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La poesia di Nello Vegezzi o della visione

Di Roberto Taioli - Luglio 2014

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci.
Membro della SIE- Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano.
Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico.
Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900.
Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

 

 

La poesia di Nello Vegezzi o della visione

 

Nella lancia è il mio pane;

nella lancia il mio vino

di Ismaro;

appoggiato alla lancia

io bevo
(Archiloco)

 

Deve venire ora…L’erba in seme è alta.

Vieni ora. I nascituri hanno bisogno della sposa,

amano essere una nascita, hanno bisogno di vederla

e toccarla…

(Wallace Stevens)

 

Non ho mai conosciuto Nello Vegezzi se non attraverso la sua poesia, in quello che potrebbe essere un limite alla comprensione e alla piena comprensione del suo messaggio.

Leggo le sue poesie nei libri ma non le trovo ossificate, vedo al di là di esse un uomo, i suoi slanci e le sue stanchezze, le sue lotte e le sue sconfitte. La sua morte e la sua vita che continua in me che leggo, in un accordo che è sorprendente e misterioso. Possiamo incontrarci e ritrovarci anche senza esserci mai conosciuti? Possiamo condividerci? Penso di sì ma sempre più raramente e solo se ci disponiamo nell’atteggiamento dell’ascolto e del metterci in gioco, del perderci e del ritrovarci, ma ad un livello più profondo, in una continuità di operazioni e di atti, di vuoti e di riempimenti.

Certo la poesia non sostituisce la presenza vivente (la lebendige Gegenwart di Husserl) ma ne è pur sempre la testimonianza e ancor di più nel caso di Vegezzi, l’esperienza diretta.

Il poeta è l’uomo, senza alcuna distinzione, senza alcun filtro fuorviante. C’è una osmosi tra il mondo-della-vita e il mondo-della-poesia e quest’ultimo non può essere comprensibile se non partendo dal primo che è costitutivo.

L’“energia dislocante”(1) della poesia è quella che chiamerei lo slittamento di senso, la visione nel senso fenomenologico di una evidenza conquistata dopo la sospensione del giudizio e resa possibile dall’epochè. Se la fenomenologia è un esercizio, una ascesi, Vegezzi questo gesto lo compie senza saperlo, ogni volto che la sua parola accarezza una foglia, percepisce un sapore, sfiora il volto di una donna.

La verità è nascosta, come accenna Eraclito in un famoso frammento (fr. 28), ma dentro di noi, in interiore homine (S. Agostino), al punto che possiamo, se vogliamo, anche toccarla.
L’esterno è una finzione? No certamente, ma dobbiamo raggiungerlo, intenzionarlo e questo viaggio intenzionale è il viaggio di Vegezzi, in un andirivieni tra il dentro e il fuori che alla fine cancella la classificazione topografica, sospende il dati della conoscenza esatta.

Dove arriverò senza queste coordinate? Potrò ancora orientarmi o per aver trasgredito sarò punito da un qualche dio, come Ulisse che superò le Colonne d’Ercole? Vegezzi da questo punto di vista è come Ulisse che trasgredisce o Giasone il navigatore del mito argonautico che deve soffrire e compiere il viaggio sotto il giogo delle tribolazioni e delle peripezie.

La poesia come trasgressione di un ordine esistenziale e linguistico o, fenomenologicamente, trascendimento è, anche quella di Vegezzi, rimozione dell’atteggiamento naturalistico che impedisce lo svelamento del mondo-della-vita e di quel senso del mondo che giace nella sedimentazione.

Una fenomenologia della sedimentazione si configura come arte del risveglio e la poesia, che pure per certi aspetti è imparentata con le modalità del sogno, è un riaprirsi al mondo della possibilità e del senso, in una circolarità cosmica, in un far penetrare le cose in noi e noi in loro.

