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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 27-10-2007, 10.12.58   #1
arsenio
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per una filosofia morale, pratica e teoretica

“Più realista del realismo”, Hilary Putnam, in Il Sole 24 Ore, Il domenicale, 21,10,07

Tra scienza e valori, pluralismo contro relativismo. Memorie di una vita dedicata alla filosofia scritte dal più grande epistemologo vivente.


Ha influenzato per più di mezzo secolo gli studi sui fondamenti di fisica, matematica, linguaggio e intelligenza artificiale.

Definire la filosofia morale e teoretica.

“Se un bambino, piccolo o grande, mi chiedesse: “Perchè mangiamo gli animali?” o “Perchè alcune persone sono povere e altre ricche?” O “Cos'è Dio?” o “Perchè devo andare a scuola? O “Vuoi bene ai neri quanto ne vuoi ai bianchi?” O “A chi appartiene la Terra?” O “Perchè esiste qualcosa invece di nulla?” O “Da dove viene Dio?” Io mi accorgerei che le mie risposte sono insoddisfacenti. Forse mi accorgerei che le risposte a tali domande non sono affatto conclusioni a cui io sono giunto, ma affermazioni convenzionali, che io ho soltanto assimilato (...) Potrei cogliere l'occasione per riflettere sulla mai cultura, chiedendomi perchè noi facciamo ciò che facciamo, perchè giudichiamo come giudichiamo, come siamo giunti al punto in cui siamo ... in questo senso la mia immaginazione filosofica non può non includere il mio linguaggio e la mia vita. Per comprendere il valore che io attribuisco agli standard culturali che mi sono stati dati, devo quindi confrontarli con le mie parole, e la mia vita con la vita che le parole della mia cultura prefigurano per me.: devo confrontare, insomma, la cultura con se stessa, guardando al mondo in cui essa si concretizza in me.

Questo mi sembra un compito a cui si può giustificatamente attribuire il nome di filosofia ... e in questa luce , la filosofia altro non è che la “formazione degli adulti”.

Si possono avere più visioni, anche incompatibili tra loro della medesima realtà.
Lo scopo della filosofia, secondo Sellars è quello di comprendere come le cose, nel senso più ampio del termine, si tengono assieme. Il termine usato da Covell, di “formazione degli adulti” con le domande da lui elencate, che potrebbero far comprendere a un “adulto” che egli ha ancora bisogno di formazione – mette bene in luce ciò che vorrei chiamare il versante morale della filosofia: il versante che interroga le nostre vite e le nostre culture, così come esse sono state sino a ora, sfidandoci a riformarle. E' il versante teoretico della filosofia che ci chiede di chiarire quanto riteniamo di sapere e di capire come tutto si tenga assieme (...) Ora, rinunciare alle ambizioni morali della filosofia oppure a quelle teoretiche non significa uccidere questa disciplina; significa commettere suicidio intellettuale e spirituale.




Ammiro la chiarezza di uno dei più prestigiosi filosofi-scienziati del mondo, ormai ultraottantenne. Ma anche sua umiltà nell'ammettere che ognuno di noi è a rischio per quanto riguarda la libertà di pensiero, per condizionamenti e persuasioni indotte e a volte occulte.
Il linguaggio riproduce la realtà distorcendola: problema avvertito dai grandi filosofi di ogni tempo e a tutt'oggi rimasto irrisolto, nonostante sia oggetto di ricerca da parte di teoretici e cognitivisti.
Oggi il sapere è frammentato, e pochi padroneggiano vari ambiti, come filosofia del linguaggio, etica, metafisica, filosofia politica, epistemologia, logica, ecc. che sono tutte discipline normative.
I filosofi del linguaggio ed i logici cercano le regole che sembrano governare le funzioni del pensiero e del parlare: come sappiamo che un'inferenza è corretta, che un giudizio è accettabile? Riferendoci a una regola giustificante, un criterio di carattere conoscitivo, realizzando una collaborazione tra aspetti pratici e teoretici. A favore di una filosofia come rigorosa discussione di argomenti sulla realtà nei suoi diversi punti di vista. Tendenza per fortuna ora presente anche nelle Università italiane.

