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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

Sulla scuola polinesiana del mana

Ottobre 2011
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L'articolo Sulla soglia del mistero (ed oltre) sembra aver segnato per questa rubrica una tappa importante. Ben tre lettori mi hanno scritto, rimproverandomi – garbatamente e in termini diversi – la stessa cosa : di dedicare troppa attenzione alle organizzazioni esoteriche volte a produrre effetti sul sociale, trascurando quelle che pongono l’accento sull’evoluzione individuale.

Uno di loro – Gianni A. – sottolinea come i primi articoli della rubrica, a suo parere, non fossero così. In particolare, mi rimprovera di non aver approfondito abbastanza l’analisi della società del mana, scrivendo : hai avuto la possibilità di entrare in contatto con una realtà così importante (…) e ne fai uso per abbellire le tue teorie sullo sciamanesimo, non ti pare di peccare di orgoglio ?

No, Gianni – innanzitutto, scusami se non ti ho risposto personalmente e preferisco farlo attraverso questo articolo ; ma il tema da te sollevato in termini sintetici è per me molto importante, e avverto l’esigenza di trattarlo in forma estesa.

Alla critica di dedicarmi troppo agli aspetti sociali dell’esoterismo preferirei non rispondere qui perché ne ho già parlato in innumerevoli articoli, facendo notare per esempio come lo stadio di uomo primordiale, nonché il mito stesso del trascendimento dell’individualità così importante per gli esoteristi tradizionali, corrispondano al concetto marxista di coscienza collettiva ; moltissimi mi hanno scritto dichiarandosi in disaccordo, ma nessuno fino a oggi ha portato argomenti decisivi, quindi è un dibattito che preferirei per il momento lasciare in sospeso, anche per non annoiare i lettori parlando sempre degli stessi argomenti.

Invece, per quanto riguarda la scuola del mana, non è affatto vero che io ne abbia parlato poco : ne ho parlato tantissimo, molto più di quanto abbia mai fatto chiunque altro. Questo sebbene parlarne non sia facile : già nel caso delle scuole sciamaniche indirette – le più “aperte” – l’esoterista deve confrontarsi con l’assenza di documentazione scritta, ti puoi immaginare quanto questo problema si riproponga in modo ancora più insolubile per le scuole dirette (per quanto riguarda la differenza tra scuole dirette e indirette, vedi il mio articolo Sulle influenze C in Massoneria).

A questo bisogna aggiungere che le nozioni da me esposte negli articoli sono il frutto di un faticoso lavoro di sintesi e ricostruzione ; infatti, Bill Kerekere – l’uomo che fu il mio iniziatore alla scuola del mana - non parlava con me come pare che Don Juan abbia fatto con Castaneda. La sua abituale conversazione spaziava tra i temi più disparati, e alle cose esoteriche sembrava non alludere mai.

Avendo allora 24 anni e poca esperienza, cadevo regolarmente nella trappola. Chiacchieravamo per ore del più e del meno. Poi alla sera, mentre tornavo verso l’ostello in una Wellington primaverile e semideserta, come bolle improvvise mi tornavano alla coscienza frammenti dei suoi discorsi che si staccavano per qualità da tutti gli altri, e si imponevano prepotentemente alla mia attenzione.

E mi dicevo : sto sognando, non può star succedendo a me una cosa del genere. Prima di allora avevo letto soltanto qualche libro di Castaneda, ma quel poco era bastato a chiarirmi il loro principale inconveniente : che nessuno avrebbe mai creduto ai pazzi racconti di quel giovanotto sbucato dal nulla, meno che mai all’esistenza di una scuola iniziatica nei deserti del Messico i cui esponenti godevano di poteri sovrumani. Sì, certo, in molti avrebbero comprato i suoi libri, ma era ben difficile che i suoi insegnamenti riuscissero a esorbitare dal mondo della letteratura in quello dell’esoterismo - caratterizzato dall’esistenza di scuole antichissime, rigide e orgogliose, ben poco disponibili ad aprire le porte a una tale rivoluzione.

Ed ecco, a uno come me – la persona più impreparata e inadatta – era capitato in un’altra parte del mondo l’incontro con una scuola quasi identica, di cui nessuno sapeva niente : cosa potevo fare ?

