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Vecchio 23-12-2012, 23.12.55   #1
0xdeadbeef
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Kratos del demos e kratos del merito

C'è, ultimamente, una parola che va molto di moda: "meritocrazia".
Ritengo che su questa parola si debba fare molta attenzione. Essa infatti non descrive semplicemente quello
che è un concetto per certi versi largamente condivisibile (il giusto, in senso aristotelico, riconoscimento
del merito individuale), ma si spinge molto, ma molto, "oltre": essa infatti ci parla del "kratos", del potere,
del merito.
Mi sembrerebbe dunque plausibile perlomeno chiedersi: cosa si intende per "meritocrazia"? E mi sembrerebbe
davvero opportuno chiederselo in un momento storico come questo, che vede il progressivo ritrarsi della
democrazia come sistema politico, in favore di soluzioni comunenemente definite "tecniche".
Il ritrarsi della democrazia è, credo, sotto gli occhi di tutti. Le decisioni che contano non vengono più
prese da quello che è l'organo istituzionalmente preposto a prenderle, ovvero il Parlamento (da tempo ormai
immemore non più istituzione legislativa, come da sua prerogativa, ma semplice "notaio" di quei Decreti con
i quali i Governi si sono assunti, oltre la propria prerogativa di "esecutori", anche quel compito che sarebbe
invece precipuo del Parlamento). Ma vengono piuttosto, ed in misura sempre maggiore, prese da enti sovrastatuali
e non democraticamente eletti (faccio, giusto a titolo di esempio, il caso della BCE per ciò che riguarda i
paesi dell'euro).
Adesso, al ritrarsi di fatto e progressivo della democrazia si accosta un ritrarsi che ritroviamo anche nella
stessa terminologia, visto che si parla di un concetto, la "meritocrazia", che è intrinsecamente e profondamente
antidemocratico.
Vi sono tre fondamentali concezioni che definiscono quella che chiamiamo "autorità". Una è quella che individua
il fondamento dell'autorità nella divinità. Una è quella che lo individua nella natura, mentre la terza è
quella che lo individua nel "consenso".
La prima concezione di autorità è quella contenuta nella "Epistola ai Romani", di S.Paolo: "non c'è potesta se
non da Dio" (ed è quella che, da Gregorio Magno, definisce il carattere sacro del potere temporale).
La seconda concezione è quella esplicata nella "Repubblica" di Platone: "gli uomini si dividono in due classi:
quelli che sono capaci di diventare filosofi e quelli che non lo sono".
La terza concezione è quella di derivazione stoica, così esposta da Cicerone: "tutti gli uomini sono liberi ed
uguali per natura". Mi sembrerebbe quasi banale sottolineare che è questa terza concezione, quella della "res
publica", a fondare la democrazia come la conosciamo. E che questa concezione si fonda sul presupposto della
negazione della disuguaglianza fra gli uomini (prova ne è che nel sistema politico democratico vale il principio
per cui: "una testa vale un voto").
Adesso mi chiedo e vi chiedo: affermare il "kratos" del merito non è forse equivalente a negare il "kratos"
del demos? Cioè non equivale forse a negare il fondamento dell'autorità sul consenso di uomini liberi ed uguali?
Affermare il kratos del merito, in altre parole, non significa forse riportare in auge il concetto platonico
di un'autorità fondata sulla disuguaglianza di natura?
Io credo che se si accetta un simile concetto, poi si dovrebbe perlomeno avere l'onestà e la coerenza di dire
che il voto di una persona vale più, o meno, di quello di un'altra: che cade il principio per cui una testa
vale un voto. Con tutte le conseguenze (spaventose, a mio avviso) che ciò comporta...
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Vecchio 24-12-2012, 12.36.47   #2
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Riferimento: Kratos del demos e kratos del merito

