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Vecchio 28-01-2013, 13.12.34   #41
paul11
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Nozick ,francamente, vale poco dal punto di vista dell’analisi del diritto; è molto più bravo come logico analitico.Il suo “stato minimo” è una teorizzazione del diritto naturale dove anche quì c’è la salvaguardia della proprietà privata aprioristicamente. E per quale motivo una persona senza proprietà dovrebbe accettare un patto sociale e una contrattazione dove si crei una terza persona definito Stato che ha il compito precipuo, secondo Nozick, di salvaguardare l’interesse privato(il vantaggio del privilegiato ) e assolutamente di nno aver nessun compito di giustizia distributiva della ricchezza, in quanto abolisce la solidarietà?
Lo Stato di Nozick è una contraddizione in termini, o meglio è il concetto di Stato che nasce “per tener buoni”gli “ultimi” con il monopolio della violenza.
La cosa interessante ,dal punto di vista della filosofia del diritto è la teorizzazione pre contrattualistica del “diritto di natura” che da Gorzio a Rossseau ha toccato tutta la fase Umanistica e Illuminstica della cultura.
Nozick è un pretesto culturale per avvalorare le tesi culturali dei neocon: ma nno ha un affrancamento culturale degno del termine.
Sono d’accordo con Mauro (Oxdeadbeef) su Spencer e Stuart Mill, quest’ultimo è molto importante nella teoria utilitaristica.

Le teorie del diritto naturale o giusnaturalismo e che passano per contrattualistiche sono superate storicamente dallo stato sociale e dalla stato politico.
Qui semmai vanno approfonditi il pensiero di Rousseau che condizionò in modo fondamentale un certo Robespierre nella Rivoluzione Francese e il pensiero di Hegel che sarà suddiviso in “destra “ e sinistra” e influirà sul concetto di storicismo: da Marx a Fuerbach, ecc.

Il positivismo con il concetto di progresso e di diritto vince sul piano culturale in tutto il Novecento: questo è il dato storico che ne emerge.
I tentativi dell’anti modernità , portati avanti dalle idee conformiste delle cosiddette “destre” si caratterizzano nel tentativo storico di “tornare indietro”storicamente e nella costruzione dell’idea di “èlite”, di pochi uomini “eletti” che possono guidare l’umanità.
Leo Strauus è uno di questi che cerca di tornare addirittura alla filosofia di Socrate, Platone e Aristotele, per dimostrare che quella cultura politica era superiore a quella della modernità e vi trova addirittura una scrittura esoterica nei testi antichi decifrabili dai soliti eletti
I conservatori tentano attaccando lo storicismo e la relatività culturale di costruire riferendosi al passato una cultura alternativa. Non è altro che cercare una dignità culturale pretestuosa allo stato di privilegio e di dominio che hanno nella società.
Non c’è in realtà una cultura che sia degna del termine che sappia essere alternativa all’attuale, anzi.
Ritengo persino che dopo la caduta del Muro di Berlino del 1989 vengano meno persino le differenze “pratiche” fra destra e sinistra e diventano confusi e trasversali i concetti di conformismo e progressismo. Si sta assistendo ad una corsa verso il “centralismo” in tutto l’Occidente , venendo a mancare il concetto di “classe sociale” con una sua precisa identità. Sembra che siano in qualche modo esauriti ,dopo il pensiero rivoluzionario anche quello riformistico, mancando una cultura che li supporti e che aiuti ad una progettualità. Rimane una bieca politica di consenso costruita su promesse elettorali e per me questo è ormai trasversale nell’arco politico.
Non c’è nemmeno la contrapposizione fra tanto Stato e Stato minimo, ormai il punto di equilibrio è uno Stato che distribuendo in maniera più o meno oculata la ricchezza e i servizi , garantisce la tenuta del tessuto sociale con la pace sociale .La politica sta oggi governando la possibile tensione sociale.

Allora si intuisce che i pensieri di Von Hayek , Strauss o Nozick che non entrano nemmeno sui concetti fondamentali della tenuta di uno Stato come garante di normative ugualitarie che si esplicano di fatto fra privilegiati e gli “ultimi”, non entrano nella realtà.

