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Il valore e l'efficacia dell'intenzione nel processo di cambiamento

Di Bruno E. G. Fuoco - Settembre 2014

 

 

1. Premessa: intenzione, intenzionalità, “but à atteindre” e Ideale.
2. La rilevanza delle intenzioni nella prospettiva delle leggi Morali.
3. La rilevanza delle intenzioni nelle filosofie spirituali.
4. La rilevanza delle intenzioni nella cultura emergente.
5. Conclusioni: una nuova “scienza dei fini e dei metodi”.

 

 

1. Premessa: intenzione, intenzionalità, “but à atteindre” e Ideale.

Mentre nella cultura ordinaria, le intenzioni, alla stessa stregua della vita interiore, sono collocate in un territorio privo di concretezza, le più elevate intelligenze dell’umanità, invece, hanno cercato di cogliere, fin dai tempi antichi, il quid dell’intenzione, la sua genesi e la sua rilevanza per la vita dell’uomo. La tematica della intenzione è infatti oggetto di studio di numerose discipline: filosofia, pedagogia, psicologia, neuroscienze, diritto, gnoseologia ecc. Il termine intenzione è, conseguentemente, polisenso, possiede cioè significati diversi nelle varie discipline. Inoltre, vi è da aggiungere che la riflessione sulle intenzioni si presenta complessa perchè coinvolge, necessariamente, anche l’analisi dei processi della nostra vita interiore. Per questa ragione, l’intenzione ha interessato anche i mistici, i teologi e gli spiritualisti in generale.
Nella nostra ricerca interessata agli aspetti pedagogici e morali l’intenzione rileva, soprattutto, quale tensione verso un’azione, come disposizione dell’anima a raggiungere uno scopo, o come orientamento delle nostre energie interiori (pensiero e sentimento), anche a prescindere dal successivo compimento di un atto esteriore. In questa ampia accezione, l’intenzione è esaminata da coloro che si occupano di morale. D’altronde questo è il significato generico del latino classico “intentio”, in-tendere, cioè “tendere  a” (1).

 