Non sono fortemente persuaso dall'ipotesi di una democrazia che và assottigliandosi, d'altra parte quale sarebbe la società che non possa essere fatta oggetto di un cambiamento, radicale o meno ? E' analogo ad un popolo miope come quello italiano, siamo invasi da critiche rivolte alla classe politica, prima ancora che una seria autonanalisi, prima ancora che una dura critica nei confronti dell'elettorato, il miglioramento passa prima di tutto attraverso l'egemonia popolare, abbiamo necessità di sentirci maggiormente responsabili, chi tende a inveire contro istituzioni e chi le rappresenta, o incitando la rivolta o alla rivoluzione, non farà altro che eludere il problema, assecondare il populismo, rendere tutti uguali, non focalizzare il problema nel suo insieme, in sostanza, alimentare indefinitamente il problema stesso che equivale a lamentarsi con se stessi.
L'ignoranza di chi crede, e di chi fà credere, che il problema è il "sistema", che è colpa del "sistema", ma la staticità è mera convenzione, noi eleggiamo forze politiche con una volontà riformatrice costituzionale e istituzionale ? Cosa possiamo pretendere da politici che hanno una visione nel breve periodo ? Sono i cittadini europei che possono eleggere chi pretende una maggiore o minore autonomia degli organismi sovranazionali, come BCE, mentre nel caso di WTO, Banca Mondiale, FMI, Consiglio di Sicurezza, diplomazia e pressioni economiche di un'Europa unita, debbono e possono fare la differenza.

Detto questo, mi chiederei piuttosto se siamo vittime inconsapevoli della struttura da noi stessi creata, ovvero, una tecnocrazia e una settorialità, nella quale siamo travolti e dalla quale ci rifugiamo in parole confortanti di retorica, populismo e generalità deleteria, sottoposti inoltre, ad una informazione che personalmente non posso definire tale.

Ultima modifica di variabile + fisso : 24-12-2012 alle ore 17.58.58.
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Vecchio 24-12-2012, 12.53.42   #3
bobgo
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Riferimento: Kratos del demos e kratos del merito

Per affrontare il tema che hai proposto, occorre a mio avviso chiarire il significato di “democrazia”.
Vorrei qui proporre il mio pensiero:

Il significato della parola democrazia (letteralmente: governo del popolo) si è evoluto dalla sua nascita nell’antica Grecia, dove il potere era esercitato direttamente dai cittadini riuniti nell’agorà, per giungere ai giorni nostri come potere delegato ai rappresentanti del popolo. Questa forma di democrazia indiretta vige oggi in quasi tutti i paesi democratici del mondo.
Le differenze con il passato sono tuttavia ancor più profonde, perché all’unica regola quantitativa: la maggioranza ha il diritto di governare, si è aggiunto ora un principio qualitativo che riguarda i diritti della minoranza.
Ossia il potere della maggioranza non è assoluto ma subordinato a un principio superiore: il rispetto della dignità della persona.

In democrazia, la maggioranza ha il diritto di governare, ma solo nel rispetto della minoranza. É proprio il rispetto della dignità di ogni uomo il principio assoluto su cui la democrazia moderna si fonda. Per il resto, la democrazia non ha altri dogmi poiché è relativistica. Essa è difatti inconciliabile con verità assolute, che sono invece tipiche dell’autocrazia, e riconosce eguale legittimità alle idee e ai valori di ognuno, perché nessuno può pretendere di possedere in esclusiva la verità.

Il sostanziale relativismo della democrazia non deve però essere confuso con il nichilismo, di chi non crede in nulla. Il relativismo democratico è difatti caratterizzato proprio dalla fede nel proprio fondamento, ossia fede nella dignità di tutti gli uomini, che è poi il riconoscimento delle possibilità di ognuno di partecipare alla ricerca del vero.
Poiché in democrazia occorre comunque decidere, le decisioni che si prendono non sono certo relativistiche, si sceglie e si va avanti nella direzione presa, facendosi però carico delle responsabilità. Di modo che ogni scelta è fatta tenendo sempre presente la possibilità di sbagliare e di dover magari un domani correggere ciò che oggi è stato deciso.

