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Estasi e panico

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Possiamo così dedurre che i soggetti inclini al panico sono potenziali sperimentatori dell'estasi (dell'oceanico) come sensazione liberante dalle ristrettezze di una pseudo normalità cui non possono (malgrado lo vorrebbero tanto!) adeguarsi.
Il rapporto tra angoscia ed estasi appare allora dialettico e drammatico: si può passare dall'angoscia all'estasi a partire da una certa concessione accordata all'angoscia nel momento più intenso della sua espansione. In una tale fase critica, la tensione psichica è estrema. Ecco perché, molte volte, il filo si spezza e l'esperienza viene interrotta a metà.
Avere consapevolezza di questo fatto, cioè che nella propria sofferenza psichica (l'attacco di panico, per esempio) è in atto un tentativo evolutivo, di potenziale espansione, può essere un importante riferimento per capovolgere le sorti dell'esperienza e soprattutto per allentare il peso di un giudizio negativo che tende a vittimizzarci o colpevolizzarci.
Come sempre una lettura evolutiva del sintomo è più efficace di una lettura riduttiva ed invalidante.
E' quando ci si trova alle prese con passaggi critici di quel tipo che si può imparare ad affidarsi, ad arrendersi totalmente alla bontà di tutto ciò che è, dolore compreso, a conoscere l'umiltà, a mollare il controllo, sospendendo il giudizio: da lì può aprirsi l'esperienza del distacco, che è la strada alla vera gioia.
Finché continua il rifiuto, finché ci si contrappone al dolore che quel passaggio comporta, si blocca il processo, si resta sospesi tra due universi, esuli in entrambi.
Che cosa impedisce il superamento della soglia?
Potremmo rispondere, sinteticamente: la confusione tra percezione e giudizio.
Se analizziamo con attenzione possiamo riconoscere la differenza tra la percezione di uno stimolo doloroso ed il giudizio negativo che ad esso si associa, amplificandone l'eco ed indirizzandone la reazione.
Anche sul piano neurologico la sensazione di dolore e l'avversione ad essa sono localizzate in punti diversi (cordoni laterali del midollo e tronco cerebrale).
Tuttavia spesso manca la distinzione tra due momenti: ‘sentire’ dolore, da un lato, e irrigidirsi interiormente contro quel sentire, dire di ‘No’, vomitarlo col pensiero, giudicandolo assolutamente negativo restano confusi e sovrapposti.
Quando si forma e su cosa si basa questo giudizio automatico buono/cattivo, bene/male giusto/sbagliato che sembra intralciare il passaggio da angoscia ad estasi?
Banalmente possiamo intuire che esso sia legato all'esistenza di bisogni e desideri volti a garantire la sopravvivenza del singolo individuo, per cui risulta ‘buono’ ciò che ci consente di sopravvivere, svilupparci ed affermarci e ‘cattivo’ ciò che lo ostacola.
A ciò si collega un istintivo e tacito "preferirci", come individuo specifico, al resto dell'universo.
Ciascun vivente quindi tende ad ordinare la totalità dell'esperienza secondo questi criteri, piacevole/spiacevole, buono/cattivo, ma incorre così in una contraddizione fondamentale: in ciò egli rimuove la propria identità universale, ovvero rifiuta - come parte - di riconoscere profondamente (non solo formalmente!) la propria appartenenza e dipendenza da un "tutto", quel tutto che non funziona affatto secondo quel criterio buono/cattivo.
L'individuo non si è creato da sé né sarebbe in grado di sopravvivere da solo; anche fisiologicamente è un semplice depositario della vita, fenomeno misterioso e che lo attraversa e lo trascende; quindi egli, proprio in questa valutazione buono/cattivo, generalizzata ad ogni esperienza, manifesta un egocentrismo radicale e costitutivo.
Questa maniera cieca ed ostinata, propria della creatura finita, di ‘preferirsi’ al resto del mondo, lo coinvolge in una battaglia persa in partenza contro l'ordine del mondo.
L'ordine del mondo, infatti, obbedisce ad una sua propria necessità e continua a dispiegare nuovi esseri viventi e a riassorbirli in una superba indifferenza alle pretese di esistenza assoluta proprie dell'individuo particolare.