La filosofia deve rinnovarsi. Mi riferisco ad una svolta pratico-argomentativa che si avvalorerebbe di apporti linguistico-semantici, teorici e pratici. Le scienze dello spirito, non sperimentabili, sono da riscoprire come ermeneutiche il cui obbiettivo è una comprensiva interpretazione, più che un'epistemologia che deve distinguere tra giudizi scientifici e di opinioni. Solo le scienze naturali sono volte a riconoscere l'universale, a rinvenire e spiegare leggi a cui obbediscono i fatti, quindi non falsificabili, nè verificabili, perchè puntano più a singoli eventi.

Sarebbe da riproporre la verifica d'ipotesi attraverso le procedure del modello induttivo confutato da Popper, per cui una teoria è vera se può essere confermata dall'esperienza osservabile e resiste a falsificazioni.

Se l'uomo è un “animale linguistico”, potrebbe scoprire come la mente elabora il linguaggio per mezzo delle discipline più recenti, come la teoria dell'informazione, l'intelligenza artificiale, la grammatica generativo-trasformazionale chomskiana, ecc.

Ma quali strumenti per ragionare, nel tempo più immediato, sarebbero da ri – proporre certe discipline linguistiche, retoriche e di analisi della funzionalità comunicativa. Ad esempio un cognitivismo che esamini il monologo interiore per un'indagine fenomenologica dei processi psichici, la pragmatica della comunicazione per cogliere gli errori delle parole nell'interazione interpersonale, la teoria del “giudizio del parlate”, anche quale meta-cognizione per interrogarsi sui modi e basi delle proprie conoscenze e strategie che si adottano per le proprie conoscenze logico-argomentative, la logica informale della neoretorica d'ispirazione aristotelica, la natura retorico-linguistica che struttura l'inconscio (Lacan). Così i teoremi di Grice sulla comunicazione chiara ed essenziale, pertinente e veritiera. Da proporre nei curricula di ogni ordine di scuola.

Un risorto “Homo philosophus” per un percorso dialettico tra teoria e pratica che esplori i molteplici aspetti della realtà con un rigoroso criticismo potrebbe disconfermare credenze, ridefinire problemi e la “realtà” delle proprie rappresentazioni, ecc. Ma non so quanto felicemente sarebbe accolto, in tempi in cui la società si regge su l'irriflessione e gli inganni, anche verso se stessi.

Il prossimo argomento sarà sugli strumenti e risorse per ragionare con lo scopo di un'etica argomentativa. Quali sono i vostri?
arsenio is offline  
Vecchio 07-01-2008, 12.23.01   #2
Il_Dubbio
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Citazione:
Originalmente inviato da arsenio

Il prossimo argomento sarà sugli strumenti e risorse per ragionare con lo scopo di un'etica argomentativa. Quali sono i vostri?

Stavo per aprire io un argomento del genere perchè mi incuriosisce molto l'aspetto della "morale" in un mondo "casuale" e relativo. Che ruolo dare alla morale? C'è una morale per tutti i tempi e tutte le stagioni?

A me sembra che ogni verità morale si riferisca sempre a se stessa: l'uomo riferirà a se stesso la sua morale, la società a cui l'uomo appartiene riferirà a se stesso la sua morale, la politica a se stessa... ecc. ecc.

C'è in definitiva (da ciò che mi appare) un'autoreferenzialità nella morale.

Mi sono chiesto, per portarmi un esempio concreto, cos'è la libertà per un uomo che ha (per assurdo) la proprietà di tutta la terra tranne un pezzetto in cui vive una piccola famiglia con il suo orticello. E cos'è la libertà per un uomo che dovesse nascere lì dove non potrebbe abitare perché manca la terra su cui fondare la sua vita "terrena".

Se ci fosse una morale assoluta il grande proprietario dovrebbe offrire alloggio a chi non ne ha... ma dove sta scritto? Non è una legge di uno stato, è una legge morale che nasce nell'individuo e che guarda caso differisce dalle diverse situazioni.

