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Cogito, ergo sum

Delle lettere on line pubblicate da questo sito ne ho lette diverse e devo prendere atto che quasi tutte offrono ottimi spunti di riflessione, in dignitoso rispetto delle aspettative di coloro che ignari dei contenuti, ma spinti da quella curiosità che caratterizza ogni buona intelligenza, accedono a “Riflessioni.it” col sano intento di verificare se le premesse sono soddisfatte e le promesse mantenute. Non si resta delusi ed è confortante rilevare come l’attività di pensiero ancora impegna meningi che si rifiutano di alzare bandiera bianca, non rassegnate né asservite ad un’economia del consumismo la cui sola etica, dettata dal dogma del profitto ad ogni costo, è la dilapidazione d’ogni risorsa.
Come dicevo, le lettere sono numerose e di un certo interesse e, sebbene vengano trattati gli argomenti più disparati (e non poteva essere altrimenti), il tema che ricorre con maggiore frequenza è quello della
coscienza, della percezione di se, del libero arbitrio, e le riflessioni che hanno stimolato questa mia introspezione sono più d’una; come quella firmata da Roberto Ladisa, da Bruno, da Michele, tanto per citarne alcune.
Vorrei dare una certa priorità alla lettera inviata da Bruno (
lettera), molto sintetica e concettuale, perché rivela un nichilismo che non condivido. Da qualunque punto osservi la questione non mi riesce di trovare argomenti che suggeriscano o avvalorino l’idea del nulla dopo la morte. Con un gioco di parole direi che non mi riesce d’individuare nulla che porti al nulla.
Da un punto di vista strettamente materiale non si può non far riferimento al postulato fondamentale della scienza per antonomasia, la fisica appunto, che chiarisce come in natura “
nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. La materia può trasformarsi nelle più svariate forme d’energia, ma ogni passaggio è caratterizzato dal relativo effetto, lascia una sua traccia; via via più evanescente, è vero, ma solo perché i limiti umani, e le dimensioni che caratterizzano la realtà che conosciamo, non ci consentono di andare oltre, non perché il susseguirsi delle trasformazioni e quindi il passaggio ai vari livelli energetici porta al decadimento fisico o ad un degrado crescente culminante nel nulla. Il processo di decadimento degli elementi radioattivi, culminante nella conseguente trasformazione in elemento stabile, non è causa di annichilimento fisico della sua parte instabile. La radiazione ha una sua energia con effetti specifici sulla materia circostante, un’energia che si trasforma ma non decade, non si annulla. L’analisi puramente teorica quindi, mediante l’osservazione sistematica del micro come del macrocosmo, suggerisce ipotesi affatto nichiliste. L’osservazione conduce sicuramente ai limiti della comprensione umana ma mai al nulla.
Per completare, una visione filosofica della coscienza e della percezione di sé, che caratterizza (per quel che ne sappiamo) il solo essere umano, pur non dando risposte sui perché esistenziali, servendosi della razionalità e delle dimensioni avvertibili dai nostri sensi, fornisce indizi sul come e sul quando e sul dove. Indizi che diradano il velo di nebbia che avvolge una “casualità esistenziale” non priva di finalità trascendenti. Una
casualità inserita nel contesto di un disegno universale preordinato, specifico, definito, se rapportato a dimensioni infinite o infinitesimali, che obbedisce a leggi universali immutabili. Una casualità che, forse, può apparire caotica se analizzata in quella limitata dimensione umana che impedisce la comprensione della totalità universale, ma ciò che sembra governato dal disordine cosmico (il risultato dell’esplosione di una supernova o l’ammasso di frammenti informi degli anelli di Saturno) se analizzato nella globalità dell’universo, risponde ampiamente ai canoni di una geometria precisa, un’architettura specifica e definibile anche dalla nostra razionalità limitata e percettivamente invalidante. La via lattea, la nostra galassia, che ci appare come un ammasso estremamente caotico di stelle e corpi celesti, se osservata da opportuna distanza ci appare quale essa è, vale a dire una spirale a cinque bracci geometricamente perfetta. Insomma le leggi che governano l’universo sono tutt’altro che casuali, e in definitiva la questione, da qualunque punto la si osservi, porta al tutto, alla globalità, non al nulla. Bruno mi perdonerà ma, a mio giudizio, neanche il parallelo per così dire “radiofonico” è troppo calzante. È vero che spegnendo un ricevitore non si interrompono le trasmissioni, che saranno captate da altri ascoltatori in un gioco della casualità che non disturba né influisce su chi trasmette, ma proprio questo suggerisce che il peso dato all’individualismo, o per meglio dire all’innaturale egocentrismo che si pensava sradicato dalle rivelazioni copernicane e galileiane, fa perdere di vista il rapporto fra il come ed il perché dell’umana condizione; è altrettanto vero infatti che ogni ricevitore ha una sua caratteristica, una sua variabilità acustica e di riproduzione che non è mai identica ad un’altra. Questo per dire che seppure l’impulso iniziale è identico per tutti, ognuno lo decodifica in modo personale e in base alle proprie caratteristiche (Possiamo dare infinite interpretazioni ad un riflesso confuso nell'acqua. Ma l'immagine che dà origine a quel riflesso, è soltanto una, per dirla con Ivo Nardi), e che in definitiva si può anche spegnere e poi distruggere un ricevitore che finisce così la sua funzione, ma non per questo si annulla la materia con cui è stato costruito; quella stessa materia che sotto forme diverse assolverà a nuove funzioni, a nuovi scopi che nessuna percezione umana potrà prevedere nella sua totalità. Quel che finisce dunque è solo la dimensione umana, quella dimensione limitata e avvertibile dalle nostre percezioni unicamente, esclusivamente materialistiche.
