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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 31-10-2008, 09.27.36   #51
emmeci
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

Tutto dipende, VanLag, dal fatto basilare e apparentemente insuperabile che l’uomo non è l’essere che può ragionare su tutto ma l’essere che può dubitare di tutto: che il dubbio, come poteva pensare Protagora, è il vero onnipotente: che ad ogni pensiero si può contrapporre un pensiero contrario (a meno che lo vieti un tiranno o una chiesa - ma ci sarà sempre chi, dentro di sé, continuerà ad aggrapparsi a quella intima verità).
E’ qui il nodo o il groviglio che annulla la differenza tra vero e falso ma anche quello tra bene e male. Eppure, se proprio il fatto che possiamo dubitare di tutto è la dimostrazione che una verità assoluta esiste (altrimenti come potremmo dire che ogni nostra verità è relativa?), alla stessa stregua un bene assoluto esiste, quando la nostra incertezza di sapere perché è male torturare un bambino ne è l’indiscutibile prova. Certo non basta sapere che la legge lo vieta: il bene – come la storia dimostra – può venire dal male, visto che ogni miglioramento della società è nato da guerre e rivoluzioni, e allora? Il fatto è che qui – cioè di fronte alla moralità o immoralità delle azioni - noi passiamo su un piano che non è più quello della verità scientifica e forse neppure quello della filosofia (vedi con quanta difficoltà un filosofo riesce ad affrontare i problemi dell’etica!). Ebbene, credo che questo, cioè questa impossibilità di aggrapparci alla logica d’un assassinio, sia esso perpetrato dall’uomo o – come diceva Ivan Karamazov – da Dio, è la dimostrazione che il campo della moralità è più importante di quello della conoscenza, ed è quello che permette a un filosofo ma anche all’uomo semplice nello spirito di condannare come immorali le leggi della natura e l’esistenza di un Dio che di quelle leggi dovrebbe essere il creatore.
(Leggo che Stephen Hawking sarà oggi in Vaticano per discutere in un congresso di "nascita dell’universo, evoluzione della vita, Darwin e disegno intelligente". Presumo che i discorsi saranno impostati essenzialmente su un confronto di prospettive scientifiche e non su prospettive morali, che renderebbero forse meno intelligente ma più vivace l’incontro fra un grande fisico e un convegno di porporati).
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Vecchio 31-10-2008, 15.15.19   #52
epicurus
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

Mi pare che per spiegare (giustificare?) il razzismo Emmeci faccia troppo spesso riferimento al patrimonio genetico e al mondo della biologia in generale.
Mi pare innegabile che la nostra biologia (quindi in modo innato) ci abbia dotati della capacità, in generale, di fare violenza e, in particolare, di essere razzisti. Questa, però, è una banale costatazione ed è solo una parte della questione. Il resto è che l'essere violenti o razzisti -- esserlo in atto, non solo in potenza -- dipende dalla nostra cultura.

Qui subentra il discorso di VanLan sulle colpe delle religioni (di alcune religioni, possiamo dire principalmente quelle monoteistiche?). Si potrebbe osservare che l'esistenza di un Dio che ha creato tutti gli esseri umani dovrebbe disincentivare il razzismo perché, in fondo, siamo tutti fratelli. Ma storicamente così non è andata, perché tali religioni hanno marcato più sul "Non avrai altro Dio fuori di me" invece che sulla fratellanza, attuando, di fatto, un 'razzismo sulle idee'. E dato che vi sono alcuni popoli in cui le idee di tali religioni non sono credute, il 'razzismo sulle idee' si è trasformato in vero e proprio razzismo verso le etnie.

Citazione:
Originalmente inviato da VanLag
Oggettivo non significa assoluto, come, ad esempio, è un qualche cosa scolpito nella roccia e mutuato da un Dio. Che il monte Bianco sia alto 4810 metri è un dato oggettivo ed è anche una verità che si presta ad un uso pratico.

Il perché invoco una morale che non dipenda dalle opinioni del singolo, è che mi sembra il solo mezzo per sottrarla al regno della fede e restituirla al regno della ragione.

