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Vecchio 06-07-2002, 21.18.13   #31
Armonia
 
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X Visechi
Antologia di Spoon River di Lee Masters
"bibbia del pessimismo" (infatti era sempre sul mio comodino in quel "periodo giovanile" in cui si vede tutto nero), composta all'inizio della prima guerra mondiale.
Lo stesso autore, aveva definito il libro, meno della poesia più della prosa, infatti la metrica dell'opera è realizzata con tono sfumato.
Lee Masters, immagina che i defunti della cittadina Spoon River sepolti in uno di quei cimiteri posti su di una collina, recitino da soli i propri epitaffi.
I personaggi parlano in passato tutti, e chi per troppa passione chi per poca, risultano dei falliti, solo le anime semplici trionfano nella vita.


(queste sono tra le mie preferite e che tutt'ora ricordo a memoria)

Alexander Throckmorton
Quand'ero giovane avevo ali forti e instancabili,
ma non conoscevo le montagne.
Quando fui vecchio, conobbi le montagne
Ma le ali stanche non tennero più dietro la visione.
Il genio è saggezza e gioventù.



William e Emily
C'è qualcosa nella Morte
che ricorda l'amore.
Se con qualcuno con cui avete conosciuto la passione,
e la vampa del giovane amore,
dopo anni di vita comune,
sentite spegnersi la fiamma;
e così insieme svanite,
a poco a poco, soavemente,
per così dire abbracciati,
nella stanza consueta -
c'è fra gli spiriti, un unisono
che ricorda l'amore.


PS
proprio sicuro di non conoscere questa antologia?
strano........
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Vecchio 06-07-2002, 23.01.48   #32
Armonia
 
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Tra i libri da me letti e credo che appartengano agli immortali, ci sono "La cerimonia degli addii" più che un libro è una testimonianza preziosa sulla vita intellettuale di Sartre, l'autore è Simone De Beauvoir.

Un altro libro che a me piacque leggere e che ricordo tuttora bene è: "La ragazza di Bube" di Cassola, ma di questo autore come di Pavese ho letto tutto, sono autori con opere immortali, come "La storia di Ada" o "Il cacciatore" "Il taglio del bosco" "La visita" "La paga del sabato" "La ferrovia locale" di Cassola o, "La spiaggia" "Il compagno" "Prima che il gallo canti" "Dialoghi di Leucò" e tanti altri di Pavese.
Nei primi anni della mia adolescenza mi accompagnavano nella fantasia i libri di Delly e di Liala, devo dire che queste autrici molto romantiche e (per alcuni sdolcinate anche se le storie non finivano sempre con il lieto fine), sapevano descrivere i luoghi con grande maestria. Sapevate che Liala ha avuto questo nome da G. D'Annunzio! no eh!
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Vecchio 07-07-2002, 11.27.29   #33
Armonia
 
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correzione

Correzione
Scusate, ma quando si cerca di ricordare i titoli e gli autori a mente, senza andarli a leggere si rischia di sbagliare, ed io ho errato con un autore, infatti ho abbinato "La paga del sabato" a Pavese, quando in realtà a scriverlo è stato B. Fenoglio.


"…. Alla Maga e a me capita qualche volta di profanare i nostri ricordi. Dipende da niente, i nervi di un pomeriggio, l'angoscia di quel che può succedere se cominciamo a guardarci negli occhi. A poco a poco, seguendo il capriccio di un dialogo, come brandelli di uno straccio, cominciamo a ricordare. Due mondi distanti, estranei, quasi sempre inconciliabili, entrano nelle nostre parole, e quasi di comune accordo nasce la burla. Abitualmente comincio io, ricordando con disprezzo il mio vecchio culto per gli amici, per i gesti di lealtà male intesi e peggio pagati, per stendardi sventolati con umile ostinazione nelle manifestazioni politiche, nelle palestre intellettuali, negli amori fervidi. Rido di una sospetta onestà che tante volte servì alla disgrazia propria o altrui, mentre i tradimenti e le disonestà tessevano nascostamente la loro ragnatela senza che io potessi impedirlo, semplicemente permettendo che altri, di fronte a me, fossero traditori o disonesti, senza che io facessi qualcosa per impedirlo, doppiamente colpevole………."
Tratto dal libro "Il gioco del mondo" di J.Cortàzar
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Vecchio 07-07-2002, 23.34.38   #34
visechi
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PAVESE - PAVESE - PAVESE

