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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 25-10-2008, 17.35.28   #41
antimateria
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

...in democrazia tutto è possibile.
Il razzista è solo colui che ha paura del diverso, in fondo lo compatisco!
antimateria is offline  
Vecchio 25-10-2008, 19.02.22   #42
VanLag
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

Citazione:
Originalmente inviato da emmeci
Già, VanLag, però non è sempre facile mettere in pratica ciò che un idealista come te potrebbe considerare ovvio se non naturale….Lasciamo stare casi politicamente ardui come quelli della Palestina, della Georgia o del Tibet; esaminiamo il caso dell’antropologo o dell’etnologo mandato a visitare i superstiti dell’ultima tribù paleolitica ancora esistente in una foresta africana o dell’Amazzonia: che fare? Denudarsi e dipingersi il volto per non screditare le usanze locali e adattarsi comunque a quell’armonioso modo di vivere, o far capire che esiste qualcosa di diverso al di là dei monti e dei mari, qualcosa che una volta si chiamava “la civiltà” e ora dovrebbe scandire il mea culpa, accusandoci di aver obbedito a un cieco e vorace colonialismo, che dovrebbe farci vergognare del nostro passato e lasciare intatta quella tribù perché l’evoluzione compia il suo corso fino alla fine: o in qualche modo porgere loro la mano, distribuire qualche compressa di chinino oltre che qualche zolfanello per accendere il fuoco? Insomma, dopo che abbiamo accertato che non ci siamo solo noi europei su questo pianeta, far capire agli altri che neppure loro son soli. Alla fine, educare o non educare? Forse, al di là di ogni strategia antirazzistica, è questo il problema: comprendere, certo, ma anche aiutare, in nome di quella che Lessing chiamava – con un residuo di bieco euro-centrismo? – “educazione del genere umano”.

Se fossimo innocenti nell’animo sapremmo parlare ed ascoltare chiunque e, relazionandoci con un così detto, selvaggio, potremmo capire quanto lui ha da insegnarci e quanto noi possiamo insegnare a lui. Purtroppo il nostro atteggiamento parte dal presupposto - io maestro tu impara – e così facendo il dialogo invece che uno scambio diventa un monologo nel quale arringhiamo l’ascoltatore.

Spesso la miglior educazione che possiamo dare è il silenzio ed il rispetto osservando gli altri senza interferire. Un atteggiamento, insomma, che in altri luoghi, chiamerei wu wei.

L’educazione, invece, che noi sappiamo dare mi assomiglia molto all’esportazione della democrazia di stampo americano ed allora ti chiedo, anche a fronte di quanto espresso sopra, ma tu sei davvero convinto che gli indiani pellerossa li abbiamo educati?

Quello che tu chiami idealismo per me è semplice pragmatismo cioè la via più pratica per non complicare affari semplici.

Citazione:
Originalmente inviato da Giorgiosan
Se uno fosse razzista, avrebbe diritto ad esprimere la sua opinione?

Bhe certamente l’avrebbe in un 3d intitolato – cosa ne pensate del razzismo – ma in ogni caso io penso che coi dovuti modi si può dire tutto, soprattutto se si motiva il proprio pensiero, ancora di più se si è intimamente convinti della giustezza di quanto pensiamo e, se si accompagna l’esposizione col giusto grado di disponibilità al dialogo……… Ecco qui si che magari sono idealista.

