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Advaita e illuminazione: realtà o moda new age?

di Isabella di Soragna

- novembre 2005

L’advaita, insegnamento di tradizione indiana o dottrina della non-dualità, porta alla comprensione immediata della realtà intrinseca di sé e del mondo, come non separati, o meglio come non-esistenti in sé. Il risveglio o illuminazione è l’assoluta certezza che quello che siamo veramente è prima di qualunque concetto, prima di affermare “io esisto”: tutti i concetti si dissolvono nell’inconcepibile “non so che non so”, salvo per necessità di comunicazione al momento opportuno e per la sopravvivenza. Un aborigeno australiano, un eschimese Inuit o uno sciamano dell’Amazzonia, non cerca il nirvana e così noi nel sonno profondo, non ci preoccupiamo di illuminazione o di risveglio, perché in quei momenti “siamo riuniti con noi stessi” e non ci sono “altri”. Il problema dunque è tangibile solo durante le poche ore di veglia in cui un corpo e un mondo apparentemente esterno ci appaiono contemporaneamente.

Nell’apparente spazio-tempo, l’eterna domanda inizia fin dall’infanzia, al momento in cui il bambino comincia a ‘’imparare i nomi delle cose’’, creando la divisione concettuale di sé e del mondo. In seguito essa viene soppressa - ma mai dimenticata, perché la sofferenza e la
morte continuano a renderla attuale - o deviata in un credo religioso che, simile ad un genitore, consola o promette castighi, o più recentemente canalizzata nella selva di scuole orientali deformate dall’esoterismo new age, con i suoi guru e pseudo-guru. Il mondo è bello perché è vario. Certamente. Si tratta solo di vedere se questa varietà è veramente divisa in infinite forme o solo un arcobaleno di un’unica luce, come affermano anche i fisici quantici.

Questi maestri spirituali che hanno letto molte tesi advaita, proclamano verità come: “l’ego non esiste” e “il mondo è un’illusione”, un miraggio provocato dai sensi quanto il mondo onirico e degli allucinogeni. Quanti sono quelli che affermando o ascoltando queste frasi, ne sono visceralmente convinti e agiscono di conseguenza? O sono piuttosto ancora altri concetti di “non-esistenza” che si aggiungono o si sostituiscono a quelli di provata individualità e separazione?

Facile a dirsi, le belle frasi suonano invitanti, sono anche verificabili scientificamente ora, ma perché scatti la molla profonda della certezza inequivocabile, non è così evidente come sembra. I nostri credi, i nostri condizionamenti sono cemento armato.

Il mondo occidentale, scisso dalla cultura giudeo-cristiana, ma anche quello delle grandi
religioni istituzionali in genere, l’islam e l’induismo, è un mondo incrinato, che rappresenta il nostro emisfero sinistro, razionale e logico. Non è un giudizio né una critica, solo una constatazione. Il bene ed il male, il diavolo e l’angelo, il merito ed il peccato sono nella memoria collettiva o nei geni dei popoli cosiddetti “civili”.

Ora se arriva un personaggio che riunisce qualche curioso o disperato e dice, seduto su un umile seggiola:”Tutto è un concetto”, voi “siete la Realtà ultima” “il mondo è un’illusione” (rimane però sempre la certezza di un io anche se non-esistente!) gli ascoltatori non possono – a meno di un improbabile miracolo – perdere in un attimo tutte le loro radicate convinzioni. Spesso si crea un
gioco di botta e risposta che crea una nuova dipendenza e …un buon reddito per il neo-guru che ripete per ore e giorni le stesse frasi, convincendo il pubblico che “tanto non c’è niente da fare, fate quel che volete, non siete voi ad agire, tutto è già predisposto”. Magari in un luogo esotico e allettante dal punto di vista turistico, a prezzi ragionevoli, il che aiuta. Ci sono i compratori ed i venditori, come per tutte le merci.

L’illuminazione è a portata di tutti, rapida, indolore, facile come un viaggio “last minute” tutto compreso. Il cosiddetto insegnante advaita ha avuto un’esperienza di picco, o di quasi-morte, un periodo in cui ha perso il senso dell’io, ma questa non è la completa realizzazione senza alcuna incertezza e “vissuta” in qualunque circostanza, quella cioè di non essere nemmeno il senso di essere cosciente.

Il problema non sta lì. L’ascoltatore, ma anche il maestro quasi realizzato, non hanno risolto i problemi fondamentali del loro ego, per quanto illusorio esso sia.