Condivido pienamente la distinzione che fai tra assoluto e oggettivo, come anche condivido l'esigenza che ciò che ci deve importare è una morale oggettiva. Parlavo giusto di questo nel topic sul relativismo; accertato questo, ora io e zanzaro stiamo cercando di entrare nel dettaglio cercando di caratterizzare meglio quest'etica oggettiva.

Le differenze tra la razionalità epistemica e l'etica sono state, secondo me, secondo me distorte ed esagerate da una cattiva filosofia. Se il fine della razionalità epistemica è la verità (e quindi la conoscenza), il fine dell'etica è il lenire la sofferenza dell'altro. La questione fondazionale mi pare che finisca, banalmente, con questa mia osservazione.

Qualcuno potrebbe obbiettare: "chi ti da l'autorità per decidere qual è il fine dell'etica?". Ma proviamo a farci tale domanda con la razionalità epistemica: "chi ti da l'autorità per decidere qual è il fine della razionalità epistemica?". Io potrei rispondere ingenuamente, ma correttamente: se il fine della razionalità epistemica fosse quella di fare delle buone torte, allora semplicemente non chiameremo questo 'razionalità epistemica'.
Questo vale anche per l'etica... chiamiamo 'etica' ciò che tende a lenire la sofferenza dell'altro, mentre se l'unica nostra preoccupazione fossimo noi allora questo lo chiameremo 'egoismo'.

Detto questo, ora ci siamo liberati di una visione metafisica e teologica della morale, una morale assoluta, una morale che non guarda in faccia a nessuno, spietata e fredda, una morale valida sempre e ovunque, senza curarsi di niente e nessuno... una morale che, in fondo in fondo, non ci appartiene e che (come ho sostenuto nel topic sul relativismo) è un nonsense: 'morale assoluta', ma cosa mai vorrà dire?!?

Eliminando tutto ciò che c'era di superfluo, ora abbiamo a disposizione un'etica umana e oggettiva. Questa, avendo come fine il lenimento della sofferenza altrui, si articolerà nella dimensione umana dei sentimenti, degli interessi, dei valori e dei desideri umani. Tutte cose radicalmente contingenti, ma ugualmente così terribilmente importanti.

Come diceva Lèvinas, l'altro, verso il quale ci si sente in obbligo, verso il quale si sente la responsabilità di aiutarlo, deve essere altro da sé. Non aiutiamo l'altro perché ci specchiamo in lui, perché lui è in qualche modo me stesso. No, questo esulerebbe dall'etica perché sarebbe una forma di egoismo. L'altro deve essere il diverso, il non-me.
Da qui l'illegittimità etica del razzismo, una forma camuffata di crudele egoismo che non vuole riconoscere la sofferenza dell'altro, anzi che la vuole ingigantire.

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Vecchio 01-11-2008, 09.11.55   #53
emmeci
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

Quello che mi distacca da tutte queste belle affermazioni di anti-razzismo è il loro alone idillico, che mi ricorda De Amicis, il canto di Natale e la capanna dello zio Tom: ma se fosse così facile e naturale baciare il diverso ci sarebbe bisogno di tanti sforzi tesi a dimostrare che la nostra specie è una sola e che non ce n’è un’altra? Il che poi non è vero: ci sono state almeno tre specie umane, dicono gli antropologi, prima di noi e si può immaginare che il ricambio non sarà avvenuto soltanto con uno scambio di doni che, come mostra Pandora, possono celare veleni. No, qui si tratta di un problema morale non naturale, visto che le leggi della natura dividono gli animali in predatori e predati, e se l’uomo immagina qualcosa d’altro sogna di trovarsi in un mondo che non è natura e dove imperano leggi più belle ….D’altra parte, anche se vogliamo credere in un distacco più soft da ciò che è natura, quasi un gentile ramificarsi, non so se risalterebbe con tanta evidenza il quadro di un armonioso giardino. No, bisogna accettare questa prima verità, cioè che tutto è diverso, che basta lo scarto di un gene e nasce un sentimento piuttosto che un altro, figurarsi poi in un cervello composto di miliardi di cellule ….Un mondo che nasce amoroso è un’utopia e se qualcuno crede di vivere in un giardino e non in una foresta o una savana ho paura che sfogli le pagine di un album per signorine (signorine di una volta, non le odierne ragazze cattive). Dunque viva il diverso! Poiché è proprio questo che può farci sperare di poter vivere in un mondo più bello, solo che non basta gridare “abbasso il razzismo”, ma dobbiamo impegnarci con le nostre misere forze di renderlo tale. In fondo è questo che distingue il sogno dalla realtà.
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Vecchio 01-11-2008, 14.29.38   #54
epicurus
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Citazione:
Originalmente inviato da emmeci
Quello che mi distacca da tutte queste belle affermazioni di anti-razzismo è il loro alone idillico, che mi ricorda De Amicis, il canto di Natale e la capanna dello zio Tom