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Vecchio 26-10-2008, 08.52.29   #43
emmeci
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Sì, effettivamente al principio – cioè nel momento dell’incontro di un uovo e uno spermatozoo – sembriamo tutti uguali, poi cominciano (maligna natura!) le differenze: c’è chi non ha un seno cui stringersi, chi è un aborigeno australiano e chi viene istruito ad usare le armi anziché andare a scuola….”Se fossimo innocenti….”, già ma non lo siamo, ed è inutile piangerci addosso, VanLag: la differenza è troppo grande fra chi cerca di migliorare le cose e chi si stende sulla riva del fiume e, compitando il wu-wei, aspetta che l’onda passi. Questo, VanLag, si può chiamare otium, ben diverso da quell’istante di attesa che ci fa riflettere - consigliati dal nostro Ivo Nardi - prima di metterci all’opera, come credo siamo tutti costretti a fare non appena spegniamo il computer e ci troviamo davanti i problemi dell’esistenza, con o senza il supporto dei taoisti: che fare, agire o non agire, mentre intanto Hitler si prende l’Europa e manda al rogo milioni di esseri umani? Talvolta, solo talvolta, d’accordo, contro il male si può anche agire, magari perfino perché i taoisti abbiano la possibilità di dire la loro….i quali taoisti poi oggi che fanno? Guardano in cielo aspettando che l’onda passi? Certo, questo è il metodo più alla mano per non complicare affari che dopo tutto – in Europa America Africa Asia Oceania – sono così semplici!
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Vecchio 26-10-2008, 19.56.34   #44
VanLag
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Sì, effettivamente al principio – cioè nel momento dell’incontro di un uovo e uno spermatozoo – sembriamo tutti uguali, poi cominciano (maligna natura!) le differenze: c’è chi non ha un seno cui stringersi, chi è un aborigeno australiano e chi viene istruito ad usare le armi anziché andare a scuola….”Se fossimo innocenti….”, già ma non lo siamo, ed è inutile piangerci addosso, VanLag: la differenza è troppo grande fra chi cerca di migliorare le cose e chi si stende sulla riva del fiume e, compitando il wu-wei, aspetta che l’onda passi. Questo, VanLag, si può chiamare otium, ben diverso da quell’istante di attesa che ci fa riflettere - consigliati dal nostro Ivo Nardi - prima di metterci all’opera, come credo siamo tutti costretti a fare non appena spegniamo il computer e ci troviamo davanti i problemi dell’esistenza, con o senza il supporto dei taoisti: che fare, agire o non agire, mentre intanto Hitler si prende l’Europa e manda al rogo milioni di esseri umani? Talvolta, solo talvolta, d’accordo, contro il male si può anche agire, magari perfino perché i taoisti abbiano la possibilità di dire la loro….i quali taoisti poi oggi che fanno? Guardano in cielo aspettando che l’onda passi? Certo, questo è il metodo più alla mano per non complicare affari che dopo tutto – in Europa America Africa Asia Oceania – sono così semplici!
Non è questo il posto per parlare di wu-wei e di taoismo ma devo dire che mi duole un po’ la visone eccessivamente negativa che hai del pensiero e dell’atteggiamento orientale, che tu sembri interpretare sempre come indolenza e forse addirittura ignavia. Spero di riuscire a passarti una diversa chiave di lettura per quello che tu vedi come “otium” e che invece io ritengo un intervento intelligente nella catena degli eventi.

Gli affari dell’Europa America Africa Asia Oceania sono complessi certo ma chi li ha resi tali? Quali sono le forme pensiero implicate nei grandi conflitti del nostro tempo? E’ solo nel campo del pensiero che la filosofia può aiutarci. Se riconosciamo che il razzismo è male, solo la filosofia può dirci dove sta l’errore e come risanarlo.

C’è un’altra possibilità e cioè che per molti di noi il razzismo non sia un male ma allora il problema si sposta ad una domanda precedente, cioè: - cosa sia bene e cosa sia male? – Una domanda impegnativa, certo, che però esula da questo 3d.