Parimenti interessante, dal nostro punto di vista è anche il concetto di intenzionalità quale carattere costitutivo, a seconda dei punti di vista, di ogni fenomeno psichico, della coscienza o della conoscenza (2). Questo concetto ai nostri fini è interessante in quanto pone in luce il fatto che il nostro modo di essere (la conoscenza, la coscienza ecc.) è, sempre, “intenzionale”, cioè orientato, diretto verso un qualcosa. Ad esempio, Brentano osserva: “Ogni fenomeno psichico contiene in sé qualcosa come oggetto, anche se non ogni fenomeno lo fa nello stesso modo. Nella rappresentazione qualcosa è rappresentato, nel giudizio qualcosa viene o accettato o rifiutato, nell’amore c’è un amato, nell’odio un odiato, nel desiderio un desiderato ecc. Tale in-esistenza intenzionale caratterizza esclusivamente i fenomeni psichici. Nessun fenomeno fisico mostra qualcosa di simile. Di conseguenza, possiamo definire fenomeni psichici quei fenomeni che contengono intenzionalmente in sé un oggetto”(3). Non è essenziale, poi, che tale oggetto esista nella realtà esteriore. Per Husserl l’intenzionalità è ciò che caratterizza la coscienza in senso pregnante, poiché è la proprietà degli atti mentali di essere coscienti (4). Se un essere è coscienza, sostiene Merleau-Ponty, “è necessario che esso non sia altro che un tessuto di intenzioni. Se cessa di definirsi con l’atto di significare, questo essere ricade nella condizione di cosa, la cosa essendo appunto ciò che non conosce, ciò che riposa in una assoluta ignoranza di sé e del mondo”(5). Anche per Binswanger l’uomo non è come una “cosa” del mondo da trattare secondo le metodiche oggettivanti che sono proprie delle scienze naturali, ma come quell’essere originario “intenzionato” ad un mondo che ciascuno struttura secondo le modalità con cui spazializza, tempolarizza ecc. (6). In termini sintetici, possiamo affermare che per alcuni filosofi, ”l’intenzione è uno stato mentale orientato al compimento di un’azione, l’intenzionalità è, invece, una proprietà della mente  consistente nel fatto che essa si riferisce, cioè si orienta sempre verso un qualcosa (aboutness) che può anche non manifestarsi nell’azione e che può anche non esistere. L’intenzionalità così descritta comprende fenomeni mentali come le credenze, i desideri, le intenzioni, ma anche la paura, la speranza, l’amore, l’odio, e pure la memoria, la percezione e l’azione intenzionale”(7). Quindi, in questo contesto di pensiero, le intenzioni sono una delle manifestazioni della intenzionalità che è una proprietà di tutti i fenomeni mentali.
Il carattere costitutivo della intenzione e della intenzionalità è stato anche ben messo in  evidenza dallo psicologo americano Rollo May il quale ha definito l’intenzionalità come il muoversi in direzione di qualcosa e l’intenzione come il dirigersi dell’attenzione della persona verso qualcosa. La stessa percezione sarebbe diretta dall’intenzionalità (8). Osservava James che ciò che diciamo sulla realtà dipende dalla prospettiva con cui la guardiamo e il suo contenuto dipende da ciò che scegliamo e la scelta dipende da noi (9). Nella stessa direzione si è rilevato che non percepiamo per percepire in quanto percepire ci serve per agire, per interagire con gli oggetti e con gli altri. In ragione di ciò, quello che percepiamo non può essere indipendente dai nostri scopi (10). Anche la postura di un essere umano rifletterebbe una determinata intenzione (11). Potremmo quindi sostenere che le nostre intenzioni intese come finalità  condizionano non solo l’attenzione-percezione, ma anche la catena processuale dei pensieri, sentimenti e atti di volontà (gesti e parole). L'intenzione, osserva Chopra, è “responsabile di tutti i processi legati ad apprendimento, memoria e ragionamento, oltre che delle attività motorie”(12).
L’organismo umano, rileva Rogers, è permeato dal tendere “a”, da una tendenza al completamento, all’attualizzazione. L’organismo è sempre motivato, è sempre intento a qualcosa. Nell’organismo umano, osserva questo autore, vi è una sorgente centrale di energia in funzione di tutto l’organismo e non solo di una sua parte. Questa tendenza al completamento deve essere tenuta presente quando si discorre di ciò che motiva profondamente il comportamento degli organismi (13).
Peraltro, in pedagogia si è sostenuto che la costruzione del come soggetto dotato di senso implica il darsi intenzioni e l'organizzarsi secondo intenzionalità (14).
Anche alcuni importanti studi di antropologia riservano un ruolo di primo piano alle intenzioni quando affermano che proprio la capacità di generare intenzioni e di poter accedere alle intenzioni altrui ha potuto dare vita ad una sorta di “infrastruttura psicologica di intenzionalità condivisa” che è alla base della vita sociale e cooperativa: “alla base delle caratteristiche specifiche della cultura umana vi è una serie di abilità e motivazioni cooperative specie-specifiche […] ciò risulta evidente nel caso delle istituzioni sociali […] seguendo le orme dei filosofi dell’azione come Searle, Gilbert […] potremmo dare il nome di intenzionalità condivisa a quei processi psicologici soggiacenti che rendono possibili queste forme di cooperazione […] L’intenzionalità condivisa consiste nella capacità di creare con altri intenzioni e impegni congiunti in una ottica di sforzo cooperativo” (15).
Hans Jonas ci ricorda che proprio la presenza dell’intenzione, dello scopo fa sì che la cibernetica non possa mai simulare il vivente (16).
L’intenzione svolge, dunque, oggettivamente un ruolo strategico nella nostra esistenza e ciò trova conferma sempre di più anche negli studi scientifici: ”grazie in particolare agli studi effettuati nel campo della neurofisiologia e delle neuroscienze cognitive che hanno portato a scoperte come quella dei neuroni canonici e dei neuroni specchio, si è iniziato a sottolineare il fatto che le azioni sono rappresentate non tanto nei termini dei movimenti che le compongono o del tipo di effettore (mano, bocca etc.) con cui vengono svolte, ma piuttosto nei termini dei loro scopi […]  in uno studio di risonanza magnetica funzionale […] è stato dimostrato che il sistema di neuroni specchio degli umani risponde in modo diverso a seconda, ad esempio, che si afferri una tazza per bere o per spostarla da un posizione ad un’altra. Il sistema umano di neuroni specchio è dunque sensibile alle diverse intenzioni di chi sta compiendo un’azione” (17).
Nella sostanza, i concetti di intenzione e intenzionalità pongono in luce, a nostro avviso, che noi siamo soggetti necessariamente intenzionali e che il dipanarsi e l’evolversi della vita dell’individuo è oggettivamente, fisicamente condizionata dalle intenzioni, dai suoi contenuti cioè dalle finalità che ciascuno si autoprefigge in quanto queste ultime cioè le finalità dànno senso, contenuto, direzione concreta non solo alle intenzioni relative alle singole azioni ma alla nostra interpretazione del mondo, al nostro ruolo nel mondo e quindi al nostri stati interiori tout court.
Infatti, Peter Deunov ha evidenziato l’importanza per gli uomini di sapere “a quoi devraient-ils tendre”. Egli affermava che la presenza del Principio divino nell’uomo “ lui inspire le désir de tendre vers ce qui est élevé et sublime dans le monde … lui suggère chaque élan noble, chaque impulsion vers la vertu et la grandeur” (18). Anche la parte dell'Anima universale che è in noi, afferma Aïvanhov, tende incessantemente verso lo spazio, verso l'immensità, verso l'infinito (19).
Se il tendere “a”, lo slancio “verso”, sono propri anche della nostra natura spirituale, le intenzioni, allora, costituiscono una grande possibilità per riprendere contatto con la nostra cittadinanza celeste.
Giustamente, si è osservato che il fatto di essere “intenzionali”, cioè sempre in rapporto “a”, non deve essere vissuto come dipendenza, come schiavitù, in quanto in realtà ci “permette come una finestra aperta sull’eternità, di evadere dalla prigione di se stessi” (20). Intensi sono, dunque, i legami tra libertà, intenzioni e intenzionalità la quale può essere intesa anche come capacità di "interiorizzare" un mondo distinto da sé, con la potenzialità di rivolgersi anche verso ciò che è immateriale, universale e doveroso (21).
I concetti di intenzione e di intenzionalità indicano, se pur con profili contenutistici diversi, che siamo sempre diretti, orientati verso un quid puramente interiore o anche esteriore. Ma in entrambe le situazioni, puramente interiori o interiori-esteriori, mettiamo in azione la nostra vita, il nostro “io”. Come è di tutta evidenza, l’essere orientato non è, infatti, ininfluente per la nostra vita, perché vuole dire che una parte di noi è “orientata”, cioè si sta spostando verso territori, verso una delle destinazioni possibili dell’esistenza.
Dovremmo allora sempre chiederci: dove stiamo andando con le nostre intenzioni, cioè con i nostri pensieri e sentimenti? Cosa ci porteranno una volta che li abbiamo seguiti? Dove stiamo andando con le nostre azioni? Stiamo generando effetti benefici, oppure, dannosi per noi e per gli altri?
Il vuoto intenzionale non esiste, semmai vi è l’assenza di consapevolezza delle proprie intenzioni. Noi, volenti o nolenti, andiamo sempre verso un quid e l’esperienza della vita ci dice che questo quid può portarci gioia o tristezza, infelicità o felicità, benessere o malessere.
Ma allora, se siamo sempre orientati verso un qualcosa, perché non dovremmo chiederci in anticipo quali sono le stazioni di arrivo dei vari percorsi cui ci conducono le nostre intenzioni, quali regioni interiori raggiungeremo tramite esse, quale status psico-fisici conquisteremo? Perché attendere, ad esempio, il decorso di una intera vita per toccare con mano ciò che era già contenuto nello sviluppo implicito e necessitato dell’ideale prescelto?
Il problema è che spesso non riusciamo effettivamente a comprendere in anticipo la destinazione finale delle nostre intenzioni. Per superare questa impasse forse dobbiamo partire proprio dalla destinazione finale desiderata. Cioè dovremmo avere chiaro quale ideale di vita perseguire, cioè “le but à atteindre” come spiega efficacemente O.M Aïvanhov. Nel terzo libro della Metafisica, Aristotele ci ricorda infatti:”A chi voglia conseguire buoni risultati torna utile la buona impostazione dei problemi, infatti, la conseguente buona riuscita non è che la soluzione delle precedenti difficoltà e non è possibile la soluzione ignorando il nodo […] coloro che ricercano senza avere formulato i problemi in primo luogo sono simili a coloro che, camminando, ignorano dove si deve andare e per di più non s'avvedono se abbiano trovato o meno ciò che si cerca poiché a costoro il fine non era noto” (22).
Trasferendo questo ragionamento nella presente riflessione, dovremmo chiederci, in primis, al fine di non camminare al buio cioè in balia delle intenzioni provvisorie e mutevoli del nostro quotidiano, dove vogliamo andare, quale direzione assumere, cioè quale Ideale di vita abbiamo e vogliamo avere e poi quali fini perseguire negli atti della vita quotidiana per raggiungere quell’Ideale prefissato. Infatti, il primo passo per il cambiamento individuale, osserva O.M Aïvanhov, è prendere coscienza delle proprie intenzioni e dei propri ideali: “La vie intérieure, la vie de la pensée est essentielle pour la construction de notre avenir et celui de l'humanité. C'est pourquoi la première chose […] c'est de surveiller ses pensées, ses sentiments, ses désirs: quel est leur but, leur direction, pour pouvoir justement se lier aux forces bénéfiques de la nature et travailler ainsi à sa propre évolution et à celle du monde entier” (23).
Gli ideali e le Idee non sono concetti astratti, altrimenti, non avrebbero la forza condizionante e attrattiva che tutti abbiamo potuto constatare nella nostra storia individuale e collettiva (24). Il mondo non è governato, come spesso si sente dire, dal denaro o dal capitale, ma, come precisa Aïvanhov, da una data idea che noi abbiamo, ad esempio, del denaro o del capitale. Il mondo è governato in effetti dalle Idee che possono essere costruttive o distruttive, armoniose o disarmoniose ecc. Se così è, allora le Idee e gli Ideali elevati, conseguentemente, elevano la vita sulla Terra e viceversa. Le idee e gli ideali non possono essere confinate quindi nel campo delle discussioni filosofiche: “le idee metafisiche hanno un forte potere normativo sui processi cognitivi e influenzano profondamente il processo di elaborazione dell’orizzonte di significati che direziona il nostro modo di abitare la terra” (25).
E le intenzioni sono le nostre àncore per entrare in contatto con determinate Idee, sono una modalità tramite la quale cerchiamo di concretizzare una determinata Idea nella nostra vita.
Infatti, si è osservato che la  coscienza umana trasforma il mondo sulla base dell’intenzione (26). Umanizzare vuole dire affermare l’intenzionalità di ogni essere umano, il primato del futuro sul presente. Grazie all’intenzione possiamo rappresentarci un futuro migliore e rendere possibile il cambiamento della situazione presente. Nella società umana vi è un conflitto, a ben vedere, non tra forze meccaniche ma fra intenzioni umane (27).
Per queste ragioni, il concetto di “but à atteindre” ha un ruolo molto importante nella nostra vita e nel sistema filosofico e pedagogico presentato da O.M Aïvanhov, nell’ambito del quale è possibile attingere elementi fondamentali per elaborare un quadro orientativo:

  • sulle relazioni intercorrenti tra Ideali di vita, i percorsi di vita da essi implicati e le finalità degli atti principali della vita quotidiana;

  • sugli strumenti che ognuno di noi può utilizzare per sviluppare una forte motivazione e una corretta intenzione coerente con gli Ideali liberamente scelti.

Le intenzioni in questa visione di insieme (che non è soltanto descrittiva dei fenomeni psichici e dei processi  cognitivi ma pedagogica, cioè finalizzata al perfezionamento dell’uomo) sono riempite di “contenuto” e si traducono concretamente in “but à atteindre”, fini da realizzare nella vita quotidiana e Ideali da perseguire.
Il “but à atteindre” identifica, dunque, l’ideale della vita, e, poi, anche i fini che dobbiamo, coerentemente a questo ideale, perseguire in relazione alle molteplici tipologie di atti della vita quotidiana per riscoprirne la loro sacralità, il loro senso autentico e la nostra natura spirituale: ”Dans toutes nos activités, ce qui compte le plus, c'est le motif qui nous fait agir, le but que nous voulons atteindre”. Cioè, “in tutte le nostre attività, ciò che conta di più è il motivo che ci spinge ad agire, lo scopo che vogliamo raggiungere” (28).
Possiamo anche dire che il motivo attiene al mondo interiore di chi agisce, l’ideale alla stazione di arrivo desiderata, mentre i fini per i quali compiamo gli atti quotidiani sono gli obiettivi tramite i quali è possibile incamminarsi sul percorso che porta alla stazione desiderata: “L'idée, le motif qui vous fait agir, le but que vous voulez atteindre, voilà ce qui doit toujours vous préoccuper en premier”(29). E’ necessario, dunque, nutrire un Ideale e concentrare verso di esso le proprie energie: “Évidemment, si vous avez d'autres intentions, d'autres buts, vous êtes libre. Il existe d'autres chemins, il y en a des centaines, mais ils mènent ailleurs, ils apportent d'autres choses, et chacun peut choisir; mais si vous voulez la fraternité universelle […] vous devez tout faire converger vers ce but qui est la lumière, la joie, l'amour” (30). Dunque, vi è un profondo legame tra l’intenzione nel compiere un singolo atto e l’ideale da perseguire. Il concetto di “but à atteindre” è la chiave di volta del cambiamento individuale e collettivo ma anche della nostra responsabilità morale in quanto pone in luce la direzione costruttiva o meno delle energie impiegate nella nostra vita. Il concetto di “but à atteindre” focalizza l’attenzione sulla realtà dell’ideale prescelto, sul presente e sulle conseguenze cui andremo incontro a seguito delle nostre scelte.
Il concetto di Ideale, conosciuto fin di tempi antichi, viene straordinariamente esplorato da Aïvanhov ad un punto tale da renderlo sperimentabile: “Vous devez apprendre à vivre avec votre idéal comme s'il était déjà une réalité, mais ne pas oublier que vous êtes sur la terre. Il est très important d'arriver dans votre vie à unir les deux: ne pas perdre le sens de la réalité de la terre, et être pourtant complètement consacré à cet idéal qui est en vous. Voilà le véritable équilibre, mais il est très rarement réalisé: vous trouvez ou un idéaliste qui ne sait pas où il marche, ou un matérialiste tellement matérialisé qu'il a perdu tout idéal. La supériorité d'un Enseignement spirituel, c'est de former des êtres qui savent qu'ils sont sur la terre pour y travailler, mais qui ont tout leur être tendu vers la réalisation de leur idéal. Ils deviennent alors un avec lui, ils se fusionnent avec cet idéal sans perdre le sens de la terre. Ce sont là les êtres de l'avenir”(31).
Aïvanhov non si limita ad enunciare ideali e fini, ma illustra l’impatto dei singoli ideali e fini perseguibili sul nostro stato interiore, illuminando con una ricchezza di argomentazioni e di metodi questo straordinario percorso di scoperta creativa della nostra natura spirituale nella prospettiva di un lavoro disinteressato per il progresso della collettività intera. Nella sua opera è possibile cogliere i nessi eziologici tra le intenzioni coltivate e le stazioni di destinazione cui esse, prima o poi, ci conducono.
Nei prossimi capitoli cercheremo di dare atto dei numerosi richiami al concetto di intenzione da parte delle filosofie spirituali e di molti pensatori di varia provenienza culturale e cercheremo di porre in luce le ragioni sulla base delle quali molti pensatori sostengono che la rilevanza dell’intenzione abbia basi oggettive. Infine, cercheremo di evidenziare le implicazioni connesse al lavoro sulle proprie intenzioni e la necessità di una nuova “scienza dei fini e dei mezzi”.

 

2. La rilevanza delle intenzioni nella prospettiva delle leggi Morali

Nelle leggi giuridiche l’intenzione rileva soprattutto in quanto accompagnata da una condotta esteriore: si pensi all’animus donandi («intenzione di donare»), all’animus possidendi («intenzione di possedere»), all’animus iniuriandi («intenzione di recare offesa») ecc. Sul piano morale o delle “leggi morali” (32), invece, costituiscono evento rilevante non solo la condotta, ma anche il pensiero e il sentimento. In particolare, l’intenzione di compiere un atto riveste un ruolo importante. L’intenzione, in questo ambito, è identificata con la finalità prefissata in sede di compimento di un dato atto, ovvero con la motivazione o movente (pensiero e sentimento) che noi nutriamo nel compimento dell’atto (33).
L’intenzione pur concernendo una finalità attesa, opera, in verità, già nel presente in quanto si esprime mediante una energia, una forza che ci spinge adesso a programmare una sequenza di gesti o di atti che forse compiremo nel futuro.
L’intenzione opera, dunque, nel presente, ma anche nel futuro, in quanto essa imprime la direzione alle cose che pensiamo, sentiamo e facciamo. La direzione impressa mette in movimento energie le cui qualità, armoniose o disarmoniose, si palesano ex ante. Cioè, le qualità dell'intenzione rivelano anche quale sarà la destinazione finale delle energie impiegate. La direzione impressa tramite l’intenzione contiene in nuce quelle qualità.
Un’intenzione è “un impulso diretto della coscienza che contiene il seme di ciò che desidero creare, [racchiude] in sé il meccanismo che le consente di realizzarsi proprio come un seme contiene tutto ciò che le serve per diventare un albero, un fiore, un frutto. Io devo soltanto metterlo nel terreno e innaffiarlo e il seme provvederà ad evolversi. L’intenzione è una forza della natura, più potente della forza di gravità, possiede un immenso potere organizzativo, essa attira gli elementi, le forze, gli eventi, le situazioni, i rapporti interpersonali, produce le coincidenze che permettono la realizzazione” (34).
L’intenzione è una “forza che penetra dappertutto e porta allo sviluppo dei semi, perché l’universo è intenzionale; questa energia intenzionale non viene dalle particelle ma da un mondo di puro spirito, non locale, senza forme” (35).
L’intenzione vera che noi nutriamo non sempre, però, traspare dal comportamento esteriore. I casi più sintomatici di scissione tra intenzione nutrita e gesto compiuto possono essere così descritti:

 

1) quando si  compie un’azione recante un “dare” per fini egoistici  (es. per apparire);
2) quando si produce un risultato negativo a seguito di un’azione, comunque, corretta nelle intenzioni. Ciò accade in quanto non sempre è possibile governare la catena dei fatti causali, per cui possono, talora, verificarsi conseguenze spiacevoli non riconducibili ex se all’azione inizialmente compiuta.
Nel caso sub 1), il soggetto agente ha immesso nella Vita un’energia egocentrica, un seme egocentrico. Questo è il dato che la Natura e la Legge Morale leggono, anche se l’azione materiale contiene un dare.
Nel caso sub 2), il soggetto agente ha immesso nella Vita un seme altruistico e per circostanze non dipendenti dalle sue intenzioni, si è verificato un evento sfavorevole. Il dato che la legge Morale e la Natura colgono, in questo caso, è costituito dall’energia altruistica. Per questa ragione si afferma che, anche in presenza di una azione esteriore, il movente perseguito resta fondamentale. Un gesto, a seconda dei casi, può recare finalità egocentriche o altruistiche: “di per sé, un gesto, un atto, non è né puro né impuro: ciò che è puro o impuro è l’intenzione, è il sentimento, è il desiderio che spinge gli esseri a compiere quel gesto o quell’atto” (36).
Ma quanto detto non vuole significare, evidentemente, che l’intenzione possa rilevare quale giustificazione di tutte le possibili condotte umane, o che la corretta intenzione possa comportare disinteresse per gli effetti delle proprie azioni, come taluni hanno pure ritenuto (37). Vi sono tipologie di atti che non possono, a priori, discendere da moventi altruistici e che non possono essere giustificati, evidentemente, da ipotetiche intenzioni positive. Abbiamo difficoltà a concepire come un uomo che abbia l’intenzione di compiere un’azione altruistica, possa disinteressarsi delle conseguenze concrete del proprio operato. Chi agisce per il bene della collettività, non può prescindere dal valutare gli effetti delle azioni che intende compiere o dal valutare quale sia il modo corretto di raggiungere una data finalità. La corretta intenzione non è un generico stato di buona fede soggettiva, essa implica un certo grado di consapevolezza, un quid di conoscenza e di vigilanza al fine di assistere al decorso dell’azione (38). Emblematico è questo passaggio tratto dal Dhammapada: “svegliati, osservati, agisci con purezza e con attenzione conformemente alla legge eterna e la tua gloria crescerà. L’inconsapevole agisce distrattamente”.

 

La responsabilità morale dell’intenzione va collocata, allora, per comprenderne il reale significato, nel contesto concettuale proprio degli insegnamenti spirituali secondo i quali le intenzioni sono energie reali. Quanto detto fa comprendere le profonde ragioni sulla base delle quali si afferma che la responsabilità morale nasce già a seguito dell’intenzione alimentata: il desiderio e il pensiero abitano regioni reali quanto quelle della terra, anche se costituite da materia più sottile, e producono effetti quanto gli atti compiuti sulla terra. L'Intenzione, afferma M. Laitman, "è l’unica e più importante cosa in ogni azione che una persona compia. Questo è così perché nel mondo spirituale un pensiero corrisponde ad un’azione" (39).
La vera intenzione di fare del bene genera un contatto reale con il bene. L’intenzione è l’alfa del processo causale delle energie impiegate e per questo occorre essere consapevoli delle proprie intenzioni in quanto esse governano realmente il processo di realizzazione. Le intenzioni recano il germe che si svilupperà secondo la legge di causa - effetto (40).
Essere responsabile («res- pondere») vuole dire valutare le possibili conseguenze delle proprie azioni prima di agire per modificare un certo stato di cose: l’intenzione avvia, appunto, la modificazione dello stato delle cose, poiché reca un seme che germoglierà.
Infatti, come sarà evidente dalla lettura dei paragrafi successivi, in quasi tutti gli insegnamenti spirituali l'intenzione ha un peso determinante.
Certamente, chi  è abituato a ritenere i propri pensieri e sentimenti “irreali”, reputerà queste affermazioni, evidentemente, esagerate. Per coloro che sono abituati a vigilare sul proprio mondo interiore e a sentire le energie dei propri pensieri e sentimenti, quanto sostenuto appare, invece, pacifico. D’altronde per saggiare la fondatezza di queste affermazioni, è sufficiente iniziare ad osservarsi, dedicare un po’ di tempo a se stessi, e verificare se i propri atti interiori incrementano il tasso di “bene” o di “disarmonia” in noi e in coloro che ci circondano.
Nell'approccio spirituale e olistico, la cultura non è avulsa dall'esperienza dell’anima. La cultura ha un senso se viene sperimentata e verificata per diventare in seguito, eventualmente, parte integrante del proprio stile di vita.

 

