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Vecchio 07-04-2005, 14.07.51   #51
Yam
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x Visechi

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Vecchio 07-04-2005, 19.50.47   #52
Mistico
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Re: Questa la mia stupefazione

Citazione:
Messaggio originale inviato da visechi
VIBRAZIONI DELLA VITA...
Molto bella. L'ha scritta uno innamorato della vita... ma dove le ha trovate le "splendide donne chine sui tralci di vite"? Dalle mie parti le campagnole sono racchie! Boh!

Comunque, ...complimenti.
Mistico is offline  
Vecchio 07-04-2005, 22.27.03   #53
gyta
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Re: Galimberti Umberto

Citazione:
Messaggio originale inviato da visechi
"Non il dolore che attende il suo risarcimento, ma il dolore nella sua profondità divina.
Un dolore per la gioia del Tutto, e non un dolore in vista di un riscatto, di una ricompensa individuale…"

Questo punto penso sia di profondo interesse (per entrambi tra l'altro!! Almeno a giudicare da alcuni nostri interventi qui sul forum..).."un <dolore> per la gioia del tutto" !
Buono sarebbe poter seguire il filo d'indagine di Galimberti, nel suo evolversi per andare al centro delle sue riflessioni.. Cosa non troppo possibile solo attraverso citazioni scelte ma purtroppo estrapolate dal generale contesto.. Il suo approccio analitico pone già ogni considerazione in una più ampia visuale, buona per non cadere nella facile trappola stretta di facili conclusioni poco ponderate..

"Esigenza di interpretare il mondo per poterci vivere secondo schemi collaudati, che nell’ambito religioso si chiamano riti e nell’ambito razionale metodi.”

Bella e vera anche questa corrispondenza..!

"Dio è il desiderio umano di vedere abolita la distanza tra il volere e il potere, tra il desiderio e l’appagamento, tra l’intenzione e la realizzazione, in termini freudiani: tra il principio di piacere e il principio di realtà.”

Anche qui bisognerebbe vedere la deduzione nel suo svolgersi al completo..
Nella mia 'traduzione' il 'Dio' non è più <desiderio di..> ma <Distanza abolita..>..!

"La vista superiore ha la sua contropartita nella cecità per le cose della terra"

Questa affermazione invece non la comprendo,
o meglio.. non l'approvo, non la concepisco..
o forse, non la comprendo?(?!)

Credo d'aver capito che hai copiato a macchina questi punti,
e di ciò ti ringrazio (!).. anche tu niente scanner, eh?
Acc.. dovrò comprarlo anch'io quanto prima.. Molti testi (cioè la maggior parte!) in rete purtroppo non si trovano.. A volte fa piacere riprendere alcune letture con la scusa di renderne partecipe un altro fermarne parola per parola.. altre diventa davvero un lavoraccio..


"E’ la percezione filosofica ed intimistica del Nulla che annichilisce e rende urgente e necessaria
l’ulteriorità di cui parla Galimberti. "


Sì.. Assolutamente!
Per ciò ho riportato quel pezzo! Proprio perché in quel punto,
da quell'apparente contrasto di assoluta scissione (Nulla<->Dio)
trovo invece proprio l'esplicitarsi aritmetico della medesima "sostanza":
il "Nulla" che non è "Assenza di.." ma "Essenza (di..)" e quindi coincidente con "Dio".

Sì.. è dolcissimo il tuo canto..
Stride l'ultima frase..
quasi come avessi voluto mettercela a tutti i costi.. (?!)
Forse.. solo una parte di te crede che <l'uomo non sappia più..>
Tutto è compiuto (nel tuo canto)
nel suo graduale, naturale 'rilascio'..



Gyta

Ultima modifica di gyta : 07-04-2005 alle ore 22.29.35.
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Vecchio 08-04-2005, 09.18.51   #54
atisha
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Re: Re: Re: Re: Re: P.S.) "QUATTRO PERSONE ED UN INTERPRETE"

Citazione:
Messaggio originale inviato da Fathi
Il Tutto non concederà ai miscredenti alcun mezzo di vittoria sui credenti. Sì, gli ipocriti credono di ingannare il Tutto, ma è Lui che li inganna. Quando si levano per l'orazione lo fanno con pigrizia e ostentazione nei confronti della gente, a malapena si ricordano del Tutto, si barcamenano tra gli uni e gli altri, senza essere né di questi né di quelli!

non male....
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Vecchio 08-04-2005, 09.28.42   #55
atisha
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Re: Galimberti Umberto

Citazione:
Messaggio originale inviato da visechi
Passi tratti da Galimberti......bla bla bla...ottimi bla bla bla...