La poesia è visione e in tal senso Vegezzi è un poeta visionario, perché scompagina e decostruisce un mondo già edificato e salta le mediazioni frutto di un cattivo uso della ragione. Il suo vedere è uno sconfinare.

La meta di quel viaggio è sempre più in là e ciò che conta non è l’approdo; è, direbbe Husserl, il senso del viaggio e per Vegezzi non la conquista di qualcosa, è la percezione di quel qualcosa che non è mai possesso ma offerta, dono, bisogno.

Una economia del dono è operante segretamente nella poesia di Vegezzi nel ripetersi della vita che gratuitamente chiama altra vita, come nelle liriche che Nello raccolse sotto il titolo di Intenso(2), dove il ritmo della vita si annuncia nell’attesa dell’incontro, nella mancanza e nel desiderio ( “allora tu / porti / il desiderio / all’acuto / e vieni / miele dolcissimo)(3), in una simpatia tra uomo e natura che quasi riprende, in un altro contesto, la freschezza e l’incanto dell’approccio francescano e riecheggia le tonalità degli antichi lirici greci. Vegezzi pare possedere l’arte della syllapsis, la connessione, di cui ancora ancora parla Eraclito nel fr. 19 (“Connessioni: intero e non intero, convergente e divergente, consonante dissonante, e da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose”).

C’è in Vegezzi un mondo-della-vita che urge e pulsa dentro e sotto la parola poetica, a volte resta inespresso, latente nel bozzolo del linguaggio, ma altre volte irrompe e va oltre, annuncia e prefigura, accenna e suggerisce. Altre volte urla e poi si spegne nel silenzio di un atto mancato ma abbozzato, diretto verso un senso non ancora pieno, secondo una sinfonia di toni alti e bassi, una concertazione di accordi e contrasti che ognuno di noi potrebbe sentire in sé, nella propria vita, nell’esperienza del proprio corpo e delle proprie percezioni.

L’eros di Vegezzi è una modalità della percezione che nella sua complessità accoglie in sé e organizza il mondo sensibile, di cui siamo parte, là dove il sentire è ancora solo istinto, pulsione cieca e confusa, fino al mondo della ragione e alla percezione della intersoggettività o comunità intermonadica, interumana e internaturale.

C’è in Vegezzi uno spazio antipredicativo nel quale il poeta nuota e vive come il pesce nell’acqua, nell’affinità dell’elemento, nella familiarità della natura. Possiamo mai staccarci da questa radice? Possiamo dimenticarla, cancellarla, non volerla riconoscere, ma essa permane in noi, fungente, assopita, ineliminabile ed irriducibile. Prima o poi dovremo prenderne coscienza, ripresentificarla in noi e negli altri.

In ciò per Vegezzi e per noi la poesia è svelamento del precategoriale nascosto e occultato, perché solo allora pienamente potrò “ricolmarmi dell’immenso /silenzio che mi colpiva…”(4).

Solo allora, nell’esistenza antipredicativa, il silenzio (la “quercia” di Vegezzi) mi raggiungerà nella complessità della sua costituzione e della sua storia naturale e vegetale, nel suo vissuto storico come un evento che è in me e io in esso, in una sempre rinnovata forma di relazione.

La struttura monadica delle cose, la loro individualità atomistica non preclude la percezione di una correlazione universale, di un destino comune tra cosa e cosa, evento ed evento e tra uomo e tutti gli esseri viventi. La physis di Vegezzi è connaturalità, non dell’empirismo che lascia gli oggetti nella loro solitudine e neanche quella di un animismo ancestrale, ma di una fenomenologia della natura che assume il mondo e la natura non come un dato da subire e accettare in una sintesi passiva, ma di costituire in noi nella donazione di senso.