3. La rilevanza delle intenzioni  nelle filosofie spirituali

Appare opportuno a questo punto dare contezza della rilevanza delle intenzioni nei vari orientamenti spirituali. La centralità delle intenzioni non costituisce, infatti, un quid novi nella storia del Pensiero.
Tra le prescrizioni più famose possiamo ricordare quelle riportate nei Vangeli ove Gesù invita a non commettere determinati atti ancorché di natura solamente interiore, cioè privi di forma esteriore. Quella più notoria reca: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore». Alla luce di quanto detto in precedenza appare evidente la portata “realistica” del precetto, secondo la filosofia spirituale.
Chiari riferimenti in materia sono già presenti nell’etica stoica, se pensiamo a quanto scriveva Seneca: - «uno può diventare malfattore, senza aver inflitto del male. Se uno sta con sua moglie, pensandosi con la moglie altrui, sarà adultero, anche se la donna non è adultera. Uno mi dà il veleno, ma quello, mescolato con il cibo, perde tutta la sua forza: egli, dando il veleno, si è reso colpevole di delitto, anche se non ha nuociuto. Non è meno assassino quel tale la cui arma è stata neutralizzata dalla resistenza del mio vestito. Tutti i delitti, anche prima dell’esecuzione materiale, sono già completi negli elementi costitutivi di colpa» (41);
-«non importa ciò che si fa o si dà, ma con quale intenzione: importa l’animo di chi lo fa o lo dà; è  la disposizione d’animo, infatti, che rende grandi le piccole cose e nobilita le meschine, così come rende misere le cose considerate importanti e pregiate» (42).
Si è detto, a proposito dell’approccio etico al quale aderisce Seneca, che “determinante sul piano morale, qui come in ogni altra cosa, non è l’azione materiale, ma lo spirito con cui viene compiuta […] Nel De beneficiis, ispirandosi a un’opera di Ecatone, Seneca trapiantò in terreno romano questa concezione schiettamente greca […] Chi non ha l’intenzione o la coscienza di recare danno non merita pena; invece chi, volendo avvelenare un altro, adopera per sbaglio un mezzo innocuo è, cionondimeno, un avvelenatore. Tutti i delitti sono già compiuti, prima dell’esecuzione materiale, nello spirito di chi li concepisce” (43).
Anche Sant’Agostino afferma che il peccato non è solo un'azione, una parola, ma anche un desiderio contrario alla legge eterna (44).
Secondo Abelardo, Dio “tiene conto non delle cose che si fanno ma dell'animo con cui si fanno; il merito e la lode non consistono nell'azione ma nell'intenzione”(45).
Negli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio di Loyola si legge: “Non si devono dire parole inutili: si intende, cioè, quelle che non giovano né a sé né ad altri, e neppure sono indirizzate a tale scopo. Non è inutile, invece, parlare di tutto quello che giova, o ha intenzione di giovare, all'anima propria o degli altri, o al corpo o a qualche bene terreno; e neppure parlare di cose in sé estranee al proprio stato, come quando un religioso parla di guerre o di commerci. Ma in tutti questi casi c'è merito se si parla con retta intenzione, e c'è peccato se si parla con cattiva intenzione o inutilmente”.
Nel Vangelo di Matteo si legge: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli». Questo passaggio comprova che la legge morale non produce ricompensa se non vi è lo stato interiore (l’intenzione) corrispondente all’atto materiale compiuto.
Anche nel Buddismo ritroviamo precisi riferimenti sulla rilevanza delle intenzioni:


- “Il Bodhicharyavatara di Shantideva sottolinea che la radice della pratica di dharma sta nell'intenzione: il suo spirito è l'intenzione positiva. Vorrei mettere in rilievo che non necessariamente importa ciò che si sta facendo quanto come lo si sta facendo e con quale tipo di motivazione. Questo è il punto .. la consapevolezza è la chiave per mantenere in vita le intenzioni positive. “Etica per un nuovo millennio”, un saggio di Sua Santità il Dalai Lama, contiene un capitolo intitolato “Nessuna magia, nessun mistero” […] il saggio presenta un'analisi dettagliata della motivazione o intenzione. Ritengo che questo sia un elemento molto importante nella pratica buddhista: uno stato della mente e del cuore che non riguarda solo l'inizio ma che perdura anche nel mentre. La motivazione iniziale determina ciò che segue sia che esso divenga positivo, negativo o neutro. Determina la creazione di karma sia positivo che negativo” (46);
- “di tutti gli insegnamenti Buddhisti, forse, nessuno è più importante quanto quello sulla motivazione pura. Se io dovessi lasciare un’eredità, essa sarebbe la saggezza della motivazione pura. Se dovessi essere ricordato con un appellativo, mi piacerebbe essere ricordato come “Lama della Motivazione”. Tale motivazione inizia con la compassione per le difficili situazioni in cui versano gli esseri senzienti, e raggiunge il culmine nella manifestazione illuminata del beneficio spontaneo e ininterrotto verso questi esseri” (47);
-  “l'intenzione è il nucleo di tutta la vita cosciente. Sono le intenzioni che generano il karma, sono le intenzioni che aiutano gli altri,  sono sempre le intenzioni che ci distolgono dall'illusione dell'individualità e ci orientano verso le immutabili verità della coscienza risvegliata. L'intenzione cosciente colora e muove ogni cosa” (affermazione attribuita al monaco Hsing Yun);
- “la motivazione è una sorta di alchimia che tramuta le azioni in qualcosa di positivo o di negativo. Ogni cosa che facciamo […] può essere tramutata in un'azione (pura, religiosa o spirituale) di dharma. Il fattore importante è la motivazione. Magari siamo intenti a qualche azione che non riteniamo sia dharma, ad esempio cucinare, eppure il cucinare può essere trasformato in dharma. Come? Tramite la motivazione. Il tipo giusto di motivazione è in grado di trasformare in dharma qualsiasi azione. Per sviluppare e mantenere una simile motivazione abbiamo bisogno della presenza mentale o della consapevolezza […] Il vero spirito del dharma non è semplicemente la presenza mentale o la consapevolezza, bensì è la motivazione positiva, quel tenersi sulla via, mantenersi nel risveglio. Si può praticare il dharma con tre diversi livelli di motivazione: con lo scopo di ottenere buone condizioni nelle vite future, con lo scopo di realizzare il nirvana oppure con lo scopo di dedicare la propria vita alle cause della Buddhità, alla piena illuminazione, allo stato del risveglio. A causa di queste tre motivazioni ogni azione può diventare una pratica di dharma” (48).
L’idea secondo la quale la motivazione è una sorta di alchimia che tramuta le azioni in qualcosa di positivo (dharma) o di negativo, non appartiene esclusivamente al buddismo. Ad esempio Sant’Alfonso Maria de' Liguori scrisse: “quando fate il bene abbiate intenzione di dar gusto a Dio e poi di dar anche buon esempio al prossimo […]. anche le azioni corporali, come il mangiare, il lavorare, il dormire, il ricrearsi onestamente facciamolo per dare gusto a Dio […] la purità d'intenzione si chiama alchimia celeste  per la quale il ferro diventa oro" (49). Questa impostazione è ben presente con rinnovato linguaggio e con ricchezza di argomentazioni metodologiche anche nell’opera di O. M. Aïvanhov.
Anche nella letteratura vedica l’intenzione ha un ruolo importante: “La persona consiste delle proprie intenzioni. Secondo le intenzioni che ha in questo mondo, così diviene alla propria dipartita. Formi perciò un'intenzione corretta“ (50).
La rilevanza dell’intenzione appare evidente anche nella religione musulmana:

  • “in verità vi sono state vietate le bestie morte, il sangue, la carne di porco e quello su cui sia stato invocato altro nome che quello di Allah. E chi vi sarà costretto, senza desiderio o intenzione, non farà peccato. Allah è perdonatore, misericordioso” (51);

  • “ho sentito il Messaggero di Allah: In verità, le azioni valgono secondo le intenzioni, e per ogni persona la ricompensa sarà in base a ciò che intendeva. Quindi, chi compie l'Hijrah per Allah e il Suo Messaggero, la sua Hijrah sarà da Allah e il Suo Messaggero. Invece colui che compie l'Hijrah per guadagnare beni di questo mondo o per sposare una donna, allora la sua Hijrah sarà per ciò per cui egli ha fatto l'Hijrah" (52).