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Vecchio 27-10-2008, 08.07.41   #45
emmeci
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Caro VanLag, rispondo cominciando dal basso (“che cosa è bene e che cosa è male”), un problema che è implicito praticamente in tutte le nostre discussioni e potrebbe ripercuotersi su quello del razzismo. Non so se posso rievocare, senza annoiarti, i punti fermi della mia filosofia: 1) una verità assoluta esiste anche se non la conosciamo; 2) noi siamo naturalmente spinti a cercarla (naturalmente vuol dire: anche se non lo sappiamo); 3) la storia è fondamentalmente questa ricerca di verità; 4) la domanda qual è la verità diventa, pure naturalmente (direi perfino istintivamente) “come devo agire”, cioè che cosa è bene - anche se in quel momento il bene dovesse prendere la forma del male; 5) l’unico modo di sintetizzare verità e bene cioè di portare avanti la storia è di aprirsi a tutto, il che può significare per lo scienziato conoscere l’universo e per l’uomo della strada conoscere il vicino di casa: nella pratica conoscere amici e nemici e quindi, se possibile, superare il razzismo in un’esperienza morale tale da divenire quello che io chiamo pietà. Dico: se possibile, perché penso che sarai convinto anche tu che non basta dire “ai milioni il mio bacio”, o “lascia che il fiume scorra e il wu-wei si risolva da sé”. (Guarda che non credo che tutta la cultura orientale si modelli sul taoismo).
Salendo dal basso alle righe più alte del tuo messaggio, potrei aggiungere che ritengo inutile chiedersi – come si ama fare nei litigi di cortile e nella nostra politica quotidiana: “di chi è la colpa?” (sottintendendo che la colpa è tua). Infine mi pare che tu sopravvaluti la filosofia: perché più alta del pensiero, come ho detto ai punti 4-5 del mio catechismo, è la moralità.
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Vecchio 27-10-2008, 20.08.56   #46
VanLag
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Caro VanLag, rispondo cominciando dal basso (“che cosa è bene e che cosa è male”), un problema che è implicito praticamente in tutte le nostre discussioni e potrebbe ripercuotersi su quello del razzismo. Non so se posso rievocare, senza annoiarti, i punti fermi della mia filosofia: 1) una verità assoluta esiste anche se non la conosciamo; 2) noi siamo naturalmente spinti a cercarla (naturalmente vuol dire: anche se non lo sappiamo); 3) la storia è fondamentalmente questa ricerca di verità; 4) la domanda qual è la verità diventa, pure naturalmente (direi perfino istintivamente) “come devo agire”, cioè che cosa è bene - anche se in quel momento il bene dovesse prendere la forma del male; 5) l’unico modo di sintetizzare verità e bene cioè di portare avanti la storia è di aprirsi a tutto, il che può significare per lo scienziato conoscere l’universo e per l’uomo della strada conoscere il vicino di casa: nella pratica conoscere amici e nemici e quindi, se possibile, superare il razzismo in un’esperienza morale tale da divenire quello che io chiamo pietà. Dico: se possibile, perché penso che sarai convinto anche tu che non basta dire “ai milioni il mio bacio”, o “lascia che il fiume scorra e il wu-wei si risolva da sé”. (Guarda che non credo che tutta la cultura orientale si modelli sul taoismo).
Salendo dal basso alle righe più alte del tuo messaggio, potrei aggiungere che ritengo inutile chiedersi – come si ama fare nei litigi di cortile e nella nostra politica quotidiana: “di chi è la colpa?” (sottintendendo che la colpa è tua). Infine mi pare che tu sopravvaluti la filosofia: perché più alta del pensiero, come ho detto ai punti 4-5 del mio catechismo, è la moralità.
Non mi annoi se ripeti le cose. Come diceva qualcuno “repetita juvant” o come diceva qualcun altro, “repetition has it own charme”. La ripetizione aiuta il mio duro comprendonio e perché no …ha pure un suo fascino nascosto.

Se spostiamo l’argomento sul bene e sul male ci immergiamo in un ginepraio (eppure mi sa che bisogna farlo), perché ci tocca parlare di soggettività ed oggettività.

Se bene e male sono soggettivi, infatti, ne consegue che ciascuno di noi può avere la sua visone di ciò che è bene e ciò che è male e qualsiasi argomentare pro o contro diventa difficilmente sostenibile. Viceversa se riteniamo bene e male siano oggettivi occorre fissarli ad un punto che non dipenda dalle opinioni del singolo.