Esiste una morale valida per tutte le stagioni? O è anche la morale attribuibile al <<caso>> alla <<necessità>> e alla <<evoluzione>> dell'uomo?

ps.
è chiaro che qui non c'entra la religione, la morale secondo me nasce laica... ma non so come decifrarla

ciao
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 07-01-2008, 16.45.03   #3
Giorgiosan
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Sono anch'io interessato al topic...quando avrò capito che taglio intende dargli Arsenio darò un mio contributo.
Giorgiosan is offline  
Vecchio 08-01-2008, 09.29.43   #4
emmeci
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C’è chi crede che l’etica “torna oggi da protagonista sulle scene del pensiero”, come reazione a un periodo di disincanto ideologico, e che si annuncia – soprattutto in pensatori come Habermas, Rawls, Jonas - quale un tentativo di rifondazione radicale o di una norma valida per l’umanità nel suo insieme (cito da “L’etica contemporanea” di Jacqueline Russ).
A livello di pensiero comune, però, non sembra che si creda veramente in quest’esigenza, ma piuttosto, semmai, nella convenienza di fissare una deontologia per le attività e professioni, a meno di affidarsi a quell’onda di assolutismo che emana dalle religioni. Fatto sta che, anche dopo una rapida occhiata agli argomenti trattati nel nostro forum, mi pare che questa sia la prima volta che l’argomento “etica” (o moralità) richiami una visibile attenzione. Credo che questo dipenda da quella patina che essa mantiene di sapere praticamente poco servibile per la vita di tutti i giorni, e assolutamente distante dall’agire politico, e che, comunque venga trattata ancora dalla filosofia, sia spoglia di quell’aura di scienza più alta, capace di portare alla felicità, che aveva nell’epoca antica.
Forse però la colpa è proprio della filosofia che, sì, ha trattato l’etica come disciplina importante ma da mettere allo stesso livello del resto, come parte di un enciclopedico sapere: colpa di Aristotele di fronte alla tensione di Socrate e Platone verso il bene morale? O difetto, in generale, dell’umano pensiero?
Perché, finché la filosofia rimane nel suo ruolo astratto di ricerca della verità (sia pure un’assoluta verità) la morale può difficilmente imporsi e vivere come il personaggio eroico di una scena drammatica. Per arrivare a questo bisogna avere il coraggio di rinunciare a questa ipervalutazione del pensiero, anzi arrivare a convincersi che la stessa filosofia è poca cosa di fronte all’agire, e che questo, col tormento piccolo o grande che esso comporta, sgretola il pensiero e forse la stessa filosofia, che può al massimo dare qualche sprazzo di luce prima di arrendersi di fronte a ciò che è oltre di essa perché, dopo tutto, la moralità non si pensa ma si fa, con tutti gli imprevisti gioiosi o terribili che essa può arrecare alla nostra vita.
Sì, l’esistenza di un problema morale, se non anche dell’esigenza di una minima scelta, introduce l’uomo in una sfera superiore a quella del pensiero. Eppure provare questa scossa evidentemente non basta, se l’uomo è costretto a procedere, vivere e talvolta morire in conseguenza dell’atto che ha scelto di compiere – e come si può concepire in qualche modo la moralità, oggi che le grandi etiche non ci sono più eppure ne resta il bisogno di fronte al risuonare di grida e lamenti, al rovesciarsi di parole d’ordine che illudono le nostre orecchie e i nostri cervelli? Credo che proprio lo spettacolo che abbiamo di fronte evocando un’era di crociati fanatici e di calate di barbari, può far brillare in qualche modo il disegno di un ideale morale, che potrebbe prendere la forma ingenua e quasi banale di una volontà di non chiudersi in sé, ma di aprirsi dovunque possibile agli altri, cercare di capire perché agiscono così e sono quello che sono – dimenticando che noi possiamo ancora vivere senza pensare a loro e ornandoci magari della parola amore. Aprirsi: forse è soltanto questo l’etica dei nostri tempi, ed è un atteggiamento che può dar luogo a tutto; un respiro, forse, che potrebbe redimere un universo.
emmeci is offline  
Vecchio 08-01-2008, 13.24.18   #5
Il_Dubbio
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Originalmente inviato da emmeci
una volontà di non chiudersi in sé

Pensando alla morale mi vengono in mente le favole. Cappuccetto rosso dovrà capire che non è conveniente addentrarsi da solo nella foresta e che non deve dar ascolto al primo che capita, pinocchio capirà che dire le bugie non serve, cenerentola penserà che c'è sempre una possibilità che i propri sogni si avverino.