Nell’ambito della filosofia spirituale occidentale, ad esempio, R. Steiner focalizza la responsabilità del perfezionamento spirituale nella sincera intenzione. Egli afferma in riferimento al percorso di perfezionamento spirituale che occorre rispettare talune condizioni, ma “va sottolineato che di nessuna di queste condizioni si richiede il completo adempimento; si richiede unicamente lo sforzo verso un tale adempimento. Nessuno può adempiere completamente a queste condizioni, ma ognuno può incamminarsi sulla via del loro adempimento. Ciò che importa è la volontà, l’intenzione di avviarsi su quella strada" (53).
Anche questo concetto appena esposto faceva parte dell’etica stoica: “Tu dici: «Che cos’altro potevo fare? Finora ce l’ho messa tutta». Il punto principale è proprio questo. È l’intenzione che conta: la bontà, in gran parte, consiste nel voler essere buoni” (54).
Anche nello yoga sutra si afferma, in riferimento al perfezionamento spirituale, che “il successo è più vicino a quanti hanno una motivazione intensa e sincera” (55).
Per la filosofia kabbalistica, l’intenzione è fondamentale: pensiamo all’intenzione mistica (kawwanah) che deve permeare le preghiere e le azioni degli uomini per entrare in contatto con il Divino e per la redenzione del Mondo (56) o alla correzione di tutte le intenzioni nei desideri per rendere possibile all’uomo la sua evoluzione spirituale (57): la “creazione ha un’intenzione ed è diretta a portarci (le nostre anime) alla fine, all’adesione (la somiglianza) con Lui, affinché risieda nel nostro interiore (all’interno dei desideri corretti e l’equivalenza completa con l’attributo della dazione e dell’amore che si chiama il Creatore)” (58).
Secondo Peter Deunov, “nel suo  processo di sviluppo, è inevitabile che l’essere umano commetta molti errori. Ma i motivi interiori di questi errori hanno una grande importanza; se egli è disinteressato, le sue colpe sono scusate, ma se egli è egoista, no” (59).

 

4. La rilevanza delle intenzioni nella cultura emergente

  • Secondo un approccio definito materialistico, lo stato mentale, quale l’intenzione, è privo di efficacia causale propria, esso sarebbe un semplice effetto di uno stato cerebrale, in quanto solo gli stati cerebrali, cioè il cervello (realtà fisica) può agire sul cervello (realtà fisica). Ma per molti pensatori, scienziati, psicologi e filosofi, questo approccio tradizionale (cd. “chiusura causale del mondo fisico”) non appare più valido.

Alcuni autori contemporanei riconoscendo che l’Universo è intenzionale, permeato cioè da una energia realizzatrice di progetti evolutivi, hanno focalizzato l’attenzione sull’intenzione quale potere dell’uomo di realizzare i propri propositi a condizione che tale potere venga posto in connessione con le energie evolutive dell’Universo:
- "ogni cosa che accade nell’Universo nasce da un’intenzione. Secondo gli antichi testi Vedici, le Upanishad: “Tu stesso sei il desiderio più forte e profondo che conduce. Ai tuoi desideri seguono le tue intenzioni. Alle tue intenzioni la tua volontà. Alla tua volontà, le tue azioni. Alle tue azioni, il tuo destino”. In definitiva il nostro destino deriva dal livello più profondo dei nostri desideri e delle nostre intenzioni, strettamente correlati tra loro” (60);
- “quando un’intenzione si ripete, essa crea una sorta di rituale, la regolarità di una routine. Più profonda è la sua dimora nel nostro cuore, più probabilità ci sono che la coscienza dell’Universo si attivi per ricreare e manifestare questa nostra intenzione nel mondo fisico. Per questo, se ti senti ‘bloccato’ nella tua vita o se credi che quello che davvero desideri sia impossibile – pensa in grande! Vai oltre lo stato mentale che in genere ti limita e ti imprigiona. Vai con il pensiero oltre i problemi attuali, le difficoltà e le sfide. Abbi cura delle tue intenzioni, non le abbandonare […] nutri con continuità le tue intenzioni più pure e sentite […] Come fare? Per ognuna delle tue intenzioni, chiediti: Come può essermi utile e come può essere utile alle persone con cui io sono in contatto? Se la risposta è vera gioia e soddisfazione, allora la tua intenzione, cooperando insieme alla nostra mente ‘non locale’, agisce da sola, orchestrando in modo armonico e sublime la sua stessa realizzazione. Ogni nostra intenzione racchiude in sé uno straordinario potere, una capacità organizzativa divina che dobbiamo lasciar agire indisturbata, senza tentare di forzarla o di manipolarla. L'unica cosa che dobbiamo fare é avere fiducia nel risultato. Questo è l'atteggiamento che ci permette di vedere la sincronicità nel mondo che ci circonda. Dobbiamo arrivare a percepire con chiarezza che è la nostra anima - e non il nostro ego - ad essere il fulcro interiore con cui entrare in contatto. È in questo momento, quando cioè entriamo in contatto con la parte più profonda di noi stessi, che siamo in sintonia con il nostro destino” (61);

  • “l’intenzione è uno scopo preciso o un obiettivo chiaro accompagnato dalla determinazione a raggiungere un risultato desiderato […] per far emergere un’idea nella nostra realtà, occorre allineare il mondo interiore con il potere dell’intenzione che è un potere spirituale creatore operante nell’universo. Questa energia è dappertutto. Per entrare in connessione con essa occorre nutrire una filosofia altruistica, tramite l’ego non possiamo entrare in contatto con l’intenzione. Occorre eliminare le nostre convinzioni di fondo impeditive e cioè: sono ciò che possiedo; sono ciò che faccio; sono ciò che altri pensano di me; sono separato da tutti; sono separato da tutto ciò che mi manca nella vita; sono separato da Dio” (62).

