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Psicologia - Processi mentali ed esperienze interiori.
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Vecchio 06-04-2007, 13.49.20   #1
VanLag
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L’auto-conoscenza.

Qualche cosa di simile l’ho postato in spiritualità, ma lì il discorso tende a "trascendere" e quindi, dopo un po’, invece di sviscerare l’argomento si finisce per parlare di come illuminarsi e di cosa sia l’illuminazione e delle brutture dell’ego.

Ma io è proprio di questo “ego brutto” che vorrei parlare, con molta calma, e molta indulgenza, (eventualmente se è troppo brutto per certi lettori potete sempre non leggere), per capire se c’è modo di approfondire la confidenza che abbiamo con esso cioè con noi stessi.

Con un po’ di titubanza, (è una cosa così personale), parto da alcune auto-analisi che mi stò facendo in questi giorni, ma NON vorrei che la cosa si concentrasse su quelle, ma che invece, il discorso dell’auto-conoscenza, venga visto a 360 gradi. Diciamo che l’esempio ha il solo fine di focalizzare il campo di indagine.

In beve quello che stò analizzando in me, è un senso di disagio che io lego alla perdita di una persona a cui volevo molto bene. Il senso di disagio si manifesta con la pena classica della perdita, ma anche con sintomi fisiologici, come lievi momenti di ansia, svogliatezza e disorientamento generico su quello che voglio e devo fare e, (molto strano), anche un lieve calo del desiderio sessuale. (ma questo forse si può legare alla primavera ed all’andropausa )

Dicevo questi stati d’animo che vedo e vivo abbastanza chiaramente in me, li lego alla perdita di questa persona, perché non c’è altro in questo momento che li possa giustificare.
Non ho cioè altri “scossoni” ne tensioni, che possano spiegare quelle reazioni, anzi, tutto sommato, sono in un periodo di relativa calma emotiva. Però c’è qualche cosa che mi insospettisce e cioè, che il dolore che provo è relativamente poco rispetto ai sintomi, ed allora mi chiedo se per caso io non lo stia rimuovendo e se lo rimuovo perché lo faccio?

Paura di ammettere che ero attaccato ad una persona? Che era importante per me? Che senza di lui mi sento perso, e più fragile del solito?
Quindi ci sarebbe la censura da parte mia di una serie abbastanza lunga e concatenata di peculiarità, che per me sono negative e che quindi non voglio ammettere a me stesso?

Vorrei precisare che non stò cercando una risposta a questi interrogativi specifici, stò cercando di capire se esiste un modo per ampliare questa auto-conoscenza e, soprattutto, un modo per non mentire a se stessi, avendo la chiarezza per riconoscere la natura dei propri accadimenti interiori.



P.S. (nota tecnica) sarò via per i 3 giorni di Pasqua, per cui, eventuali contributi al 3d li leggerò al rientro.

Ultima modifica di VanLag : 06-04-2007 alle ore 15.03.49.
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Vecchio 06-04-2007, 21.42.17   #2
cielosereno52
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Riferimento: L’auto-conoscenza.

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Originalmente inviato da VanLag
Qualche cosa di simile l’ho postato in spiritualità, ma lì il discorso tende a "trascendere" e quindi, dopo un po’, invece di sviscerare l’argomento si finisce per parlare di come illuminarsi e di cosa sia l’illuminazione e delle brutture dell’ego.

Ma io è proprio di questo “ego brutto” che vorrei parlare, con molta calma, e molta indulgenza, (eventualmente se è troppo brutto per certi lettori potete sempre non leggere), per capire se c’è modo di approfondire la confidenza che abbiamo con esso cioè con noi stessi.

Con un po’ di titubanza, (è una cosa così personale), parto da alcune auto-analisi che mi stò facendo in questi giorni, ma NON vorrei che la cosa si concentrasse su quelle, ma che invece, il discorso dell’auto-conoscenza, venga visto a 360 gradi. Diciamo che l’esempio ha il solo fine di focalizzare il campo di indagine.