La democrazia si fonda sull’uguaglianza delle persone, nel rispetto però di ogni individualità, e non sulla massa. La massificazione è un pericolo fatale per la democrazia. Quando i singoli perdono la loro individualità, andando a comporre una massa informe, si possono facilmente identificare in un demagogo che ne interpreti gli umori. Il secolo scorso ha vissuto gli orrori di queste degenerazioni, e anche ora assistiamo a pericolosi processi d’identificazione in capi bramosi di potere. Novelli pifferai magici che conducono la massa alla rovina.

E’ ormai ineludibile la necessità di superare uno sterile egualitarismo, che insegue una vana “uguaglianza di tutti in tutto”. Per riaffermare ciò che davvero importa, ossia l’uguaglianza di fronte alla legge, la difesa della dignità di ognuno, le pari opportunità; ma tutto ciò anche allo scopo di favorire il merito, in modo che ciascuno possa contribuire al meglio al progresso della comunità.

Ogni sforzo deve perciò essere profuso, in democrazia, per favorire le peculiarità di ognuno in modo che i meriti possano essere valorizzati.
É fondamentale contrastare gli attuali processi di massificazione culturale, consumistica, di divertimento, di moda… un’omologazione invasiva che sembra inarrestabile, ma che deve essere frenata. Il riconoscere nelle diversità dell’altro le possibilità per una crescita comune è il miglior antidoto al pericolo che la democrazia degeneri in un regime totalitario.

Concetto espresso chiaramente da Albert Einstein: “Tutto ciò che ha valore nella società umana dipende dalle opportunità di progredire che vengono accordate ad ogni individuo”.
bobgo is offline  
Vecchio 24-12-2012, 21.48.14   #4
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Riferimento: Kratos del demos e kratos del merito