Non capisco che rilevanza abbia l'ottimismo (o il pessimismo) con ciò che ho scritto. Non ho detto cose come "L'uomo in realtà è buono" o "In futuro non vi sarà più il problema del razzismo". Per questo chiedo che cosa centri l'idillio con quando ho scritto. Ciò che ho cercato di mostrare è come il razzismo sia eticamente scorretto.

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Un mondo che nasce amoroso è un’utopia e se qualcuno crede di vivere in un giardino e non in una foresta o una savana ho paura che sfogli le pagine di un album per signorine (signorine di una volta, non le odierne ragazze cattive). Dunque viva il diverso! Poiché è proprio questo che può farci sperare di poter vivere in un mondo più bello, solo che non basta gridare “abbasso il razzismo”, ma dobbiamo impegnarci con le nostre misere forze di renderlo tale. In fondo è questo che distingue il sogno dalla realtà.

Io sono d'accordo che per sconfiggere il razzismo dobbiamo agire, ma qui siamo su un forum di filosofia e si stava scrivendo di razzismo. Quindi ho risposto scrivendo cosa ne penso.
Ripeto, non ho detto che il mondo in cui viviamo è bello e buono, ho solo cercato di spiegare perché l'essere razzisti è sbagliato.

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Vecchio 01-11-2008, 18.00.27   #55
VanLag
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Originalmente inviato da epicurus
le colpe delle religioni (di alcune religioni, possiamo dire principalmente quelle monoteistiche?)
Sicuramente le religioni monoteiste hanno un impatto diverso sulla storia umana di altre religioni direi un impatto più forte, più aggressivo. I “figli di Dio” hanno, nel loro pensiero, bene motivo di sentirsi superiori a quelli che non si riconoscono figli di Dio, ma qualche cosa di analogo, ad esempio, sta alla base di uno dei principali testi dell’induismo, (il Mahabarata), dove l’odierna razza umana viene fatta risalire ad una guerra epica che vide impegnati da una parte i Pandava e dall’altra di Kurusava. Mi si dirà: - beh che c’è di strano in questo? -
Bhe la cosa strana è che i Pandava erano figli degli dei mentre i loro rivali erano nati da una palla di carne divisa in 100 pezzi. Fortunatamente l’induismo non si rifà solo a questo testo epico, (che contiene anche la Bagavad Gita), ma come possiamo vedere, l’elemento di una stirpe superiore è presente anche qui.

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Originalmente inviato da epicurus
chiamiamo 'etica' ciò che tende a lenire la sofferenza dell'altro, mentre se l'unica nostra preoccupazione fossimo noi allora questo lo chiameremo 'egoismo'.
Con lo stesso schema di pensiero io potrei dire che il fine dell’etica è quello di portare l’ordine nelle società. A chi mi chiedesse come faccio ad esserne sicuro gli risponderei che se il suo fine fosse quello di portare il caos la chiameremmo terrorismo.

Tenendo comunque per buona la tua definizione sul fine dell’etica: - il fine dell'etica è il lenire la sofferenza dell'altro – non colgo come ciò si colleghi a questa tua altra affermazione: - ora abbiamo a disposizione un'etica umana e oggettiva – Lo dico perché sarei felice se trovassi davvero un’etica “oggettiva” .