Il postulato
cartesianocogito, ergo sum” non definisce solo la percezione dell’ego, ma suggerisce l’idea di un livello energetico (il pensiero) che con la morte subisce l’inevitabile collasso, un po’ come una batteria scarica che smette di erogare energia elettrica al disinnescarsi delle reazioni chimiche che ne sono alla base, per esaurimento di uno o più componenti. Ma il pensiero non è l’anima, semmai una sua manifestazione terrena umanamente percepibile. Con la morte fisica dunque (e la conseguente morte cerebrale) viene solo a mancare l’interfaccia (per usare un termine tecnologico che aiuta la comprensione) fra terreno e ultraterreno. Si interrompe la connessione, il raccordo fra la dimensione umana e l’espressione del trascendentale; proprio come un ricevitore non più funzionante di onde elettromagnetiche che, per questo, non può più captarle né, tantomeno, trasformarle in suoni.
Tutto questo suggerisce l’idea di una coscienza svincolata da legami fisici? Una coscienza la cui vera sede, esterna al nostro corpo, può condizionare l’esistenza fisica senza esserne a sua volta influenzata? Una coscienza con la quale riusciamo a tenerci in contatto finché siamo in vita tramite quella forma di energia definita pensiero?
È possibile, ma neanche queste considerazioni portano al nulla, e resto convinto che le sole risposte esistenziali soddisfacenti ognuno può trovarle ricercandole autonomamente, ma per farlo occorre una continua introspezione, l’attitudine a percepire i segnali della natura e del creato e, soprattutto, la graduale presa di coscienza che il materialismo porta all’annullamento (questo sì) di ogni altra percezione; come un apparecchio radio con la sintonia fuori uso che riesce a captare una sola frequenza, una sola emittente.
Roberto Ladisa (
lettera), con la sua pragmatica e ben articolata lettera, fa un’ampia analisi sullo sviluppo delle coscienze. Ricercando nell’evoluzione ideologica e delle teorie le cause degli sconvolgimenti sociali del ventesimo secolo, si pone (per dirla con parole sue) mille domande dalle poche risposte. Sebbene io sia convinto, come dicevo poc’anzi, che le uniche risposte soddisfacenti ognuno deve ricercarle autonomamente, pur tuttavia concordo con una visione articolata del quesito esistenziale. È infatti innegabile che alcune teorie hanno rivoluzionato il pensiero scientifico e filosofico spesso condizionandolo, sconvolgendo la percezione dell’esistenza e le coscienze di interi popoli.
Einstein ha scompaginato la visione fisica e dogmatica dell’universo non meno della teoria eliocentrica copernicana; mentre la famosa frase di Marx (di cui ho già espresso una considerazione nella mia precedente riflessione) se da un lato ha liberato molte coscienze occidentali narcotizzate, riequilibrando il rapporto ideologico fra laicità e dogmatismo, ha nel contempo accentuato il divario fra due estremismi: vale a dire fra la dottrina del materialismo e quella del fondamentalismo religioso che oggi, erroneamente, s’identifica col solo Islam. Erroneamente perché le radici di quella presunzione americana che ha portato a definire “giustizia infinita” l’intervento militare in Afganistan conseguente agli attentati dell’11 settembre, non sono certo laiche. A meno che un irrefrenabile delirio di potenza abbia indotto i vertici dell’amministrazione americana (ma è decisamente poco probabile) ad auto elevarsi ad autentiche divinità terrene, a deizzarsi.