La questione tra chi auspica una pratica austera e chi afferma che essa non serve a niente è aperta. In realtà hanno ragione entrambi!

Da un lato non possiamo disidentificarci dai nostri attaccamenti e false percezioni, se non abbiamo messo il naso o per lo meno portato la nostra attenzione agli aspetti psicologici più nascosti sotto il manto del “ricercatore” e del “maestro”. Anche se l’unico attaccamento da considerare è quello principale e originario: il senso di esistere, di essere cosciente. Basterebbe vederne con assoluta certezza la falsità ed il gioco è fatto. Anzi non si gioca più, si ride solo a crepapelle.

“Potete solo liberarvi di quello che sapete”- diceva
Nisargadatta, il semplice fumatore di bidi che aveva sconfitto sofferenza e malattia con la sua comprensione. Quello che non sappiamo resta ancora la nostra prigione o meglio un’illusione che copre un’altra illusione.

Per poter realmente essere convinti che tutto è noi stessi o una nostra creazione mentale, bisogna andare a vedere senza pietà qualunque lato noi non amiamo sia di noi stessi sia in altri (che sono poi nostre proiezioni). Se non perdoniamo i nostri assassini o i nostri genitori, se non accettiamo i nostri demoni di potere, dovuti alla paura, se non vediamo l’origine dei nostri sensi di colpa, non serve affermare che sono illusori: prima bisogna “entrare nell’inferno” per poterlo azzerare. La madre possessiva o il padre assente ci tengono prigionieri se non li consideriamo effettivamente come nostre produzioni. Queste produzioni saranno tanto più efferate e grottesche quanto più le abbiamo allontanate o tenute a distanza da noi. Bisogna insomma toccar con mano che ‘’tutto è noi stessi’’ e poi sarà trasceso spontaneamente.

“Resta fermo sul “Chi sono io? “Chi sta pensando o sperimentando questo adesso?” - diceva
Ramana Maharshi. E’ una domanda che non ottiene nessuna risposta definitiva, e anche un modo di essere presenti all’istante e penetrare in quello che ci è presentato dalla vita, ad esempio un’ emozione non integrata, un trauma che si ripete in mille modi perché non accettato. Sprofondare in essi spezza la trance che si è creata e che ripetiamo involontariamente, nominandola “storia personale”. Sono solo stati ipnotici che un fantomatico direttore accaparra per sé. La trance è uno stato che ci “obbliga” ad agire sempre nello stesso modo, anche contro la nostra volontà cosciente. Non serve farsi ipnotizzare per liberarsi dal fardello, basta entrare coscientemente – come fanno i tibetani – in questi stati alterati e sciogliere l’energia bloccata, realizzandone la vacuità.

Anche se intellettualmente molti hanno compreso che nulla è separato, resta sempre un bel libro da ammirare nella biblioteca della mente, che si stropiccia le mani suggerendo loro un nuovo concetto: “Io non esisto! Fregatene!”

C’è però chi è effettivamente rimasto fisso nel senso dell’Io sono, qualunque azione abbia commesso o sensazione che abbia sperimentato: il suo senso di esistere è stato poi spontaneamente trasceso dalla certezza dell’inesistenza di questo primo concetto. Entrare nell’inferno coscientemente, equivale a rimanere nell’Io sono - facile se si tratta di
piacere meno se di dolore - per cancellare l’illusione di un’autocoscienza: il solo senso di essere vivi è l’inizio di una lunga serie di allucinazioni, una telenovela più infinita di Beautiful.

Per entrare nell’ inferno del reale, come dicevo prima, i tibetani si servono di visualizzazioni di divinità che rappresentano i demoni mentali da accettare, poi però devono farli svanire nel vuoto che li ha creati!

Nel volersi liberare da un’ illusione ne creiamo altre più sottili e traditrici, finché la matrice di quest’allucinazione, la
coscienza, non è vista come inesistente.

In definitiva se si riuscisse, grazie ad un fulmine di comprensione a piazzarsi prima di qualunque concetto di esistenza o di non esistenza, il gioco sarebbe finito. La mente è immediatamente accettata come un pacco di memorie e pensieri non personali, che non vale la pena di purificare, come non vale la pena di purificare il proprio sogno notturno. Non dipende tuttavia dalla nostra volontà questa folgorazione, ma dalla totale disperazione del nostro fantasma-ego di non poter mai ottenere la realizzazione. L’ego non la sopporterebbe comunque: dovrebbe sparire. Allora inventa lo stratagemma di volere la realizzazione e crea una contraffazione di libertà per poter regnare sovrano.