In beve quello che stò analizzando in me, è un senso di disagio che io lego alla perdita di una persona a cui volevo molto bene. Il senso di disagio si manifesta con la pena classica della perdita, ma anche con sintomi fisiologici, come lievi momenti di ansia, svogliatezza e disorientamento generico su quello che voglio e devo fare e, (molto strano), anche un lieve calo del desiderio sessuale. (ma questo forse si può legare alla primavera ed all’andropausa )

Dicevo questi stati d’animo che vedo e vivo abbastanza chiaramente in me, li lego alla perdita di questa persona, perché non c’è altro in questo momento che li possa giustificare.
Non ho cioè altri “scossoni” ne tensioni, che possano spiegare quelle reazioni, anzi, tutto sommato, sono in un periodo di relativa calma emotiva. Però c’è qualche cosa che mi insospettisce e cioè, che il dolore che provo è relativamente poco rispetto ai sintomi, ed allora mi chiedo se per caso io non lo stia rimuovendo e se lo rimuovo perché lo faccio?

Paura di ammettere che ero attaccato ad una persona? Che era importante per me? Che senza di lui mi sento perso, e più fragile del solito?
Quindi ci sarebbe la censura da parte mia di una serie abbastanza lunga e concatenata di peculiarità, che per me sono negative e che quindi non voglio ammettere a me stesso?

Vorrei precisare che non stò cercando una risposta a questi interrogativi specifici, stò cercando di capire se esiste un modo per ampliare questa auto-conoscenza e, soprattutto, un modo per non mentire a se stessi, avendo la chiarezza per riconoscere la natura dei propri accadimenti interiori.



P.S. (nota tecnica) sarò via per i 3 giorni di Pasqua, per cui, eventuali contributi al 3d li leggerò al rientro.


Empaticamente partecipo al tuo disagio per la perdita di una persona cara...
scossoni simili ne ho subito, tante domande ne sono emerse, senza trovare risposte definitive.
Penso però che si possa definire la nostra situazione umana come una sorta di presa di coscenza, un affinamento evolutivo verso dimensioni sconosciute,
di energie non legate alla semplice materialità.
Il nostro mondo fisico è limitante, non si trovano però limiti nell'espanzione della conoscenza, la dove uomini esplorano teorie nuove.
In questo..emerge che una certa convergenza fra scienza e spiritualità esiste..con la meccanica quantistica diventa importante l'osservatore nel determinare lo stato della materia,o per lo meno la sua posizione..
Trovo molta attinenza così con l'idea di qualcosa che si avvicina a una grande coscienza universale , chiamiamola pure Dio.. che osserva..e..ci colloca in un preciso spazio.
Spero che il pensare di essere parte di un tuttuno, lenisca la nostra
sensazione di perdita, di stacco..che è stata causata dal cambiamento di
forma dell'energia che abbiamo amato.
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Vecchio 07-04-2007, 08.44.24   #3
Mary
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Riferimento: L’auto-conoscenza.

Soffrire per un abbandono, per un distacco è parte della nostra natura e va vissuto senza fretta, nè opponendoci nè prolungando l'esperienza.

Ogni esperienza va vissuta totalmente, rientra nel progetto della nostra vita.

A volte ci sediamo stanchi sul ciglio della strada e pensiamo di non poter più riprendere il viaggio, ci sentiamo sconfitti come un atleta di maratona che si ritira dopo aver tanto lottato e resistito alla stanchezza.

Fermarsi di tanto in tanto è necessario, quel che conta è non fantasticare sulla prossima ripresa del viaggio o sentirsi sconfitti definitivamente.

Troppe volte noi cerchiamo di imbrogliarci e la nostra mente è super fantastica nelle tecniche di mimetizzazioni, truffe, inganni, occultamenti.

Quando il corpo esprime i disagi dell'anima dobbiamo ascoltarlo, prestare la massima attenzione. Cercare sempre la causa remota e anche se non la troviamo va bene lo stesso: ci abbiamo provato. Ed anche la sola ricerca è una esperienza.