Direi piuttosto che, più o meno in buona fede, si sentono interpreti del volere divino; sono davvero convinti di essere i paladini del mondo che, investiti di ultraterrena autorità, si battono contro il
male assoluto. In un meraviglioso articolo apparso su La Repubblica di venerdì 7 marzo 2003, dall’emblematico titolo “L’America a caccia di demoni”, Norman Mailer fa una profonda analisi (a mio giudizio sostanzialmente e tragicamente corretta) della società americana, delle sue recondite convinzioni e delle sue contraddizioni.
Scrive fra l’altro Mailer:
“Probabilmente metà dell'America prova un desiderio inespresso di andare in guerra. Soddisfa la nostra mitologia. L'America, in base alla nostra logica, è l'unica forza a favore del
bene che può rimediare al male. George W. Bush è abbastanza accorto da risolvere questa equazione da solo. Egli forse sa intuire meglio di chiunque altro in che modo una guerra con l'lraq soddisferà la nostra dipendenza dai programmi televisivi drammatici in onda in tv. La guerra è anche un potente intrattenimento televisivo. Ancor meglio e in maniera più diretta (anche se non è affatto diretta) una guerra con l'lraq gratificherà il nostro bisogno di vendicare l'11 settembre. Non importa che l’Iraq non sia il colpevole. Basta che Bush ignori l'evidenza. Cosa che fa con tutto il potere di un uomo che non ha mai provato imbarazzo di se stesso. Saddam, nonostante tutti i suoi crimini, non ha messo lo zampino nell'11 settembre, ma il presidente Bush è un filosofo. L'11 settembre è il male, tutto il male è collegato. Ergo, Iraq.”
Tutto questo, riprendendo il discorso iniziale, per rendersi conto di quanto l’evoluzione delle ideologie possa influire sull’evoluzione delle coscienze, sulla visione del mondo e del modo di rapportarsi con esso, sugli umani destini.
Indagatori del pensiero come
Nietzsche e Schopenhauer hanno sì sconvolto le società del ventesimo secolo ma non certo in modo negativo. Così come scienziati quali Freud e Darwin hanno posto le basi per comprendere un po’ meglio quella natura umana che tuttavia rimane ancora un mistero insondabile. I loro sforzi sono stati determinanti almeno per la comprensione di umani debolezze quali l’egocentrismo, l’egoismo, il narcisismo. Il loro lavoro ci da oggi la possibilità di renderci conto dei nostri limiti, di poterli analizzare, di attenuarli anche, ma l’evoluzione umana è un fatto tutt’altro che compiuto, anzi, il pericolo è che il suo progredire possa orientarsi e seguire strade imprevedibili culminanti nell’autodistruzione. Anch’io sono spesso amareggiato e deluso dalle meschinità umane. Lo sono quando devo prendere atto dell’ipocrisia che porta l’opulenta società occidentale a sentirsi in pace con se stessa giustificando con una solidarietà quasi sempre interessata una condizione di benessere, di agiatezza e di prosperità economica che però chiede in contropartita una condizione di stenti e di miseria per altri; lo sono ancora nel constatare come di fronte alla possibilità di soddisfare un desiderio a condizioni vantaggiose non ci si chiede mai se l’oggetto del desiderio ha provenienza illecita, se dietro la convenienza immediata si cela magari lo sfruttamento di bambini, in paesi di sottosviluppo tecnologico, costretti a lavorare in condizioni disumane solo per sopravvivere nella maniera peggiore; e lo sono infine nel dover osservare mille altre forme di ipocrisia. Questa purtroppo è la natura umana; ma non lo affermo con una sorta di passiva rassegnazione. Solo sono convinto che l’evoluzione delle coscienze può anche culminare nell’aberrazione morale (come storia c’insegna), ma ciclicamente inverte la tendenza per imboccare la strada del risveglio e del riscatto morale dando inizio ad un nuovo ciclo di costruttiva operosità nell’interesse comune. E in questo ciclico alternarsi delle tendenze si consuma l’eterna lotta fra il bene e il male; ma non ci vedo casualità né caos, perché ogni cosa è la logica, inevitabile conseguenza delle azioni umane.
Roberto Ladisa afferma che l’egoismo e l’egocentrismo ci opprimono l’esistenza finendo per destabilizzare la realtà dei giovani che si affacciano nella società. Non gli si può certo dare torto, ma questa constatazione mi fa tornare alla mente la splendida canzone di Gino Paoli di qualche anno fa: “Eravamo quattro amici al bar”.