La morale sembra così essere una sorta di "comandamento" spirituale (in senso lato) al proseguimento della vita terrena più conscia dei pericoli e piu positiva per le finalità. Sapere in sostanza che c'è qualcosa dietro ogni cespuglio che può cambiare la nostra vita ci fa vivere la vita con un occhio sempre aperto ed essere così meno ingenui nell'osservare i fenomeni; sperare e combattere per una vita diversa da quella che il nostro destino ci ha riservato aggiunge alla visione finalistica propria dell'uomo la sensazione di poter cambiare il nostro destino.

Che la morale non sia solo questa a me sembra evidendente, poichè le finalità di ogni uomo potrebbero essere contrastanti con le finalità degli altri e giungere quindi allo scontro anche fisico.

Una moralità in cui al centro c'è l'uomo e le sue esigenze, deve premere sulla regolarizzazione delle dispute soggettive. L'oggettivazione della morale però diventa altamente improponibile.

Ritornando al mio esempio ipotetico in cui c'è solo un padrone di tutta la terra, ove nascesse un uomo che non avesse una terra dove vivere, questi dovrebbe essere messo nelle condizioni di vivere. Per farlo dovrà combattere la moralità del padrone che invece assume la propria egemonia sulla terra come un fatto non "discutibile".
Ne deriva che la guerra è l'unica via per contrastare tale egemonia, sempre che l'uomo, nato a caso sulla terra dove non avrebbe cittadinanza, riesca a far innamorare la figlia del padrone ed essere accolto così tra le braccia di questa famiglia. Ma è sempre possibile che ne nasca un'altro, e così via... in pratica è il padrone che deve capire che l'uomo nato ai suoi confini ha un diritto morale di vivere altrimenti lo scontro è inevitabile.

Se si sancisse quindi, con un decreto sulla terra (come la moratoria per la pena di morte) che uccidere è immorale, ed è immorale acquisire a se un terreno non proprio e che sancisca il diritto alla proprietà privata. e che l'uomo ha però il diritto alla vita terrena (nel senso che non se ne puo andare sulla luna a dormire ), capisco che le proposte per una soluzione "assoluta" della morale è evidentemente impraticabile.

Quindi la morale è un'apertura verso gli altri... ove non c'è apertura c'è scontro, guerra ecc. ecc.

Sembra che la società abbia prodotto una sorta di "ragione morale" alle tante collette per gli aiuti (gli esempi si moltiplicano, basta pensare agli euro tramite msn, due euro per una chiamata ad un numero da casa ecc.).
Forse ci siamo tolti il "pensiero morale" di come aiutare chi non ha una casa, o il latte... o è malato di quella malattia e non può pagarsi le spese, creando questa forma di aiuto semplice e spesso anonima?

L'evoluzione della morale, della vita terrena come "apertura verso gli altri", sembra portare benefici sempre più netti, ma c'è dietro l'angolo un dubbio (come sempre): è questa la morale assoluta che un filosofo potrebbe benedire? Oppure anche questo è solo un modo per dimenticarci in fretta che c'è un problema Morale che va affrontato prima di un inevitabile scontro?
La questione morale non è una questione sui diritti e sui doveri, è una questione che va al di la, che oltrepassa lo stato contingente per entrare in un aspetto "ideale" e per nulla oggettivo. Sembra piu un moto verso l'ignoto che verso il noto (fatto di diritti e di doveri già sanciti ed acquisiti).
Ritengo fondamentale quindi l'aspetto morale perchè è da qui che si erge la natura umana che è unione e condivisione contrapposta alla <<necessità>> al <<caso>> propri della sopravvivenza animale.
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 08-01-2008, 14.14.19   #6
Giorgiosan
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Mi sembra che dialogare di morale...nel senso di cercare, richieda di limitare l'ambito della discussione, almeno in un primo tempo, agli elementi fondamentali della morale, almeno io mi limiterò a questo, credo: una morale autonoma o autoreferenziale, come credo sia stato detto con la medesima intenzione, lasciando da parte la morale religiosa che è invece una morale eteronoma.
Nessuno può pretendere di imporre questa prima classificazione...però a me sembra utile... e può essere oggetto di riflessione.
Un altro elemento, dal quale non si può prescindere, è la coscienza...e come funziona.
Un altro è la libertà della coscienza e le norme che informano la coscienza stessa.