“Prima di Abramo, Io sono”: il seme divino, comune a noi tutti, il Parabrahman, l’
Assoluto che non conosce se stesso. Lo siamo già, ma non potremo mai oggettivarlo. Di qui la necessità della disperazione di ottenere o raggiungere uno stato, perché il nostro volto originario è introvabile.

Ho osservato che l’Advaita, a mio avviso, crea molta arroganza in questa brodocultura di maestri occidentali non preparati psichicamente e culturalmente. Perché questa comprensione trovi un ancoraggio sicuro, è auspicabile sottometterlo al vaglio di una disidentificazione con i personaggi o le sfaccettature più grossolane della nostra cosiddetta individualità. Il che non significa che dobbiamo diventare santi, che non dobbiamo più giudicare od arrabbiarci. Lo stato naturale è appunto uno stato “naturale” che funziona in sintonia con tutto quanto lo circonda, che non vuole cambiare nulla di quello che è, perché realizza che è la matrice, la misura o maya di tutto quanto lo circonda.

Realizzarsi non significa sapere di essere, ma essere senza saperlo. Anche la Coscienza, se non c’è più qualcuno che dice di essere cosciente… scompare! Non c’è più nessuno che può parlarne.

In pratica “sapere” di essere illuminati è un controsenso. Tuttavia è negli atti che si può intuire che l’esplosione è veramente avvenuta: l’azione diventa spontanea, non studiata. Se io so di fare un atto compassionevole, allora non lo è.

Per il resto si tratta, di esplorare fino in fondo le emozioni (che sono sempre negazioni di quanto avviene) e vederne l’origine, man mano che vengono a galla, notare poi che siamo fatti solo di immagini di noi stessi che sfilano davanti ad uno schermo immaginario e poi vederle sgonfiare come palloncini. L’ego, fatto di rappresentazioni di un ipotetico personaggio, chiamato Anna o Ruggero, di resistenze, di ‘‘non voglio questo, voglio quello’’, non sopporta lo spillo dell’attenzione e scoppia poco alla volta. Un conto è sapere che non si esiste, che il mondo lo sogniamo di giorno e di notte e un conto è svuotarsi, “non essere veramente nessuno” semplicemente nel quotidiano, lasciar che le cose accadano, anche se sembra che decidiamo di prendere un treno o iniziare un lavoro. L’autocoscienza tanto venerata da scienza e religione è utile solo per andare al supermercato ed annunciarsi allo sportello dei passaporti, una formalità, non una realtà; purtroppo invece di essere solo uno strumento utilitario, esso si arroga un titolo nobiliare fasullo, si accaparra proprietà e diritti, ma la convinzione è come una robusta quercia centenaria… Basterà solo un fulmine ad abbatterla? Non dipende da noi, avviene se deve avvenire! Anche qui la spontaneità dell’accadere è evidente.

L’illuminazione, che ha fatto scrivere volumi sul suo significato, è uno stato di risveglio che però può oscurarsi o riassopirsi, anche dopo anni di durata. Qualche insegnante onesto l’ha confessato. Il sonno può ritornare ad ogni momento. La realizzazione dello stato naturale o “sahaja” è un non-stato presente da sempre, ma camuffato sotto strati di concetti incollati con l’attaccatutto.

Vi sono innumerevoli maestri che si professano illuminati, che raccolgono studenti per anni di lavoro in vista del raggiungimento della liberazione finale. La contraddizione è che non si tratta di psicoterapie che vogliono gratificare l’individuo, ma di centri di
meditazione seri per smascherare l’ego e i suoi trucchi - una collezione di soppressioni, istinti non vissuti che fanno resistenza alla realtà ‘‘senza porte’’ della nostra vera natura senza limiti. Spesso però l’ego ne esce migliorato e spiritualizzato, si vive meglio, ma siamo sempre divisi dal mondo reale, anche se dormiamo forse di un sonno più leggero. Dicono di voler far morire l’ego d’inedia, ma forse non si accorgono di crearne uno ancor più impercettibile, ma non per questo più attivo. L’assurdità è che “chi” ha paura di morire, l’ego - gigantesco se si identifica col cosmo o piccolo identificato al corpo - è solo …un’idea. Ma sono proprio le idee che non muoiono mai! Il corpo non ha paura, solo la mente, questo groviglio di pensieri e di associazioni che si autodefinisce un’entità, ne ha invece molta e trova inganni sempre più velati! John Wren Lewis, che sopravvisse ad un potente veleno, dichiara che quello che ci separa dalla realtà è un falso sistema di sopravvivenza ‘intellettuale’ che cerca una continuità inesistente. Il sistema nervoso crea un’apparente unità e temporalità, utile per la sopravvivenza e nei momenti di pericolo, ma inutili altrove.