......Per i commenti attendo, poi, magari, se avrò tempo, proverò con qualcosa di mio

Già! Condivido. E’ la percezione filosofica ed intimistica del Nulla che annichilisce e rende urgente e necessaria l’ulteriorità di cui parla Galimberti.


pura ed ottima filosofia che dovrebbe sfociare in qualcos'altro...
se realmente si "comprende" il messaggio...

Vogliamo partire o no????
atisha is offline  
Vecchio 11-04-2005, 08.53.08   #56
visechi
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Messaggi: 1,150
Citazione:
Questo punto penso sia di profondo interesse (per entrambi tra l'altro!! Almeno a giudicare da alcuni nostri interventi qui sul forum..).."un <dolore> per la gioia del tutto" !
Buono sarebbe poter seguire il filo d'indagine di Galimberti, nel suo evolversi per andare al centro delle sue riflessioni.. Cosa non troppo possibile solo attraverso citazioni scelte ma purtroppo estrapolate dal generale contesto.. Il suo approccio analitico pone già ogni considerazione in una più ampia visuale, buona per non cadere nella facile trappola stretta di facili conclusioni poco ponderate..

Galimberti intende il dolore come parte integrante ed essenziale della vita, per questo motivo non apprezza la morale cristiana, o meglio quella che è definita la ’teologia del dolore’ di matrice cristiana. Gesù, sostiene, non è venuto sulla terra per affrancare il mondo dal dolore, in tal senso avrebbe solo subito una sconfitta; così come Dio non si sarebbe incarnato per vivere la sua passione affinché attraverso il dolore si conseguisse la redenzione. Il messaggio di Cristo sarebbe di tutt’altro tenore rispetto al concetto di ‘salvazione’, sarebbe più volto alla ricongiunzione e alla partecipazione con un Tutto che implica anche una buona dose di dolore, perché il concetto di male non è un qualcosa che si attagli con il Dio così come concepito da Galimberti: ”Se infatti non si dà verità se non nell’errore di uno sguardo imperfetto, compito dell’uomo non sarà la perfezione, ma la capacità di soffrire l’inquietudine di una perfezione mai attuata eppure presente nell’imperfezione estrema che caratterizza l’essere umano. Cristo incarna questo tipo di sofferenza. Ciò che annuncia non è la redenzione, ma l’accettazione della condizione umana. In questa incondizionata accettazione c’è redenzione”. Egli, nella sua concezione di Dio, si rifà moltissimo al concetto di divinità mutuato dal mondo primitivo, ed afferma che il sacro non parla con linguaggio umano, per cui sarebbe assurdo attribuire a Lui concetti che fanno parte del mondo degli uomini: “Dio è amore. Questa, che è la proposizione più sublime del cristianesimo, esprime solo la certezza che il cuore ha di se stesso, della sua potenza come della sola potenza legittima, cioè divina. Dio è amore significa che il cuore è il Dio dell’uomo, l’essere assoluto. Dio è l’ottativo del cuore cambiato in un presente felice”. Cioè il Dio cristiano sarebbe il Dio che emerge puro, ossequioso e coerente con i desideri e le aspettative degli uomini (‘Volesse il cielo che fosse così”… ottativo). Siamo noi umani, quindi, che per dar requie al nostro desiderio di trovare consolazione nei confronti di alcuni aspetti della Natura che non riusciamo ad accettare, a d aver creato le caratterizzazioni divine di cui il cristianesimo (ma non solo, anche l’ebraismo e l’islamismo) è pregno. E’ un po’ il concetto più volte rappresentato, per esempio, da Atisha, con un distinguo fondamentale, essenziale: l’uomo, nel percepire il sacro, nell’entrare in contatto col divino, mai e poi mai potrebbe trascendere il dolore, che è parte fondante di Dio stesso, in quanto partecipe anch’esso – il dolore – della Natura con cui, Galimberti e le spiritualità primitive, quindi meno sofistiche e mentali, facevano appunto corrispondere il concetto di divinità. Questa condizione, questa creazione divina di foggia umana è anche conseguenza della limitatezza del nostro concepire il mondo, dall’impossibilità di