No, non ho mai letto l’antologia di Spoon River… dopo aver letto la tua recensione, credo che la leggerò… ho ancora il Profeta da leggere (bene). Grazie


Pavese? Io l’ho adorato… in tuo onore
È un vecchio “lavoro” – è pubblicato su un sito INTERNET

Il ritorno mancato

La luna e i falò, il romanzo del commiato; il sentore di ciò che poi avvenne al suo autore si avverte in alcuni passaggi in cui la melanconia è l’elemento preponderante della narrazione (mi rendo perfettamente conto che col senno del poi, conoscendo gli eventi succedutisi, sia più agevole rintracciare i segni dell’incombente tragedia), scritto nel 1949, fu pubblicato l’anno successivo, pochi mesi prima di quel tragico agosto in cui, in una stanza d’albergo, il suo autore, Cesare Pavese, si tolse la vita. E’ in quegli anni che si accentuò in lui il sentimento di sconfitta, di rassegnazione che lo aveva accompagnato da sempre. Le pagine del suo diario, altro monumento fondamentale per comprendere appieno l’essenza e l’umanità di Pavese, sono intrise di meditata volontà suicida: “20 luglio 1950 – non si può finire con stile. Adesso la tentazione di LEI”, “16 agosto 1950 - chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce. La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti”, che altro se non un commiato conseguente o collaterale ad una tragica determinazione?
Un libro memorabile, l’opera più genuina, della piena maturità artistica di uno dei più amati e apprezzati scrittori italiani del dopoguerra. Un volume che non può mancare nella biblioteca di chiunque ami la letteratura.
Bisogna immergersi nelle sue pagine e farsi trasportare con docilità dal flusso della narrazione per attingere il profumo dei tigli, dei falò, delle erbe di bosco che emana dal racconto. Lasciarsi andare… scivolare dentro le meravigliose atmosfere agresti che Pavese, con punte di elevata liricità, ha saputo donarci; si avrà così modo di “cogliere” il calore del sole sulla pelle, di percepire l’odore acre della terra umida che si espande nell’aria, di avvertire il rumore delle stoppie e delle fronde mosse dal vento, la magia dei posti, dei campi “di Pavese”. Non lo nascondo ho provato il forte desiderio di immergermi anch’io in quei luoghi mitici, o meglio mitizzati. Il mito per Pavese era il risultato della percezione di situazioni già vissute in epoca precedente; non nel senso della reincarnazione, solo un’attività della memoria, una sorta di reminiscenza, esercizio mnemonico che fa risalire all’infanzia, all’adolescenza, la fissazione delle esperienze vissute.
Piacerebbe anche a me, se ciò fosse possibile, se non fosse che ciascuno di noi si porta appresso il proprio vissuto, le proprie esperienze e i propri miti, percorrere le strade percorse da Anguilla in compagnia di Nuto, suo fidato amico d’infanzia, 'novello Virgilio di una novella, piccola Divina Commedia' (la citazione fra apici non è la mia, l'ho letta o sentita e mi è rimasta impressa nella mente, non ricordo chi l'abbia scritta o detta). Tornare, dopo un lungo volontario esilio in America, per cercare di recuperare il filo dei ricordi; i posti abbandonati tanti anni prima, quando ancora si era adolescenti, le strade, gli odori, i sapori di allora, i compagni, le antiche amicizie; piacerebbe anche a me poter ritornare alle vecchie occupazioni mitizzate, e, a differenza di quel che malinconicamente accade ad Anguilla, figlio di uomini, abbandonato al proprio destino dai genitori, ritrovare le stesse sensazioni di allora, riconoscere ed essere riconosciuto dagli amici.
Il romanzo si snoda su due diversi piani temporali: il presente e il passato, il ricordo. Anguilla torna ai suoi luoghi natii perché ha sempre avvertito la forte nostalgia delle sue radici; ritorna per nostalgia e soffre di un’ancor più tragica nostalgia nell’accorgersi che il tempo, i ricordi sono passati e non più recuperabili neanche a livello di sensazioni, di sentimenti: “…Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna – dormivo all’Angelo e discorrevo col Cavaliere -, ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più. Da un pezzo non c’erano più. Quel che restava era come una piazza l’indomani della fiera, una vigna dopo la vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato…”.
Il romanzo si chiude con la mesta decisione del protagonista di ritornarsene in America. Epilogo sconsolato cui fa da cornice il racconto di Nuto sulla drammatica fine di Santa, uccisa, forse per necessità belliche, dai partigiani nel corso della guerra partigiana conclusasi da pochi anni.
La guerra, altro condimento tragico del racconto; aleggia, quasi innominata, per tutto lo svolgersi della storia. Le ferite, le tragedie di una guerra fratricida, che ha visto contrapposti italiani ad italiani, che ha cagionato lacrime e sangue, le cui vittime, di una parte e dell’altra, restano insepolte anni ed anni dopo la conclusione del conflitto, sono ancora aperte al momento dell’arrivo di Anguilla che, solo ora, si rende conto e capisce (dall’America sarebbe stato eccessivo attenderselo) quanto devastante fosse stata per gli animi dei suoi conterranei; quanti compagni e conoscenti aveva portato via: due delle tre belle figlie del sor Matteo, presso cui prestava servizio in qualità di garzone (quasi uno schiavo). L’unica scampata, Irene, di cui lui, adolescente, era segretamente innamorato, aveva fatto ben altra miserevole fine: sposata e trasferita a Genova, subiva le angherie e le botte del marito.
Genova, la grande città, suo primo approdo subito dopo l’abbandono del paese; luogo in cui non è possibile ritrovarsi con i propri simili, dove la solitudine, fra tanta “umanità”, è ancora più disperante. E’ noto il sentimento che Pavese nutriva nei confronti della città.