@ Variabile+Fisso
Se ben ti interpreto, non potrei non essere d'accordo con te, visto che uno dei punti che intendevo sottolineare
era appunto quello di un ritrarsi della democrazia che ormai investe anche la stessa terminologia.
Il fatto che nessuno noti la profonda antidemocraticità della meritocrazia; e anzi che tutti facciano ormai
a gara nel sostenerla, dimostra quanto profonda sia la crisi del sistema democratico nelle nostre società.
Manca drammaticamente un'analisi profonda non solo dei processi politici, sociali ed economici, ma anche degli
stessi processi culturali e antropologici che portano all'affermarsi di un "nomos" semiotico che sempre più
sostiene la necessità della "competenza". Un nomos semiotico siffatto, credo sia inutile sottolinearlo, che
ignora la distinzione aristotelica cui facevo accenno in apertura del post, e cioè quella fra la dimensione
dell'"oikos" (la casa; la famiglia; da cui "oikonomia", ovvero: regolamentazione della casa) e la dimensione
della "polis" (nella polis Aristotele non fa valere il medesimo "nomos", perchè nella polis i rapporti di forza
non sono prestabiliti dalla "natura" come nell'"oikos").
In parole povere: qui si dimentica la distinzione fra competenza e comando, trascurando allegramente che la
competenza viene decisa da chi comanda. E' un qualcosa di drammatico ed avvilente assieme constatare che stiamo
perdendo persino la lucidità intellettuale di fare un simile, elementare, ragionamento.
un saluto e buon Natale a tutti gli utenti del forum
mauro
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Vecchio 25-12-2012, 00.49.36   #5
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@ Bobgo
Occorre, a mio avviso, distinguere fra la democrazia cosiddetta "giacobina", che ha origine nell'Illuminismo
francese e che prevede una vera e propria "dittatura della maggioranza" ed una democrazia "costituzionale", che
si origina piuttosto nella cultura anglosassone e prevede una serie di norme volte a tutelare quelli che quella
cultura ha storicamente individuato come diritti "naturali".
Da questo punto di vista, non trovo corretto affermare che la democrazia "moderna" si fonda sul rispetto della
dignità della persona. E sia perchè questo è concetto troppo generico (e che dunque si piega ad innumerevoli
interpretazioni), sia perchè quella che chiami "dignità della persona" ha un fondamento storico ben preciso:
la saldatura creatasi fra il giusnaturalismo, il contrattualismo e l'individualismo nel pensiero di Ugo Grozio,
che individua i diritti "naturali" dell'individuo nella libertà, nella sicurezza e nella proprietà.
Dunque posso capire che con il termine "dignità della persona" si intenda affermare quel qualcosa di storicamente
"emerso" nella civiltà e nella cultura occidentale; quel qualcosa dunque sicuramente da tutelare. Tuttavia, a
mio parere, non è neanche il caso di idealizzare troppo quella che è, sostanzialmente, un'astrazione: diciamo
più un "dover-essere" che un "essere".
In altre parole, nella dimensione reale della politica certe enunciazioni di principio (basti solo pensare a
quelle dell'ONU) lasciano, troppo spesso, il tempo che trovano. E, allo stesso tempo, lasciano aperti "varchi"
in cui il potere politico reale si insinua per dettare quelle che sono le proprie condizioni.
Insomma: trovo piuttosto ingenuo non porsi il problema di una maggioranza che perde progressivamente il suo
potere decisionale (questo, naturalmente, essendo consapevole di tutti i rischi che una "dittatura della
maggioranza" comporta).
Nel mio post d'apertura sostenevo proprio come oggi si stia sempre più assistendo ad una tale perdita di potere
decisionale. L'anno passato è successo, a mio avviso, un fatto di inaudita gravità: un Presidente del Consiglio
regolarmente eletto è stato sostituito da un "tecnico" in circostanze che a me sono sembrate tutt'altro che
chiare. Ora, naturalmente non mi metto a fare valutazioni del tipo di quelle basso-politiche che ci vengono
propinate quotidianamente (il mio post ha l'immodestia di credere di proporre argomenti di filosofia politica),
però dico che, da democratici convinti quali credo che tutti siamo, quel fatto sia stato inaccettabile.
E dico che in quel frangente non ci fu nessun rispetto di ogni individualità. Perchè non ci fu nessun rispetto
del voto che le individualità espressero per "quel" Presidente (tanto che ci siamo ti confesso che io votai
per la parte avversa a "quel" Presidente...).
Semplicemente avvenne che i poteri "forti", e ben sappiamo o dovremmo sapere quali sono, decisero che "quel"
Presidente non era più adatto a governare un paese profondamente inserito nelle dinamiche economiche e finanziarie
globali (un paese cioè cosiddetto "a sovranità limitata").
Quindi scusami la franchezza ma io credo che limitarsi ad enunciazioni astratte di principio senza vedere, o
intuire, le dinamiche politiche reali significhi davvero essere miopi. La stessa miopia che si palesa nel
non vedere nel concetto di "kratos" del merito un qualcosa di profondamente diverso dal merito propriamente
detto. Non si tratta di ri-proporre uno "sterile egualitarismo"; si tratta piuttosto di rendersi consapevoli
che nella dimensione politica, che è la dimensione del "kratos", non può esservi nessun altro merito se non
quello derivante dal consenso (cioè dell'autorità derivante dal numero di voti di cittadini liberi ed uguali,
come nella definizione di Cicerone).
Personalmente, trovo che l'estensione indebita del "merito" dalla sfera dell'"oikos" (che è la sfera di pertinenza
dell'economia) a quella della "polis" farebbe inorridire Aristotele, che del merito individuale fu il primo
e più profondo cantore.
un saluto ed un augurio di buone feste.
mauro
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Vecchio 25-12-2012, 09.55.53   #6
Il_Dubbio
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Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
In parole povere: qui si dimentica la distinzione fra competenza e comando, trascurando allegramente che la
competenza viene decisa da chi comanda.

Innanzitutto auguri a tutti di buon Natale e buone feste.