In sintesi, se in un post che ho letto in una discussione si evince che siamo 7-8 miliardi di “teste”” differenti per estremo opposto debbo arguire che è un miracolo se riescono a convivere senza massacrarsi l’un con l’altro.
Significa che le teorie del diritto, della politica e dell’economia orami sono trasversali e non possono tener conto del concetto di “diversità” ,intesa come sociale, economica. Qualunque teoria che esula quindi dal contesto delle divisioni sociali e non interviene nel concetto di Stato moderno politico non è una teoria degna di cultura, perché ormai la storia ha dimostrato che continuamente riconfigura questo modello se si svuole convenzionale , ma che resiste nel tempo. La pace sociale è un punto di equilibrio fra forze contrastanti ed è la premessa sostanziale che storicamente vediamo nei passaggi ,dalla schiavitù ai “liberi”, dai plebei ai servitori della gleba ai proletari e adesso? Nozick e Von Hayek dimenticano che le premesse della Rivoluzione francese e quella comunista erano anche nel “quarto stato” e nel “proletariato” o fingono di non saperlo?
Se lo Stato riesce tutt’ora a reggere come concetto di arbitraggio fra le parti è perché ha dovuto sempre storicamente concedere dei diritti agli “ultimi” e diventare Stato del benessere (welfare state) Che poi questi diritti siano più teorici che pratici per cui sono visibili le ingiustizie sociali e i privilegi di “caste”, è tutto un divenire da compiere , è una storia ancora da scrivere. Perché anche il diritto ha un prezzo economico e se socialmente non è controllata l’economia, quest’ultima si riprende nella pratica ciò che è sancito nella teoria del diritto e nelle conquiste sociali (la disintegrazione del Welfare)
Quello che manca, a mio modestissimo parere, è un analisi che entri su aspetti e concetti fondamentali sia dal punto motivazionale e storico (del perché sono nate), sia dal punto di vista formale ( giuridicamente formalizzati negli ordinamenti ) come ad esempio : l’interesse sul capitale, la personalità giuridica distinta dalla personalità fisica, la società anonima che poi diviene società per azioni( e anche la distinzione a sua volta di società di persone e società di capitali)
paul11 is offline  
Vecchio 03-02-2013, 01.19.10   #42
0xdeadbeef
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@ Paul11
Certo che lo Stato "minimo" di Nozick è un concetto di stato nato per tener buoni gli ultimi con il monopolio
della violenza. Non a caso, nell'ideologia Neocon, esso diviene "minimo-ma-forte".
Il problema "per me", è quello di individuare non tanto ciò che "dovrebbe essere", ma ciò che "è". E ciò che
"è" è, a mio avviso, una estensione "morbida"; indolore; direi quasi "soporifera" della sintesi scaturita
dalle visioni che Von Hayek e Nozick avevano rispettivamente nei campi politico-sociale-economico e giuridico.
Non vedo, altrimenti, come spiegarmi la decadenza in atto del sistema democratico; una decadenza che si
concretizza soprattutto nel "contratto" (fra parti private) come fondamento del Diritto, e nell'emergere
di una politica che relega le forme democratiche (penso solo all'irrilevanza legislativa dei parlamenti)
nella marginalità.
Francamente, a me sembra che ad emergere sia un altro dato storico che non quello che "vince sul piano culturale
in tutto il novecento (il concetto di progresso e di diritto)". A me sembra che a "vincere" sia la tecnocrazia.
Una tecnocrazia che assume come suo fondamento l'affermazione di Von Hayek circa una razionalità individuale
che, essa sola, forma l'"ordine sociale" (siccome poi, come stiamo assistendo per la povera Grecia, questo
"ordine sociale" null'altro è che l'ordine del forte; la "pax" romana del conquistatore; c'è bisogno di un
apparato repressivo che stronchi sul nascere gli eventuali disaccordi - e a questo ha pensato Nozick).
E cos'altro è, la tecnocrazia, se non il governo di elites economiche; se non il governo di supposti "competenti"
che, come moderni filosofi, guidano un'umanità ritenuta incapace di individuare cosa sia meglio per lei?
Non vedi come nelle "stanze del potere" vi siano personaggi che ritengono di non dover nemmeno spiegare al
"volgo" il loro agire (ogni riferimento a Monti e compagnia è fortemente voluto)?
Certo qui torna la teoria di Strauss, il quale ritiene, averroisticamente, che vi siano due verità; una, quella
PER il volgo, che deve continuare a credere nei "valori", e una per i "sapienti": i soli che sappiano
sopportare la cruda realtà di ciò che è vero (e il vero è, nel nostro caso, l'inefficacia della democrazia,
e l'efficacia del governo delle elites).
In realtà, io trovo che la corsa verso il "centralismo", l'oscuramento che hanno subito le categorie di "destra"
e di "sinistra", siano fatti che rientrano a pieno titolo in questo nuovo paradigma "globale".
Non è certo la classe sociale che è venuta a mancare, bensì la coscienza di far parte di una classe sociale.
E questo è avvenuto semplicemente perchè, in nome di una razionalità individuale che forma, essa, l'ordine
sociale, si è trascurato che quella razionalità individuale potesse essere, almeno in potenza, diversa da
individuo a individuo (a questo era arrivato persino un pensatore chiaramente di destra come V.Pareto).
Nell'assioma metafisico per cui l'utile individuale corrisponde all'utile collettivo (un dogma che costituisce
da secoli il substrato di qualsiasi teoria liberale) non trova posto il "conflitto": per questo oggi alle
menti meno use a pensare profondamente sembra che la destra e la sinistra politiche siano "sorpassate".
Tuttavia (come spiego anche nel post: "Dal pensiero debole al pensiero breve"), io credo che l'oblio del
"conflitto" non possa rappresentare che l'oblio della stessa democrazia (che sulla risoluzione del conflitto
si regge). Perchè se viene accertato (e la teoria hayekiana lo "accerta" - che poi lo faccia ideologicamente
è un altro discorso, ma tanto nessuno si accorge di questa radice ideologica) che l'utile dell'individuo
corrisponde all'utile della collettività, allora basta offrire all'individuo tutta quella gamma di strumenti
che gli consentono di dispiegare al massimo la sua "razionalità" (che non corrisponde certo all'arcaica "ragione").
Personalmente, chiamo questa gamma di strumenti "mercatismo".
un saluto
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Vecchio 11-02-2013, 19.00.31   #43
ulysse
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L’Antigone di Sofocle
Commento di UMBERTO GALIMBERTI

Mi pare interessante riportare il commento all’Antigone di Sofocle che trovo in una pagina di Umberto Galimberti.