C’è una poesia di Vegezzi che è tutt’altro che la testimonianza di un atteggiamento grezzamente sensistico, ma rivelatrice di una Einfuhlung complessa e profonda tra il singolo e il tutto, nella percezione del ritmo cardiaco sullo sfondo del ritmo del mare, in un accordo tra l’acqua e la carne che allude ad un senso di ritrovamento, di un ricongiungimento al ventre materno, in un sentire all’unisono, in un’unità che è in noi e negli altri, anche senza saperlo. In quel “dissolversi / e frantumarsi / del tutto in noi cosmicamente / univamo i nostri corpi”(5), c’è il percepire della Paarung originaria e quindi della genesi non solo di me ma del mondo che è intorno a me e della Paarung degli altri e delle altre cose, anche di quelli che sono stati prima di me e che hanno reso possibile la mia presenza.

Nell’atto sessuale, nel generarsi e derivare dal mare-madre, c’è la ripresentificazione del ventre materno, della pace dell’acqua e della pre-nascita e del rischio della vita. Lo scacco di nascere, della rottura e della individuazione che però porta in sé nell’intimo delle fibre l’accordo e l’armonia dell’unità, dell’essere l’uno nell’altro, come fili di una stessa stoffa. Solo così la mia Paarung è comprensione anche della Paarung dell’altro e io posso paradossalmente sentirla nella mia, viverla ed abitarla in una concatenazione che non è solo casuale.

Può l’Einfuhlung essere solo un esercizio intellettuale? Questo può succedere se la trasformiamo in una categoria, se ricopriamo di uno strato feticizzato il tessuto precategoriale originario, sottraendola alla ricca e sempre aperta esperienza della Lebenswelt.

Nella poesia di Vegezzi l’incontro è sempre un incarnarsi, un percepirsi non nella distanza ma nello spazio del corpo vissuto, della Erlebnis: “anna sottile / mi dilati / la bocca / ma muto / è il tuo urlo…”(6). C’è un linguaggio del corpo, un linguaggio operante che “non ha bisogno di essere tradotto in significazioni e pensieri”(7), come scrive Merleau-Ponty, che è anche il linguaggio della poesia e che dal silenzio tende all’espressione assumendo le modalità della cinestesi e della costruzione delle forme. Le forme sono profili, contorni, si danno e si cambiano nella relatività della Einfuhlung, nel cangiarsi delle posizioni, del punto di vista e dell’intreccio chiasmatico. Ogni forma tende a cristallizzarsi, come osservava Goethe, e per questo non può non trasformarsi, evolversi, mutare. I soggetti sono sempre situati ma sempre diversamente dislocati, percepibili o sfuggenti, addormentati o desti, ma comunque sempre presenti, vivi.

L’esteterotica di Vegezzi non è per questo aspetto una forma di fenomenologia della percezione, nel suo porsi come “riconquista da parte dell’uomo, della primitività dei sentimenti”(8), cioè di quella fecondità e ambiguità della percezione che la dilagante mentalità logocentrica sta soffocando con l’imposizione di una ratio sempre più impersonale, autoritaria, feticizzata?

E’ questa una ipotesi, una proposta di ricerca che andrebbe approfondita e ripresa, anche al di là delle parole di Vegezzi. Come lo stesso Vegezzi afferma, la sua poesia, la sua arte (non dimentichiamo il suo importante lavoro anche in campo visivo e pittorico, per il quale si rimanda al Bestiario, catalogo della mostra personale alla Galleria Rosso Tiziano Arte a Piacenza, Quaderni d’Arte del Pesce d’oro, Scheiwiller, Milano, 1992), tende alla liberazione e alla piena espressione di quel nucleo vitale, di quel residuo fenomenologico nel quale riposa il senso della nostra vita. Dovremmo ripensare allora tutta la sua poesia alla luce di questa istanza radicale ed anche la sua vita intera.(9)

L’eroismo del poeta è nell’avvertire quanto ci minaccia, simile all’uccello che non vuole finire impagliato perché, scrive Vegezzi, “ben in alto tu miri / aggredisci il cielo!”(10). La sua vita è sempre un rischio, un cammino via via sempre più arrischiante, non dissimile da quella del filosofo funzionario dell’umanità di cui parla Husserl nella Krisis(11).