percepirlo nella sua interezza, per cui abbiamo necessità di decodificare, in continuazione interpretandoli, gli input che ci provengono dal mondo esterno, per collocarli entro schemi collaudati più prossimi al nostro sentire. E’ questo il senso della seguente proposizione:"Esigenza di interpretare il mondo per poterci vivere secondo schemi collaudati, che nell’ambito religioso si chiamano riti e nell’ambito razionale metodi.” e ancora: "Dio è il desiderio umano di vedere abolita la distanza tra il volere e il potere, tra il desiderio e l’appagamento, tra l’intenzione e la realizzazione, in termini freudiani: tra il principio di piacere e il principio di realtà.”
Dio è tutt’altro rispetto alle nostre capacità e possibilità di concepirlo, è più prossimo al Dioniso di Nietzsche che a quello di Agostino. L’incarnazione di Dio in uomo (Cristo) ha desacralizzato il sacro, relegandolo in un ambito terreno, antropoformizzando il divino. Questa è l’empietà del Cristianesimo, compiuta solo per rendere più comprensibile Dio e il suo disegno. In tale ambito s’innesta il concetto di tempo. Diverso è il tempo del Tutto, ciclico, un eterno ritorno, in cui non vi è un fine o un senso. Ma l’uomo per vivere nel tempo ha necessità di attribuire un senso ed un fine anche a questo scorrere ineluttabile. La ciclicità della Natura, del Tutto, non è umanamente comprensibile, perché questo moto circolare non ha un senso. Ecco che con l’avvento e del cristianesimo e della promessa escatologica di un fine, che si realizza e compie nell’ultimo giorno, si ha anche un’apertura di senso rispetto a questo scorrere ineluttabile apparentemente privo di significanza (la sua significanza ci sarebbe, ma sarebbe imperscrutabile per gli occhi umani – torneremo dopo alla cieca visione per le cose terrene). Nel dar senso e significato (che si compie interamente nell’ultimo giorno – eschaton) al tempo, non più ciclico, l’uomo inventa la storia che è appunto una dimensione ed una diversa concettualizzazione del tempo, e l’uomo in tale ambito (storico) si muove ed agisce, seppure il senso e il fine siano rinviati ad un momento ultimo.
”La fede non è una cosa, è una condizione dell’anima, per cui discutere intorno alla fede è discutere di sé, delle proprie radici antropologiche, psicologiche, delle proprie modalità di vita, della propria intimità. Per questo le prove intorno all’esistenza o alla non esistenza di Dio non spostano di una virgola la condizione esistenziale di ciascuno di noi, le intime certezze, le radici della fede.
E Quinzio ci dice perché: perché aver fede significa guardare al mondo come a qualcosa fornito di senso. Perché la fede inserisce i credenti in una qualità del tempo che nulla ha a che fare con il tempo ciclico che la Natura con i suoi ritmi scandisce, e neppure con il tempo progettuale irradiato dagli scopi che gli uomini si propongono, la fede immette da subito nel tempo escatologico dove, come si è detto, è la fine (eschaton) a far apparire in tutta luce il fine di tutto ciò che è accaduto nel tempo. In vista del fine che apparirà alla fine, la prospettiva escatologica conferisce al tempo quella dimensione qualitativa che trasforma il puro divenire in storia. Guardare il tempo come storia è possibile solo se già si è ospitati dalla prospettiva escatologica, dove il primato del fine irradia sul tempo la figura del senso. Alla fine si adempie ciò che all’inizio era stato voluto”
.
I diversi concetti di tempo, di fine, di senso sono ciò che dividono e divideranno per sempre la spiritualità Occidentale da quella Orientale, e non è detto che l’una possa essere definita superiore all’altra, anche se pare più che chiaro che Galimberti propenda più per la seconda. Ma anche egli è umano (), per cui non vi è alcunissima verità rivelata neppure nelle sue parole. Potrebbe anche essere che non vi sia sacro, se non quel tanto, moltissimo, che di antropologico è stato creato nel corso dei millenni (quest’ultimo è un mio commento).