Dice ancora Roberto: “L'entusiasmo e l'irruenza dei giovani nella storia hanno sempre avuto il compito di rompere l'immobilismo e l'inerzia…”, però mi sembra di poter affermare che l’ultimo movimento giovanile nato da una genuina idea di rinnovamento, motivato dall’esigenza di una trasformazione sociale onestamente sentita e caratterizzata da dignitosi valori innovativi (prescindendo dall’esito che, col senno di poi, può sembrare inconciliabile con ogni nobile intento iniziale) è stato quello del ’68 e che proprio il suo fallimento ha finito per spegnere definitivamente ogni velleitaria speranza di una società più equa e più giusta. Proprio il suo fallimento ha messo in moto processi degenerativi sfociati poi nella “new economy”, nella machiavellica affermazione di una economia regolata dalla legge del profitto ad ogni costo, svincolato da pastoie etiche.
Afferma ancora Mailer nel suo articolo: “Naturalmente sono le azioni degli uomini e non i loro sentimenti a fare la storia…”. È’ una verità sacrosanta. Poi, rilevando che “…vaghiamo come sonnambuli nella storia” conclude “…faremmo bene a trovare un baluardo da poter difendere per quelli che possono essere terribili anni a venire. Continuerà a valerne la pena. La democrazia, lo ripeto, è la forma più nobile di governo che abbiamo finora sviluppato e possiamo anche iniziare a chiederci se siamo pronti a soffrire, persino a morire per essa, piuttosto che prepararci a vivere l' esistenza inferiore di megagoverni delle banane che conducono i loro mega affari facendo del loro meglio per impossessarsi dei nostri sogni frustrati.
Una conclusione che suona come una profezia; un monito che, allo stato attuale delle cose, pochi sono in grado di recepire. Le coscienze intorpidite, anzi, narcotizzate dall’illusione della ricchezza e dai feticci del consumismo (come dice Roberto), dovranno inevitabilmente toccare il fondo. È la legge della ciclicità degli eventi alla quale nessuna società, nessuna civiltà, è mai riuscita a sottrarsi. Ma è anche una condizione di umana sofferenza in cui versano, purtroppo, le coscienze refrattarie ad una visione esistenziale meramente materialistica, le uniche destinate a vivere tutta la drammaticità dell’impotenza. Una condizione alla quale, pur lungi da ogni rassegnazione, ho fatto ormai il callo. Anni fa mi dilettavo nella poesia in dialetto romanesco (pur essendo romano solo di adozione ma di origini molisane) perché è forse la forma dialettale che più si presta alla satira, che più di ogni altra riesce a nobilitare anche la parolaccia, a ingentilire e a sublimare anche la volgarità. Quella che allego, al trascorrere del tempo, la trovo sempre più drammaticamente attuale.

 

L’ ECONOMIA

L’equilibbrio der nostro mercato,
è precario, è assai delicato.
Obbedisce a ‘na legge sofferta
che poi lega “domanda e offerta”.
Se l’offerta se riarza tarmente
ch’er mercato, se sà, ne risente,
è scontata ‘na bella infflazzione !
Se s’abbassa ce stà recessione
Ce lo sanno che st’economia
certe vorte è ‘na vera archimia
che governa l’andazzo mondiale,
ma s’aregge ! Ner bene e ner male !
Ma ner bene p’er ricco sfonnato
e ner male pe’ chi è “sfortunato” !
L’ abbitanti de quer terzo monno,
destinato d’annà sempre a fonno,
so’ jellati, se sa ! perché nati
da famije e ner posto sbajati !
È un delitto se la providenza
ce dimostra la benevolenza ?
Se ce premia p’avé dimostrato
d’esse alfieri che hanno esportato
civirtà e curtura moderna ?
Obbedimo a ‘na coscienza interna !
Se ner monno ce stanno pagani
senza fede e princìpi cristiani,
tocca a noi de mostraje er tracciato
che li sarva da ogni peccato !
Noi da sempre seguimo l’esempio
de Gesù che, strillanno ner tempio:
Nun se pònno servì dù padroni !”,
poi scacciò li mercanti ladroni.
Ner ricordo de quella lezzione
(dimostranno ‘na gran devozzione)
rispettamo er volere divino
appecoronati … ar “
dio quatrino” !

Pietro Mastandrea - Roma
giugno 2004

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