Nonostante la sua capacità di riflessione, che gli permette di prendere distanza da ogni dato immediato, l'uomo non si è affatto affrancato da questo meccanismo: il suo cieco ‘preferirsi’ al resto dell'universo non è ancora stato intaccato, funziona come un imperativo categorico, tacito, alimentato dalle nostre più elementari reazioni affettive.
Quindi alla radice dei nostri comportamenti contraddittori, delle nostre nevrosi, si nasconde questo giudizio automatico sull'esperienza in termini di ‘buono/cattivo, giusto/sbagliato’ a seconda degli effetti immediati che esercita su di noi e nella rimozione di una visione più ampia, di cui pure ‘sappiamo’.
Da qui la necessità di operare una "sospensione del giudizio", di imparare a mettere fra parentesi i giudizi immediati sull'esperienza, di esercitare l'epokè fenomenologica di cui parla Husserl, per aprirsi ad un nuovo atteggiamento, ad una nuova visione e quindi a nuova conoscenza.
Possiamo allora farci testimoni, dentro di noi, dell'automatismo di innumerevoli ‘sì’ e ‘no’ estremamente immediati, che non sono frutto della nostra reale capacità riflessiva ma appartengono invece all'ottusità di una coscienza ingenua ed egoriferita che permane in noi oltre il necessario, la quale continua a ordinare l’esperienza nei canoni semplicistici di una dualità rassicurante.
C’è una metafora buddista particolarmente esplicativa in proposito: la metafora del "fardello" e della sua deposizione.
E’ come se noi portassimo da sempre un enorme fardello (talvolta erroneamente scambiato con il corpo) che consiste nella "preoccupazione per il nostro proprio essere", per la sua preservazione tra cause ed effetti, fra volontà altrui, e fra eventi contrastanti della cosiddetta ‘realtà esterna’.
Non avendolo mai deposto finiamo per non realizzare nemmeno più di poterlo deporre e non lo notiamo più (effetto abitudine).
Così tesi ed indaffarati tra mille impegni non sospettiamo l'immenso sollievo che la deposizione del fardello può dare, ovvero lo smettere di affermarci contro l'ordine del mondo ed alle spese degli altri.
Deporre il fardello è anche smettere di giudicare tutto in termini di buono/cattivo.
E' attuare l'epokè di Husserl, aprirsi al distacco eckhartiano.
E' un'esperienza potentissima, anche sconcertante, grazie a cui si giunge ad una sensazione di gioia che non è l'opposto del dolore, bensì superamento della scissione stessa gioia/dolore, piacevole/spiacevole, quindi unione d'opposti.
In termini filosofici Hegel l'ha definita "vita dello spirito":
"Non quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiava della distruzione; anzi, quella che sopporta la morte e in essa si mantiene, è la vita dello spirito. Esso conquista la sua verità solo a patto di ritrovare se stesso nell'assoluta lacerazione. (…) Lo spirito è questa forza solo perché sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui. Questo soffermarsi è la magica forza che volge il negativo nell'essere."
(da: "Fenomenologia dello spirito")
La conseguenza importantissima che ne deriva riguarda la diminuzione della distanza fenomenologica tra gioia e sofferenza nel senso che la sofferenza è percepita sempre meno dolorosa, non essendo più giudicata negativamente ed essendo sempre più accolta come parte integrante della vita.
Non si tratta di rassegnazione né di quiete negativa o privativa: c'è rallentamento del flusso emozionale ma si apre qualcosa che è stato definito in vari modi: beatitudine, amore, vita.
Va detto anche che, nella misura in cui portiamo un fardello senza più neppure immaginare di poterlo deporre, noi finiamo per non mettere più in discussione la necessità di portarlo, quindi cerchiamo di farlo ‘il meno faticosamente possibile’, cioè finiamo per mettere in atto tutta una serie di piccoli aggiustamenti, di innumerevoli ‘meccanismi di difesa’ che ci aiutano ad alleggerire il fardello stesso, rendendoci in questo sempre più complici dell'idea di doverlo portare a vita.
Tuttavia, per fortuna, nessuno pseudo equilibrio risulta più di tanto costante: proprio il nostro essere "animale malato" per eccellenza, come Nietzsche amava definire l'essere umano, ovvero nevrotici, affetti dall'inquietudine del vivere, ci riporta puntualmente al disequilibrio, talvolta anche inquietante: puntualmente accade ‘qualcosa’ che torna a creare l'incrinatura, torna l'ansia, l'angoscia della finitezza, la consapevolezza della morte e quindi torna la necessità di unione, di superamento della scissione.