Per concludere, un romanzo, compendio delle profonde riflessioni di tutta una vita, di tutto un “Mestiere”, che rappresenta l’opera della maturità in cui le teorie e l’intimo sentire si condensano e traspaiono per consegnare ai posteri uno scrittore di dimensione europea; uno dei pochi italiani che può ben figurare in un’ipotetica biblioteca in cui siano ospitati i più rappresentativi testi della letteratura mondiale di tutti i tempi.
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Vecchio 10-07-2002, 00.05.13   #35
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Italo Calvino - Il visconte dimezzato

Ormai ho vado avanti per forza d'inerzia. Proseguo anche da solo.

BENE E MALE E LA RICOMPOSIZIONE DELL'ESSERE

Vecchio lavoro... pubblicato su un sito Internet. Abbastanza in tema con alcune discussioni che abbiamo affrontato sul Forum.
Per chi ne ha voglia... Buona lettura

Il Bene e il Male, in una visione manichea della realtà, si affrontano, l’un contro l’altro armato, in un duello che dovrà condurre l’uno a soccombere e l’altro, il superstite, a trionfare sull’universo. La fine di un dualismo lacerante che, nel corso dei millenni, ha angustiato l’intera umanità. La composizione di un perenne conflitto fonte di costante ansia; donde la messianica attesa dell’umanità di conseguire, finalmente, chiunque sia il trionfatore, la stabilità emotiva che sola darebbe significato alla vita, al fine di ottenere l’emancipazione dal “sentimento dell’assurdo” che permea l’esistenza (a voler prestar ascolto a Camus) e che lenisca, infine, la congenita “nausea” (così la definirebbe Sartre) derivante dal profondo abisso di vulnerabilità cui è sprofondata e che la ragione non è in grado di colmare.
Ovvio che in tale surreale circostanza, il cuore collettivo dell’umano consesso pulsi e trepidi per uno dei due contendenti. E’ facile immaginare che un ipotetico referendum planetario faccia propendere le simpatie per il Bene… Niente di strano; siamo troppo abituati ad immaginare ed annettere un significato unicamente positivo al Bene e, in contrapposizione, a valutare in maniera esclusivamente negativa il Male, per poterci abbandonare alla paradossale narrazione offertaci da Italo Calvino, e poi scoprire che nell’epilogo, che raccorda in se i paradossi del racconto, vi è una morale, una profonda verità che non avremmo mai sospettato di cogliere.
Il romanzo (forse sarebbe meglio definirlo un racconto lungo) “Il Visconte dimezzato” fu scritto nel 1951, per dar soddisfazione e quietare la forte ansia di raccontare “…questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo tema dell’uomo tagliato in due, dell’uomo dimezzato fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo: tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra…”.
Una visione, quella dell’autore, che lo muove a narrare la storia del visconte Medardo che, nel corso di una battaglia combattuta in terra di Boemia contro i turchi, è colpito al petto da una palla di cannone che lo divide in due verticalmente. Una parte, quella destra, è soccorsa e, non si sa per quale miracolo della scienza medica, salvata e ridonata alla vita; l’altra, quella sinistra, scomparsa, presumibilmente sbriciolata e volatilizzata. Il rientro del visconte presso le sue proprietà, getta nello sconforto i villici che attendevano sì un padrone menomato ma non certamente ridotto così a mal partito. Ben presto le campagne, le colline, le valli del circondario sono percorse in lungo e in largo dalla malvagità del visconte Medardo. Il terrore s’impossessò dei suoi sudditi; dalla guerra era ritornata la parte malvagia, quella destra (con buona pace di Fini e accoliti – io non centro, mica sono io l’autore del romanzo), e nessuno, da quel momento, riuscì più a dormire sonni tranquilli. L’intera proprietà dello sventurato sembrò che seguisse, volente o nolente, il destino che aveva investito il signore del castello. Tutto era dimezzato: i fiori, i frutti degli alberi, gli animali e anche i poveri contadini che malauguratamente avevano la sventura di capitargli a tiro. Agli stenti e alle fatiche si aggiunse l’incubo di cadere vittima di colui che rappresentava la quintessenza del male.