Non dimenticare che da quando nasciamo subiamo un certo lavaggio del cervello: condizionamenti, eventi traumatici, educazione, necessità di sopravvivenza e tutto va a finire in un calderone che si chiama inconscio. E perdiamo ogni traccia nell'archivio principale, ovvero la coscienza.

La mente serve principalmente a far sopravvivere il corpo ad ogni costo. E usa ogni strumento a sua disposizione per farlo.

E' simile ad un equipaggio programmato per salvare la nave, e troppe volta la salva senza il permesso, parere, autorizzazione, conoscenza del capitano.

Ma il capitano prima o poi deve fare i conti con quel che non sa o non ricorda più.

Il primo passo che ti consiglio è quello di accettare e osservare tutto quello che ti accade e poi trasformarlo in esperienza, in apprendimento, in vita vissuta.

Non è facile, ma se fosse facile non ci sarebbe più gusto.
Mary is offline  
Vecchio 08-04-2007, 12.53.05   #4
r.rubin
può anche essere...
 
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Riferimento: L’auto-conoscenza.

mi accorgo di non essere a contatto con me stesso: separato da me stesso da una variegato tessuto tipo arlecchino composto da cose apprese (idee, modi di fare, di parlare ecc).

La cosa mi pesa perchè mi lascia senza energia vitale: sia perchè l'energia non fluisce, impedita com'è da quelle "dighe" inflessibili; sia perchè l'inautenticità mi crea ansia eccetera che divora energia a palate.

Stando così le cose mi dico: devo essere me stesso. Solo che quel me stesso mi è ignoto. Questa via, quindi, è impraticabile.
Allora mi dico, proviamo la strada in negativo: cerco di neutralizzare tutto quello che intuisco non appartenere a me ma ad altri. Bella via che una volta è funzionata... osservavo ogni mio aspetto "personale" che mi giungeva ad autocoscienza e lo annullavo, subito ne emergeva un'altro (quello sottostante diciamo, tipo pagine di un libro) e via, poi un altro e via... alla fin fine sono arrivato a sentirmi leggero! Che sensazione di libertà! Non più il viso corrugato, non più tutta quella tensione fisica.. leggero, disteso, aperto al mondo.
Solo che non mi è più riscito. Forse perchè non ho più provato la convinzione di poter neutralizzare quelle cose. Niente blocca la mente più che l'insicurezza di riuscire a fare qualcosa. Quando si dice "l'importante è crederci"..

Ora mi chiedo se magari, un altra strada per raggiungere questo ignoto me stesso non possa essere molto meno cerebrale, molto più istintiva... il classico "lasciarsi andare". Fare senza riflettere. Una sana dose di impulsività. Difatti, forse, quando inibisci qualcosa di te che per sua natura tende all'espressione, l'energia che esprimendosi libererebbe, assume polarità contraria e toglie. Boh.. chissà. Ma forse in questo modo non c'è più bisogno di "conoscere" se stessi. Stop alla ragione, via libera all'istinto.
r.rubin is offline  
Vecchio 08-04-2007, 18.54.18   #5
cielosereno52
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Originalmente inviato da r.rubin
mi accorgo di non essere a contatto con me stesso: separato da me stesso da una variegato tessuto tipo arlecchino composto da cose apprese (idee, modi di fare, di parlare ecc).

La cosa mi pesa perchè mi lascia senza energia vitale: sia perchè l'energia non fluisce, impedita com'è da quelle "dighe" inflessibili; sia perchè l'inautenticità mi crea ansia eccetera che divora energia a palate.