Forse il problema è proprio questo, che quell’esperienza mi capitò troppo presto. Fosse successo più avanti avrei potuto utilizzarla meglio, ma questa fortuna mi è mancata.

Dopo quel viaggio in Nuova Zelanda nel 1980, tutto quello che mi è accaduto sono stati sporadici reincontri con i fratelli del mana - più il continuare a fluire di quelle stesse bolle di ricordi, che non hanno mai smesso di riemergere nella mia coscienza, contribuendo a formare poco per volta un  mosaico della consapevolezza che illumina e chiarisce gradualmente la mia visione dell’esoterismo.

Il loro limite è che, sebbene siano molto utili dal punto di vista degli aspetti generali, sono avari di riferimenti a ciò che ho sempre supposto debba esistere : ovvero a una dottrina specifica della scuola del mana.

Tutto questo, devo dire, è molto in linea col metodo di insegnamento di Bill, che con boria scherzosa pontificava per ore sui massimi sistemi, inserendo soltanto qua e là – come per caso – velatissime allusioni a questo o quell’aspetto della scuola. Ma il solo punto che lo udii trattare sistematicamente dal punto di vista teorico fu il non-fare (vedi l’articolo Il kula-ring) : un tema utile a chiarire molti lati oscuri dell’insegnamento castanediano, ma troppo poco per poter attribuire alla scuola del mana una dottrina vera e propria.

Questo mi autorizzava a supporre che una dottrina in realtà non ci fosse, e che quanto avevo ricevuto dalla scuola a livello energetico ed operativo fosse in realtà tutto ciò che si poteva avere ; che del resto, non era poco. Ad esempio, per quanto io ne sappia, nessuna scuola di tradizione castanediana insegna esplicitamente l’arte dello spostamento del punto d’unione (come ho spiegato ne I due progetti della Massoneria, il sistema conosciuto come tensegrità potrebbe consentire di impararla, però al discepolo comune questa parte non viene esposta). Se oggi io sono uno dei pochi esoteristi al mondo a saperne qualcosa (vedi gli articoli Il lavoro sui sogni e L’ipnosi di massa), penso di poter affermare che il merito vada interamente ascritto alla mia iniziazione al mana.

Questo però non toglie che la mancanza di un corpus teorico - da buon esoterista occidentale troppo razionale - mi disturbava ; almeno fino a stanotte, quando è accaduto qualcosa di nuovo che mi ha fatto definitivamente decidere di rispondere a Gianni in forma di articolo.

Ma procediamo con ordine, e lasciate che vi racconti qualcosa di più sui maestri del mana che mi è capitato di incontrare finora.

In John Frum ho accennato al mio incontro con Bill Kerekere, ma di lui non ho detto molto. Il suo nome completo era Wiremu Peka Kerekere (1923-2001), e lavorava come speaker alla radio neozelandese. Parlava sei lingue, compreso un po’ di italiano. Dalla moglie (una discendente, come lui, della famiglia reale Maori, deposta dagli Inglesi nella seconda metà del diciannovesimo secolo) aveva avuto sette figli ; nella seconda guerra mondiale aveva partecipato alla campagna d’Italia, si era fermato per qualche anno a Napoli e in questa città aveva avuto un altro figlio, del quale dopo la guerra non aveva più saputo niente.

Suonava il piano e componeva, con una passione per Gershwin e la musica americana. Per quanto fosse alto circa un metro e ottantacinque, somigliava a Ray Charles, e si divertiva a sottolineare la somiglianza tagliando i capelli a spazzola e portando gli occhiali neri.

Nel 1951 fu il fondatore e direttore della prima importante corale Maori, il Waihirere Maori Club. Con questa aveva viaggiato in tutto il mondo ; mi raccontò con particolare fierezza di una tournée nella Cina Popolare.

Mi portò un paio di volte ad assistere alle loro prove. Ricordo in particolare la haka : questa danza, fuori dal rugby, è sacra (per questo i Neozelandesi si infuriarono così tanto quando incautamente la Fiat la inserì in un suo spot pubblicitario facendola eseguire da… un gruppo di casalinghe) e non è neppure una danza nel senso occidentale del termine : è qualcosa di simile a tensegrità, un sistema di movimenti da eseguire in sogno la cui ripetizione sul piano della realtà oggettiva serve solo a memorizzarli.