Le religioni hanno fatto questa operazione inventando Dio, hanno cioè provato ad assolutizzare la morale attraverso l'idea di Dio, ma sfortunatamente Dio non è dimostrabile e diventa esso stesso un fatto di fede, cioè un qualche cosa legato all’intimo sentire personale di ciascuno di noi.
Il fallimento delle religioni in ambito sociale è sotto gli occhi di tutti e la prova di questo fallimento è nella storia e nel fatto che dopo migliaia di anni di teismo e di promesse di trasformazione l’istinto predatorio è ancora assolutamente prevalente nelle società dell’uomo. La religione quindi può avere grande valore in ambito personale ma non ha valore nel dettare un’etica ed una morale che siano universalmente riconosciute. Non può farlo perché la religione non parla alla ragione ma parla al cuore.

La filosofia invece è, secondo me, proprio l’alternativa alla religione, nel senso che può trattare l’etica e la morale con un linguaggio che sia più affine alla ragione trovando la misura per una maggiore condivisione e quindi una maggiore universalità.
Se non lo ha mai fatto in passato può farlo ora, perché tu mi insegni che spesso è un’invenzione apparentemente di poco conto che può cambiare il corso dell’evoluzione della storia, basta pensare a cosa successe ai greci quando inserirono nel linguaggio scritto le consonanti …… (quello fu l’inizio della loro filosofia).