La meditazione che ci porta all’interno e ci ricollega come una presa elettrica alla nostra sorgente sempre disponibile, è in fondo semplicemente un ricollegarsi con la madre, biologica o cosmica, è un primo passo perché il Nagual (come lo definiscono gli indiani d’America) o l’Assoluto – che già siamo - polverizzi il nostro concetto primordiale di esistere. Infatti dal punto di vista dell’Assoluto, non c’è niente da fare o da raggiungere, poiché qualunque concetto esplode se ne è toccato, come da un fulmine di milioni di volts: noi crediamo vi sia un individuo che decide di fare o non fare, mentre non è mai esistito tranne che come fantasia. La nostra volontà egoica è un camuffamento personale della volontà sempre imperante dell’Assoluto. E’ la mosca cocchiera che seduta sul cavallo crede di dirigere la carrozza!

La ricerca spirituale comincia, a nostra insaputa, in ogni caso per insoddisfazione o per porre fine alla sofferenza. Secondo molte scuole, anche sciamaniche autentiche, è utile esplorare le parti inconsce, le proprie debolezze, tabù e proiezioni varie, mettendole sotto la lente della coscienza senza giudizio alcuno, rinforzando al contrario la propria identità fasulla, ma coinvolgente, per poterla poi abbandonare. In questo modo si crea la possibilità di cancellare le identificazioni, che sono in realtà collettive e individuali solo in apparenza. In molti gruppi si afferma che la spiritualità, la ricerca dell’Assoluto, se iniziata con troppa enfasi in tenera età per sfuggire alla sofferenza, crea un ego deformato e debole che non permetterà al Sé di cancellare pacificamente e definitivamente le false rappresentazioni.

Don Juan Matus, lo sciamano dei libri di
Castaneda, afferma che solo un tonal (ego-mente) forte può sopportare il Nagual (Assoluto). Insiste tuttavia che è necessario poi lasciare (svuotare emotivamente) la nostra storia personale. Il tonal non potrà mai vivere o oggettivare il Nagual, perché ne sarebbe bruciato comunque: il sosia scompare quando arriva l’attore vero. Ma perché il cervello, che vive nel tempo-spazio, non sia improvvisamente fulminato, questa scomparsa deve seguire una ritirata che si svolge nel tempo, per essere integrata anche nel quotidiano. Quante persone impreparate sono state sopraffatte da una visione unitaria del reale e sono finite in manicomio. Si tratta dunque di vedere concretamente e senza ombra di dubbio che il mondo onirico notturno e quello diurno o quello degli effetti da allucinogeni sono solo variazioni sull’unico tema: illusione.

Quanto alle estasi, esperienze spirituali e stati alterati che U.G. Krishnamurti condanna come dannose per il corpo, esse “avvengono” in riflesso ad un nostro dossier interno, anche se crediamo di provocarle. Fanno parte dei nostri meccanismi di nascita che ripetiamo in mille forme diverse. Anche il troppo lavoro (in inglese workaholic!) o la cioccolata provocano stati alterati. Si può dire invece che il corpo è solo l’espressione percepibile della mente o del groviglio di pensieri che anima il biocomputer-corpo. Il corpo è la manifestazione della parte inconscia, come lo è il mondo che ci circonda. Non c’è separazione: è la stessa cosa. Si può quindi realizzare che non vi è né conscio né inconscio. E’ solo il fluire del tipo di energia del momento, e che non possiamo mai controllare. L’ego in fondo, è una definizione arbitraria, è come battezzare un neonato Gianni o Maria, un nome che non significa niente: una convenzione.