Si tratta di fattori interni e/o esterni che prendono alla sprovvista i meccanismi di adattamento al reale, introducendo una perturbazione improvvisa e profonda; allora abbiamo l'occasione di sperimentare qualcosa di insolito, di non familiare: di colpo, senza perché, ci sentiamo toccati nel profondo. Il precario equilibrio cade.
L'essenza di tale esperienza, in cui pure l'ansia ha una grande parte, concerne potenzialmente il sollievo legato alla deposizione del fardello ed all'assoluta gratuità di quella gioia che non è frutto di sforzo alcuno.
Ha l'aspetto del risveglio: lo svelarsi di una visione che era sempre stata lì, a disposizione.
Tuttavia, accanto alla gioia, tale esperienza comprende anche - con modalità variabili - profonda angoscia.
L'angoscia esprime allora il contraccolpo disorientante o destabilizzante che lo psichismo patisce per l'improvvisa deposizione del fardello.
Paradossalmente siamo tanto attaccati al nostro fardello che solo il presagirne la scomparsa ci proietta in uno spazio di pura libertà che ci fa perdere ogni riferimento.
L'angoscia è compagna del mistico, che può accedere all'estasi (nel senso vero, di uscita da sé, dal piccolo Io psicologico) solo passandoci attraverso e superandola, rendendola strumento di un'accoglienza totale di ciò che è.
Intravediamo allora l'affinità tra misticismo e follia: colui che per un motivo o per l'altro non supera la barriera dell'angoscia - che arriva quindi a non deporre il fardello ma a non poterlo neppure più continuare a portare - sprofonda in qualche forma di follia (disagio psichico).
Inversamente una ‘follia’ (sofferenza psichica) non ‘guarita’ ovvero non ‘normalizzata’ ma contenuta, grazie ad un confronto appropriato con l'angoscia, può aprire la strada al mondo dell'estasi ovvero della gioia-distacco.
In conclusione: l'uomo continua a soffrire, in una ripetizione drammatica, soprattutto in quanto non acconsente al suo stesso soffrire; si irrigidisce inutilmente, continua a giudicare la propria sofferenza ed a contrapporvisi.
Se, al contrario, accetta la sofferenza, se le va incontro, essa svanisce perché viene meno il suo nutrimento principale, che consiste proprio nel rifiuto.
Non solo svanisce ma si trasforma in qualcosa di notevole, di veramente grande, in quanto avviene il cambiamento di atteggiamento essenziale, ovvero l'apertura a ciò che era ancora vissuto come ‘altro’, estraneo, escluso dalla totalità.
Quindi abbiamo bisogno di cominciare a dubitare della negatività assoluta dello stimolo doloroso che ci accade di sperimentare.
Se riusciamo a dubitarne seriamente, anche solo per un istante, abbiamo la possibilità di estendere tale dubbio a macchia d'olio e di far saltare un meccanismo automatico che ingiustamente regola la nostra visione del mondo.
Ma è proprio in questo che consiste la vera difficoltà: sospendere veramente il giudizio, ed aprirsi realmente a sperimentare, qui ed ora.
Il compito per eccellenza resta il mettere in dubbio l'Io: prosciugare alla fonte il dinamismo infernale della preferenza affettiva, il preferirsi coatto.
Ciò comporta il riconoscimento che la vita individuale (con scissione buono/cattivo) è l'errore per eccellenza, ciò che deve essere superato affinché la pienezza che custodiamo possa esplicitarsi.
Si giunge così non tanto all'eccezionalità dell'estasi ma alla "normalità" dell'estasi nel senso vero di distacco da qualsiasi volontà propria, nella consapevolezza dell'universale come unico slancio vitale.
Purtroppo l'uomo è ben organizzato per resistere alle ‘pressioni dell'infinito’ e spesso solo una ‘crisi’, ovvero un cedimento improvviso dei meccanismi di difesa può consentire l'apertura.
Il primo passo di ciò che diverrà l'estasi è quindi l'angoscia: l'estasi è l'oltrepassamento dell'angoscia nel senso che arriva a percepirla come non più sofferenza. Tutto è bene.

 

Da Emily Dickinson "Poesie"

 

E' un'angoscia più intensa della gioia,
è il dolore della Resurrezione,
quando le schiere dal rapito volto
di là dal nostro dubbio nuovamente s'incontrino.

E' l'estasi violenta che scuoterà la tomba,
quando il sudario allenterà la stretta
e creature vestite di miracolo
saliranno a due a due.

 

Agnese Galotti

Fonte: www.geagea.com

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