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Vecchio 28-10-2008, 09.57.39   #47
emmeci
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Credo che la diversità di opinioni e atteggiamenti di fronte al problema del bene e del male sia alla fine apparente, nonostante causi tante tragedie, perché la base è la stessa per tutti, e sta nella famosa domanda che Lenin pose all’inizio del Novecento: ”che fare?”. Anche se essa esige alle volte una fulminea decisione che, come nel caso di Lenin, risulta forse sbagliata.
Dunque se identifichiamo in quella domanda il principio di ogni morale, essa non conosce distinzioni o confini: attraversa l’intera vita di un individuo, fin da quando lo zigote incomincia il proprio sviluppo, e – perché no? – l’intero universo, cioè ben prima che la vita vi appaia, e la prima particella, il primo fotone o qualunque altra cosa sia nata dal nulla debba decidere il proprio futuro…"meglio freddo o caldo? a destra o a sinistra? e con quale velocità?" La decisione – che dà principio all’evoluzione e alla storia – è dapprima implicita poi sempre più esplicita, chiara, pensata.
E adesso poniamoci al punto finale, cioè là dove tende quella spinta iniziale…Io penso che la scienza sbagli a negare il concetto di finalismo, che anima invece l’intero universo, il quale è tratto a cercare qualcosa – certo è più arduo scoprire fine che inizio, e qui bisogna che la scienza lasci il campo alle religioni e alle filosofie: c’è chi si appella a Dio; io l’ho chiamata ricerca di verità, che fin dall’inizio diventa ricerca di ciò che si deve fare, ossia – nel senso più lato – ricerca del bene. Come vedi, la moralità è inizialmente una, prima cioè che “ciascuno abbia la sua visone di ciò che è bene o che è male” inaugurando la storia dell’incomprensione che impregna religioni politiche e anche filosofie. D’altra parte, come ho già ricordato, l’evoluzione va verso una diversificazione, e questo impone prudenza nel proclamare l’obbligo di chiudere i ranghi e marciare uniti verso l’ultima sintesi: può darsi che il finalismo ammetta un’unità superiore, un’unità che non esclude ma esiga la varietà e la mutevolezza….Forse è questo il sommo mistero dell’essere: il che, tradotto in termini di religione (una religione che si sforzi di essere universale), significa che Dio, passato il big-bang creatore, non è più il principio ma il fine, ed è per questo che c’è e non c’è – come in verità constatiamo ogni giorno, poiché noi non vediamo Dio da nessuna parte eppure non sappiamo espungerlo dal nostro pensiero. E con questa avveniristica conclusione avremmo tolto di mezzo l’ultima ombra razzistica confidando che Dio sia così generoso da permettere che ogni fede gli torni gradita e ogni popolo, anzi ogni individuo, creda di essere fatto a sua immagine e somiglianza.
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Vecchio 28-10-2008, 20.44.31   #48
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Credo che la diversità di opinioni e atteggiamenti di fronte al problema del bene e del male sia alla fine apparente, nonostante causi tante tragedie, perché la base è la stessa per tutti, e sta nella famosa domanda che Lenin pose all’inizio del Novecento: ”che fare?”. Anche se essa esige alle volte una fulminea decisione che, come nel caso di Lenin, risulta forse sbagliata.
Dunque se identifichiamo in quella domanda il principio di ogni morale, essa non conosce distinzioni o confini: attraversa l’intera vita di un individuo, fin da quando lo zigote incomincia il proprio sviluppo, e – perché no? – l’intero universo, cioè ben prima che la vita vi appaia, e la prima particella, il primo fotone o qualunque altra cosa sia nata dal nulla debba decidere il proprio futuro…"meglio freddo o caldo? a destra o a sinistra? e con quale velocità?" La decisione – che dà principio all’evoluzione e alla storia – è dapprima implicita poi sempre più esplicita, chiara, pensata.
E adesso poniamoci al punto finale, cioè là dove tende quella spinta iniziale…Io penso che la scienza sbagli a negare il concetto di finalismo, che anima invece l’intero universo, il quale è tratto a cercare qualcosa – certo è più arduo scoprire fine che inizio, e qui bisogna che la scienza lasci il campo alle religioni e alle filosofie: c’è chi si appella a Dio; io l’ho chiamata ricerca di verità, che fin dall’inizio diventa ricerca di ciò che si deve fare, ossia – nel senso più lato – ricerca del bene. Come vedi, la moralità è inizialmente una, prima cioè che “ciascuno abbia la sua visone di ciò che è bene o che è male” inaugurando la storia dell’incomprensione che impregna religioni politiche e anche filosofie. D’altra parte, come ho già ricordato, l’evoluzione va verso una diversificazione, e questo impone prudenza nel proclamare l’obbligo di chiudere i ranghi e marciare uniti verso l’ultima sintesi: può darsi che il finalismo ammetta un’unità superiore, un’unità che non esclude ma esiga la varietà e la mutevolezza….Forse è questo il sommo mistero dell’essere: il che, tradotto in termini di religione (una religione che si sforzi di essere universale), significa che Dio, passato il big-bang creatore, non è più il principio ma il fine, ed è per questo che c’è e non c’è – come in verità constatiamo ogni giorno, poiché noi non vediamo Dio da nessuna parte eppure non sappiamo espungerlo dal nostro pensiero. E con questa avveniristica conclusione avremmo tolto di mezzo l’ultima ombra razzistica confidando che Dio sia così generoso da permettere che ogni fede gli torni gradita e ogni popolo, anzi ogni individuo, creda di essere fatto a sua immagine e somiglianza.

Io credo invece che se avessimo dei criteri oggettivi per indicare il bene ed il male la terra sarebbe un posto migliore, quasi perfetto direi, perché l’uomo seguirebbe automaticamente quello che da una facile indagine gli apparirebbe come il bene. Nei casi in cui quel bene non fosse condiviso, avremmo comunque dei mezzi dialettici per illustrare a chi dissente le ragioni del perché una determinata cosa è bene.

Invece il bene non è così evidente alla ragione e la definizione del bene e del male è spesso più il frutto di un sentire comune che di un processo razionale, un sentire che è certamente anche giusto ma haimè, indimostrabile.

Prendiamo il razzismo ad esempio, in un confronto dialettico che argomentazioni logiche possiamo portare in favore della tolleranza e contro il razzismo?