A me è sembrato che quello che è stato detto fin qui sia tutto interessante...e quindi in contraddizione con me stesso, dico che anche andare a ruota libera non è poi così male.
E' un argomento che mi interessa molto... per cui sono in questo 3d soprattutto per ascoltare e imparare.
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Vecchio 08-01-2008, 17.35.55   #7
emmeci
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E’ giusto dubitare di qualsiasi legge morale – così come è giusto dubitare di qualsiasi formula filosofica…. Con questa giustificazione in più, che mentre per trovare una verità incontestabile abbiamo davanti a noi il tempo della nostra vita, e magari possiamo passare la fiaccola ai figli e ai figli dei figli, per quanto riguarda le decisioni morali il tempo può essere ridotto a un istante: il tempo di poter afferrare la situazione e impedire che la mannaia cada sul collo. Difatti è bastato il tuo intervento, Il Dubbio, per mettere in dubbio la timida per quanto forse bellissima formula che avevo proposto come norma morale (“un aprirsi agli altri”). E allora non resta che rinunciare all’aspirazione kantiana di racchiudere la morale in una norma valida per tutti i tempi ed i luoghi, che già sembrava più avanzata di quelle che erano scritte sulle tavole della legge ebraica e di ogni altra religione terrena, rinunciare a imprigionare quell’eros che fugge davanti a noi; così anch’io rinuncio a dire – come qualche volta ho fatto – che la legge suprema è la legge della pietà. E non è soltanto per la difficoltà di decidere a chi dovrei indirizzare la mia pietà nel caso mi fosse dato di salvare una sola persona; no, lo sbaglio sta proprio nell’aver preteso di trovare una formula unica ed assoluta, di esser stati cioè irretiti dall’illuminismo kantiano, dallo spettro di un principio morale assoluto, una sola legge per tutto il genere umano, mentre proprio questo è ciò a cui non possiamo ricorrere in quel fatale momento, così come non possiamo pensare ai diritti-doveri che ci prospettano i codici e di cui mi pare che anche Giorgiosan dubiti, ma solo accogliere quel moto verso l’ignoto cui tu arditamente accenni.
Vuoi ancora chiamarti “Il Dubbio”? Il valore morale sta nella certezza di compiere la giusta azione proprio nella difficoltà o nell’impossibilità di conoscerla, cioè nello strappare l'azione alla nostra carne e al nostro cervello anche se non risponde alle leggi scritte perché, come per Antigone, è questa la vera legge, quella che rovesciando tutte le altre ti sorge dal cuore quando stanno per afferrarti le guardie del re, pronte a seppellirti vivo. La legge per la quale tu saresti disposto a sacrificarti perché tutto il resto non c’è o ti è indifferente, e solo quella persona, quel fratello, quella città tu devi salvare. Perché in quel momento lì è tutto, è il tuo vero universo.
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Vecchio 08-01-2008, 18.21.21   #8
Il_Dubbio
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Originalmente inviato da Giorgiosan
Mi sembra che dialogare di morale...nel senso di cercare, richieda di limitare l'ambito della discussione, almeno in un primo tempo, agli elementi fondamentali della morale, almeno io mi limiterò a questo, credo: una morale autonoma o autoreferenziale,

Chiarifico (come meglio posso) il mio pensiero

1) non esiste una morale ASSOLUTA

... questa è autonoma e autoreferenziale

ma in ultima analisi la morale assoluta è identificabile nell'aspetto "dinamico" degli assunti di partenza. Finalisticamente si potrebbe pensare alla morale come una idealizzazione del mondo in cui le morali autonome siano messe sempre in discussione per bene della comunità.

Invece di pensare per esempio agli equilibri geopolitici ed economici pensassimo alla finalità comune dell'esistenza umana e in genere della vita sulle cose inanimate, il diritto alla proprietà, per esempio, anche se rimarrà un diritto, diventerebbe anche una risorsa da gestire per il bene comune.