Magari preciso che io per oggettivo intendo un affermazione che sia razionalmente spiegabile e razionalmente verificabile. Cioè che soddisfi la ragione.

Inoltre una tale esposizione non porta ancora con se nessuna spiegazione razionale del perché l’uomo dovrebbe essere etico o perché sia male non essere etici. Cioè se io chiedessi – perché è male il razzismo – e qualcuno mi dicesse - è male perché non è etico - io potrei ancora chiedergli – e perché uno deve essere etico? –

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Vecchio 01-11-2008, 18.18.04   #56
VanLag
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Originalmente inviato da emmeci
Il fatto è che qui – cioè di fronte alla moralità o immoralità delle azioni - noi passiamo su un piano che non è più quello della verità scientifica e forse neppure quello della filosofia (vedi con quanta difficoltà un filosofo riesce ad affrontare i problemi dell’etica!).
Portata all’estremo questa tua considerazione significa che il bene ed il male sono un fatto soggettivo, e come tale dipendono dalle opinioni del singolo.

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Vecchio 01-11-2008, 19.56.40   #57
Giorgiosan
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

Vorrei suggerire di distinguere l'etica individuale da quella sociale.

Il fine dell'etica sociale è il bene comune mentre quella dell'etica individuale ha differenti fini a seconda dell'individuale visione del mondo e questa può essere eteronoma o autonoma.

Si possono anche fare altre distinzioni ma senza distinguere non è facile parlare dell'etica tout court.

Se si vuole fare un discorso etico sul razzismo e stabilire se per la propria coscienza il razzismo è male bisognerà capire contro quale principio urta....tenendo conto che vi sono molte etiche individuali (relativismo etico): morale edonistica. morale eudemonista...
Infine ( o meglio al principio) bisognerebbe chiarire l'antropologia di riferimento...perchè non si può dire cosa deve fare l'uomo se non si sa cosa sia l'uomo.

Ci sono a volte interminabili, se pur piacevoli, discussioni proprio perchè non si chiariscono le proprie posizioni a monte.

Se si vuole esaminare il razzismo dal punto di vista del bene comune bisognerà partire dal principio che lo sconfessa...tenendo conto che vi sono diverse concezioni del bene comune ( relativismo sociale).

La mia è solo una proposta che potrebbe rendere più feconda la disanima del fenomeno razzismo

Ciao

Ultima modifica di Giorgiosan : 01-11-2008 alle ore 21.43.33.
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Vecchio 01-11-2008, 22.44.01   #58
VanLag
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Originalmente inviato da Giorgiosan
Vorrei suggerire di distinguere l'etica individuale da quella sociale.

Il fine dell'etica sociale è il bene comune mentre quella dell'etica individuale ha differenti fini a seconda dell'individuale visione del mondo e questa può essere eteronoma o autonoma.

Si possono anche fare altre distinzioni ma senza distinguere non è facile parlare dell'etica tout court.

Se si vuole fare un discorso etico sul razzismo e stabilire se per la propria coscienza il razzismo è male bisognerà capire contro quale principio urta....tenendo conto che vi sono molte etiche individuali (relativismo etico): morale edonistica. morale eudemonista...
Infine ( o meglio al principio) bisognerebbe chiarire l'antropologia di riferimento...perchè non si può dire cosa deve fare l'uomo se non si sa cosa sia l'uomo.

Ci sono a volte interminabili, se pur piacevoli, discussioni proprio perchè non si chiariscono le proprie posizioni a monte.

Se si vuole esaminare il razzismo dal punto di vista del bene comune bisognerà partire dal principio che lo sconfessa...tenendo conto che vi sono diverse concezioni del bene comune ( relativismo sociale).