L’unica che mi viene in mente è cercare di convincere il nostro interlocutore che l’uomo con gli occhi a mandorla che lui odia è un uomo come lui. Un argomento anche incontrovertibile se vogliamo, per cui dovrebbe funzionare, ma come dicevo non è supportato da adeguate filosofie che spieghino più a fondo perché è bene il rispetto di uno uguale a noi. Ad assumersi il compito di motivare, come dicevo ci hanno provato le religioni ma hanno creato così tanti pasticci ed hanno fatto così poco bene che sarebbe stato meglio se non ci fossero state. E qui vengo a questa tua frase:

Citazione:
Originalmente inviato da emmeci
…. e qui bisogna che la scienza lasci il campo alle religioni e alle filosofie: c’è chi si appella a Dio; io l’ho chiamata ricerca di verità, che fin dall’inizio diventa ricerca di ciò che si deve fare, ossia – nel senso più lato – ricerca del bene.

Il problema è che certe religioni non cercano la verità. Un cristiano la verità la conosce perché per lui la verità è stata rivelata per bocca dei profeti ed è scritta nei libri sacri. Al massimo se è un cristiano onesto ti dirà che cerca di mettere in pratica la verità ma non potrà mai dirti che cerca la verità a meno di rinnegare la sua fede. Purtroppo la fede è un fatto soggettivo,mi si dice che alcuni l’hanno ed altri no, ed allora che ne facciamo di una verità che è per pochi? Che ne facciamo della ragione?

Per quanto riguarda la scienza, sappiamo che essa si rifiuta di trattare ciò che non è pesabile e misurabile ed anche se gli scienziati a volte danno prova di squilibrio manifestando deliri di onnipotenza credo che la scienza abbia ben chiaro che non può, da sola, trattare i temi etici. Rimangono solo le filosofie, perché loro la verità la cercano davvero e sono le uniche che possono trovarla e sono le uniche che possono rappresentare una speranza per l’uomo.

Chiudo aggiungendo che non mi convince la tua teoria sull’evoluzione della storia. Ho appena finito di leggere un piccolo libro sulle dinastie egizie e credo proprio che la storia sia un ciclo ininterrotto di ripetizioni. 5000 anni fa sulle sponde del Nilo era come oggi qui da noi. Quando c’erano governi forti ed illuminati fioriva la pace, cresceva il benessere per tutti e si sviluppavano le scienze, le arti. Quando il sovrano era debole e corrotto,scoppiavano le guerre, aumentava la povertà, cresceva la corruzione e la miseria e l’intelletto languiva.