Pochi orpelli e ancor più scarsi estasiati lirismi, accompagnano il lettore nello svolgersi della trama, al più qualche raro (almeno per come la vedo io) accenno ironico. Il messaggio che si vuol trasmettere è troppo urgente ed importante perché si possa indugiare in fronzoli; la trama, alquanto breve, risente di questo ritmo convulso. La comparsa dell’altra metà del visconte, quella sinistra, quella che aveva condensato in se la Bontà (io, ancora una volta, non c’entro), se non proprio inattesa, è prematura; forse, non sufficientemente messa a punto. La sensazione che se ne ricava è curiosa, quasi una forzatura, anche se, nel complesso, non dispiace.
Se la parte destra del visconte era intimamente programmata per distruggere e rovinare, quella sinistra operava a beneficio della ricomposizione: il Medardo sinistro, quello buono, ricomponeva le ferite procurate alla natura e agli uomini, anche quelle morali, dal se stesso malvagio.
Questa sua brama di perseguire a tutti i costi il bene ed aiutare il prossimo, lo condusse, dopo un primo momento di sbigottita benevolenza, ad essere poco gradito, se non addirittura inviso, ai contadini destinatari delle sue amorevoli attenzioni. La sua impetuosa propensione ad invadere gli altrui spazi, svelò, così, un tratto caratteriale – insito nel bene - piuttosto stucchevole e fonte di guai tali da indurre la comunità a desiderare ed auspicare il ritorno ad un’esistenza in cui non fossero presenti le sole virtù se non mitigate da una sana, ancorché misurata, dose di umana cattiveria: “…Così passavano i giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo come perduti tra malvagità e virtù ugualmente disumane…”
Questa dualità, due personaggi uguali ed opposti, che si muovevano sullo stesso palcoscenico e che rincorrevano due obiettivi opposti, non poteva che arrivare a confliggere. Le due metà si scontrarono in un duello all'ultimo sangue che li vide, entrambi soccombenti, stramazzare al suolo esanimi. L’alchimista del villaggio (più che altro un entomologo che si spacciava per medico) riuscì a ricomporre le due metà e grazie ad una portentosa fasciatura, ottenne dalle due metà un unico visconte. Le due metà, così ricomposte, furono portate al castello e dopo poco tempo rinacque il visconte, così come l’avevano conosciuto i villani prima della disgrazia: “…Così mio zio Medardo ritornò uomo intero, né cattivo né buono, un miscuglio di cattiveria e bontà, cioè apparentemente non dissimile da quello ch’era prima di esser dimezzato…”.
La ricomposizione dell’eterno dualismo, consente a Calvino la definizione del dramma umano: l’essenza dell’uomo è costituita da due qualità, o entità, eternamente in lotta fra loro ma essenziali per l’equilibrio complessivo. Il Bene e il Male non possono essere scissi; sono compartecipi nella qualificazione dell’essere uomo. La qualità e quantità di saggezza di cui è dotato l’uomo è il risultato di un sapiente dosaggio delle due essenze, e non sarà mai che, come comunemente si è portati a credere, l’annichilimento dell’una a vantaggio dell’altra renda migliore l’uomo.
In sintesi, il messaggio che Calvino ci vuole trasmettere è che il Bene Assoluto non può esistere, difatti solo il visconte ricomposto, riunificato: “…Ebbe vita felice, molti figli e un giusto governo. Anche la nostra vita mutò in meglio. Forse ci s’aspettava che, tornato intero il visconte, s’aprisse un’epoca di felicità meravigliosa; ma è chiaro che non basta un visconte completo perché diventi completo tutto il mondo…”