La mia è solo una proposta che potrebbe rendere più feconda la disanima del fenomeno razzismo

Ciao
Non so se si capisce ma per quanto mi riguarda in questo contesto, (cioè in questo forum), non solo l’etica ma anche la filosofia ha valore se si rivolge al sociale, cioè se fornisce le forme pensiero che servano a fare funzionare meglio le società. Per quello che riguarda la sfera individuale la mia esperienza mi ha insegnato che è una pessima idea dibattere i problemi o i dubbi della propria coscienza in pubblico.

Rimane il dubbio cosa sia migliore o cosa sia bene e, da quanto esposto anche nei post recenti, mi pare che la cosa migliore e forse l’unica che possiamo fare sia parlare di “bene comune”, cioè di un bene ampiamente condiviso, con la coscienza però che l’ampiezza della condivisione non basta a certificare che quello sia il Bene, (con la B maiuscola). Ma nell’attesa di trovare una filosofia che ci dia le strutture per individuare un bene oggettivo e quindi facilmente dimostrabile, mi sembra che il bene convenzionale possa andare bene, (la cacofonia è inevitabile ) .

Il discorso sull’antropologia di riferimento vale per qualsiasi discorso facciamo, vale persino per i discorsi pratici, perché ad un nomade, ad esempio, difficilmente si potrà raccontare i vantaggi abitativi di una casa fatta in gasbeton. Comunque nel nostro caso l’antropologia di riferimento credo sia implicitamente quella di “uomini occidentali” e non la qualificherei ulteriormente.

Quello sulle discussioni interminabili è abbastanza vero, anche se, secondo me, ci sono dei pregi anche nelle discussioni interminabili, ma è pur vero che spesso il dialogo è reso difficile. Spesso si da molto per scontato e spesso usiamo male le parole. Imparare a ridare alle parole il loro senso reale sarebbe già un grande passo in avanti…… Ovviamente l’autocritica, in questo caso, parte da me, nel senso che riconosco di dare molte cose per scontate e di non sapere ancora usare bene le parole, più un tot di altri limiti che non sono oggetto del 3d.

VanLag is offline  
Vecchio 02-11-2008, 10.03.41   #59
emmeci
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Hai ragione, epicurus: e io non mi riferivo certo a te quando parlavo di atmosfera idillica, ma d’altra parte è difficile distinguere in un martellare e aggrovigliarsi del contraddittorio - forse anche perché non so ben manovrare le citazioni e preferisco comunque affrontare sempre di petto il problema. Il quale mi sembra da impostare così: in generale – non solo nei mass-media ma anche nei nostri discorsi – pronunciare la parola razzismo vuol dire sollevare ripulse indignate: oh, che brutta parola!
Io ho tentato di spiegare che se negare il razzismo significa negare l’esistenza del diverso, questo non è giusto: l’esistenza del diverso non è un’ubbia di qualche sciagurato, ma è un dato scientifico ben fondato in quanto l’intero albero della vita, almeno per gli evoluzionisti, è un ramificarsi nel diverso – tanto che non sai all’inizio quale sarà il ramo più saldo e destinato a produrre dei buoni frutti. Il che non vuol dire ovviamente che io giustifichi il razzismo ma che ogni progresso morale è un progresso arduo e che non ammette l’uso di benedizioni e d’incenso, anche se la sua mira è di creare quell’affinità che, dipendendo non da cause naturali ma da ideali etici, ci porta per così dire a un altro livello (ecco che ritorna il “diverso”). Si potrebbe dire: c’è un diverso buono e uno cattivo? Il diverso buono ha molta affinità con quella che, da Platome a Hegel, si chiamava dialettica: una vera trasfigurazione del diverso, che non può attuarsi in un attimo ma che forse ha bisogno della storia intera per poter produrre i suoi buoni frutti….
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Vecchio 02-11-2008, 11.17.35   #60
Giorgiosan
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Originalmente inviato da VanLag
Non so se si capisce ma per quanto mi riguarda in questo contesto, (cioè in questo forum), non solo l’etica ma anche la filosofia ha valore se si rivolge al sociale, cioè se fornisce le forme pensiero che servano a fare funzionare meglio le società. Per quello che riguarda la sfera individuale la mia esperienza mi ha insegnato che è una pessima idea dibattere i problemi o i dubbi della propria coscienza in pubblico.