Per quanto riguarda l'argomento, provo a dare il mio contributo. Sarà un po' scarno, quasi troppo generico, ma credo fondamentale.
Il concetto di "meritocrazia" è solo uno dei concetti-figli o figliastri del termine "adattamento" sorto dalla teoria darwiniana di evoluzione. Ad inizio secolo questo concetto fece nascere il termine "razzismo" (che ha avuto il suo più brutale epilogo con lo sterminio da parte di Hitler degli ebrei).
Meritocrazia è diverso da razzismo solo perchè è meno "selettivo". Chiunque potrebbe essere meritevole, a prescindere dalla razza. La libertà non viene intaccata in quanto colui il quale non "sarebbe meritevole", è sempre libero di provare a diventarlo. Chi decide chi è meritevole? Anche i selezionatori dovrebbero essere scelti per meritocrazia. Il meccanismo però non può essere perfetto e talvolta può succedere che i selezionatori siano scelti per altri motivi.
Questo modello di società descritto così frettolosamente, ha dei pregi e dei difetti. Il pregio è che si tenta di mettere al posto giusto l'uomo giusto in modo che la macchina-civile-economica funzioni meglio. Il difetto è che questo lavoro ai fianchi faccia nascere numero grandissimo di persone che si senta non più adatto alla società. In altri termini che avvenga una "selezione" (anche se non in modo esplicito come fu fatto da Hitler) fra una "razza" di uomini adatti e una razza di uomini non più adatti. Il pricipio secondo cui ogni uomo è uguale a tutti gli altri non vuol dire che ogni uomo debba essere meritocraticamente adatto a fare qualsiasi cosa, ma c'è la possibilità (non remota) che possano essere emarginati uomini che non riescano più ad essere adatti (in senso meritocratico) a fare alcun che. Non è equivalente al forno crematorio, è meno eclatante, ma non è molto diverso nelle intenzioni. La società invece dovrebbe sostenere tutti affinchè ognuno viva con dignità la propria vita. Mentre sembra che la dignità di vita sia essa stessa dipendente da una questione meritocratica. Questo si mi sembra non democratico e viola i principi di uguaglianza (e qualche altro quintale di principi che al momento sorvolo).
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Vecchio 25-12-2012, 18.30.02   #7
bobgo
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Vorrei solo evidenziare alcuni aspetti.
La nostra è una democrazia parlamentare. Ciò dovrebbe essere sufficiente a dissipare ogni dubbio sulla legittimità di un governo che ha la fiducia del parlamento.
Riguardo al merito, davvero non riesco a comprendere come possa una società prescindere dal merito senza cadere nella più bassa massificazione, dove ogni individualità è umiliata.
Che la dignità della persona sia un “dover essere” mi sembra evidente. Anche perché la politica tutta consiste in un “dover essere”.
Queste considerazioni non sono astratte ma di principio.
Almeno che pure la nostra Costituzione sia da considerarsi cosa astratta, avulsa dalla concreta politica...