Dicevo che la visione o la compartecipazione al sacro, a divino, sempre per Galimberti, preclude la vista alle cose terrene, tanto è vero che afferma, un po’ sulla falsa riga di Platone che: "La vista superiore ha la sua contropartita nella cecità per le cose della terra". Per cui, come più volte ho sostenuto anche io, non vi è verità nelle parole dell’uomo. La parola, che non colloquia mai con il sacro, e non è portatrice di Verità se non quella fornita del senso che noi ricerchiamo per collocare la natura nell’ambito di collaudati schemi per noi decifrabili, è quindi una parola sempre imperfetta (così ricolleghiamo l’incipit del Thread con la dissertazione su Galimberti). La parola è per sua stessa intima natura necessitata di decodifica, quindi di interpretazione, e non restituisce mai con compiutezza il logos, il Vero: ”Nell’atmosfera inquieta di queste domande, tutte le parole che quotidianamente impieghiamo nel mondo rivelano la loro afasia. E allora solo il cuore con la scansione del suo ritmo, può favorire quel cedimento della mente che è necessario, perché la roccaforte della ragione, a differenza del cuore, è incapace di sfiorare la verità senza possederla”.
Parrebbe quasi un’esaltazione dell’esperienza mistica, ma così non è. Si afferma, nel prosieguo, che le tracce del sacro sono rinvenibili oramai solo nelle opere d’arte, perché queste esprimono, rendendolo estrinseche all’uomo ed al suo autore, la propensione verso un anelito di trascendenza rispetto alla materialità corporea. E Non posseder ‘estetica’ (come teoria della sensibilità) per le cose dell’arte, significa anche aver espunto completamente dal nostro intimo la propensione e il desiderio di trascendenza.

Non so se sono stato chiaro nei miei commenti. Noterete che manca una conclusione, cioè un mio personale parere circa il pensiero di questo affascinante pensatore, me lo riservo in altra occasione.



Continua... sono un gran chiacchierone
visechi is offline  
Vecchio 11-04-2005, 08.57.40   #57
visechi
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2^ parte - autoesaltante

Citazione:
Sì.. è dolcissimo il tuo canto..
Stride l'ultima frase..
quasi come avessi voluto mettercela a tutti i costi.. (?!)
Forse.. solo una parte di te crede che <l'uomo non sappia più..>
Tutto è compiuto (nel tuo canto)
nel suo graduale, naturale 'rilascio'..
Ti ringrazio per il graditissimo complimento (e potevo mai io, essere egoico ed egocentrico, non evidenziarlo?), ma non è così, la mia non è stata una forzatura, se noti è abbastanza coerente con quanto afferma anche Galimberti,. E con quanto ravvisabile in questo mondo globalizzato, civilizzato… in questo bailamme di progresso becero che sconvolge le nostre capacità di sentire (con sentimento e passione…. Mai rinunciarci) il mondo che ci circonda. Con una grandissima differenza: qualcuno afferma si tratti di sacro, di divino, io semplicemente di Natura, ed ancora una volta non è un diverso modo di descrivere la medesima cosa, o di appellare con nomi diversi lo stesso sentire.
Ciaoooooooooo

visechi is offline  
Vecchio 13-04-2005, 11.54.55   #58
gyta
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Citazione:
Messaggio originale inviato da visechi
"..Dio è amore significa che il <<cuore>> è il Dio dell’uomo, l’essere assoluto..”[/i].

”La fede non è una cosa, è una condizione dell’anima, per cui discutere intorno alla fede è discutere di sé..”.

”Nell’atmosfera inquieta di queste domande, tutte le parole che quotidianamente impieghiamo nel mondo rivelano la loro afasia. E allora solo il cuore con la scansione del suo ritmo, può favorire quel cedimento della mente che è necessario, perché la roccaforte della ragione, a differenza del cuore, è incapace di sfiorare la verità senza possederla”.


..Parrebbe quasi un’esaltazione dell’esperienza mistica, ma così non è..


Sottolineo solo questi passi..

e che importa ciò che potrebbe "apparire"
o tentare di definire ciò che nel cuore stesso del suo "essere"
sfugge alle leggi d'ogni retorica.. (grazie a dio.. !)




Gyta
gyta is offline  

 



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