Un'unica nazione ed un unico popolo è una idealizzazione già reale (anche se rimane solo un sogno) se pensassimo alle Nazioni Unite. Ma la morale non la fanno le Nazioni Unite ma noi, ogni singolo uomo, disposto a concedersi e di guardare piu lontano del proprio naso. E' una crescita di un organismo, che al pari del corpo di cui noi siamo fatti, pensa al bene comune.
Se ti fa male la gamba cercherai di curarla e non di eliminarla perché essa è parte di te. Allo stesso tempo se sai che ci sono bimbi che muoiono di fame dovrai pensare prima a dar da mangiare a loro e poi se ti avanza mangerai tu.
Questo nessuno può comandarcelo; questo è un moto che deve nascere in noi; questi sarà la <<Morale>> che diventerà corpo e che curerà amorevolmente le proprie ferite.

ciao
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Vecchio 09-01-2008, 12.03.44   #9
arsenio
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Ragazzi, grazie per l'interesse e per avermi stimolato a chiarire il mio pensiero sulla “morale”, “etica” o “bontà” - quasi sinonimi, nel presente contesto - con “Esiste la bontà?” Di oggi. La mia visione, in coerenza con il presente tema di avvio, è filosofica con indirizzo morale- teoretico.

arsenio is offline  
Vecchio 09-01-2008, 15.54.55   #10
Giorgiosan
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Originalmente inviato da Il_Dubbio
Chiarifico (come meglio posso) il mio pensiero

1) non esiste una morale ASSOLUTA

... questa è autonoma e autoreferenziale

ma in ultima analisi la morale assoluta è identificabile nell'aspetto "dinamico" degli assunti di partenza. Finalisticamente si potrebbe pensare alla morale come una idealizzazione del mondo in cui le morali autonome siano messe sempre in discussione per bene della comunità.

Invece di pensare per esempio agli equilibri geopolitici ed economici pensassimo alla finalità comune dell'esistenza umana e in genere della vita sulle cose inanimate, il diritto alla proprietà, per esempio, anche se rimarrà un diritto, diventerebbe anche una risorsa da gestire per il bene comune.

Un'unica nazione ed un unico popolo è una idealizzazione già reale (anche se rimane solo un sogno) se pensassimo alle Nazioni Unite. Ma la morale non la fanno le Nazioni Unite ma noi, ogni singolo uomo, disposto a concedersi e di guardare piu lontano del proprio naso. E' una crescita di un organismo, che al pari del corpo di cui noi siamo fatti, pensa al bene comune.
Se ti fa male la gamba cercherai di curarla e non di eliminarla perché essa è parte di te. Allo stesso tempo se sai che ci sono bimbi che muoiono di fame dovrai pensare prima a dar da mangiare a loro e poi se ti avanza mangerai tu.
Questo nessuno può comandarcelo; questo è un moto che deve nascere in noi; questi sarà la <<Morale>> che diventerà corpo e che curerà amorevolmente le proprie ferite.

ciao

Non esiste una morale assoluta. Per me è vero, nel senso che non esiste alcun precetto morale assoluto.

Mi sembra che tu voglia mettere a tema una morale sociale, infatti
s assiste ad un forte riemergere dell'istanza morale nella società e nella cultura, che taluni chiamano "nostalgia della morale".
Né è prova il diffondersi di movimenti che hanno finalità di natura morale, come il movimento pacifista, quello ecologico, quello per i diritti umani, quello per la vita ecc. ecc.
Nonostante il il processo di relativizzazione sembra proprio che l'uomo non possa far a meno di una etica condivisa ...ma quale morale e quali norme?

La proprietà privata per esempio, pur connotandosi come istanza etica iscritta nella natura stessa dell'uomo, ha subito delle variazione rispetto al passato che ne limitano fortemente il diritto subordinandolo al bene comune: è chiaro, per esempio, che se possiedo una fonte di acqua il diritto a prelevare possa essere ridotto fino al punto di prelevarne la sola quantità strettamente necessaria alla mia sopravvivenza.

Per ora, pensando a regole condivise, sembra si possa solo far riferimento
alla carta dei diritti universali cioè quei diritti e doveri che si ritiene possano e debbano trasformarsi in leggi ed essere imposti coercitivamente, in quanto occorre che i diritti dell'uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione.
Giorgiosan is offline  

 



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