Una tale differenza di vedute mi fa ritenere improbabile, seppur con dispiacere, che questa comunicazione possa essere fruttuosa.
Ricambio gli auguri.
bobgo is offline  
Vecchio 26-12-2012, 00.36.55   #8
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@ Il Dubbio
Considero centrale, ai fini della comprensione del concetto che cerco di esprimere, la visione di Aristotele.
Aristotele esprime chiaramente quello che è il concetto di "merito" ("è ingiusto trattare da uguali i disuguali").
Soprattutto, distingue chiaramente l'ambito economico ("oikonomia") dall'ambito politico, facendo intendere
che ciò che vale all'interno dell'"oikos" (che vuol dire "casa"; "famiglia") non può valere nella "polis".
Tutto ciò è di elementare comprensione, e basta guardare a ciò che viene scritto nelle aule di tribunale per
rendersene conto ("la legge è uguale per tutti"): nelle aule di tribunale, che fino a prova contraria sono
parte della "polis" e non dell'"oikos", non vale e non può valere nessun "merito".
Allo stesso tempo, il merito non vale neppure nel momento "istituzionante" per eccellenza della democrazia,
ovvero il momento del voto, visto che il voto di ognuno vale, appunto, per un voto.
Un altro appunto basilare riguarda la dimensione del "kratos", cioè del potere.
Nella dimensione della "oikos" i rapporti di forza sono prestabiliti dalla natura (comanda il capofamiglia);
non così nella dimensione della "polis", ove secondo Aristotele il "kratos" viene distribuito in base alla
cittadinanza. Anche questo è di elementare constatazione, visto quel che dicevo sopra sul voto.
Senonchè oggi sta succedendo che si ignorano (volontariamente per alcuni, mentre altri li hanno sempre ignorati...)
gli elementi fondamentali della democrazia, e si parla assurdamente di "kratos" del merito, confondendo davvero
in una maniera semplicistica una sacrosanta rivendicazione di giustizia (come in Aristotele) con la
gestione del potere politico.
Viste le premesse, c'è da stare sicuri che prima o poi arriverà (o è già arrivato?) qualcuno che dirà: "il meritevole
sono io" (auto-nominandosi tale, ovvero instaurando quella che in filosofia politica e in politologia si chiama
oggi "autocrazia" - e che Machiavelli chiamava invece "principato", contrapponendolo alla "repubblica").
Quanto alla tua riflessione su quella che chiami "dignità di vita dipendente dalla questione meritocratica",
sono sostanzialmente d'accordo. Io credo che ciò succeda appunto a causa di questa indebita ed enorme estensione
del concetto di "merito". Una estensione che sembra non avere ormai più nessun limite.
ciao
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Vecchio 26-12-2012, 11.09.33   #9
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Citazione:
Originalmente inviato da Il_Dubbio
Anche i selezionatori dovrebbero essere scelti per meritocrazia.

Dubbio, di quali selezionatori parli ? L'elettorato che seleziona la classe dirigente dovrebbe meritarsi il voto ?

Citazione:
Originalmente inviato da Il_Dubbio
La società invece dovrebbe sostenere tutti affinchè ognuno viva con dignità la propria vita. Mentre sembra che la dignità di vita sia essa stessa dipendente da una questione meritocratica. Questo si mi sembra non democratico e viola i principi di uguaglianza (e qualche altro quintale di principi che al momento sorvolo).

Se non ci mettiamo daccordo su cosa sia dignitevole, la discussione rimane statica, perlomeno penso.


Ultima modifica di variabile + fisso : 26-12-2012 alle ore 18.55.04.
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Vecchio 26-12-2012, 14.18.37   #10
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@ Bobgo
Non sto sostenendo che l'attuale (ormai il passato) governo sia illegittimo (il Presidente della Repubblica si
è mosso nel pieno rispetto delle sue prerogative costituzionali). Ma sto semplicemente facendo notare che, di
fatto, il precedente Presidente del Consiglio è stato "indotto" alle dimissioni a causa di pressioni provenienti
da ambienti ed istituzioni che con la democrazia c'entrano ben poco (c'è, a mio avviso, ben poco da dubitare
che i giochi siano stati torbidi assai, visto che "quel" presidente non si muoveva neanche a cannonate...).
Dal momento delle dimissioni tutto è stato limpido e regolare, ma prima? A mio parere non puoi pretendere di
sostenere che tutto è stato "democraticamente trasparente"; né che quel cui abbiamo assistito non sia stato un vero
e proprio "vulnus" democratico.
Sul "merito": io invece non riesco a capire come tu non distingua fra merito e meritocrazia, visto che la
mia condanna (sia chiaro) è per quest'ultima, e non certo per il primo (vedi anche la mia risposta a: "Il Dubbio").
Mi piacerebbe, inoltre, parlare della Costituzione ("bella e poetica", come dice Benigni, ma anche assai poco
rigorosa), confrontando le mie idee con le tue.
Quanto alle differenze di vedute, il dialogo serve appunto a cercare di appianarle (per quel che mi riguarda, mi
troverai sempre apertissimo alla discussione).
con simpatia
mauro
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