Stando così le cose mi dico: devo essere me stesso. Solo che quel me stesso mi è ignoto. Questa via, quindi, è impraticabile.
Allora mi dico, proviamo la strada in negativo: cerco di neutralizzare tutto quello che intuisco non appartenere a me ma ad altri. Bella via che una volta è funzionata... osservavo ogni mio aspetto "personale" che mi giungeva ad autocoscienza e lo annullavo, subito ne emergeva un'altro (quello sottostante diciamo, tipo pagine di un libro) e via, poi un altro e via... alla fin fine sono arrivato a sentirmi leggero! Che sensazione di libertà! Non più il viso corrugato, non più tutta quella tensione fisica.. leggero, disteso, aperto al mondo.
Solo che non mi è più riscito. Forse perchè non ho più provato la convinzione di poter neutralizzare quelle cose. Niente blocca la mente più che l'insicurezza di riuscire a fare qualcosa. Quando si dice "l'importante è crederci"..

Ora mi chiedo se magari, un altra strada per raggiungere questo ignoto me stesso non possa essere molto meno cerebrale, molto più istintiva... il classico "lasciarsi andare". Fare senza riflettere. Una sana dose di impulsività. Difatti, forse, quando inibisci qualcosa di te che per sua natura tende all'espressione, l'energia che esprimendosi libererebbe, assume polarità contraria e toglie. Boh.. chissà. Ma forse in questo modo non c'è più bisogno di "conoscere" se stessi. Stop alla ragione, via libera all'istinto.

Ciao
E' una sensazione che ho provato pure io...poi è subentrata la mia razionalità...il mio volere egoistico.. e..mi sono bloccato.
Di certo non vi potrà mai essere comunicazione fra menti "spirituali" fintanto che non impareremo a relazionarci come si relazionano le cellule umane insieme.
Utopia forse è riuscirci in questa vita, rimandando a un domani che verrà.. quando avremo le allucce dietro la schiena questo momento.
Ci insegnano che siamo diversi...e lo siamo sul piano di come siamo costruiti
materialmente.. ma la nostra anima tende ad altri livelli di comunicazione.
Alcuni libri che ho letto parlano di una tendenza al grande amore universale...
forse è la strada giusta,
anche se amore è troppo legato a una relazione di coppia.. un modo di replicare quello che siamo, non espansivo, in quel vuoto
che rimane intorno, oltre alla famiglia.
La società dei consumi ci ha dato e dà strumenti distruttivi... ma ci sta dando sempre più possibilità di ricerca, di superare la materialità del nostro esistere.
Sta a noi evolvere in quella direzione... rendere semplice il comunicare
le proprie emozioni, consci di appartenere a quella grande frequenza
che fa nascere il sole e fiorire la terra.
cielosereno52 is offline  
Vecchio 08-04-2007, 22.01.22   #6
alba
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Exclamation Riferimento: L’auto-conoscenza.

Vorrei precisare che non stò cercando una risposta a questi interrogativi specifici, stò cercando di capire se esiste un modo per ampliare questa auto-conoscenza e, soprattutto, un modo per non mentire a se stessi, avendo la chiarezza per riconoscere la natura dei propri accadimenti ..

Si soffre sempre e solo per lo stesso “motivo”; la perdita, il distacco , l’abbandono di persone cose e luoghi produce in noi lo stesso identico dolore, come di una ferita che pensavamo rimarginata ed invece dobbiamo prendere coscienza che ,ancora una volta, “qualcosa” l’ha fatta riaprire e sanguinare. E a ben osservarci , con tarature diverse certamente, ma soffriamo per ogni tipo di distacco , fosse anche da una situazione non propriamente idilliaca.
Credo sia capitata a molti l’esperienza di non veder l’ora di chiudere una situazione sgradevole eppure, un attimo dopo, sentire un leggero senso di disagio per la perdita comunque di qualcosa che faceva parte di noi.
Quel “qualcosa” è la nostra essenza che come mare si espande e si dilata, colonizzando altri mondi, altre esperienze e coscienze, ma a tutto c’è un prezzo.
Ed il primo ed in assoluto è l’abbandono forzato del rifugio in cui è iniziata la nostra prima volta: il ventre materno. Non vorrei fare della psicologia spicciola ma dire ciò che sento intimamente.
Il ricordo del distacco originale condiziona tutta la nostra vita e in particolare il rapporto con la realtà. La ricerca e la speranza di risentire quell’antico benessere ci sostiene nella ricerca dentro/fuori di noi stessi per tutta la vita.
La natura di cui siamo fatti ci impone drammaticamente di essere infiniti e di espandere la nostra natura fisica.Ciò comporta Uno sforzo enorme da parte nostra, proprio a causa dell’antica paura di un nuovo distacco e, quando troviamo il nostro “Virgilio” maestro e compagno nel nostro viaggio senza tempo, ci aggrappiamo con forza e immancabilmente gli lasciamo addosso una parte di noi,proprio quella così difficile da curare quando soffre a causa della natura di cui è fatta.