Il prossimo - Delitto e castigo di Dostoevskji -

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Vecchio 11-07-2002, 01.01.22   #36
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La sconfitta del SUPERUOMO

Vecchio divertimento... pubblicato su un sito Internet

"Delitto e castigo"

Una teoria che per certi versi sembra anticipare o preannunciare quella del SUPERUOMO di Nietzche; le velleità di un giovane studente universitario; un tessuto sociale estremamente depresso; il peccato e la presa di coscienza di esserci finiti dentro; il successivo riscatto dalla depravazione; l’amore che riscatta e che induce al pentimento, che rappresenta un aspetto, quello preponderante e trionfante, della natura umana; un personaggio che, nell’esprimere l’indifferente volontà di disfacimento morale da cui non può o non vuole riscattarsi, rappresenta l’altro lato, quello oscuro e ambiguo, dell’umana esistenza.

Sono questi gli ingredienti del brodo colturale in cui nasce, cresce e vive lo straordinario romanzo di Dostoevskij. Delitto e castigo, scritto nel 1866 – successivo quindi alla drammatica esperienza siberiana - è considerato, insieme a Guerra e Pace di Tolstoj, il più elevato esempio della letteratura russa del diciannovesimo secolo, se non addirittura una delle più alte espressioni di quella mondiale di tutti i tempi.

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Il giovane Raskolnikov, studente universitario, vive una vita di stenti e miseria nella Pietroburgo zarista del diciannovesimo secolo. Unico puntello per un prossimo riscatto è la certezza di appartenere alla categoria degli uomini superiori che, in virtù di tale superiorità, sono affrancati dall’obbligo di rispettare le leggi; “sovvertitori” di natura, il loro agire rappresenta il motore del progresso umano. Ovvio, dunque, che costoro rivendichino il diritto di godere di una certa libertà morale ed etica, tanto che anche in presenza di un eventuale delitto, se finalizzato a generare il bene o a far progredir la società, l’esecutore, esonerato dalla censura, deve sentirsi libero di ergersi al disopra del comune sentimento del “Bene e del male”, al di là di ogni morale, ingrediente, viceversa, indispensabile agli uomini comuni, tenuti all’ossequioso rispetto delle leggi.

“…Ma se bisogna che uno di essi, per attuare la propria idea, passi, magari, oltre un cadavere, oltre il sangue, egli può, a parer mio, nell’animo suo, in coscienza, dare a se stesso l’autorizzazione di passare oltre il sangue…”.

Coerentemente a questo suo sentire, Raskolnikov, essere superiore in momentaneo stato di disagio economico, al fine di liberarsi da questo greve fardello, compie un duplice omicidio: uccide una vecchia usuraia e la sorella per sottrar loro i soldi accumulati sfruttando le necessità e la povertà del prossimo.

Ben presto, le cose si rivelano diverse da quanto lui avesse teorizzato; piuttosto che un senso di libertà, Raskolnikov, vive tutto lo sgomento e la paura di essere scoperto. Mostra un eccessivo interessamento per le indagini condotte dal solerte Porfirij con il quale, spinto da un indomito senso di colpa, ingaggia una sorta di sfida tesa, più che altro, ad attirare su di sé i sospetti. Più volte, nel corso dei loro lunghi colloqui, R. sembra sul punto di rivelare al poliziotto la verità sull’intera vicenda; rivelazione che sarà riservata a Sonja, colei che, prostituta per necessità, pur conducendo una vita disperata e ai margini della società, conserva intatto il proprio animo puro e induce R. a costituirsi e confessare il delitto. Sonja rappresenta il riscatto dalla turpitudine attraverso l’amore.