Suppongo nota (la richiamo brevemente) la storia di Antigone il cui fratello Polinice, morto traditore, è condannato a non essere sepolto e a non trovare, quindi, pace nell’Ade.
Antigone seppellisce, invece il fratello invocando la legge degli Dei che imporrebbe di seppellire i cadaveri.

Creonte, sovrano di Tebe, la condanna!

D’altra parte l’indovino Tiresia accusa Creonte di empietà e lo ammonisce a non sfidare l’ira degli dei che lo puniranno con la morte del figlio.

Nel suo commento, Galimberti cita Hegel che discorda da Sofocle: a parere di Hegel, infatti, i diritti del sangue e della parentela non possono prevalere sulle leggi della “città”.
Con tutta la pietà e la comprensione che si può avere per Antigone, Hegel avrebbe ragione, perché la legge del sangue innesca la catena delle vendette come le tragedie greche dimostrano.
Catena che si interrompe solo quando il conflitto viene affidato al tribunale della città.

Il tema dell’Antigone ci riporta ai giorni nostri, in particolare alla situazione italiana: non vinceremo mai la mafia se le leggi della parentela e del sangue hanno la meglio sulla legge della “città”.

Non arriveremo mai a migliorare la “città” se le leggi familistiche della raccomandazione, delle conoscenze, dello scambio di favori, ecc… privilegiano figli e parenti ai meritevoli.

E non vale neppure invocare, come fa Antigone, le leggi non scritte e immutabili degli Dei, perché non può esserci interferenza religiosa nella formulazione e nell’ossequio alla leggi della “città”, come invece, al contrario, capita spesso da noi.

Sofocle, mettendo in scena il conflitto fra la legge del sangue, della parentela, degli Dei e la legge della “città”, offre, già nel V secolo a.C., un grande tema su cui riflettere e intorno a cui decidere da che parte stare.

Noi italiani non abbiamo ancora del tutto imparato a stare, senza esitazione, dalla parte della legge della “città”: questo è, senz’altro, ciò che ancora è alla base della nostra arretratezza e del nostro mancato sviluppo.
Ovvio che s’intende che la legge della “città” sia giusta ed efficace.
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Vecchio 12-02-2013, 23.37.37   #44
paul11
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Quello che è in conflitto è il concetto di democrazia contro i liberismo o “mercatismo” come lo definisci.
La democrazia è un concetto che nasce molto tempo fa e che è stato di nuovo contemplato da grandi pensatori come Kant,Hobbes, Rousseau, Hegel e poi….fine. Sono questi che hanno considerato la morale, i valori calati nel diritto e architravi delle costituzioni moderne.
Il liberismo nasce dall’empirismo e si rilancia con le teorie biologiche e darwiniste: la legge del più forte, è semplicemente lì, la meritocrazia contro il demos.
Quello che cerco di dire e di sostenere è che quando la grande cultura smette di essere propositiva riemerge la piccola cultura: la morale contro l’animale.

La tecnocrazia cioè un vero e proprio governo di tecnici ,a parte le parentesi italiane, nno è mai esistita.
I tecnici emergono dalle specializzazioni dei saperi, dalla divisione del lavoro e della conoscenza.
Quando una organizzazione cresce, che sia imprenditoriale o uno Stato diventa impossibile per colui che prima riusciva ad avere sotto controllo fisicamente l’organizzazione, il poterla gestire. Allora delega i processi funzionali a specialisti i quali sovrintendono e riportano gerarco funzionalmente.
(Anche quì vale il paragone biologico,dalla cellula singola, ad un corpo umano). Il politico attuale, come il proprietario di una media e nno parliamo di una grande industria ha la necessità di avere tecnici, cioè esperti della conoscenza settoriale, in quanto coloro che governano quando decidono le strategie hanno necessità di consultarli.
Ma i tecnici nno sono mai stati omogenei , sono i vecchi saggi del re dell’antichità.Sono influenti , ma nno hanno un potere formale. E' la necessità organizzativa storica dell’umanità che li ha chiamati ad avere un ruolo all’interno delle organizzazioni.C’è stata una teoria delle èlite, ma nno ha avuto fortuna storica e nno era legata alla tecnocrazia.

Ma ritornerei a quel concetto importante che formuli: il conflitto, come dialettica storica anche e nno solo di scopi diversi.
Il riformismo temo che abbia esaurito la sua forza nel momento in cui ha tentato di sopire questo conflitto ponendo lo Stato come interlocutore privilegiato fra classe imprenditoriale classe lavoratrice. Ha cambiato il linguaggio di “classe” e ha pacificato i conflitto dando agli uni la continuità del profitto e agli altri lo stato sociale i suoi diritti.Ha funzionato con il welfare soprattutto con i modelli socialdemocratici austriaci, tedeschi, svedesi.
La classe politica cerca i consenso quindi interclassista.
Ma il l liberismo invece non ha mai smesso di configgere , ricattando lo Stato come interlocutore privilegiato e come vero produttore, ideatore, inventore della creazione della ricchezza economica da cui si sostenta qualunque tipo di organizzazione sociale.
Come lo Stato è entrato in crisi economica e politica (intendo a livello mondiale e quindi non in specifico solo dell’Italia) il keynesianesimo modernizzato è finito in soffitta soppiantato dal monetarismo più efficiente: più impresa e meno Stato, dove quest’ultimo è inteso come parassitario dell’individualità.Ha vinto per ora il merito sul demos.
La forza del liberismo è la sua “in- cultura”, non ha necessità di morali o valori gli basta pensare la legge della natura del più forte che vince.
Il riformismo invece ha necessità di un corpus organico culturale per rilanciarsi e deve avere capacità predittivie, deve scommettere su un modello futuro, avere l capacità del “visionario” ,cioè rendere attuale ciò che sarà, perché la sua forza è la condivisione su un progetto,ricostruire la fiducia sul futuro e dare un senso ad un percorso sempre irto di ostacoli.
Quello che sostengo un pò ovunque su queste tematiche è che la in- cultura emerge nel momento in cui finisce la progettualità della grande cultura ,quando anche i “tecnici” del sapere e gli scienziati erano filosofi e allora prestavano il loro sapere nel corpus organico della cultura. Oggi siamo operativi specialisti della “piccola cultura”.