RIPRENDERCI quella parte così importante di noi, che abbiamo lasciato in chi più abbiamo amato (ma non necessariamente) e che ora pensiamo sia irrecuperabile perché se l’è portata via con sé, è il prezzo più alto che dobbiamo pagare per la nostra incredulità (o incapacità) ad essere infiniti.
alba is offline  
Vecchio 09-04-2007, 15.04.20   #7
odissea
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Riferimento: L’auto-conoscenza.

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Originalmente inviato da VanLag
Ma io è proprio di questo “ego brutto” che vorrei parlare, con molta calma, e molta indulgenza, (eventualmente se è troppo brutto per certi lettori potete sempre non leggere), per capire se c’è modo di approfondire la confidenza che abbiamo con esso cioè con noi stessi.


il dolore che provo è relativamente poco rispetto ai sintomi, ed allora mi chiedo se per caso io non lo stia rimuovendo e se lo rimuovo perché lo faccio?



Caro Van Lag...io penso che tu abbia ben descritto il meccanismo tipico delle nevrosi (questo non ti deve minimamente preoccupare, se non altro perchè qui sei in buona compagnia )
Lasciando da parte tutti i discorsi su ego, illuminazione e salti della quaglia, direi che semplicemente molto spesso tutti noi tendiamo a rimuovere dalla coscenza uno stato d'animo penoso: proviamo ad aggirarlo, ad ignorarlo, a relegarlo giù in qualche angolo buio della nostra cantina inconscia. Per farla corta, tutti i sintomi nevrotici (attacchi di panico, disturbi ossessivi compulsivi, ansia, e chi ne ha più ne metta) in genere sono riconducibili a questa repressione interiore che mettiamo in atto. Tra l'altro, scusa se mi permetto, ma specialmente voi uomini siete un tantino penalizzati davanti a un lutto o alla perdita di figure importanti: socialmente vi è meno consentito esprimere la sofferenza e la fragilità, ancor di più se magari sei padre di famiglia a tua volta, per cui questa repressione interiore morde un po' più forte.

Il perchè una persona metta in atto specifici meccanismi difensivi e non altri, dipende da tantissimi fattori: educativi in primis, culturali poi e, non ultimi, fattori individuali.
Questi meccanismi repressivi li impariamo da piccolini e su di essi si basa la convivenza sociale, l'adesione ad un sistema di norme e valori socialmente condiviso, socialmente repressivo Sono necessari all'essere umano in quanto essere sociale, ma è buona cosa non abusarne e non lasciare che essi diventino la nostra principale modalità di stare al mondo; come dire che siamo noi che dobbiamo agire sui/con i meccanismi di difesa,e non i meccanismi di difesa che agiscono noi.
Spero di essere stata chiara e non eccessivamente "psicologizzante"; magari non era nemmeno questo il tema che interessava approfondire, in tal caso mi scuso.

Saluti a tutti
odissea is offline  
Vecchio 09-04-2007, 21.32.12   #8
VanLag
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Dal molto tempo che sono qui credo di avere scritto un po’ in tutte le sezioni del forum e di avere parlato un po’ di tutto, spinto soprattutto dal desiderio di confrontarmi o a volte per il piacere di parlare, o magari, e non poche volte, anche per fare semplice sfoggio di arguzia e di eloquenza. (chi è senza peccato scagli la prima pietra….. (piccole le pietre però mi raccomando )).