Amore con l’”A” maiuscola, il sentimento che si dona puro, che arricchisce tanto colui che riceve quanto colei che s’offre. Non quello sterile, passionale che assorbe, prende e svuota impoverendo l’oggetto d’amore.

Attraverso l’amore che, come già detto, rappresenta nel romanzo l’aspetto preponderante dell’animo umano, quello oltretutto trionfante, R., archetipo dell’intera umanità, giunge al pentimento, alla confessione e all’espiazione della colpa.

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Il romanzo si chiude, quindi, con un messaggio di speranza che, guarda caso nasce, prospera e si nutre in un contesto culturale e sociale in cui normalmente sarebbe quantomeno ottimistico attendersi perle di simile levatura morale; evidente indicazione dell’assenza di limiti all’imperscrutabile volontà salvifica divina.

L’amore di Sonjia non cede alle lusinghe, non vacilla, tetragono, si dimostra più forte anche della visione teoretica dell’Uomo Superiore. La contrapposizione fra le due visioni filosofiche, l’una che conduce alla distruzione morale, l’altra al recupero e all’esaltazione delle caratteristiche salienti della personalità umana, è fortemente accentuata dalla presenza dell’altro personaggio: Svidrigajlov. Altro fondamentale rappresentante delle caratteristiche umane: la pervicace volontà di distruzione e dissacrazione (la tentazione ed attrazione verso la morte e ciò che non è vivo). Violentatore di fanciulle, si compiace della sua perfida voluttà; S. insidia Dunja, sorella di R., non per amore ma solo per un’incontenibile tendenza all’empietà. Schiacciato sotto il peso del proprio animo profondamente malvagio, S., sconfitto, morirà suicida.



Di elevato contenuto psicologico sono le pagine in cui R. s’intrattiene in lunghi, estenuanti confronti con Porfirij, l’acuto indagatore che altri non è che la coscienza, la porzione dell’animo umano che assolve il compito di “confutare” e che interagendo, in un continuo rapporto dialettico, con la razionalità, rende possibile l’emersione delle contraddizioni che condurranno il protagonista alla ravveduta confessione.



L’intera vicenda si svolge entro un contesto ambientale che appare sbiadito, non pregnante, Pietroburgo si presenta come un palcoscenico sfumato; probabilmente, così doveva essere per consentire di rappresentare nel modo migliore il palcoscenico dell’intera umanità, non localizzato entro i ristretti confini di una ben determinata città. Solito, per l’autore, invece, lo sfondo di miseria e di tetra desolazione in cui si muovono i personaggi.



Un libro che ci offre un autore al culmine della propria creatività e, fra i primi in assoluto, che, dopo la discesa nel sottosuolo dell’inconscio (“Memorie del sottosuolo”), continua a stupirci con la sua impareggiabile capacità di leggere e descrivere con inimitabile maestria l’animo umano: i pregi e i difetti, il macerante arrovellarsi dietro sentimenti contradditori che lacerano senza mai decidersi per una sintesi; le inconfessabili, voluttuose, istintive passioni.

La grande capacità artistica di D. ha, in quest’opera, raggiunto la perfetta maturazione; d’ora in poi, la sua carriera letteraria sarà costellata da un susseguirsi di capolavori: Il giocatore (1866), L’idiota (1869), I demoni (1870), L’adolescente (1875), I fratelli Karamazov (1875), in cui sono esaltate le sue indiscusse doti di fine narratore che sa racchiudere in sé l’indiscussa, fondamentale abilità di descrivere, empaticamente, il mondo che lo circonda.
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Vecchio 15-07-2002, 23.34.28   #37
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IL PIACERE DI LEGGERE

Italo Calvino: Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979)