Io vedo veramente un sistema “inerziale”che nno ha una progettualità e quindi molto simile al modello di Von Hayek.
Non credo o forse non voglio credere che la filosofia sia morta, intesa proprio come una qualità molto alta dell’umanità oltre che di saper ragionare su tematiche che sfidano il pensiero che sia sfidante anche nella realtà, nella pragmaticità di tutti i giorni: più umani e meno animali.

Nel mio modo di vedere coloro che hanno la fortuna di avere una grande mente dovrebbero donare il loro sapere ai loro simili, così il merito tornerebbe al demos e il demos renderebbe grazia al merito.

Ultima modifica di paul11 : 13-02-2013 alle ore 08.03.11.
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Vecchio 13-02-2013, 22.30.22   #45
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@ Ulysse
E' molto interessante questa tua risposta.
Certo un tema, quello dell'"Antigone", che richiama per certi versi a quella "tensione" che caratterizza anche
il dualismo fra la "Città di Dio" e quella degli uomini in S.Agostino. O a quello fra la legge morale e la
legge giuridica in Kant.
Il "corpo" che dai alla tua risposta è affascinante, ma il "succo" è tutto nell'ultima riga: "ovvio che s'intende
che la legge della città sia giusta ed efficace". No, non è ovvio per niente (permettimi la brutalità, ma è
quel che ci vuole se ci si vuole intendere di più e meglio).
Chi è che giudica della giustizia e dell'efficacia delle leggi della città? Forse che Galimberti (non so di
preciso dove sia la farina del sacco suo e del tuo...) ignora che Hegel arrivò a parlare dello Stato come di
"Iddio Reale"? E quindi che facciamo, ricreiamo nella città quelle medesime qualità di infallibilità ed
onniscienza che abbiamo escluso CON la divinità?
E come si fanno, queste leggi della città (voglio dire con che sistema politico)? Con il voto di una massa di
rimbambiti? Con uno (il "filosofo" di nietzschiana memoria) che arriva e dice: "così dev'essere"? Come?
Ti ricordo quello che un grande (nonostante tutto lo era...) filosofo del diritto, C.Schmitt, disse all'indomani
della "notte dei lunghi coltelli": "non è tanto da chiedersi quanto ed in che modo l'azione del Fuhrer sia
stata conforme al Diritto, ma è piuttosto da chiedersi quanto ed in che modo sia stata, essa stessa, fondante
del Diritto".
un saluto
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Vecchio 14-02-2013, 18.09.13   #46
ulysse
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Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Ulysse
E' molto interessante questa tua risposta.
Certo un tema, quello dell'"Antigone", che richiama per certi versi a quella "tensione" che caratterizza anche
il dualismo fra la "Città di Dio" e quella degli uomini in S.Agostino. O a quello fra la legge morale e la legge giuridica in Kant.
Infatti il dilemma drammatizzato da Sofocle è stato a lungo dibattuto fino a trovare una soluzione nello stato laico ipotizzato dall’Illuminismo.
Soluzione non ancora pienamente e definitivamente attuata però…in specie in un paese, nominalmente cattolico e che ospita lo stato Vaticano.
Citazione:
Il "corpo" che dai alla tua risposta è affascinante, ma il "succo" è tutto nell'ultima riga: "ovvio che s'intende
che la legge della città sia giusta ed efficace". No, non è ovvio per niente (permettimi la brutalità, ma è
quel che ci vuole se ci si vuole intendere di più e meglio).
Mi rendo conto da queste poche righe (ciò che ho scritto io e ciò che tu hai inteso) quanto sia facile, appunto, il fraintendimento.
Infatti io ho inteso dire che Hegel e Galimberti hanno ragione quando s’intenda come acquisito che la legge della città sia giusta, efficace e correttamente applicata dal potere esecutivo.

Non ho inteso dire che, nella realtà delle cose, la legge della “città” è comunque giusta…e non concordo tanto con Hegel fino ad arrivare a definire lo stato come un “Iddio reale”!

Ammetto che nel caso di leggi ingiuste insorga il diritto alla ribellione...ma insorge il problema che tu stesso poni: chi giudica che la legge della città è giusta?...chi giudica, all’opposto, che la legge della città è ingiusta e quindi che sia legittima la ribellione?

A quel tempo (tempo mitico di Sofocle) era ancora, forse, possibile prendere a riferimento l’ipotetico volere degli Dei: ingiusta ed empia era la legge che trasgrediva il volere degli dei!
Infatti Antigone, sostenuta dal coro e dall’indovino Tiresia, così credeva.
Ma oggi la cosa è un poco più complessa.