Credo, (sempre che non mi stia mentendo anche qui, (ormai questa del mentirmi è un’ossessione)), di avere raramente chiesto un qualche cosa che mi stava veramente a cuore, qualche cosa per me stesso. L’ho fatto con questa domanda qui con questo stesso 3d e, prima che qui, in spiritualità, con una domanda simile a questa e, devo dire, che ho sentito da parte di diverse persone la “volontà” di rispondermi e di aiutarmi e quella volontà di per se, credetemi, non è poco.
Credo che questo forum è maturato parecchio dai primi tempi e se l’usiamo bene, se sappiamo dare realmente attenzione agli altri, si può fare forse più di quello che pensiamo.…. E mi fermo altrimenti scivolo nello scrimolo del patetico.

Per quanto riguarda l’oggetto del contendere, cioè la conoscenza di se stessi, ho apprezzato le risposte di tutti quelli che hanno scritto, a cui unisco le due cose che mi erano sembrate più significative nelle risposte avute in spiritualità e cioè che, se si vuole conoscere il proprio “mondo interiore” realmente com’è e non come vorremo che fosse, occorre guardarsi con occhi sinceri ed a volte impietosi, (onestà intellettuale!?) ed anche, certamente con una grande dose di umiltà.

VanLag is offline  
Vecchio 09-04-2007, 22.02.14   #9
dana
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Originalmente inviato da Mary
Quando il corpo esprime i disagi dell'anima dobbiamo ascoltarlo, prestare la massima attenzione. Cercare sempre la causa remota e anche se non la troviamo va bene lo stesso: ci abbiamo provato. Ed anche la sola ricerca è una esperienza.

Forse il dolore censurato si manifesta con i disagi del corpo, lì siamo più in difficoltà a tenerlo sotto controllo.

E il dolore della perdita è il dolore più grande, e ricorrente: ecco, credo anche che non sia disgiunto dal nostro passato, la perdita di oggi riaccende il dolore delle altre perdite o morti di persone care che abbiamo vissuto. Se siamo riusciti a rielaborare bene i lutti precedenti, forse viviamo meglio quello attuale. Se il lutto passato è un nodo irrisolto, il dolore di oggi è maggiorato dal dolore di ieri, che si ripresenta intatto.

In più il dolore della perdita di una persona cara ci ricorda che anche per noi tutto può finire all'improvviso, e ben sappiamo quanto il pensiero della morte sia fortemente rimosso nel nostro mondo, viviamo come se non dovessimo morire mai, ma a volte gli eventi della vita ci costringono a pensarci.

Riflettere su se stessi e confrontarsi con gli altri credo sia il modo migliore per avvicinarsi sempre più alla conoscenza di sè, ogni frammento di noi che comprendiamo ci avvicina al nucleo più profondo e misterioso del nostro essere. E come ben dice Mary, anche la sola ricerca è una esperienza. Ogni gradino che saliamo, magari faticosamente, è il passo necessario per affrontare il gradino successivo, quindi tutto serve. Magari la prima volta non riusciamo a comprendere, ma lo sforzo fatto sarà il punto di partenza per affrontare il dolore di domani. Ci vorrà tutta la vita per imparare a conoscerci, importante oltre alla riflessione personale è anche specchiarsi negli altri, se non altro perchè si mette a fuoco più chiaramente un comportamento altrui, che il proprio.

dana is offline  
Vecchio 10-04-2007, 09.45.53   #10
pallina
...il rumore del mare...
 
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Originalmente inviato da VanLag
Qualche cosa di simile l’ho postato in spiritualità, ma lì il discorso tende a "trascendere" e quindi, dopo un po’, invece di sviscerare l’argomento si finisce per parlare di come illuminarsi e di cosa sia l’illuminazione e delle brutture dell’ego.