IL PIACERE DI LEGGERE

“Il libro dei libri”, non perché tratti del Sapere, quello con la ‘S’ maiuscola, ma perché parla dei libri, o meglio del piacere di leggerli, delle sensazioni che derivano al lettore dalla lettura. Attività che, per essere assaporata fino in fondo, per cogliere anche le sfumature di gusto più recondite insite in tale occupazione, deve essere priva di
“… ogni intenzione e d’ogni partito preso, per essere pronti a cogliere una voce che si fa sentire quando meno ci s’aspetta, una voce che viene non si sa da dove, da qualche parte al di là del libro, al di là dell’autore, al di là delle convenzioni della scrittura: dal non detto, da quello che il mondo non ha ancora detto di sé e non ha ancora le parole per dire.”
Piacere che non proviene, dunque, dalla lettura in sé, ma che, presumibilmente, è frutto di una maturazione indotta dalla rielaborazione o rievocazione di visioni stimolate dalla lettura. Il romanzo, o meglio la somma dei 10 romanzi interrotti, più l’unica trama che consegue una conclusione ed una morale, quella del lettore e della lettrice, giunge alla conclusione che il piacere di leggere non è volto a un fine, è, piuttosto, fine a se stesso:
“…La conclusione a cui sono arrivato è che la lettura è un’operazione senza oggetto; o che il vero oggetto è se stessa. Il libro è un supporto accessorio, o addirittura un pretesto.”.
La lettura, dunque, dal suo perpetuarsi nell’atto di leggere, in sintesi da se stessa, trae quella linfa vitale che gli consente di non soccombere neanche al cospetto della mistificazione, del mistificatore; tant’è che la lettrice, nella sua perenne spasmodica ed apparentemente vana ricerca del libro con una trama compiuta, non è sconfitta:
“… la scommessa con la donna era perduta da un pezzo; era lei la vincitrice, era la sua lettura sempre incuriosita e sempre incontentabile che riusciva a scoprire verità nascoste nel falso più smaccato, e falsità senza attenuanti nelle parole che si pretendono più veritiere… Nella lettura (dirà l’apocrifo) avviene qualcosa su cui io non ho potere… Possiamo impedire di leggere: ma nel decreto che proibisce la lettura si leggerà pur qualcosa della verità che vorremmo non venisse mai letta…”.
Estremamente originale la trama, o l’intreccio delle trame, così, estremamente originali sono le conclusioni cui giunge l’autore nella valutazione delle diverse (una per ogni individuo o lettore) motivazioni che stimolano la lettura che, talora, grandemente espanse, in una visione quasi escatologica, conducono ad una ricerca di significati reconditi che si estendono negli spazi al di là della parola fine: “…Lei crede che ogni storia debba avere un principio e una fine? … Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte” (settimo lettore).
Per altri versi, il piacere di leggere è la ricerca dell’unicità dell’azione di leggere, la costruzione continua, rinnovata ad ogni lettura, dell’unico gran libro che la vita ci offre in lettura; ogni libro letto si unisce ai precedenti e ne rappresenta la continuazione e, allo stesso tempo, è il preludio dei successivi. Libri proiettati nel futuro, in una costruzione di là da raggiungere, o che, viceversa, possono anche guidarci in un viaggio a ritroso e, quindi, alla riesumazione di sensazioni ed emozioni e non alla loro scoperta.
C’è, invece, chi nella lettura cerca e trova il fascino di emozioni sempre nuove, risultato della riesumazione di pagine già lette e che, ogni volta, mutano significato ed offrono impressioni nuove ed inattese.

Conclusioni originali, dicevo, frutto e logica conseguenza di una trama che è la somma di altre 10 trame (ognuna diversa dall’altra anche per stile o tipologia di romanzo cui fanno da preludio), interrotte (sempre che ciascuna la si voglia considerare separata dal contesto, non facente parte di una trama complessiva, di un’unicità che prevede, appunto, la stesura di 10 romanzi interrotti) senza che, singolarmente, alcuna di esse riesca ad approdare ad un epilogo; dieci racconti, con tanto di personaggi, interrotti all’improvviso dopo alcune pagine e un lettore ed una lettrice (il cui fascino erompe dalle pagine del romanzo-quasi saggio) che, pur di riuscire a recuperare la magia offerta dalla lettura, si gettano alla disperata ricerca del libro che potrebbe rigenerare quella malia così inopinatamente interrotta. Le loro vicissitudini sono lo spunto per imbastire un racconto parallelo che, intersecandosi e fondendosi con le altre 10 perdute trame interrotte, ci conduce alla rivelazione della morale (ovviamente quella del suo autore), offrendoci, contemporaneamente, un apologetico inno alla lettura.
“… Diventai consapevole di me stesso e degli altri. Gli uomini, senza la lettura, non conoscono che una piccolissima parte delle cose che potrebbero conoscere. Credono di essere felici perché fottono, si riempiono le pance di cibo e di vino e addolciscono le loro vite con questi piaceri, assolutamente uguali per tutti; ma la lettura gli darebbe cento, mille vite, e una sapienza e un dominio sulle cose del mondo che appartengono solamente agli dei…” (Vassalli – ‘Dell’infinito numero’)