Del resto non credo che Sofocle fosse interessato a mettere in dubbio la giustezza o meno della legge.
il problema che Sofocle poneva e sceneggiava drammaticamente a contrasto era semplicemente: supposto che la legge della città sia giusta e tuttavia divergente da quella degli dei cui invero dovremmo venerazione, come deve comportarsi il cittadino preso fra i due fuochi?
Come doveva comportarsi Antigone, sospinta dall’amore per il fratello, a disattendere la legge della città?

1)-Dovveva attenersi comunque alla legge della città per le esigenze pratiche e contingenti di una città coesa e governabile?

2)-Oppure, trascurando l’autorità laica nonchè le esigenze di un governo efficace, seguire comunque il suo cuore e la legge voluta dagli Dei?

Difficile dire oggi, per me moderno, quale soluzione dovesse prendere il cittadino di allora…e se Antigone avesse o no ragione…oltretutto, poi, c’è il fatto che Creonte era un dittatore…e certo le sue leggi erano pro domo sua!

E’ invece facile per me dire oggi quale sia il dovere del cittadino moderno nell’ambito di uno stato democratico ove si legifera con metodologie democratiche in un parlamento democraticamente eletto.

Quindi le condizioni affinchè le leggi dello stato democratico siano giuste sono tante e non si tratta solo di un giudizio a posteriori o del fatto lo stato sarebbe, come dice Hegel, l’Iddio reale!…

Io parlo di democrazia, ove è, in particolare, la metodologa perseguita che puo’ indirizzarci nel giudizio!

Si aggiunga che le leggi diventano tanto più ingiuste, inefficaci e compromissorie via via che i cittadini stessi ne divergono e le disattendono…credendo di esserne autorizzati …tanto possiamo!... le leggi sono ingiuste e oppressive! gli stessi leader lo affermano... e…tanto… sono corrotti e incapaci coloro stessi che dovrebbero elaborarle e perseguirle agli alti livelli…ecc…
E intanto siamo poi noi che ce li mettiamo, gli incapaci ed i corrotti, agli alti livelli!

Forse è qualcosa del genere ciò che accade oggi nel nostro paese cosiddetto democratico: il cane che si morde la coda!

Resta però che per fondare e mantenere uno stato di diritto le leggi vanno giustamente, abilmente elaborate con cultura ed esprienza giuridica... e giustamente perseguite con metodologie democratiche oltre ogni sotterfugio e personalismo di parte e familistico o di privilegio confessionale.
Citazione:
Chi è che giudica della giustizia e dell'efficacia delle leggi della città? Forse che Galimberti (non so di preciso dove sia la farina del sacco suo e del tuo...) ignora che Hegel arrivò a parlare dello Stato come di "Iddio Reale"? E quindi che facciamo, ricreiamo nella città quelle medesime qualità di infallibilità ed onniscienza che abbiamo escluso con la divinità?
Ho detto sopra:
Si tratta solo di perseguire le metodologie “democratiche”…per quanto sia vero che la “democrazia” deve essere continuamente riconquistata: senza nessun assolutismo, infallibilità e onniscienza!.

Infatti un famoso uomo politico del “900 (forse Churchill) ebbe a dire in un suo discorso... che la democrazia è un sistema orribile per governare un paese, solo che essa è tutto quello che abbiamo!
Citazione:
E come si fanno, queste leggi della città (voglio dire con che sistema politico)? Con il voto di una massa di rimbambiti? Con uno (il "filosofo" di nietzschiana memoria) che arriva e dice: "così dev'essere"? Come?
In effetti un popolo non formato alla democrazia, come potrebbe essere il nostro, aspetta continuamente un messia cui affidare le sue sorti… accade in effetti anche nella presente tornata elettorale…salvo poi pentirsi.
Citazione:
Ti ricordo quello che un grande (nonostante tutto lo era...) filosofo del diritto, C.Schmitt, disse all'indomani della "notte dei lunghi coltelli": "non è tanto da chiedersi quanto ed in che modo l'azione del Fuhrer sia stata conforme al Diritto, ma è piuttosto da chiedersi quanto ed in che modo sia stata, essa stessa, fondante del Diritto".
Forse il senso democratico di Schmitt non era molto sviluppato …oppure constatava semplicemente un dato di fatto: il braccio violento della popolazione tedesca aveva fondato un suo diritto: diritto alla violenza, alla sopraffazione ed al genocidio.