Dal secolo scorso, il campo delle intenzioni interessa anche la scienza: se la mente dell'osservatore (con la sola intenzione di osservare) incide sulla realtà dei fenomeni osservati, ciò vuol dire che il nostro pensiero, le nostre intenzioni hanno una influenza sulla materia, sulla realtà esteriore (63). L’influenza esercitata dall’osservatore sulla realtà osservata è già una prova efficace dell’azione spiegata dalle intenzioni.
A mano a mano che “gli scienziati continuano a esplorare cosa significhi esattamente essere dei partecipatori, si accumulano ulteriori prove che conducono a una conclusione inevitabile: viviamo in una realtà interattiva, dove modifichiamo il mondo che ci circonda cambiando ciò che accade all’interno di noi mentre lo osserviamo - cioè i nostri pensieri, sentimenti e credenze” (64).
Il ruolo dell’intenzione cosciente comincia a farsi spazio, dunque, anche nelle teorie scientifiche. Secondo E. Laszlo, “in un universo interconnesso a livello sottile, dove le persone possono accedere a qualche aspetto della coscienza degli altri […] è probabile  che una persona intuisca intenzioni che inducono coerenza in un’altra come presenza di bene, intenzioni che inducono incoerenza in un’altra come presenza di male. Questo conferisce responsabilità morale non soltanto alle nostre azioni, ma anche alle nostre intenzioni. Possiamo produrre il bene nel nostro ambiente anche sintonizzando le nostre intenzioni verso la coerenza e il male tramite le nostre intenzioni di frammentazione, separazione, incompatibilità e caos” (65). Il termine coerenza, in questa teoria scientifica è sinonimo di condotta in linea con l’evoluzione, cioè di condotta costruttiva, solidale e improntata all’equità.
Anche Tomasello, scienziato di fama mondiale, già richiamato in precedenza,  sostiene, in qualche modo, l’accessibilità alle intenzioni altrui nel senso che possiamo percepire gli altri come agenti intenzionali, dando vita ad una sorta di infrastruttura psicologica di intenzionalità condivisa che è alla base della vita sociale e cooperativa (66).
Secondo il biologo cellulare Bruce Lipton “l’intenzione costituisce una grande dichiarazione di proposito e direzione. Nel caso della nostra evoluzione personale, una intenzione adeguata sarebbe quella d’intessere i nostri talenti, amori e missioni per sostenere il nuovo organismo di farfalla emergente. Gli insegnanti spirituali antichi e moderni riconoscono collettivamente che il fatto di stabilire una intenzione attira a noi nuove esperienze come una calamita. Se la necessità è madre dell’inventiva, è assai verosimile che l’intenzione ne sia il padre. Stabilire delle intenzioni può mettere in moto le cose sul piano del subconscio, ma per un autentico cambiamento, le intenzioni devono anche riflettersi nelle nostre scelte consapevoli quotidiane. Accettando le implicazioni contenute in Evoluzione spontanea, ossia che siamo tutti anime cellulari in un super-organismo chiamato umanità, dobbiamo chiederci: «Quali scelte quotidiane posso personalmente fare per rinforzare questa visione emergente del mondo?». Per alcuni la risposta può significare cambiare carriera; per altri coltivare un giardino o compiere un’azione gentile ogni giorno. Ogni scelta individuale sarà unica e rappresenterà la forma più elevata di espressione personale in questi tempi di trasformazione” (67).
Secondo il biologo R. Sheldrake, l’uomo (come il sole, la terra ed altri corpi) ha un suo campo energetico esterno tramite il quale le sue intenzioni e la sua mente si estendono oltre il cervello e comunicano con l’ambiente esterno: ”ci sono molte prove da esperimenti ben controllati che le persone possono influenzare eventi fisici ... e il tutto avviene a distanza attraverso l’intenzione” (68). Questo scienziato ha teorizzato i campi morfici o morfogenetici i quali “si estendono oltre il cervello, fin nell’ambiente circostante, legandoci agli oggetti che cadono sotto la nostra percezione e rendendoci capaci di agire su di essi attraverso le intenzioni e l’attenzione […] questi campi mentali, come i campi magnetici, elettromagnetici e gravitazionali, sono invisibili, eppure, influenzano la realtà esterna a distanza” (69).
Peraltro, nel passato, Paracelso aveva affermato che ”la forza vitale non è racchiusa nell’uomo ma si irradia attorno a lui come una sfera luminosa e può agire a distanza […] in questo alone semimateriale l’immaginazione di un uomo può produrre  effetti positivi e dannosi“ (70).
Anche la psiche, sostiene L. Dossey, “non è localizzata nel cervello  o nel corpo […]  essa si propaga attraverso lo spazio e il tempo, è senza confini […] a qualche livello la psiche nostra è una” (71). Nella stessa direzione, il famoso psicoterapeuta Wayne W. Dyer sostiene che “le immaginazioni […] le nostre facoltà non sono parti costitutive del cervello […] lo scienziato David Bhome (in Universo, mente, materia) ha dimostrato che tutte le informazioni e le categorie mentali dell’ordine sono presenti in un dominio invisibile o realtà più elevata e che all’occorrenza possono essere evocate ed utilizzate” (72).
Un’evidenza sperimentale dell’impatto dell’intenzione conscia è stata fornita dall’esperimento condotto con esito positivo dal neurofisiologo Grinberg-Zylberbaum: “due soggetti si sono correlati tra loro meditando insieme, con l’intento di stabilire una comunicazione diretta” (73).
Osserva il fisico V. Marchi: “abitualmente pensiamo che ciò che ci circonda sia già qualcosa e che questo qualcosa esista senza la nostra intenzione. Di fatto invece dobbiamo cambiare questo nostro modo di pensare, perché persino un elettrone, come ha ammesso lo stesso premio Nobel Carlo Rubbia, ha una tendenza mentale. Dobbiamo quindi riconoscere che persino il mondo materiale che ci circonda, essendo costituito da particelle che vanno a comporre, per esempio, la struttura di una sedia, di un tavolo, di un muro, di un tappeto, di una stanza o di qualsiasi altra cosa che sia solida, non è nient’altro che uno dei possibili atti di coscienza […] Tutto è coscienza, e da essa il Tutto emerge come da una grande Matrix - diceva Max Planck, padre della fisica quantistica, fin dal lontano 1944. E noi altro non facciamo che scegliere di volta in volta quale di questi atti del campo universale intelligente portare alla realtà. Il fatto è che un oceano di onde di varia ampiezza e frequenza è alla base del nostro esistere. La stessa poltrona su cui sediamo è, infatti, costituita solo di onde, nient’altro che di onde di energia, formate da microparticelle quali, elettroni, bosoni, gluoni, fermioni, barioni, adroni, fotoni, quark, e altro, tutti elementi che si muovono ad una velocità vertiginosa, in una condizione dunque che permette a questo comodo sedile di mantenere la propria forma ” (74).
Se io cambio (o tento di cambiare) le mie intenzioni, afferma il prof. Laitman, si modificano gli eventi nella mia vita: "desiderare il cambiamento dell’intenzione la cambia, ma un’azione evidente, ha ancora più effetto". Osserva su questo tema Chopra: "L'intenzione crea le coincidenze, è la ragione per cui succede esattamente ciò che pensiamo, il motivo che provoca la guarigione di alcune persone o la remissione della loro malattia, e orchestra tutta la creatività dell'universo. Noi esseri umani siamo in grado di migliorare la nostra vita grazie all'intenzione, ma perdiamo tale capacità ogni volta che il nostro sè viene oscurato dalla sua stessa immagine, in pratica quando sacrifichiamo il nostro vero sè in favore dell'ego. L'intenzione organizza in maniera sincronistica una serie di attività notevolmente variabili, a prima vista caotiche e non legate fra loro, dando vita a un sistema dinamico ben ordinato e capace di congegnarsi da solo. Tale sistema si manifesta contemporaneamente sia come il mondo osservato sia come il sistema nervoso attraverso il quale lo si osserva […] In altre parole, l'intenzione è alla base della creazione" (75).