No... non mi è sambrato troppo arzigogolata... OK!
AD USO E CONSUMO DI CHI HA PROMOSSO UNA DISCUSSIONE SULLA LETTURA E SULLA SCRITTURA (ORA NON RICORDO CHI FOSSE)

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Vecchio 15-07-2002, 23.35.59   #38
visechi
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Antologia di Spoon River


Grazie! E' un gran bel libro... fantastico!
visechi is offline  
Vecchio 18-07-2002, 11.11.21   #39
Rommy
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Ho appena finito di leggere

Un libro di Luis Sepulveda. "Le rose si Atacama". Mi permetto di consigliarlo, anche se per me non rientra nella categoria di libri immortali. Ma mi è piaciuto moltissimo. Il libro narra le storie di un gruppo di persone, totalmente sconosciute e mai assurte lla cronaca (locale o mondiale) come "eroi immortali". Eppure si tratta di persone straordinarie, legate tra loro da un sottilissimo filo conduttore: la ricerca della libertà.
E' questa la principale caratteristica che, nel libro di Sepulveda, accomuna un pirata del Mare del Nord vissuto seicento anni fa, un argentino che decide di salvare i boschi della Patagonia, uno scrittore della Terra del Fuoco che apre la casa a quanti hanno bisogno di un rifugio, un medico della guerriglia salvadoregna con un ospedale da campo nello zaino. Soltanto quella linea sottile che separa gli eroi della Storia da quelli, misconosciuti e quotidiani, i cui nomi rimangono nell'ombra. Ma, poichè, "per una legge fantastica della vita la gente che è stata fottuta s'incontra", succede che i loro passi si incrocino proprio nelle pagine di questoi libro. L'intento delll'autore è quello di portare il lettore a una semplice riflessione: a voler guardarsi intorno con occhi curiosi, si possono scovare ovunque storie piccole ed eccelenti - storie marginali, come le chiama Sepulveda, perchè c'è sempre chi affronta la vita con passione. Raccontarne la saga personale, "unica e irripetibile", è un modo di conservarne la lezione. Tra i vari personaggi del libro: Tano, un italiano emigrato molti anni fa in Sud America e stupito dell'accoglienza dura riservata oggi agli extracomunitari in Europa; di Juanpa, integerrimo direttore della rivista "Anàlisis"; di Federico Nessuno, cavia dei medici nazisti; di due donne, una poetessa e una giornalista, i cui volti esprimono la bellezza gloriosa di chi non ha ceduto alle torture degli aguzzini.Il titolo del libro "Le rose di Atacama" prende il nome da una località desertica ai confini col Cile. In quel deserto, soltanto una volta alll'anno e per un solo giorno, minuscoli fiori rossi spuntano dalla sabbia per appassire dopo poche ore come a ricordare che spesso la vita non è altro che una stoica forma di resistenza.Le vicende dei personaggi del libro (tutte reali) raccolte da Sepulveda nel corso di molti anni sono vicende di uomini e donne che si collocano al di fuori degli schemi; vicende di amici, - non importa se lontani nel tempo o nello spazio -, alcuni purtroppo ascritti nell'inventario delle perdite.E per una volta queste storie "marginali" salgono alla ribalta, dense di una palpabile umanità, narrate nello stile di Sepulveda, secco ed incisivo. Perchè come lo stesso autore dice: "dalla gente del sud del mondo ho imparato che la tenerezza bisogna proteggerla con la durezza".
Rommy is offline  
Vecchio 19-07-2002, 09.52.13   #40
edali
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“Nello specchio del passato” , “La convivialità”, “Nemesi medica” di Ivan Illich
Non posso fare un riassunto a questi libri, però vi posso garantire che sono molto interessanti, riguardano l’epoca di industrializzazione, la descolarizzazione, la medicina… con altre parole denuncia tutte le pecche della società attuale.



http://philosophy.la.psu.edu/illich/index.html
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