Ultima modifica di ulysse : 14-02-2013 alle ore 19.41.47.
ulysse is offline  
Vecchio 15-02-2013, 15.31.06   #47
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@ Ulysse
Ma la grandezza della tragedia greca, che poi è la grandezza dell'arte in genere (ecco perchè, dicevo nell'altro
post, l'arte vede più lontano di tutti - ma meno nitidamente di tutti), risiede nel lasciare aperto l'interrogativo;
nel non dare risposte.
E quindi, appunto: chi giudica circa la giustizia della legge della città (e ovviamente chi giudica della
giustizia della legge divina)?
E perchè mai oggi la cosa sarebbe più complessa? Forse che problemi come ad esempio quello circa la bioetica
non ripropongono ancora e sempre lo stesso dilemma? E' forse difficile, per te moderno, dire cosa abbia dovuto
fare allora Antigone mentre è facile dire cosa fare adesso? E su quali basi? Forse per il solo fatto che
adesso c'è la democrazia? Beh, se è solo per questo la democrazia non c'era al tempo di Antigone ma fu di poco
posteriore.
Hai presente il dialogo fra Socrate e le Leggi (intendendo quelle democratiche ateniesi)? In esso Socrate
afferma di averle preferite, è vero, ma solo in una continua tensione con le leggi della "patrios politeia"
spartana, ovvero con le leggi derivate dalla tradizione (e anche le leggi divine sono di natura tradizionale).
Io trovo che in queste condizioni di democrazia (condizioni che tu stesso rilevi, e che denotano un tasso di democraticità assai più scarso che nell'Atene di allora), ci sia da chiedersi se
Socrate avrebbe continuato a perseguire il medesimo atteggiamento.
un saluto
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Vecchio 17-02-2013, 11.45.53   #48
maral
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Per quanto mi è modestamente consentito, vorrei tentare su questo interessante discorso che affronta la contrapposizione tra democrazia e meritocrazia una lettura di tipo antropologico sociale con riferimento alle linee tracciate da un sociologo come Baumann e antropologi come Sahlins.
L'originaria struttura sociale che l'umanità ha conosciuto nelle prime comunità preistoriche, anche da quello che possiamo verificare nelle culture di etnie ancora sopravvissute di cacciatori raccoglitori (pigmei, boscimani, alcune tribù disperse in Amazzonia e in Indonesia) è che la struttura originaria di comunità che l'uomo ha realizzato fu di tipo estremamente democratico in cui le decisioni erano prese da tutta la comunità all'unanimità o quanto meno dai rappresentanti anziani delle famiglie, in modo assembleare e tutti con pari diritto. A volte esisteva una figura di capo tribù, ma con compiti solamente rappresentativi, mai decisionali. Io stesso alcuni decenni fa ebbi modo di raccogliere una testimonianza in tal senso da un vecchio nativo americano nella riserva in Ontario degli Uroni (gli indiani cattivi alleati con gli Inglesi del film "l'ultimo dei Moicani" per intenderci). In queste comunità il merito (ad esempio nella caccia, nella guerra ecc.) era sì onorato, ma non comportava posizioni di potere "aristocratico". Questo merito consisteva sia nel coraggio dimostrato in imprese belliche di rapina, sia nella capacità di procurare comunque enormi quantità di beni (animali, cibo ecc.), di entità ben superiori ai bisogni della comunità di appartenenza, da donare poi in segno di sfida ad altre comunità o da distruggere in feste collettive, i cosiddetti potlatch, una sorta di esibizione di potenza della comunità che obbligava gli altri a ripeterla per non mostrarsi inferiori in virtù (nel senso vir-ile del termine). Il meritevole era sì dunque una persona abile (nel procacciare queste risorse), ma soprattutto era un grande donatore disinteressato che esaltava il valore della comunità di cui faceva parte. Questo disinteresse nel dono costituì in origine il tratto aristocratico (ben prima che fosse fissato dalle regole di discendenza dinastica) che non entrava in contrasto con la gestione democratica del prendere decisioni per il bene comune, ma garantiva il rispetto all'intera comunità e quella supremazia dovuta al favore che gli dei concedevano all'individuo eccezionale (e quando questo favore veniva dagli dei ritirato, all'individuo eccezionale poteva benissimo essere imposto il ruolo di vittima sacrificale al fine di recuperarla).
Le cose cambiarono con la scoperta dell'agricoltura e dell'allevamento del bestiame, perché la tecnica in potenzialità garantiva quell'abbondanza che prima era solo merito di un fortuito favore divino e il compito quindi della comunità era garantirsi appunto un'abbondanza costante a salvaguardia di una società sempre più differenziata nel valore, in modo da tenere conto delle specifiche competenze nei processi decisionali. E'qui che la meritocrazia comincia a rivendicare in modo forte la sua preminenza sulla democrazia originaria, è qui che il dono disinteressato (e il sacrificio come distruzione dei beni) comincia a cedere il passo alla ratio costantemente necessaria per mantenere il surplus sulla cui controllata e oculata gestione si basa l'intero equilibrio sociale, è qui che Platone vede come meritevole tra i meritevoli chi sa farsi filosofo, ossia chi sa riconoscere la ratio eterna delle cose transienti, perché questa è la specializzazione che lo rende migliore, dunque privilegiato nell'aspetto politico che regge la polis, la nuova comunità strutturata ove non è più vero che ognuno valga uno. Il filosofo vede le cose come stanno e tiene in mano le redini della polis guidando i destrieri bianchi e neri in modo proficuo.