Forse Vegezzi non aveva ancora scritto tutto quello che poteva scrivere e dire quando è morto. Ha passato ad altri poeti il testimone e tramite questi ad ogni uomo innamorato della vita, inquieto e in ricerca. Rileggerlo, ritrovarlo, rivederlo tra le parole e le cose della sua poesia, non in un convegno, non nella ossificazione della storia letteraria, ma nel dono continuo della vita svelata, in ciò che Kant chiamava, parlando dello schematismo trascendentale, l’arte segreta della natura, nel collegare, unire, in una parola costruire la sintesi, l’armoniosa visione del tutto e di ognuno.

 

Roberto Taioli

 

 

Nello Vegezzi nasce a Piacenza il 3 dicembre 1929. Dopo la maturità classica si iscrive a medicina e chirurugia.
Ne 1953 segue il corso di “Nudo” all’Accademia di Belle Arti di Modena.
Nel 1954 abbandona l’Università conseguendo il diploma di regia e di drammaturgia filmica presso l’Istituto di Alti Studi Cinematografici di Parigi.
Nel 1959 vive a Roma dedicandosi alla sceneggiatura e lavorando per il produttore Lodovico Toepliz.
Nel 1962 gira il film “Katarsis” che resta inultimato, forse per contrasti con il produttore.
Nel 1962 rientra a Piacenza dedicandosi completamente alla poesia e alle arti figurative.
Nel 1969 esce il primo volume di poesia Dal dissenso all’esteterotica e nel 1971 tiene a Piacenza la sua primamostra di “Arte Povera”.
Seguono negli anni altri raccolte di poesia pubblicate per lo più privatamente fino al 1992 quando l’incontro con l’editore Vanni Scheiwiller porta alla pubblicazione dell’elegante e raffinato volume Le radici dell’esserci e altre poesie 1967-1991. Sempre nel 1992 Scheiwiller pubblica Bestiario, catalogo della mostra personale tenuta a Piacenza.
Nel 1993 Nello Vegezzi scompare tragicamente nella notte tra il 5 e il 6 giugno a seguito di un incidente stradale nei pressi di Piacenza.

 
 
NOTE
1) L’espressione appartiene a Franco Toscani, amico e grande conoscitore dell’opera di Vegezzi, Vedasi F. Toscani, L’incanto dell’eros, in N. Vegezzi, Terra e carne di amore, a cura di Franco Toscani e Gianni Zambianchi, Grafic Art Editrice, Piacenza, 1995, p. 9.
2) N. Vegezzi, Terra e carne d’amore, cit., II parte, d’ora in poi riportato con la sigla TCA.
3)  Ibidem, p. 63.
4) p. 41.
5) p. 49.
6) p. 94.
7) M. Merleau-Ponty,  Il visibile e l’invisibile, edizione italiana a cura di A. Bonomi, Bompiani, Milano, 1969, p. 150.
8) N. Vegezzi, Le radici dell’esserci e altre poesie (1967-1991), Scheiwiller, Milano, 1992, p. 7.
9) Una riconsiderazione dell’opera e dell’esperienza di Vegezzi trovasi nei saggi che compongono il volume Il poeta desiderato,Grafic Art Editrice, Piacenza, 1995, con scritti di S. Ghigna, O Gobbi, E. Paric, G. Peratici, F. Toscani, G. Zambianchi.
10) Le radici dell’esserci, cit., p. 34.
11) Scrive  Husserl: “Noi siamo … nel nostro filosofare funzionari dell’umanità. La nostra responsabilità personale per il nostro vero essere di filosofi, nella nostra vocazione interiore personale, include anche la responsabilità per il vero essere dell’umanità …” (E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, trad. it. di E. Filippini, Il Saggiatore, Milano, 1969, p. 46).

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