Ma io è proprio di questo “ego brutto” che vorrei parlare, con molta calma, e molta indulgenza, (eventualmente se è troppo brutto per certi lettori potete sempre non leggere), per capire se c’è modo di approfondire la confidenza che abbiamo con esso cioè con noi stessi.

Con un po’ di titubanza, (è una cosa così personale), parto da alcune auto-analisi che mi stò facendo in questi giorni, ma NON vorrei che la cosa si concentrasse su quelle, ma che invece, il discorso dell’auto-conoscenza, venga visto a 360 gradi. Diciamo che l’esempio ha il solo fine di focalizzare il campo di indagine.

In beve quello che stò analizzando in me, è un senso di disagio che io lego alla perdita di una persona a cui volevo molto bene. Il senso di disagio si manifesta con la pena classica della perdita, ma anche con sintomi fisiologici, come lievi momenti di ansia, svogliatezza e disorientamento generico su quello che voglio e devo fare e, (molto strano), anche un lieve calo del desiderio sessuale. (ma questo forse si può legare alla primavera ed all’andropausa )

Dicevo questi stati d’animo che vedo e vivo abbastanza chiaramente in me, li lego alla perdita di questa persona, perché non c’è altro in questo momento che li possa giustificare.
Non ho cioè altri “scossoni” ne tensioni, che possano spiegare quelle reazioni, anzi, tutto sommato, sono in un periodo di relativa calma emotiva. Però c’è qualche cosa che mi insospettisce e cioè, che il dolore che provo è relativamente poco rispetto ai sintomi, ed allora mi chiedo se per caso io non lo stia rimuovendo e se lo rimuovo perché lo faccio?

Paura di ammettere che ero attaccato ad una persona? Che era importante per me? Che senza di lui mi sento perso, e più fragile del solito?
Quindi ci sarebbe la censura da parte mia di una serie abbastanza lunga e concatenata di peculiarità, che per me sono negative e che quindi non voglio ammettere a me stesso?

Vorrei precisare che non stò cercando una risposta a questi interrogativi specifici, stò cercando di capire se esiste un modo per ampliare questa auto-conoscenza e, soprattutto, un modo per non mentire a se stessi, avendo la chiarezza per riconoscere la natura dei propri accadimenti interiori.



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Mi chiedo: ma si deve soffrire, tanto, per forza? Perchè di fronte ad un lutto mi meraviglio di me stessa se non soffro come tutti gli altri? Eppure quella persona che ora non c'è più, amico o familiare che sia, era importante per tutti noi......
IL difficile forse è accettare e ammettere che è la morte a farci capire quanto effettivamente la persona che non c'è più fosse importante per noi?
Ci sono persone che "se ne vanno", altre "ci lasciano", altre "ci abbandonano", altre ancora " si portano via con loro una parte di noi stessi".....
Non soffriamo allo stesso modo.
Questa differenza ci scuote perchè ci mette a contatto con una parte di noi che forse non ci piace. Perchè ci hanno insegnato che bisogna essere compassionevoli, capaci di perdono, perchè ci hanno detto che di fronte alla morte siamo tutti uguali ma scopriamo che solo chi muore lo è, mentre noi che rimaniamo ci chiediamo chi era davvero quella persona, cosa era per noi. E non siamo preparati ad accettare che è l'intensità del dolore che proviamo per la sua perdita che ci fa capire quanto essa valeva per noi. Dovremmo con umiltà riflettere anche su come agisce, su di noi, la diversità del morire. Riusciamo a soffrire di più di fronte alla morte improvvisa, a quella delle persone giovani. La morte di un bambino toglie la vita anche a noi (e questa la conosco molto bene), in quella dell'anziano riusciamo a trovare rassegnazione. Nella malattia che divora, la morte la invochiamo per noi e per l'altro....

Con immensa umiltà, come un grande dono, dovremmo "usare" la morte e il dolore di chi ci lascia, per osservarci, per ascoltarci, per crescere.

Un abbraccio.
pallina is offline  

 



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