Si dice che Platone abbia costruito l'edificio di tutta la filosofia occidentale e con essa abbia tracciato il senso della stessa politica per come la si è intesa in Occidente, la sua Rebubblica è il modello di riferimento, anche se, con il crollo dell'episteme, non sono più i filosofi a venir pensati come i principali soggetti politici. Il coordinamento sociale ormai è garantito non dalla supervisione dei filosofi, ma dalla stessa ratio desoggettivizzata e definalizzata, prodotto necessario dalla somma delle competenze tra loro staccate che partono dalla pretesa trasfigurazione del puro interesse individuale in legge economica a cui tutto va ridotto, una specie di algoritmo divinizzato che non potrà mancare di funzionare. Il merito allora consisterà solo nel saper fissare e imporre le condizioni per farlo funzionare dimostrando che funziona, o facendo credere che funzioni. Allora la politica e con essa ogni etica diventerà solo mezzo di funzionamento o di intralcio a seconda di come si adegua alla necessità economica che misurando il profitto fissa il significato di progresso e la democrazia sarà solo finzione atta a circuire chi ancora si illude di valere qualcosa per quello che è, la democrazia può a questo punto essere solo un mezzo di illusione per creare consenso a quanto già è tecnicamente deciso senza farlo costare troppo e chi non si adegua a questa finzione è certamente matto. E i meritevoli? I meritevoli saranno solo i bravi funzionari nell'ambito delle loro specialistiche funzioni, ossia di chi funziona nel modo programmato in cui deve funzionare e sa di dover funzionare in virtù delle sue competenze.
La nuova classe meritocratica destinata a governare il mondo è inesorabilmente tecnica, mira all'accumulo costante del surplus e per farlo deve considerarlo sempre insufficiente. Nessuna governance tecnica ha mai avuto minimamente a che fare con la democrazia perché i problemi tecnici non si risolvono democraticamente, anzi; semmai con la costruzione di finzioni di democrazia se queste possono tornare tecnicamente, ossia retoricamente utili.
Un saluto.
maral is offline  
Vecchio 18-02-2013, 22.54.01   #49
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@ Maral e Paul11
Sono molto interessanti le tue riflessioni "antropologiche" (anche Levi Strauss, nel meraviglioso "Tristi
Tropici", parla dell'elezione del capo fra i "Nambikwara" come di un evento più temuto che ambito, visti i
gravi oneri, e i pochi onori, che quell'elezione comporta, o comportava).
Così come sono assolutamente d'accordo nel rilievo che dai alla cosiddetta "rivoluzione agricola", un evento
sempre troppo poco valutato ai fini delle enormi ripercussioni che ha comportato.
Tuttavia, io credo, sarebbe riduttivo pensare alla rivoluzione agricola come all'evento "definitivo", oltre
il quale cioè le cose non sono state e non avrebbero potuto essere più come prima (tanto per fare un esempio,
i terreni comuni delle tribù celtiche e germaniche hanno subito un processo di appropriazione solo in seguito
al contatto con Roma). Sarebbe, da un certo punto di vista, interessante analizzare come il confronto fra la
componente stanziale e quella nomadica abbia segnato lo svilupparsi delle culture in genere, così come quello
fra la componente agricola e quella mercantile abbia, a mio avviso, "segnato" in maniera fondamentale lo
svilupparsi della democrazia propriamente detta (quindi parlo di quel sistema politico non immediatamente
riconducibile a forme di egualitarismo "tribale", ma riconducibile semmai allo staccarsi dalle forme che il
potere politico aveva assunto nella "tribù").
Da questo punto di vista, mi sembra che si possa ipotizzare un certo connubio fra le libertà individuali che
la democrazia porta "in sè" e l'arricchimento che il commercio, e in misura trovo ben più rilevante che non
l'agricoltura, porta a determinate categorie di "noveaux riches", con la conseguente loro pretesa di "contare"
a livello politico.
Insomma: sarà un caso che la democrazia si sviluppi nella "mercantile" Atene e, dopo molti secoli, nella
mercantile Inghilterra? No, io non credo sia un caso, perchè fra democrazia e liberalismo (quindi anche quello
economico) vi vedo un certo rapporto (rapporto che è stato analizzato da J.P.Fitoussi in quella che mi risulta
essere una delle rare analisi sul fenomeno).
Semmai, ritengo, sarebbe il caso di distinguere fra la democrazia nata dalla rivoluzione francese (la democrazia
cosiddetta "giacobina") e la democrazia anglosassone, visto che è quest'ultima ad aver storicamente "vinto".
Quei diritti "naturali" di cui parla la democrazia anglosassone: il diritto alla proprietà, alla libertà ed
alla sicurezza oggi sono "costituzionalmente fondanti", ovvero non rendono possibile in alcuna maniera il
ritorno a forme di proprietà collettiva o a "libertà" che contrastino con quella, primaria e fondamentale,
della proprietà (e della sicurezza dei proprietari).
In questo, ritengo, consiste la metafisicità del "tecnicismo". La "tecnica" è strumento; strumento finalizzato
a realizzare quei fini lì: ce lo siamo dimenticato (o non lo abbiamo mai saputo...).
Dato il fine ultimo della proprietà, "merito" è chiamato ciò che contribuisce a rendere razionale, cioè
efficace, l'uso di qualsivoglia strumento atto a rafforzare il dogma intangibile della proprietà. Ecco allora
che il "conflitto", che è conflitto sui diritti, sui valori ma principalmente sui fini da raggiungere, non
può esplicarsi (come infatti non si è mai esplicato nei paesi anglosassoni, anche se andrebbero fatte importanti
distinzioni).
In definitiva, la vedo dura replicare alla razionalità e all'efficacia se non si rivendicano la stessa razionalità
e la stessa efficacia dirette però a scopi diversi da quelli "naturalmente" posti ormai 500 anni orsono.
un saluto
0xdeadbeef is offline  
Vecchio 19-02-2013, 16.26.26   #50
maral