Questo mostra che non basta leggere o meditare qualche pagina di Nisargadatta Maharaj, Ramana Maharshi o U.G. (Uppaluri Gopala Krishnamurti) e credere di aver ritrovato la nostra vera natura. Quest’ultima, sempre presente e attiva, è solo ricoperta da grosse nuvole concettuali che però si sono ispessite come un blocco di sale nello svolgersi temporale, anche se fittizio. Non è aggiungendovi un po’ di panna intellettuale che si può sciogliere. Per dissolverle non basta dire “tutto è illusione” quando poi ci si affanna senza tregua per ottenere quello che ci manca o ci preoccupiamo oltre misura dell’avvenire incerto. Atteggiandosi a grande saggio magari!

Tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare!

Qualcuno disse: “Puoi solo vivere veramente quando sei pronto a morire”. Che cosa deve morire? Un’idea! Ma più ti intesterai a volerla sopprimere e più cadrai nella sua rete.

La cosiddetta pratica che molti consigliano e che richiede solo attenzione e non crea abitudini o obblighi - anche se in ultima analisi è l’ego che crede di agire, ottenere, rivendicare – è in realtà un modo di essere totalmente presenti a ciò che è, piacevole o spiacevole che sia; in questo modo non c’è più divisione. Si tratta dunque di vedere costantemente che quello che si può oggettivare è una finzione, in quanto non esiste separazione in realtà: c’è solo il soggetto …anzi neppure quello!

Tutti coloro che la gran maggioranza considera come “realizzati” hanno meditato o praticato e sofferto, con una motivazione sincera e profonda di vivere a partire dal loro vero luogo d’origine, il volto originario prima di nascere.

Il koan “Chi sono?” o tutt’altra frase che impedisce alla mente di trovare un oggetto definibile è uno strumento per “bypassare” il pensiero concettuale.

”Dovete essere come un pesce fuor d’acqua che cerca il mare!” - diceva Nisargadatta.

Eppure altri saggi come lui affermano contemporaneamente che la realizzazione è apparsa spontaneamente, malgrado le pratiche. Cosa potrebbe significare?

”Ogni sentiero porta all’irrealtà” – ripeteva Nisargadatta.

Tuttavia gli esseri realizzati che hanno mostrato con l’esempio autentico di essere tali, hanno praticato intensamente, hanno avuto incontri con la morte e insegnamenti volti a lasciar cadere le identificazioni:
Ranjit Maharaj co-discepolo di Nisargadatta Maharaj raccontava che il suo maestro dava loro compiti difficili, di cui il più semplice era ad esempio quello di salire su un treno senza biglietto e senza soldi e di essere obbligati a scendere in villaggi sconosciuti da un controllore infuriato.

Un conto è l’immediatezza della comprensione, un altro è l’integrazione nel quotidiano della non-dualità. L’organismo vivrà sempre nella dualità apparente, non chiamerà il vicino col proprio nome, non andrà in giro nudo in una metropoli europea, ma manifesterà in ogni occasione un’ autenticità ed una naturalezza che si adatta all’occasione, non ad un’immagine o ad un risultato che cerca di ottenere.

In questo sogno da svegli tutto avviene spontaneamente: la concezione, la nascita, gli incontri, gli incidenti e la morte. Quali sforzi o quali pratiche sono necessari per realizzarli? Quali decisioni o volontà? Anche le realizzazioni mondane che crediamo di aver ottenuto con lo sforzo sono solo un miraggio: un pensiero è apparso ( che corrisponde ad una nostra tendenza o memoria) ed ecco una serie di reazioni a catena che ci convincono che abbiamo sudato e guadagnato un successo meritato o al contrario invochiamo la sfortuna se ci è andata male.

“Se non penso e interpreto, dov’è la tristezza? Essa è generata da un pensiero o da una parola (= manifestazione sonora di una propria reazione “interna” e non dovuta a fattori “esterni” come si crede, n.d.a.). Se essa non sorge, dov’è l’infelicità?” affermava un grande saggio.

Forse è come l’acciarino che si sfrega a lungo finché il fuoco appare spontaneamente, come per miracolo e ci si dimentica che è stato sfregato. La causalità era solo un’apparenza, visto che il tempo è solo un concetto come lo spazio. La vera natura ha iniziato il gioco della sofferenza, il teatro della pratica e ha fatto credere ad un mondo di evoluzioni e di traguardi da raggiungere: sono esistiti solo nella mente della veglia diurna. Nel sonno, nelle
estasi, nel coma profondo svaniscono guru, pratiche e sentieri. Anche nel mondo di veglia in realtà non è mai successo niente. Non c’è un’entità che cerca, ma solo un fantasma che sembra allontanarsi dal qui ed ora per poi tornare a dissolversi nel qui ed ora.