Rimane il dubbio cosa sia migliore o cosa sia bene e, da quanto esposto anche nei post recenti, mi pare che la cosa migliore e forse l’unica che possiamo fare sia parlare di “bene comune”, cioè di un bene ampiamente condiviso, con la coscienza però che l’ampiezza della condivisione non basta a certificare che quello sia il Bene, (con la B maiuscola). Ma nell’attesa di trovare una filosofia che ci dia le strutture per individuare un bene oggettivo e quindi facilmente dimostrabile, mi sembra che il bene convenzionale possa andare bene, (la cacofonia è inevitabile ) .


Il discorso sull’antropologia di riferimento vale per qualsiasi discorso facciamo, vale persino per i discorsi pratici, perché ad un nomade, ad esempio, difficilmente si potrà raccontare i vantaggi abitativi di una casa fatta in gasbeton. Comunque nel nostro caso l’antropologia di riferimento credo sia implicitamente quella di “uomini occidentali” e non la qualificherei ulteriormente.

Quello sulle discussioni interminabili è abbastanza vero, anche se, secondo me, ci sono dei pregi anche nelle discussioni interminabili, ma è pur vero che spesso il dialogo è reso difficile. Spesso si da molto per scontato e spesso usiamo male le parole. Imparare a ridare alle parole il loro senso reale sarebbe già un grande passo in avanti…… Ovviamente l’autocritica, in questo caso, parte da me, nel senso che riconosco di dare molte cose per scontate e di non sapere ancora usare bene le parole, più un tot di altri limiti che non sono oggetto del 3d.


Si dovrebbe distinguere l'intolleranza nei confronti di chi è percepito come "diverso", dal razzismo.
Nel mondo globalizzato, c’è una intolleranza che è diretta specificamente contro gli stranieri, e si chiama xenofobia. Questa può essere alimentata da interessi economici o da preoccupazioni di ordine sociale o da altri motivi; deve essere comunque distinta dal razzismo se vogliamo dare alle parole un qualche peso.
Certamente, nella libertà, si può anche scegliere una forma di esprimersi del tutto individuale, che però non favorisce certo il confronto ed il dialogo filosofico.
Quindi razzismo è propriamente la convinzione di una superiorità fondata, a torto o a ragione, geneticamente. Quindi, un discorso oggettivo, per quanto possibile, che voglia confutare il razzismo deve essere fondato sulla biologia e sulla storia dell’umanità.

Rilevo che, il monogenismo, teoria biologica secondo la quale il genere umano discenderebbe da un unico centro di origine negherebbe dalle fondamenta ogni ideologia razzistica al contrario del poligenismo , secondo il quale il genere umano discenderebbe da molteplici centri di origine.

Sicuramente, però, non tutti gli uomini sono uguali per la varia capacità fisica e per la diversità delle forze intellettuali e morali.
Anche la cultura, intesa come insieme di tradizioni, leggi, costumi , religione ecc. ecc, . differenzia interi gruppi umani da altri.

Non è politically correct fare distinzioni fra culture, intese come sopra, ma, è fuori di dubbio, almeno per me, che queste differenze esistono di fatto, a meno che, non si parli di cultura in senso astratto..
Metterei l’intolleranza culturale fra le forme della xenofobia.


In una morale eteronoma e cristiana, il razzismo si confuta in modo definitivo per la convinzione che siamo tutti fratelli, e che ognuno è richiesto ad amare il prossimo come se stesso, il che spinge a rinnegare anche ogni sentimento xenofobo.

La morale sociale che discende da questa antropologia morale non può, ovviamente, giustificare razzismo e xenofobia, perchè contrari al bene comune

In ultima analisi, tuttavia, la mia argomentazione è frutto di fede....ma chi non fa riferimento ad una fede?

Ciao

P.S. Non è una confutazione di quanto hai scritto ma sono considerazioni di ordine generale.

Ultima modifica di Giorgiosan : 02-11-2008 alle ore 13.14.18.
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