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Certamente Oxdeadbeef, la rivoluzione agricola non ha rappresentato l'evento definitivo, c'è stata la rivoluzione industriale tecnologica e l'emergere e poi fluidificarsi di quella classe borghese che ha progettato l' attuale democrazia e meritocrazia sulla base dei suoi valori che ha voluto fondamentali per tutti senza alternativa di sorta. Sono d'accordo, il passaggio dalla società pre agricola a quella agricola non è stato così rapido e improvviso (molto meno rapido che quello dalla società agricola a quella industriale), per secoli hanno convissuto forme di proprietà comune con proprietà private e per gran parte del medioevo la proprietà comune è stata fondamentale nella gestione dell'equilibrio sociale e viene messa in discussione solo quando si impone la cultura mercantile, quando alla condivisione dei beni come colla sociale si sostituisce il loro scambio finalizzato al profitto individuale (e allora le aree di proprietà comune diventano ovviamente un impiccio che arresta il progresso).
Mi premeva tuttavia sottolineare che in origine il significato di merito (di che merito parliamo quando parliamo di merito?) era profondamente connesso con la capacità di donare, ove il dono è una sorta di sfida per chi lo riceve, un "vediamo se sei capace di fare altrettanto , sfida che travalica ogni rapporto equo e razionale e per questo così disinteressata da parte del donatore. Poi, questo stesso grande donatore è sempre più diventato un accumulatore di un'abbondanza tecnologicamente garantita, ossia un collettore di risorse raccolte da tutti in modo organizzato e ridistribuite solo nell'ambito della propria cerchia esclusiva in nome della propria privata potenza. Il nobile è così diventato aristocratico, proprietario terriero e gestore (sia pure ancora molto meno del borghese) del lavoro dei propri servi e delle proprie riserve, ma sempre in grazia del favore divino prestabilito e sicuro. Da donatore effettivo si è fatto così donatore in potenza e accumulatore di fatto, ma sempre con la disponibilità alla disinteressata sfida in cui consiste l'essenza del merito aristocraticamente inteso.
Il borghese che invece a un certo punto della storia dell'Occidente (e solo dell'Occidente) ne prende poi il posto, è l'abitante del borgo, colui che con le risorse date dalla terra ha solo un rapporto indiretto e, sia che faccia il mercante, l'artigiano, o eserciti un'arte mestiere, ha un assoluto bisogno di conferma di ruolo. Si trova infatti nella società agricola nella posizione più precaria possibile e per tale motivo si affida alla ratio, al calcolo del giusto rapporto, al controllo rigoroso, matematico, maniacale e alla costruzione del profitto e della proprietà come riparo e salvaguardia per la propria posizione che non ha altra giustificazione se non quella del suo darsi da fare in modo efficace.
E' chiaro che il discorso sul merito con l'entrare sulla scena della storia della classe borghese cambia radicalmente: il merito non è più quello del potenziale donatore disinteressato che gode della grazia divina per diritto di sangue, ma quello dell'oculato amministratore dei propri beni che calcola sempre e analizza i pro e i contro secondo ratio per trarre profitto e, traendo profitto, dimostra a se stesso di godere di quella grazia divina da cui può sempre precipitare improvvisamnete nell'abisso, non essendone mai garantito e per questo esige che tale grazia in linea di principio non sia mai garantita a nessuno in modo che tutti vengano costantemente chiamati a dimostrare, proprio come lui, quanto sono capaci di funzionare.
Certo, la razionalità prende il sopravvento proprio come regola del rapporto tra le cose, ed è proprio la razionalità platonica, quella del mito della biga come metafora dell'anima, che si afferma (ecco perché la borghesia prende il potere solo in Occidente, la filosofia greca le fa da presupposto), ma nel suo aspetto sempre calcolante e controllante, in modo rigorosamente oggettivo e scientifico, affinché il dubbio (sempre presente) possa quanto meno temporaneamente essere escluso.
Ecco che allora l'egoismo diventa suprema necessità (l'homo homini lupus di Hobbes che inventa il mito uno stato di natura infernale altrettanto mitologico di quello paradisiaco di Rousseau, in cui ogni individuo è contro l'altro), causa prima di ogni evoluzione persino in senso biologico, ecco che la scarsità è da ritenersi stato costante, affinché la sovrabbondanza sia costantemente insufficiente e l'avidità emerga come merito necessario.
Il diritto alla sicurezza e alla proprietà privata diventano presto sinonimi, quanto alla libertà diventa sempre più la libertà da ogni limite alla capacità di ciò che si può tecnicamente realizzare, (libertà di un doveroso desiderio individuale senza limiti) e in tal senso non è certo più la tecnica a essere finalizzata a questi diritti, ma questi diritti a essere finalizzati alla tecnica che ha per fine solo il continuo infinito accrescimento della propria funzionalità di cui tutto si fa mezzo, ogni diritto (e qui quel pensiero greco che stava alle fondamenta è completamente oltrepassato e le fondamenta sono sprofondate).
Quanto alla moderna democrazia, nata per garantire quella razionale convivenza che nel mito dell'uomo lupo è considerata naturalmente impossibile al punto di trovare ovvio che 7-8 miliardi di teste non possano per natura fare altro che pensare come massacrarsi l'un l'altro per il loro personale interesse, va bene finché funziona per l'economia, ossia per i bilanci a partita doppia, non più per altro. Gli individui è meglio che continuino a pensare di essere uno contro l'altro affinché i più furbi dettino loro le regole che ai più furbi insieme associati convengono.
maral is offline  

 



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