Bill mi spiegò che questo senso della haka è oggi in gran parte ignorato, ma che lui si ostinava a insegnarla come a lui era stata tramandata, ovvero come una parte importantissima del mana.

Quando il suo gruppo provava la haka, mi sembrava di assistere a una sorta di trasfigurazione di massa. Ne facevano parte anche ragazzi molto giovani, alcuni dei quali di razza bianca ; ma appena la danza aveva inizio vedevo più soltanto guerrieri Maori, e la palestra nella quale si svolgevano le prove diventava una boscaglia. Bill faceva ripetere ogni movimento decine e decine di volte, osservando i danzatori uno per uno e infuriandosi come una belva appena qualcuno sbagliava anche soltanto la postura di un dito.

Ho effettuato ricerche su Youtube trovando molte haka, ma non purtroppo l’ineguagliabile haka del Waihirere quando c’era Bill. Però ho trovato un video del 1999 - girato quindi due anni prima della sua scomparsa - nel quale si vede Bill che presenta brevemente una corale di anziani Maori. Mi ha fatto molto piacere riascoltare dopo più di trent’anni la sua bella e magica voce, che sulla mia anima ebbe effetti così duraturi.

Prima di andare oltre, conviene spiegare cosa significhi – dal punto di vista del mana – essere membro di una famiglia reale polinesiana come erano Bill e sua moglie.

Dunque, il mana si può trasmettere in due modi : 1 – per discendenza reale, appunto (i gentili lettori guenoniani potranno dedurne che si tratta di una forma di iniziazione kshatrya) – nel qual caso, ogni re è tenuto a trasmettere il mana almeno a uno dei suoi figli, ma può darlo anche a qualsiasi altro membro della famiglia reale, se vuole ; 2 – per quella forma di discendenza che a Tuvalu si chiama e vaka atua, ovvero degli stregoni - gli stregoni hanno il potere di trasmetterlo a chi vogliono, anche se non è un parente.

Questo adattamento fu concepito nel quattordicesimo secolo, per ovviare all’inconveniente (che si verifica ancora oggi nei piccoli atolli, anche se la notizia non giunge agli onori dei telegiornali) di big waves improvvise (piccoli tsunami a carattere locale, causati a volte dai terremoti, altre dagli uragani) che decimano improvvisamente la popolazione.

In seguito a un evento del genere, un mitico stregone il cui nome non ricordo restò senza successori. Si recò allora alle Samoa, e restò per quindici anni a pregare e digiunare dinnanzi alla tomba dei suoi antenati, finché questi in sogno non gli dettero il loro benestare ; nacque in quel modo la tradizione degli e vaka atua.

Royal heritage e e vaka atua sono oggi due forme di successione distinte che si riconoscono a vicenda, e che a livello operativo (soprattutto nei tempi moderni, quando il numero di persone detentrici del mana è molto diminuito) lavorano spesso insieme. Questo accade particolarmente in due casi, nella ritualità dei villaggi e nei non-fare.

Potrei dedicare un intero articolo all’atteggiamento di Bill verso il mana di tipo e vaka atua : un argomento su cui mi intrattenne molto, e che mi ricordava l’approccio di molti cattolici verso il protestantesimo.

Da un lato, il riconoscimento che per certi versi la fede dei protestanti è più forte e viva di quella dei cattolici (per esempio, Bill ammirava i tino faivelakau di Tuvalu allo stesso modo in cui un cattolico ammira la fede dei quaccheri o dei valdesi) ; ma nello stesso tempo, ad una con questi sentimenti… ecumenici, ravvisavo in lui – invincibile, in quanto suggeritagli dalla voce del sangue – l’intima convinzione che la linea di successione reale fosse in realtà la più pura e incorruttibile : forse meno efficiente sul piano operativo (ovvero psichico - in questo, Bill era proprio un guenoniano della Polinesia), però immutabile a livello spirituale, quindi eterna, impenetrabile ai cambiamenti imposti dagli scossoni della storia.

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