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Vecchio 29-10-2008, 08.57.15   #49
emmeci
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Il tuo ideale di moralità, che vorresti fondato su criteri oggettivi tali da distinguere senza difficoltà il bene dal male, a me pare l’opposto di una vera moralità: sarebbe eventualmente la moralità che Mosè ha comunicato agli ebrei del deserto, fissata in un decalogo da incider sulla pietra per essere sicuri che non venga mutato per l’eternità. E la razionalità che vorresti usare per dirimere eventuali questioni sarebbe né più né meno che un cavillo giuridico. No, la moralità esiste solo se siamo esseri liberi, cioè liberi di inventarla e poi di violarla…liberi di pensare che Mosé abbia torto e quindi rimanga la possibilità di proporre una morale diversa, come fanno del resto tutti i popoli della terra e come faccio io in questo momento. E’ razzismo questo? No, perché lo sguardo va verso ciò che è più grande della visione di un individuo o di un popolo, verso qualcosa che brilla come il bene assoluto, anche se non abbiamo strumenti per misurarlo. E’ strano,VanLag, ma è proprio ciò che stiamo facendo in questo momento, affermando cose diverse in vista di una moralità superiore alla nostra. Noi ci troviamo, per così dire, d’accordo sulla meta finale, cioè sul compito di un’umanità, o neppure di un’umanità ma della vita a realizzare il bene assoluto, solo che tu sei sicuro che si tratta di qualcosa di oggettivo e quindi identico dall’epoca egiziana alla nostra, e che basterebbe ragionare e saremmo tutti redenti; io invece affermo che solo la meta splende come una stella polare, mentre noi non la conosciamo e non la conosceremo mai pur essendo certi che esista: ed è questo che rende luminosa e selvaggia la storia.
(Vorrei precisare, a scanso di equivoci, che il mio riferimento agli ebrei del deserto non è affatto una critica o una riserva sull’ebraismo: basta leggere qualcuno dei grandi autori israeliani di oggi o quelli d’America e non si può che apprezzare l’ampiezza del loro spettro visivo – libero da ogni condizionamento così detto ortodosso - e la sincera, appassionata ricerca di un’identità in mezzo alle atrocità della storia).
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Vecchio 29-10-2008, 20.24.07   #50
VanLag
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Il tuo ideale di moralità, che vorresti fondato su criteri oggettivi tali da distinguere senza difficoltà il bene dal male, a me pare l’opposto di una vera moralità: sarebbe eventualmente la moralità che Mosè ha comunicato agli ebrei del deserto, fissata in un decalogo da incider sulla pietra per essere sicuri che non venga mutato per l’eternità. E la razionalità che vorresti usare per dirimere eventuali questioni sarebbe né più né meno che un cavillo giuridico. No, la moralità esiste solo se siamo esseri liberi, cioè liberi di inventarla e poi di violarla…liberi di pensare che Mosé abbia torto e quindi rimanga la possibilità di proporre una morale diversa, come fanno del resto tutti i popoli della terra e come faccio io in questo momento. E’ razzismo questo? No, perché lo sguardo va verso ciò che è più grande della visione di un individuo o di un popolo, verso qualcosa che brilla come il bene assoluto, anche se non abbiamo strumenti per misurarlo. E’ strano,VanLag, ma è proprio ciò che stiamo facendo in questo momento, affermando cose diverse in vista di una moralità superiore alla nostra. Noi ci troviamo, per così dire, d’accordo sulla meta finale, cioè sul compito di un’umanità, o neppure di un’umanità ma della vita a realizzare il bene assoluto, solo che tu sei sicuro che si tratta di qualcosa di oggettivo e quindi identico dall’epoca egiziana alla nostra, e che basterebbe ragionare e saremmo tutti redenti; io invece affermo che solo la meta splende come una stella polare, mentre noi non la conosciamo e non la conosceremo mai pur essendo certi che esista: ed è questo che rende luminosa e selvaggia la storia.
(Vorrei precisare, a scanso di equivoci, che il mio riferimento agli ebrei del deserto non è affatto una critica o una riserva sull’ebraismo: basta leggere qualcuno dei grandi autori israeliani di oggi o quelli d’America e non si può che apprezzare l’ampiezza del loro spettro visivo – libero da ogni condizionamento così detto ortodosso - e la sincera, appassionata ricerca di un’identità in mezzo alle atrocità della storia).
Oggettivo non significa assoluto, come, ad esempio, è un qualche cosa scolpito nella roccia e mutuato da un Dio. Che il monte Bianco sia alto 4810 metri è un dato oggettivo ed è anche una verità che si presta ad un uso pratico.

Il perché invoco una morale che non dipenda dalle opinioni del singolo, è che mi sembra il solo mezzo per sottrarla al regno della fede e restituirla al regno della ragione.

Il perché voglio esautorare la fede dal problema della morale, (lo ripeto se non fosse chiaro), è perché la fede non ha l’universalità della ragione, ha valore, (forse), per il singolo individuo, ma fa danni se applicata alle strutture complesse come le società.

Con una (o più), verità oggettive, la libertà di sbagliare rimarrebbe intatta. Uno potrebbe ancora partire con le scarpe da città e la canottiera per andare sul monte bianco, ma almeno avrebbe gli strumenti per comprendere quello che sta facendo perché qualcuno gli ha dato le giuste informazioni, (la verità).

Purtroppo temo che avesse ragione Protagora quando asseriva che – l’uomo è la misura di tutte le cose – e quindi non esiste, a livello razionale, nessuna spiegazione che convinca la ragione che, ad esempio, “torturare un bambino è male”, (tanto per usare una frase presa da questo forum). Ciascuno di noi sa che è male ma nessuno saprebbe dimostrare razionalmente il perché.

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