Tutto va bene al momento in cui lo fai o l’hai fatto, meditazioni, pratiche, indagini sulle proprie trance psicologiche, qualunque cosa la mente cucini in merito a significati o giudizi. In quella situazione non puoi fare altro, è un sasso lanciato che non puoi fermare. Non puoi non farlo, sarebbe di nuovo uno sforzo. E’ quello che il tuo programma ormai aperto richiede. Questo dà un senso d’impotenza e disperazione che è la miccia che fa esplodere le costruzioni e attese. Le cose accadono in un susseguirsi di riflessi olografici del sogno-veglia: sono risonanze, echi e basta. Che tu mediti sul Chi sono? o no, che tu faccia pratiche o no, che tu viva consciamente sia il male che il bene che ti succede, è sempre la
Coscienza che agisce a tua insaputa: non c’è che l’Assoluto e tu non fai niente!

“Lascia le valigie sul portabagagli quando sali su un treno, non continuare a portarle addosso!”- ammoniva Ramana.

I meravigliosi saggi che incontri sono altrettante tue proiezioni. Anche se sai che è un’illusione, agirai allo stesso modo. In realtà come sei nato sei già morto, o meglio sei nato e morto allo stesso istante. L’esperimento immaginario di Schrödinger ne è la prova. Un gatto viene chiuso una notte in una grossa cassa, con un congegno collegato ad un potente veleno che ha 50% di probabilità di scattare e 50% di non mettersi in azione: soltanto al mattino, al momento di aprire la cassa, potrai verificare se è vivo o morto! Solo la percezione dicono i fisici, realizza l’esperienza: prima vi è solo probabilità e – come per l’ologramma – il mondo confuso degli atomi si concretizza solo con l’osservazione.

“Se non sono cosciente della mia presenza, cosa m’importa quello che dico?” affermava Nisargadatta. Questo significa che se si è totalmente annullati come “io agisco”, non ci sono più reazioni dovute al “Che cosa penseranno di me? Che cosa cerco di ottenere?”

Alla domanda di un discepolo: - Dal momento che sei illuminato, perché non illumini anche gli altri? – venne rapida la risposta di un maestro zen:
“Quando ti svegli da un sogno, vai forse in cerca di persone presenti nel sogno per offrir loro una tazza di te? Se lo facessi, saresti veramente svegliato dal sogno? Per il Sé chi è l’altro?”

Forse ora tutto potrà dissolversi, come quando ci si risveglia da un lungo sonno e capirai che non c’è nulla da fare e che soprattutto non hai mai fatto nulla.

 

Isabella di Soragna

 

Traduzione di un antico testo egizio intagliato sulla porta d’accesso ad un sacro sito:

“Finalmente ho raggiunto il MIO traguardo e risolto il segreto della mia anima: Io sono QUELLO a cui rivolgevo le preghiere, QUELLO a cui chiedevo aiuto. Sono QUELLO che ho cercato. Sono la stessa vetta della MIA montagna. Guardo la creazione come una pagina del MIO stesso libro. Sono infatti l’UNICO che produce i molti, della stessa sostanza che prendo da ME. Poiché TUTTO è ME, non vi sono due, la creazione è ME STESSO, dappertutto. Quello che concedo a ME stesso, lo prendo da ME stesso e lo do a ME stesso, l’UNICO, poiché sono il Padre ed il Figlio. Quanto a quello che voglio, non vedo altro che i MIEI desideri, che sgorgano da ME. Sono infatti il conoscitore, il conosciuto, il soggetto, il governante ed il trono. Tre in UNO è quello che sono e l’inferno è solo un argine che ho messo al MIO stesso fiume, allorché sognavo durante un incubo. Sognai che non ero il SOLO unico e così IO stesso iniziai il dubbio, che fece il suo corso, finché non mi svegliai. Trovai così che IO avevo scherzato con ME stesso. Ora che sono sveglio, riprendo di sicuro il MIO trono e governo il MIO regno che è ME stesso, il signore per l’eternità.”

 

Di Isabella di Soragna ricordo i seguenti libri:

Il libro del risveglio.
Detti intuizioni poemi che indicano la vera sorgente della vita - Silva editore
- leggi un brano del libro

I non guru del non culto del non metodo - Jubal editore
- leggi l'introduzione del libro 

 

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