 

5. Conclusioni: una nuova “scienza dei fini e dei metodi”.

In conclusione, possiamo affermare sulla scorta delle precedenti riflessioni che l’intenzione esprime il collegamento reale che noi compiamo in un dato momento tra il nostro mondo interiore con altre energie proprie di un Ideale, di un valore o di un disvalore. Questo collegamento può essere coerente con i progetti evolutivi della Vita ed allora sprigiona energia benefica in noi e nell’ambiente psichico circostante: quando ciò avviene, avvertiamo benessere e ci sentiamo appagati.
Questo collegamento può non essere coerente perché è egocentrico, disarmonioso: quando ciò avviene ci sentiamo insoddisfatti e insofferenti. Gli stati soggettivi che noi viviamo esprimono con chiarezza  la qualità del collegamento in corso in un dato momento della nostra vita. L’intenzione è paragonabile ad una sorta di collegamento di tipo elettrico. Con l’intenzione colleghiamo la nostra “presa” ad una corrente (valore o disvalore). Una volta che colleghiamo la presa, riceviamo e doniamo la qualità di energia propria della fonte a cui ci siamo collegati. Nel corso della nostra giornata, questi collegamenti, evidentemente, sono numerosi e, talora, sono pure contraddittori (76).
In definitiva, una cultura emergente ci invita a dare sempre uno scopo a ciò che facciamo affinché la nostra azione sia consapevole e determinata nel mondo interiore, e a nutrire intenzioni positive, altruistiche, giacché esse sono realmente efficaci.
Abbiamo anche appreso che l’essere umano è un essere intenzionale in un universo intenzionale, e che le intenzioni coltivate influenzano oggettivamente l’attenzione, la  percezione, i pensieri, i sentimenti, gli atti della nostra vita, il nostro benessere presente  e il nostro futuro. Abbiamo anche appreso che gli Ideali di vita prescelti ci parlano della nostra destinazione futura, del destino della nostra vita.
Nell'approccio olistico e spirituale, come abbiamo già rilevato, la cultura ha un senso se viene sperimentata, verificata per diventare, eventualmente, parte integrante del proprio stile di vita, a seguito delle proprie scelte consapevoli. Pertanto, una riflessione sulle intenzioni ha un senso se meditiamo sulle nostre abituali intenzioni e proviamo a studiarne l'impatto nella nostra vita rispetto agli atti quotidiani. Potrebbe essere utile, dunque, verificare quali sono le nostre intenzioni profonde nei vari atti della vita e nelle molteplici relazioni umane. In psicologia è definita "memoria prospettica" la memoria avente ad oggetto il ricordo di azioni che devono essere compiute nel futuro sulla base di pregresse intenzioni; si parla, infatti, di una memoria delle proprie intenzioni.
Ad esempio, l’intenzione che abbiamo nei confronti dell’atto della nutrizione non è identica tra le persone e nemmeno, nel corso del tempo, lo è relativamente ad una stessa persona. A ben vedere, le intenzioni con le quali ci nutriamo dànno, effettivamente, il senso concreto (armonioso e salutare o dannoso) all’atto quotidiano della nutrizione, come possiamo desumere direttamente dalla nostra esperienza di vita: possiamo assumere il cibo con indifferenza, con voracità, con bramosia, in uno stato di collera, oppure, con amore, armonia, ringraziamento (77). Similmente, questo ragionamento può essere esportato in tutte le cose che facciamo, anche in quelle più semplici e quotidiane per ritrovare un senso arricchente e benefico. Non a caso, l'intenzione corretta, fin dal lontano passato, come abbiamo rilevato, è stata concepita quale agente trasformatore.
Ma dobbiamo prendere atto realisticamente che quali esseri umani abbiamo molteplici tendenze: “Nell'essere umano esistono alcune tendenze, profondamente radicate e altre che, invece, debbono essere continuamente incoraggiate, sostenute con consigli, letture e la preghiera. Quando si tratta per esempio della fame, della sete, del sonno, del bisogno di possedere, di imporsi, di assaporare determinati piaceri, non c'è bisogno che qualcuno venga a spingervi in questa direzione; si tratta di istinti già così fortemente radicati […] Quando si tratta invece di essere saggio, di manifestare qualità di autocontrollo, di disinteresse, di generosità, avete bisogno di uno stimolo quotidiano […] dentro di voi esistono dei semi divini sui quali giorno dopo giorno dovete chinarvi per custodirli, proteggerli, riscaldarli, illuminarli e innaffiarli, proprio come un giardiniere che sorveglia la crescita di un fiore raro e delicato nel suo giardino” (78).
L’intenzione è, allora, l’alfa del processo di scelta delle tendenze che vogliamo manifestare tra quelle che albergano nel nostro giardino interiore e per tale motivo essa è una importante manifestazione della nostra libertà. La materia delle intenzioni è, quindi, strettamente legata all’esercizio della propria libertà e non può, per tale ragione, appartenere solamente alle riflessioni degli studiosi e dei mistici.
Quanto fin qui osservato ci induce a ritenere importante un nuovo approccio pedagogico, cioè una “scienza dei fini e dei mezzi” (79) che contempli un nuovo modo di vivere nell’ambito del quale siano valorizzati gli atti della vita quotidiana, partendo da appropriate intenzioni. Il ricercatore può trovare un valido supporto per un lavoro di ricognizione e sperimentazione in tema di intenzioni nell’ampia opera di Aïvanhov (80) in quanto è l'autore che, a nostro avviso, ha maggiormente sviluppato la tematica dell'intenzione applicata nella vita quotidiana. In molte conferenze questo autore illustra come l’intenzione elevata possa far recuperare il senso del sacro degli atti della nostra vita quotidiana, spesso soggetti all’automatismo e all’involontarietà. In questa ampia opera, possiamo trovare, dunque, una completa e moderna "scienza dei fini e dei mezzi o metodi", a cui prima alludevamo, e cioè un quadro coerente e sistematico a finalità pedagogica (e non soltanto speculativa), concernente:
- gli Ideali (81), la loro natura reale e oggettiva, l'efficacia trasformativa concreta che essi possiedono per la nostra evoluzione;
- le relazioni di causalità esistenti tra Ideali e la nostra vita;
- le risorse interiori e i metodi con i quali possiamo compiere una scelta consapevole degli ideali, elaborare una forte motivazione e nutrire una corretta intenzione negli atti della vita quotidiana coerente agli Ideali scelti, riconciliando la sacralità della materia con lo spirito.
Possiamo concludere questa riflessione con tre suggerimenti operativi ricavati dalla citata opera:
- il segreto del cambiamento sta nello scegliere un “but a atteindre” per la nostra vita, il più elevato possibile, in quanto gli Ideali più elevati anche se irraggiungibili sono sempre i più efficaci poiché permettono all’individuo di esprimere il meglio di se stessi;
- l’ideale elevato di illuminare, riscaldare e vivificare con il proprio comportamento gli esseri umani, senza aspettarsi ricompense è forse irrangiungibile, però, spiega la più grande efficacia trasformativa del nostro essere;
-occorre amare le intenzioni più nobili altrimenti esse resteranno confinate nella sfera intellettuale: ”finché non cercherete di elevare il vostro amore, cioè di far sì che il vostro cuore si leghi agli intenti più nobili e più spirituali, potrete cambiare tutto ciò che vorrete, ma incontrerete le stesse difficoltà e le stesse sofferenze”(82).

 

   Bruno E. G. Fuoco

 

Bruno E. G. Fuoco (1959), dopo aver conseguito con il massimo dei voti la Laurea in Giurisprudenza all’Università di Roma, ha perfezionato i suoi studi giuridici presso l’Università R. Cartesio di Parigi. Docente in corsi di formazione in materia di autotutela e azione amministrativa, autore di vari volumi e saggi in materia giuridica, svolge attualmente attività di consulenza giuridica. Si occupa, altresì, di educazione civica e di giustizia in prospettiva olistica. Nel recente volume “Il codice delle Leggi morali – approccio olistico al cambiamento”, ha raccolto gli esiti della sua ricerca olistica.

 

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