua fatica. C'è il lavoro del dipendente inserito nella struttura economica come una rotella inserita nell'organismo di un orologio. C'è il lavoro di un presidente di una grande potenza che definisce 'lavoro' l'andare a bombardare un pò di territorio e carne umana, come disse George W Bush: 'Dobbiamo finire questo lavoro'
Per quanto riguarda l'esempio dei lager, mi sembra evidente che si tratti di sarcasmo.
Diceva Adam Smith che il lavoro è la misura reale del valore di scambio: 'Ciò che ogni cosa costa all'uomo che vuole procurarsela è la fatica e l'incomodo di ottenerla, ciò che ogni cosa vale per l'uomo che se l'è procurata è la fatica e l'incomodo che può imporre agli altri, ciò che è acquistato con beni e moneta è acquistato con il lavoro, la ricchezza è potere di acquistare lavoro,...'
Quando le grandi imprese, che più di ogni altra cosa dovrebbero produrre lavoro, si dedicano invece in primo luogo alla finanza e quando una repubblica basata sul lavoro non riesce a produrre nessuna riforma a favore del lavoro (stanziare milioni alle banche però sì), ovviamente tutta l'impalcatura etica che sostiene il concetto di lavoro vacilla
Forse la differenza fondamentale è la possibilità di riconoscere nel lavoro se stessi come capacità di porre la propria integra individualità a mezzo di ciò che si fa. Trovo che Adam Smith subordinando il lavoro a un calcolo economico di potere di acquisto tradisca radicalmente il profondo valore esistenziale del lavoro stesso di cui nulla resta nel bilancio tra il vendere la propria fatica al massimo prezzo e acquistare quella altrui al minimo.
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Vecchio 01-03-2014, 14.30.04   #8
CVC
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Forse la differenza fondamentale è la possibilità di riconoscere nel lavoro se stessi come capacità di porre la propria integra individualità a mezzo di ciò che si fa. Trovo che Adam Smith subordinando il lavoro a un calcolo economico di potere di acquisto tradisca radicalmente il profondo valore esistenziale del lavoro stesso di cui nulla resta nel bilancio tra il vendere la propria fatica al massimo prezzo e acquistare quella altrui al minimo.
Credo di debba distinguere fra lavoro che uno fa per ricevere uno stipendio e lavoro che si fa per pura gratificazione.
Sono cose diverse che solo in pochi fortunati casi coincidono
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Vecchio 01-03-2014, 20.09.46   #9
green&grey pocket
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Infatti! "dietro quella frase si deciderà il destino prossimo dell'occidente" questo fu il lascito di Lacan, che indicava la strada per un approfondito studio simbolico del campo di concentramento.

Dagli studi da me intrapresi finora, e mi sembra solo di essere sulla soglia del problema, lo intendo così:

1) da Gunther Anders: l'ufficiale nazista non si sente in colpa in quanto "faceva solo il suo lavoro".
Significa che la Tecnica è diventata talmente vasta che nessun uomo può intendere il fine del suo lavoro.
Ossia il simbolo del campo è esattamente il simbolo del Mondo che si sottrae all'umano.
La libertà non è dell'uomo ma della tecnica: una volontà (libertà) di annientamento dell'uomo per la precisione, qualsiasi studio serio indica questa via di nichilismo barbarico.

2) da Zizek : Essere contro gli ebrei come nel caso di Mel Gibson è stato inteso sia dalla parte della comunità ebraica sia dallo stesso Gibson come un segno di una malattia.
E le malattie, si sa, si curano tramite la tecnica.
Significa che l'istituto psichiatrico russo aveva ragione a trattare i non comunisti come "malati".
Ossia significa che l'ideologia dominante si traveste sotto il nome di Liberazione dal male, ideologia che è la tecnica per l'appunto e che è il male.
(il male non è forse questo dismisura di greca memoria?)

conclusioni parziali:

Da una parte si rivela una visione dell'uomo come ottenebrata dalla violenza e dall'altra si rivela una umanità che si vede come un meccanismo biologico.

Ovviamente su Bios e Vita nuda qualcosina sta scrivendo Agamben...c'entrano molto i greci e la soluzione cosmogonica della polis.

Appunto i problemi vi sono, la soglia per attraverarli qualcuno l'ha indicata, e insomma buon lavoro a tutti!

Ossia come dice Calciolari ma anche Zizek, il lavoro è SOLO intellettuale.

Difficile sintetizzare, la mia prosa tra l'altro è farraginosa (lo so).
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Vecchio 01-03-2014, 21.50.01   #10
maral
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Originalmente inviato da CVC
Credo di debba distinguere fra lavoro che uno fa per ricevere uno stipendio e lavoro che si fa per pura gratificazione.
Sono cose diverse che solo in pochi fortunati casi coincidono
Certamente, nel secondo caso il lavoro non è più mezzo diretto per il riconoscimento della propria riconosciuta autonomia, ma mezzo per lo stipendio che in linea di principio dovrebbe garantire la propria autonomia, ma che sempre più spesso diventa mezzo per compiere il proprio lavoro di terminali della catena produttiva, ossia di consumatori con il dovere di consumare ciò che si produce.
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